sabato 30 dicembre 2006

Saddam impiccato

L'impiccagione di Saddam Hussein è l'ennesimo errore di una guerra sbagliata, quella irachena, promossa e giustificata sulla base di bugie - prima le introvabili armi di distruzioni di massa, poi le indimostrabili e improbabili relazioni tra il regime baathista e Al Quaeda - dichiarata conclusa («missione compiuta») con la conquista di Baghdad dopo tre settimane, ma proseguita per oltre tre anni, al prezzo di tremila morti tra i soldati americani, contro la resistenza sunnita, componenti del radicalismo sciita, e il terrorismo jahdista, «finalmente» infiltratosi nella terra dei due fiumi. Un errore dopo l'altro, la guerra stessa, lo scioglimento del Baath, del suo esercito, del suo apparato amministrativo, la difesa dei rifornimenti di petrolio a fronte dell'insicurezza diffusa in tutto il paese, la svendita dell'industria pubblica, i check point assassini, le torture di Abu Ghraib, un processo farsa contro l'ex dittatore ed ora la sua esecuzione, in un crescendo di caos e di violenza endemica, senza neppure esser riusciti a perseguire significativi vantaggi dalla rapina della risorsa più preziosa dell'Iraq, il petrolio, il cui prezzo in tre anni è schizzato dai 20 ai 70 dollari al barile, a causa del sempre più galoppante sviluppo indiano e cinese.

Qualcuno, per esempio Magdi Allam sul Corriere della Sera, ha lanciato strali contro l'opposizione alla condanna a morte del rais, tacciandola di ipocrisia a fronte di altre morti, altre esecuzioni sui cui invece calerebbe il silenzio, come se si trattasse solo di una questione etica o umanitaria. Va da sè, la contrarietà per principio alla pena capitale, l'idea che il valore della vita sia sacro, vale per tutti, anche per Saddam, e francamente non mi pare che in sua difesa si sia speso un impegno particolare. Dice Pannella: «non si è mosso un dito». Certo vi è stata nel caso di Saddam una attenzione mediatica eccezionale e non poteva essere diverso: è tipico dell'America personalizzare le sue guerre e fare del leader nemico una star internazionale, un pericolo mondiale, il nuovo Hitler, etc. Sarebbe ora curioso se nei confronti di un «mostro sensazionale» si dedicasse la medesima attenzione che si dedica ad un «povero disgraziato» qualunque o ancor meno ad uno dei tanti mediocri dittatori che popolano la terra, magari con il sostegno degli Stati Uniti, così com'era il Saddam degli anni ottanta.

Oltre alla questione etica e umanitaria, almeno tre questioni sono da valutare, sulle quali invece gli intransigenti castigatori sorvolano.
La prima. Se Saddam viene ucciso con tanta fretta e quasi di nascosto, da uomini rappresentanti il nuovo ordine iracheno con un cappuccio in testa, nonostante la sua morte non cambi nulla nel disastrato teatro di quel paese (se non in peggio), ciò vuol dire che il nuovo ordine, sorretto da un regime di occupazione, è molto debole ed ha bisogno del surrogato simbolico di prove di forza, ma in tal modo, se possibile, si deprime ancora di più la legittimità morale del nostro mondo di fronte al loro: ci voleva la «superiorità occidentale» per portare in Iraq la legge del taglione?
La seconda. Il mediocre e ripugnante dittatore, il bandito scovato in una tana, ora è un martire per i sunniti ed una eroica vittima per gran parte del mondo arabo, che si concede persino di chiudere in bellezza dichiarando di non odiare Bush e Blair, ma la loro politica. Più sobrio Saddam di fronte al patibolo che Bush in conferenza stampa. Per molti di noi, a vederlo in video e nelle foto negli ultimi istanti di vita è un uomo che ci fa provare pena e a cui riconosciamo dignità.
La terza. Il raiss è stato condannato per un massacro di 148 persone nel villaggio sciita di Jubail nel 1983, dopo aver subito un attentato. E' stato un delitto, un crimine, ma non il peggiore che ha commesso: si pensi al massacro dei membri della tribù curda Barzani, alleata dell'Iran, circa 8 mila uomini del clan uccisi (1983); all'utilizzo di armi chimiche nel villaggio curdo di Halabja, in una sola giornata uccise circa 5 mila persone tra cui donne e bambini (1988); all'invasione del Kuwait, i soldati iracheni compiono esecuzioni sommarie, saccheggi e violenze sui civili (1990); alla repressione della rivolta curda e sciita scoppiata dopo la guerra del golfo, i morti furono migliaia. E prima ancora di salire al vertice dello stato, Saddam, alla guida dei baahtisti anticomunisti scatenò forse la peggiore mattanza del Medio Oriente (così gli storici Peter e Marion Stuglett): dall'8 al 10 febbraio 1963 vennero giustiziati fino a 10 mila civili in larga parte comunisti. La sua morte impedisce di svolgere processi ancora più importanti e di conoscere e di far conoscere la verità sulla storia del suo regime e delle sue complicità internazionali.

