martedì 30 novembre 2010

Israele, un quadro di normalità

Ho conosciuto online più di un israeliano il quale mi ha detto che io non posso capire la situazione del suo paese. Anzi, noi non possiamo capire. Noi italiani, noi europei. Perchè loro, gli israeliani sono in guerra, noi in pace. A noi non succede di subire attentati, di ricevere razzi qassam, di essere minacciati di distruzione nei comizi del leader di un paese nemico. Noi non viviamo una situazione di guerra. Ed è vero. La posizione media di un europeo è migliore di quella di un israeliano. Tuttavia, come può la mia empatia fermarsi al confine con la Cisgiordania o a quella con Gaza? Gli israeliani non si fermano su quel confine e quando si fermano lo controllano, mantenendo il potere di aprirlo e di chiuderlo. Al di quà di quel confine, la vita non si conduce dietro sacchetti di sabbia o sotterrati nei rifugi, al riparo da aviazione e carri armati nemici, bensì in un quadro di sostanziale normalità. Infatti, nessun israeliano mi sconsiglia di fare un viaggio turistico in Israele, pensando che potrei mettere a repentaglio la mia vita o la mia incolumità.

(...) «Non solo esiste la speranza, ma personalmente sono certa che prima o poi la raggiungeremo. Il traguardo dei 54 anni non ci coglie certo nella stessa situazione in cui eravamo alla fondazione dello Stato. In questi anni Israele è in crescita - nonostante le guerra -perseguendo e raggiungendo quella normalità nella maggior parte dei campi della vita sociale. Non è forse normale uno Stato in cui funzionano regolarmente sistema educativo, sistema giudiziario, industria, agricoltura, cultura e perfino squadre di vari sport che ottengono buoni successi nei tornei europei? È vero che ciò che succede oggi è molto triste e terribile, l’atmosfera derivata dagli attentati dei terroristi suicidi, crea senz’altro tensione e angoscia, ma non può e non deve stravolgere la normalità che permea gran parte della nostra vita come Nazione. Io considero questo stadio della nostra esistenza collettiva, difficile, doloroso ma in ogni caso transitorio. Tuttavia, il completamento di questo quadro di normalità passa necessariamente per la pace. Ed io lotto da anni per convincere israeliani e palestinesi di questa necessità e per far comprendere loro che né il terrorismo né le azioni militari rappresentano la strada giusta per raggiungere veramente la pace». (Yael Dayan, scrittrice e deputata laburista, figlia del generale Moshe Dayan, l'Unità 18/04/2002). 

Parole sporche: "Il ricatto"


Lorenzo Guadagnucci racconta come si forma un immaginario xenofobo attraverso l'uso di parole sporche: Clandestino, extracomunitario, vu cumprà, nomade, zingaro, che sarebbero da mettere all'indice nella comunicazione.

Un pensiero sbagliato si esprime in parole sbagliate e l'uso di parole sbagliate dà forma ad un pensiero sbagliato. Le due cose, secondo me, sono legate.

A volte questo uso è specifico. Penso a come Pierferdinando Casini, ospite ad Annozero (11.11.2010), ha definito la protesta degli immigrati di Brescia saliti sulla gru per rivendicare il permesso di soggiorno dopo aver pagato i contributi convinti da uno dei tanti annunci del governo poi smentiti di potersi regolarizzare. Lo ha definito: "ricatto". La parola è adeguata per descrivere la protesta?  A me sembra proprio di no.

Io ti ricatto, se minaccio di farti un danno, a meno che tu non faccia quel che ti chiedo. Minaccio un tuo diritto per estorcerti qualcosa che non corrisponde al tuo dovere. Gli immigrati sulla gru hanno minacciato i diritti di qualcuno? No. Hanno soltanto difeso i propri. Non è dovere dello stato garantire la regolarità del lavoro e dunque dei rapporti contrattuali? Garantire uno status giuridico ad ogni lavoratore? Ad ogni persona?Secondo me, si. Quindi con una protesta, è stato chiesto qualcosa che corrisponde ad un dovere. Ed è stato chiesto facendo violenza su se stessi. Solo per poter essere presi in considerazione. Mettendo a repentaglio la propria vita, la propria incolumità. Se non avevano intenzione di buttarsi giù, certo potevano cadere.

Se questo è un ricatto, allora qualsiasi protesta, sciopero, sciopero della fame, è un ricatto. I curdi che si danno fuoco davanti alle ambasciate turche o direttamente in Turchia per chiedere il riconoscimento della propria nazionalità, sono dei ricattatori. E' plausibile?