Il premier iracheno Maliki ha respinto le critiche internazionali, tra cui quelle italiane ricordando a noi l'esecuzione di Mussolini. In verità, la fine di Saddam ricorda di più quella di Ceausescu, ma anche accettando il paragone di Maliki bisogna considerare che Mussolini fu ucciso da partigiani nei giorni confusi e concitati della Liberazione e fu apertamente un atto di guerra, che si riteneva decisivo per dare un colpo mortale al fascismo, mentre gli alleati erano contrari alla sua esecuzione. Fosse caduto in mani inglesi o americane, il duce si sarebbe probabilmente salvato. La morte di Saddam invece è stata voluta proprio dagli aggressori dell'Iraq, la sua sentenza di morte è stata anticipata personalmente da Bush il giorno stesso della cattura del rais, nel dicembre 2003. La pena capitale per l'ex dittatore iracheno sarebbe stata forse plausibile solo come compimento di un processo rivoluzionario realmente interno all'Iraq e come decisione di una magistratura irachena autonoma, in un quadro istituzionale indipendente e sovrano. Anche la volontà del governo sciita certo ha influito, direi, irresponsabilmente, solo nel senso della vendetta personale e tribale, come si può dedurre dal fatto che si è scelto di eseguire l'impiccagione proprio il primo giorno della festa sunnita del sacrificio di Abramo, l'Aid el Kebir, in spregio ad una prospettiva di riconciliazione nazionale.

domenica 24 dicembre 2006

La flessibilità è un rapporto di potere

La flessibilità è un rapporto di potere. Va bene se corrisponde alle esigenze del padrone, va male se corrisponde alle esigenze del lavoratore: si veda il caso della mamma operaia di Cremasco, licenziata per aver chiesto mezz'ora di lavoro flessibile per poter andare a prendere la figlia a scuola. Solo le esigenze del padrone corrispondono alle esigenze dell'impresa e della sua capacità competitiva.

Ma non si direbbe dato l'elevato numero di fallimenti nelle piccole medie imprese, proprio là dove il lavoro è più precario. Se un'impresa può far leva su manodopera usa e getta sarà meno stimolata a investire in ricerca e innovazione, sarà forse più competitiva con altre imprese al livello nelle produzioni di scarsa qualità e per profitti da accumulare nel breve periodo. Il lavoro precario nel lavoro dipendente è lavoro povero, riguarda impiegati e operai con basse qualifiche, soprattutto giovani, e non apre prospettive di carriera e di formazione. Se sei malpagato e destinato ad un licenziamento già iscritto nel contratto, non sarai motivato a fare bene e ad accrescere i tuoi livelli di competenza, salvo trarre da questa condizione l'impulso a diventare un libero professionista o un imprenditore a tua volta. Una via individuale alla salvezza, improbabile come ricetta sociale.