Piuttosto vedrei un ricattatore in Marchionne, quando dice: io ti tolgo il lavoro (che è un diritto) se tu non lavori al ritmo che dico io, rinunciando ai tuoi diritti sindacali e costituzionali (rinuncia che non è un dovere).Ma guarda caso, in questo caso Casini sta con Marchionne.

Figli, il disagio relativo


Ammesso (e non concesso) che il figlio nato da una cinquantenne sia disagiato relativamente al figlio nato da una trentenne, lo è solo relativamente. Ma questo è vero per il figlio di qualsiasi genitore appartenente ad una categoria svantaggiata relativamente ad una non svantaggiata. Lo stesso concetto di svantaggio è qui relativo.

Così, a parità di condizioni,

  • il figlio di un povero è disagiato relativamente a quello di un ricco;
  • il figlio di un immigrato relativamente a quello di un autoctono;
  • il figlio di un malato relativamente a quello di uno sano;
  • il figlio di un meridionale relativamente a quello di un settentrionale,
  • il figlio di un nero relativamente a quello di un bianco,
  • il figlio di un ebreo relativamente a quello di un gentile,
  • il figlio di un single relativamente a quello di una coppia,
  • il figlio di un precario relativamente a quello di un lavoratore titolare,

e via dicendo.

La maggior parte dei figli non nasce in un mondo agiato. Ed è sicuramente più disagiata di quanto potrà mai esserlo, per esempio, il figlio della Nannini.

L'età più bella

Quali siano le età più belle dipende dalla vita di ciascuno. Ad ogni età si può dare il proprio contributo e quando diventiamo carenti in un aspetto, miglioriamo in un altro. Non saprei dire a 44 anni quali limiti ho rispetto a quando ne avevo 20. L'età della giovinezza è quella dei vent'anni. Poi, solo perchè la vita si è spostata in avanti, arriviamo a definire giovani i trentenni o addirittura i quarantenni. E perciò, se un genitore non può programmare di assistere un figlio fin quasi alla mezza età, è meglio che ci rinunci. Ma resta un mistero capire come questo figlio assistito fino alla mezza età, possa diventare a sua volta genitore da giovane.

Secondo me, per sostenere un punto di vista generale (il rifiuto del genitore anziano) si valorizza un solo aspetto (la prestanza fisica) esagerandolo, fino a definire un modello che, nella realtà, non corrisponde neanche ai genitori giovani, i quali raramente sono campioni di atletica, calciatori di serie A o anche soltanto ginnasti dilettanti. Quando ai giardini o sulle piste ciclabili vedo qualcuno fare footing, di solito è una persona di mezza età.

Se fossi costretto ad affidare mio figlio a qualcun altro, non credo sceglierei un atleta. Vorrei un filosofo. Una persona dotata di empatia, capace di raccontare le favole, di ascoltare, parlare, interpretare di giocare (ma i giochi dei bambini sono quelli che si fanno sul tavolo o sulla moquette o ai giardinetti soprattutto con sabbia, paletta e secchielli, i giochi sportivi si fanno poi con gli amici). Una persona che ha molta disponibilità di tempo. Che capisca di alimentazione. Che sappia guardare i programmi giusti in TV. Che sappia gestire il computer e Internet. Cercherei di affidarlo ad una persona matura. Quale che sia la sua età.

Per come è organizzata la nostra vita sociale, è molto facile che genitori giovani debbano spesso affidare i figli a qualcun altro. Magari ai nonni! Che diventano i veri educatori.

Il parametro della maggioranza


Per quale motivo, bisogna assumere la maggioranza a parametro di ciò che  è giusto? La maggioranza delle persone è felice? E' autorealizzata? E' gratificata? E' contenta? E' soddisfatta? Sta bene? Probabilmente no. Se no, vuol dire che le cose sempre pensate, dette, fatte dalla maggioranza, forse non sono le più efficaci.

sabato 13 novembre 2010

Cos'è giusto?

Ti trovi su un satellite che orbita intorno alla luna. Non sai come e perchè. Non ricordi più la tua identità. Un'astronave sta per venirti a prendere per riportarti sulla Terra. Finchè non ritorni, non sai se sei uomo o donna, bianco o nero, del nord o del sud, dell'est o dell'ovest, ricco o povero, credente o non credente. Se ebreo, cristiano, mulsulmano, induista, buddista. Se della Roma o della Lazio, dell'Inter o del Milano, del Toro o della Juve.

Appena tornato sulla Terra andrai subito al tuo posto, ma prima di tornare non puoi conoscere il tuo posto sulla terra. Però ti viene concesso un grande potere. Con una tua sola firma puoi trasformare il mondo secondo le tue idee, quelle che professi, che puoi leggere direttamente sulle tue pubblicazioni, o ascoltare nelle tue conversazioni.

Senza conoscere il tuo posto nel mondo, firmeresti?


(cfr. Precht Richard D. 2009)

Irregolari (da regolarizzare), non clandestini


La parola "clandestino" rappresenta l'immigrato straniero come una persona che si è introdotta illegalmente nel paese e che vuole sfuggire all'identificazione. Questa rappresentazione corrisponde solo in minima parte alla realtà dell'immigrazione priva di permesso di soggiorno. La maggioranza è entrata nel paese regolarmente, circa tre quarti, e molti altri entrati irregolarmente hanno cercato di mettersi in regola. Di certo gli immigrati non salgono sulle gru per nascondersi meglio.

Settecentomila sono irregolari per le assurdità della legge Bossi-Fini, normativa in vigore dal 2003, che nessun altro paese europeo ha pensato bene di imitare e che oggi viene sconfessata persino da uno dei suoi due firmatari. Ovviamente Fini. La legge prevede che lo straniero possa entrare nel paese solo se già in possesso di un contratto di lavoro. Se uno straniero trova lavoro in Italia, oppure se perde il lavoro che ha e ne trova un altro, deve rientrare nel suo paese e aspettare di essere lì contattato dal suo datore di lavoro italiano, tramite ambasciata. Solo a quel punto può regolarizzarsi. Se ha la fortuna di rientrare nella quota del decreto flussi, deciso annualmente. Una quota di solito nettamente inferiore alle domande di assunzione.

Non importa se lo straniero ha un lavoro, se il suo datore è disposto a metterlo in regola, se entrambi non fanno del male a nessuno. Per questa legge capestro, lo straniero rimane irregolare, privo di diritti, esposto al ricatto di sfruttatori e criminali e sempre a rischio di essere arrestato, recluso nei CIE ed espulso. Chi ha concepito questa legge ha poi pure pensato di inventarsi il reato di immigrazione clandestina. Eppure le domande di regolarizzazione sono tutte lì, pendenti da anni al Ministero degli Interni.

Fu più grande la migrazione dal meridione

Talvolta si confonde la dimensione dei flussi migratori con quella delle aree di emigrazione e si immagina, per esempio, che l'attuale immigrazione straniera sia in Italia assai più grande di quella meridionale degli anni '50 e '60


Il sud d'Italia è certamente molto più piccolo del sud e dell'est del mondo, ma il flusso degli immigrati meridionali è stato nettamente superiore al flusso degli immigrati stranieri. Almeno finora. Gli immigrati stranieri in Italia ad oggi sono circa 5 milioni (più 700 mila irregolari). E questo dato si è formato in 20-30 anni. Nello stesso arco di tempo tra il 1945 e il 1970, sei milioni di italiani emigrarono all'estero, e circa nove milioni migrarono all’interno dell’Italia, dalle regioni del Sud alle province del Centro e del Nord. E non era, come quella straniera, una immigrazione distribuita sul territorio, ma particolarmente concentrata nei grandi centri industriali, tanto che Torino oggi è una città di un milione di abitanti, con 700 mila persone di origine meridionale.



venerdì 12 novembre 2010

Caro xenofobo...

Dici di voler togliere la linfa vitale al potere, senza metterti contro il potere, mentre io farei il contrario. La linfa vitale sarebbero quelle persone che giungono qui da altri paesi ad ingrossare le file dell'esercito industriale di riserva, abbassando il costo del lavoro e favorirne lo sfruttamento.

Tu puoi fare questo? Tu chi sei? Un comune cittadino o gli xenofobi al governo? Se sei soltanto un comune cittadino, puoi fare ben poco, se non delegare il tuo consenso ad altri perchè facciano quello che vorresti. I tuoi referenti/rappresentanti sono il Pdl e la Lega. Questi tolgono la linfa vitale a qualcuno? No, la fanno solo girare. Le politiche xenofobe non servono per impedire che ci siano milioni di immigrati. Servono solo per impedire che siano sempre gli stessi. Servono per farli ruotare, in modo che lavorino per noi, senza avere i nostri diritti. Appoggiando queste politiche, appoggi il peggior dumping sociale.