Meglio essere precari che disoccupati? Certo il male è meglio del peggio. Ma il precariato assorbe la disoccupazione o il lavoro regolare? Se il tuo contratto è rinnovato di proroga in proroga a scadenza mensile, si tratta di un lavoro che potrebbe tranquillamente essere regolare, eppure lo si preferisce precario per pagare meno contributi e per garantirsi la libertà di licenziamento: anche qui, nell'ansia, nella paura, nello stress, è arduo si formi un buon lavoratore. In ogni caso, non è una condizione socialmente accettabile, nè sul piano umano, nè su quello economico.  Secondo i "riformisti" esisterebbe anche una "flessibilità buona" e pare consista soltanto in questo: associare alla libertà di licenziamento gli ammortizzatori sociali e la formazione professionale. Dubito che questo sia sufficiente per salvaguardare il tasso di sindacalizzazione: ammortizzati e formati, cosa impedisce che gli iscritti ad un sindacato siano messi alla porta a fine contratto? In secondo luogo, se il precariato riguarda anche e forse soprattutto le qualifiche generiche, la formazione come risolve il problema? Nel trasformare gli operai generici in programmatori informatici?

Alla flessibilità viene ora attribuito, soprattutto da destra, gran parte del merito per i positivi dati Istat sull'incremento dell'occupazione nel terzo trimestre 2006. Tuttavia, la legge Biagi è uguale in tutto il paese, mentre l'incremento dell'occupazione si verifica soprattutto dove l'occupazione c'è già: al nord. Il divario con il mezzogiorno rimane stabile. Vi è poi da capire fino a che punto si tratta di nuovo lavoro e da cosa esso sia composto: quanto incidono le nuove regolarizzazioni dei lavoratori immigrati, quanto il calcolo di coloro che lavorano solo un'ora la settimana o comunque per un tempo irrisorio, e quanto coloro che rinunciano a presentarsi sul mercato del lavoro, a registrarsi negli uffici di collocamento, per rassegnazione o perchè si immergono nel sommerso.

La flessibilità di per sè facilità tanto le assunzioni quanto i licenziamenti. Cosa fa si che il saldo sia positivo? Il buon andamento dell'economia: quando gli affari vanno bene, si produce di più e si assume di più. Quando vanno male, si produce di meno e si licenzia. Il posto fisso fu concepito appunto per mettere i lavoratori al riparo dai periodi di crisi, dato che in economia i cicli si alternano sempre. Dunque, il nuovo lavoro, se è tale, prodotto dai primi segni di ripresa, potrà essere spazzato via dai primi segni di crisi. Questa indeterminatezza concorre ad un buono o ad uno cattivo andamento dell'economia? E se vi è l'insicurezza del posto nelle fasi di crisi, vi dovrebbe essere redistribuzione del reddito nelle fasi espansive invece di un salario appena sufficiente a coprire le spese. La messa in discussione di uno dei due termini del patto sociale (il posto fisso), mette in discussione anche l'altro (bassi salari sufficienti per l'automantenimento). L'insostenibilità di questa flessibilità a senso unico è ancora poco evidente e lo sarà fintanto che vi saranno i redditi fissi e le pensioni dei genitori a fare da ammortizzatori sociali.

(24 dicembre 2006)

mercoledì 20 dicembre 2006

La penna di Anna Frank

In rete la libertà di espressione è regina, ma molte bufale le fanno da cortigiana. Alcune famose, altre meno, questa l'ho scoperta, grazie ad un cyber-attivista di Holywar (gruppo cattointegralista, anticonciliare, e antisemita). Riporto la bufala nella versione del negazionista Paul Rassinier, pubblicato in vari siti nazisti e islamisti, il quale per argomentare la presunta frode dei diari di Anna Frank "rivela" quanto segue:

«(...) La più bella fra tutte le "perline" che ci regala il valente Felderer è rappresentata da degli scritti autografi attribuiti, unanimemente dagli storici di regime, ad Anna Frank; i quali sono stati scritti a penna biro. (...) Ci sentiamo di consigliare, al lettore interessato, lo scritto in assoluto più completo sull'argomento: "Il diario di Anna Frank: una frode", il cui autore è Ditlieb Felderer. (...) E' un vero peccato per gli sterminazionisti, ma; ahimè; la penna biro fu inventata solo nel 1951! Ben sei anni dopo la morte della nostra eroina!!! Lo scritto di Ditlieb Felderer (testimone di Geova ed antinazista) è, come detto, un'opera assai completa. Ad essa noi abbiamo abbondantemente attinto».

Per la fortuna degli "sterminazionisti", questi "studiosi" confondono l'invenzione della penna a biro con l'invenzione della penna BIC (da Marcel Bich), sua ultima versione messa in produzione a partire appunto dal 1952. La penna biro fu inventata dai fratelli Biro Ladislas e Georg, in Ungheria, nel 1935 e poi brevettata nel 1938, mentre la storia della penna a sfera inizia fin dal 1888 anno in cui la brevettò John Loud, un conciatore americano. Dunque, non è impossibile che Anna Frank potesse disporre di una penna a sfera.

Tuttavia, poichè l'oggetto fu prodotto in commercio solo a partire del 1945, da parte negazionista rimane molto diffusa l'affermazione che il diario sarebbe stato scritto con una penna biro, dunque in un periodo necessariamente successivo. Per rispondere a queste critiche, nel 1986 l'Istituto Olandese di Ricerca sulla Seconda guerra mondiale ha sottoposto il diario a una perizia calligrafica che ha confermato l'autenticità dello stesso e il fatto che è stato scritto dalla mano di Anna Frank, con carte ed inchiostro prodotti prima della data di arresto. In uno studio di Valentina Pisanty, «L’irritante questione delle camere a gas» è possibile leggere la parte relativa alla perizia dei testi su carta e inchiostro, in polemica stavolta con Faurisson, poichè l'argomento è un leit motiv di tutti i più «prestigiosi» negazionisti.

«In questa sede, è il caso di ricordare il rapporto di 270 pagine stilato dal Laboratorio giudiziario di Amsterdam su richiesta dell'Istituto nazionale di documentazione sulla guerra, da cui emerge chiaramente che, come il 15% dei coetanei suoi contemporanei, Anna faceva uso sia del corsivo ("scrittura adulta"), sia dello stampatello ("scrittura infantile"), e alternava i due stili. Il rapporto inoltre sottolinea come la calligrafia riscontrata nei diari sia la stessa che si trova in varie cartoline, lettere e poesie che Anna aveva mandato a parenti e amici tra il 1941 e il 1942 e che gli studiosi olandesi hanno recuperato allo scopo di mettere insieme un campione di riscontro attendibile.

Un altro elemento che conforta l'ipotesi dell'autenticità materiale dei diari è il fatto che la carta, la colla e l'inchiostro impiegati fossero diffusi nel periodo al quale il diario è fatto risalire. Non sono state riscontrate tracce di agenti sbiancanti, introdotti nella fabbricazione della carta dopo il 1952; l'inchiostro grigio-blu reca evidenti tracce di ferro, mentre dal 1950 in poi si sono prodotti inchiostri a basso o nullo contenuto ferroso. Infine, la frequente presenza di tracce simmetriche di inchiostro su due pagine contigue indica che i quaderni sono stati più volte chiusi frettolosamente prima che l'inchiostro stesso avesse modo di asciugare, e ciò fa pensare a un uso quotidiano del diario piuttosto che a una sua metodica stesura. Naturalmente è sempre possibile che il contraffattore abbia diabolicamente previsto tutti questi dettagli e abbia confezionato un falso quasi perfetto; ma allora perché avrebbe dovuto cadere così stupidamente su errori che, a leggere Faurisson, sono a dir poco grossolani?»