Anch'io posso fare ben poco. E per di più delego il mio consenso a chi non riesce neppure a farsi eleggere in parlamento. Non vedo perciò cosa possa dipendere da me o dai miei rappresentati. Se tutto dipendesse da me, nel mio mondo ideale, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. Se qualcosa dipendesse da me in questo mondo reale, potrei intervenire soltanto per correggere.

Una correzione è tale se va nel senso della praticabilità e dell'equilibrio. Una correzione non sarebbe tale se creasse ancora più squilibrio, cioè se creasse ancora più diseguaglianza di quella già esistente. Dunque, se ci sono gli immigrati, poveri, sfruttabili, facilmente ricattabili, l'unica correzione che riesco a vedere è quella di regolarizzarli, in modo che possano cercarsi legalmente un lavoro, avere un contratto, avere gli stessi diritti, così da diventare non concorrenti, ma alleati degli altri lavoratori. La differenza tra l’essere regolare e l’essere irregolare non è astratta. Il punto di partenza può essere lo stesso. Ma l’irregolare è condannato a restare sempre fermo al punto di partenza.

L'altra strada, quella del respingimento, predicata dagli xenofobi, in realtà pratica il turn over: il peggio. Sia per gli immigrati, sia per i lavoratori autoctoni. Inoltre è una misura squilibrante. Sia perchè aggrava la diseguaglianza. Sia perchè si immagina un mondo ideale nel senso dell'ingiustizia. Si, perchè non solo i giusti sono idealisti. Lo sanno essere anche gli ingiusti.

Ora, tu non sei esattamente un ingiusto (pur avendo molti tratti dello stronzo). Sei un razzista genuino, nel significato estensivo, xenofobo del termine. Sei uno a cui gli stranieri non piacciono. Ti attacchi a questo o a quell'argomento, ma la sostanza è che a te non va di vedere in giro neri e mediorientali e di sentir parlare romeno, albanese. E' una cosa che ti fa repulsione. Lo si capisce, non solo dalla disumanità con cui parli di quelle persone, senza neanche riconoscere che sono persone, ma dal modo in cui ti appassioni alle dispute simboliche. Uno che va dietro al divieto del burqa, del burkini, della costruzione di moschee e minareti, in realtà, del potere d'acquisto, del dumping, della disoccupazione, non gliene importa nulla. Un pretesto vale l'altro. Poi, può succederti di avere rapporti cordiali con i singoli. La xenofobia è una psico-ideologia. Non si materializza direttamente nei rapporti interpersonali, dove nella mente xenofoba si materializza invece l’eccezione: se tutti gli stranieri, i gay, gli ebrei, i comunisti, le donne, i meridionali, etc, etc... fossero come te!

Ma facciamo finta che i tuoi discorsi si ispirino ad una qualche razionalità economica. E che tu voglia tenere a casa loro gli stranieri, per proteggere dalla concorrenza le categorie nostrane. Puoi seriamente immaginarti un mondo in cui alcuni popoli, la maggioranza, stanno fermi, ed altri popoli, i più ricchi, la minoranza, vanno dove vogliono? Puoi immaginarti una globalizzazione a senso unico? Gli ingiusti idealisti se la sono immaginata, però non funziona. Se tu porti le tue imprese a competere nelle praterie altrui, gli altri portano la manodopera a competere nella tua. Mi sembra il minimo. Non basta dire che i nostri imprenditori non devono assumere stranieri in Italia. Bisogna anche dire che non devono assumere stranieri all'estero. Non devono andare in Romania, nè in Cina, nè in Brasile. Da nessuna parte. Perchè se vanno da qualche parte, qualcuno da quella parte viene qui. Quarantamila imprenditori italiani in Romania? Centinaia di migliaia di lavoratori romeni in Italia. Funziona così. Sei consapevole che funziona così? Gli altri sono più poveri, ma non sono deficienti.

Allora, potresti usare la tua (immaginaria) razionalità economica, per capire che mondo vuoi. Che equilibrio vuoi tendenzialmente realizzare. Mi sembra che tu non voglia il socialismo. Quindi, vuoi un qualche modello di capitalismo. Un mondo globalizzato, liberale? O un mondo fatto di tante nazioni protezioniste e autarchiche: ciascuno sta a casa sua, produce a casa sua, commercia a casa sua, lavora a casa sua, studia a casa sua, va in vacanza a casa sua, etc. E poi valuta, se in questo mondo, nei nostri confini nazionali in cui nessuno mette il naso fuori da dentro nè dentro da fuori, staremmo meglio, saremmo più ricchi, con salari più alti e tutti felici di pagare i parrucchieri venti euro e gli idraulici dai 50 euro l'ora in sù.