lunedì 18 dicembre 2006

Daniel Pipes l'antiarabo

Intervistato da La Stampa (16.12.2006) sulla crisi dell'Anp al limite della guerra civile, il neocon Daniel Pipes, in rotta con Bush perchè non abbastanza guerrafondaio, ha così rappresentato il dibattito sul conflitto israelo-palestinese: «Esistono due scuole di pensiero. Secondo la prima, bisogna soddisfare i palestinesi, dando loro terra, soldi, indipendenza: più li faremo felici, più saranno inclini ad accettare la soluzione dei due stati. Questa è la via di Oslo, che ha chiaramente fallito. La seconda scuola, invece, pensa che più diamo, più i palestinesi acquistano fiducia, e si convincono di poter raggiungere l’obiettivo finale di distruggere Israele. Io condivido questa linea di pensiero, e credo che l’unica via attraverso cui i palestinesi accetteranno di coesistere con lo Stato ebraico è la sconfitta militare. Qualunque mezzo torni utile a raggiungere questo scopo va utilizzato». Scopo valido, a prescindere dal loro governo, perchè Hamas e Fatah la pensano allo stesso modo. Tutte e due vogliono distruggere lo stato ebraico. Hamas lo dice apertamente. Fatah non lo dice, anzi con Oslo ha fatto persino credere il contrario, ma lo pensa e lo persegue. La prova? I testi scolastici palestinesi che mostrano cartine geografiche senza lo Stato d'Israele.

Peccato che la medesima prova potrebbe essere portata a sostegno della tesi secondo cui Israele stesso non ha alcuna intenzione di restituire i territori in cambio di una pace giusta, e tanto meno permettere su di essi la costituzione di uno stato palestinese, dato che sui suoi testi scolastici le cartine geografiche mostrano lo stato ebraico dal Mediterraneo al Giordano, senza lacuna linea verde (i confini armistiziali del 1949). Le concessioni di cui si parla sono in realtà diritti, atti dovuti. Vengono invece trattate come premi: incentivi per smettere il terrorismo o di consolazione dopo una sconfitta definitiva, per via militare. Premi, naturalmente, di diversa proporzione, rispetto ai diritti, così come le briciole rispetto alle fette di torta.

Quel che preoccupa in questa visione è l'indeterminatezza del concetto di «sconfitta militare». «Qualunque mezzo torni utile a raggiungere questo scopo va utilizzato». Per esempio? I palestinesi sono sotto occupazione in Cisgiordania e in stato di assedio a Gaza, subiscono incursioni militari in cui muoiono a decine e centinaia. Sono sottoposti ad un embargo economico da parte di Usa, Europa e Israele, perchè hanno eletto democraticamente il governo «sbagliato». Le loro infrastrutture sono distrutte. I loro ministri e leader politici possono essere arrestati e uccisi in qualsiasi momento. Migliaia tra loro sono prigionieri in Israele in detenzione amministrativa. Cosa manca per la «sconfitta militare»? Quale capitolazione dovrebbero firmare? E come possono firmarla all'unanimità? «Bisogna disarmarli tutti», proclama Pipes, ma ad una «pace» ingiusta non vi sarà sempre qualcuno che si ribella? Ai tempi di Oslo, Hamas non rappresentava quasi nessuno.

domenica 17 dicembre 2006

Dershowitz contro il reato di Tortura

La Camera dei deputati ha approvato il 13 dicembre una proposta di legge che introduce nel codice penale il reato di tortura. Il testo è passato con 466 voti a favore e uno contrario e ora deve passare al Senato. L'articolo 613-bis del codice penale, introdotto dalla proposta di legge, prevede che sia "punito con la pena della reclusione da tre a 12 anni chiunque, con violenza o minacce gravi, infligga a una persona forti sofferenze fisiche o mentali, allo scopo di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni su un atto che essa stessa o una terza persona ha compiuto o è sospettata di avere compiuto. Ovvero allo scopo di punire una persona per un atto che essa stessa o una terza persona ha compiuto o è sospettata di avere compiuto, ovvero per motivi di discriminazione razziale, politica, religiosa o sessuale" (Reuters 13 dicembre 2006)

La nuova legge è definita ipocrita dal giurista di Harward Alan Dershowitz su La Stampa di oggi, perchè renderebbe inefficace la lotta al terrorismo. Il «complimento» è esteso all'Italia in contrapposizione alla serietà statunitense in materia.

Tuttavia, anche negli Usa la legge imposta da Bush lo scorso ottobre è stata oggetto di aspri contrasti. Voluta dall'inquilino della Casa Bianca, la nuova legge ha subito durissime critiche da parte dell'opposizione democratica e creato dissensi anche fra i repubblicani. La normativa istituisce delle Commissioni militari, ossia dei tribunali speciali (dichiarati illegali dalla Corte suprema lo scorso giugno) per i processi dei detenuti a Guantanamo, e convalida tutte le ''procedure alternative'', ovvero gli interrogatori in segreto e senza garanzie fatti dalla Cia. (cfr (Repubblica 17 ottobre 2006) E un anno fa La Camera dei rappresentanti statunitense approvò con 208 voti a favore e 122 contrari, una risoluzione contraria ai trattamenti crudeli, inumani o degradanti nei confronti dei prigionieri catturati dalle forze armate americane (cfr. l'Unità, 15 dicembre 2005).

Dershowitz concede l'inammissibilità della tortura fisica, vietata dalla Convenzione di Ginevra e assunta come un dato di fatto nei nostri paesi, ma non ammette l'esclusione delle «pressioni psicologiche», formula questa si ipocrita, volta ad offrire appigli giuridici a tutela di torture psichiche e mentali. D'altra parte, lo stesso giurista, dopo l'11 settembre, in più occasioni, ha sostenuto che bisogna reintrodurre ufficialmente la tortura e abrogare le convenzioni internazionali che la vietano (si veda per esempio il Corriere della Sera, 1 febbraio 2002).

Eppure la pratica della tortura, per gli Stati Uniti, non si è rivelata particolarmente efficace, è stata anzi motivo di scandalo e delegittimazione morale, con Guantanamo e Abu Ghraib, ed anche di clamorosi errori (involontari?). Newsweek raccontò la vicenda di Ibn Shaikhalk-Libi, un dirigente di Al Qaida catturato nel novembre 2001 in Afghanistan. La Cia trasportò il prigioniero in Egitto dove venne interrogato (in modo brutale) dagli egiziani. Libi «confessò» che terroristi di Al Qaida si erano recati in Iraq, dal dicembre 2000, per imparare l'uso di armi chimiche e biologiche. L'informazione, poi rivelatasi falsa e ritratta dallo stesso Libi, venne usata con abbondanza dal segretario di stato Colin Powell nel suo famoso discorso all'Onu del febbraio 2003 (cfr La Stampa 14 novembre 2005) .

Perchè dunque insistere nel predicare metodi di interrogatorio che sono al tempo stesso inumani e inefficaci? Forse, per un motivo irrazionale: la mancanza di controllo e di conoscenza nella lotta contro un nemico indeterminato e sfuggente. E forse per un calcolo retrospettivo. Le leggi sul reato di tortura, non tolgono nulla alla lotta contro il terrorismo, ma mettono a repentaglio la sicurezza, l'impunità di chi in questi anni ha torturato: «Per i detrattori di Bush, fra cui la stessa Unione Europea che ha richiamato gli Usa al rispetto della Convenzione di Ginevra, lo scopo della sua nuova legge è soprattutto quello di evitare ai militari e agenti segreti americani di essere incriminati per crimini di guerra in relazione alle stragi dei civili in Iraq, le sevizie nel carcere di Abu Ghraib e gli orrori del carcere speciale di Guantanamo, a Cuba» (Repubblica 17 ottobre 2006).

sabato 16 dicembre 2006

Il governo Prodi perde consensi

Il governo subisce la protesta della piazza, viene fischiato a Mirafiori e al Motorshow, perde consensi nei sondaggi. Da cosa dipende?

1) C'è, dal periodo successivo al Dpef, una campagna di stampa molto critica, che rappresenta l'orientamento dei grandi gruppi economici e finanziari, insoddisfatti per una politica, secondo loro, troppo condizionata o «frenata» dai sindacati e dalla sinistra radicale.

2) Padoa Schioppa ha scelto di piegarsi alla richiesta della Commissione europea di riportare il deficit pubblico entro il limite del 3% in un solo anno, anziché spalmare il rientro su un tempo più lungo, almeno due anni, soluzione già praticata da Francia e Germania, però malvista per il nostro paese causa eccessivo debito pubblico. Questa scelta ha comportato un parziale inasprimento della pressione fiscale e un maggior controllo su categorie tradizionalmente abituate ad evadere, eludere e ad attendere i condoni. La necessità di reperire risorse è stata ulteriormente appesantita dalla volontà di iniziare ad investire risorse per lo sviluppo, tra queste la scelta, difficile valutare quanto efficace e davvero prioritaria, di abbassare il cuneo fiscale.

3) Tra esenzioni e rimodulazione dell'Irpef l'effetto redistributivo è stato abbastanza scarso e non ha compensato la perdita di potere d'acquisto accumulata negli scorsi anni dal lavoro dipendente, nè ha significato una vera svolta in questa direzione, e così i sindacati si sono presi i fischi alla Fiat.

Il tutto senza un obiettivo chiaro e condiviso paragonabile all'ingresso nell'Euro nel 1998.

Chi guida il governo mostra una preoccupazione contenuta: «nell'immediato le scelte di rigore sono impopolari, ma i risultati arriveranno, abbiamo fatto soprattutto errori di comunicazione, dovremmo dividerci meno sui giornali.

Gli alleati cosiddetti «riformisti» sono i più inquieti, forse anche perchè i più penalizzati dai sondaggi e tendono a scalpitare, evocando cambi di rotta, cambi di passo, fase 2, accelerazioni, etc. Si riferiscono alle «riforme», quelle (anche qui 'cosiddette') «riforme strutturali» che dovrebbero alleggerire lo stato sociale, prima di tutto il sistema previdenziale, allungando l'età pensionabile, per favorire così il risanamento e lo sviluppo, anche se il rapporto tra i due termini è tutto da dimostrare.

La sinistra radicale, per ora è relativamente tranquilla, nei sondaggi va bene, e nella finanziaria non ha dovuto ingoiare rospi eccessivamente indigesti: ha fatto finora una figura discreta. Ma è la parte della maggioranza destinata ad entrare in rotta di collisione con i propositi «riformisti» di Ds, Margherita, Confindustria. Tutte le sollecitazioni che giungono a Prodi, di fare e di essere il leader, di accelerare il passo, gli chiedono in fondo di guidare questa rotta, e di mediare meno, forse nulla con la sua ala sinistra. Se dovesse prevalere questa linea è difficile valutare come il centrosinistra potrebbe riuscire a rimanere tutto insieme.

C'è una terza via? Quella che oggi constata l'impopolarità diffusa e punta domani su un recupero di consenso diffuso? Insomma, Mirafiori e le tante piazze «milionarie» stanno insieme nel dissenso e nel consenso, oppure ad un certo punto bisognerà scegliere chi rappresentare contro chi?

Sugli altri temi, dalla laicità dello stato alla politica internazionale, la cifra del governo pare la stessa: un colpo al cerchio una alla botte. Con molte critiche sulle questioni etiche (dai pacs all'eutanasia, alle adozioni gay), e qualche applauso in politica estera: il cerchiobottista ad ispirare più fiducia finora è stato Massimo D'Alema.

martedì 12 dicembre 2006

Pinochet

Su Repubblica di oggi (ormai ieri) la vignetta di Elle Kappa dice: «quando muore qualcuno, chiunque sia stato, dispiace sempre. Poi c'è Pinochet che conferma la regola». Pura constatazione. Quando ho saputo della sua morte, ci sono rimasto un po' male solo pensando che quel personaggio avrebbe meritato una fine più sofferta, almeno una sentenza di condanna definitiva dei suoi tanti processi in corso e l'onta della galera. Consola il fatto che la sua immagine sia ormai solo più oggetto di disprezzo, quasi unanime. Quasi.

Sono stati tanti i dittatori e ce ne sono ancora molti, ma questo ha avuto qualcosa di diverso dagli altri, più che nell'essere malvagio nell'essere disprezzabile. Forse perchè ha schiacciato una giovane democrazia latinoamericana, nel paese il cui sistema politico era il più simile a quelli europei, e a quello italiano in particolare: c'era la democrazia cristiana, il partito comunista, il partito socialista. Era in una fase in cui il mondo sembrava dirigersi verso il socialismo, senza la violenza e proprio con la vittoria di Unidad Popular questo senso di marcia sembrava prossimo al traguardo. Forse perchè è stato, oltre che un golpista e un dittatore, anche e prima di tutto un traditore (fu scelto da Allende a capo dell'esercito). Forse perchè ha commesso violenze inutili, quando il suo regime era già saldo, facendo sparire almeno tre mila persone (molte gettate dagli aerei) e torturandone decine di migliaia, si dice 28 mila. Forse, perchè le nostre destre fasciste lo hanno assunto a campione della guerra fredda contro il comunismo. Il suo colpo di stato fu voluto dall'America di Nixon e Kissinger. E in Italia convinse Enrico Berlinguer che la sinistra non poteva governare con il 51%. Forse per tutti questi motivi insieme, almeno due generazioni sono cresciute nel rigetto del dittatore cileno. Ricordo i cortei, ricordo i canti degli Inti Illimani. Quelli che son riusciti a fuggire e quelli che sono stati presi subito. Ricordo Victor Jara.

Nell'89, con la guerra fredda è uscita di scena anche la sua dittatura, perdendo un referendum. Dopo di chè si fece pure strada qualche tentativo di rivalutazione e di «contestualizzazione» della sua impresa. Purtroppo, tra i «contestualizzatori» figura anche uno studioso serio come Sergio Romano. Si concede che Pinochet sia stato un «figlio di puttana» (il «nostro», avrebbe detto Roosevelt, e di seguito i suoi successori), ma c'era appunto il comunismo, c'erano molti movimenti rivoluzionari in tutto il continente sud-americano, c'era stato il Che in Boliva, e poi Allende, brava persona si, ma debole e un po' utopista, governò male, provocò la paralisi del paese, lo sciopero dei camionisti, era alleato dei «massimalisti», anzi «ostaggio», insomma, in quella situazione un golpe non ci stava poi così male. Molte delle porcherie golpiste potevano essere evitate (e chi le perdona queste sbavature?) ma il dittatore in politica economica fu «progressista» seguì i consigli dei Chicago Boys di Milton Friedman. In poche parole, il Cile di Pinochet fu il laboratorio politico del neoliberismo, un precursore di Reagan e Thatcher (la quale ha espresso cordoglio e dolore, anche in ricordo dell'aiuto ricevuto nella guerra delle Falkland). Ma quale tra le due parti fa onore all'altra?

A sostegno di queste rivalutazioni si citano i successi economici del Cile e, neanche a dirlo, li si mette a confronto con i «fallimenti» di Cuba. Tanto per essere equanimi e bipartisan, si evoca il paragone con Fidel Castro. Ipocrisie: i fautori del paragone prediligono certamente Pinochet. Riguardo ai successi, sorvolando sulla loro ineguale redistribuzione, possono essere vantati solo nel periodo successivo. Durante la dittatura il Cile ebbe come picco di crescita uno striminzito 1,7% (Cuba ha più volte superato il 6%). Fidel ha guidato una insurrezione contro una dittatura, non ha abolito una democrazia, e per quanto autoritario poi sia stato, non ha fatto sparire nessuno: sui due regimi si mettano a confronto i relativi rapporti di Amnesty.

Ma torniamo ad oggi. Tra tanta giustizia mancata, una bella rivincita la si è comunque avuta. Prima di morire, il vecchio traditore, golpista, dittatore, torturatore, precursore neoliberista, oltre che cattolico bigotto, ha fatto in tempo a vedere una delle sue vittime, una giovane ragazza sequestrata, torturata e violentata dai suoi sgherri, diventare oggi presidente della repubblica del Cile: la socialista Michelle Bachelet.

venerdì 8 dicembre 2006

Il silenzio

Nella sfera pubblica, il silenzio è il modo con cui si nega legittimità a qualcuno oppure con cui si preserva la propria autorevolezza. Quando Berlusconi scese in campo, Occhetto provò ad ignorarlo, per evitare di concedergli spazio, di riconoscerlo come antagonista. Prima ancora, l'affermazione della Lega fu preceduta da un lungo silenzio mediatico, forse più per distrazione che per strategia. Se il presidente della repubblica o il papa sono criticati, contestati, evitano di replicare, semplicemente ignorano l'interlocutore oppure delegano ad un portavoce il compito di degnarlo di attenzione.

Il silenzio, come si dice, è d'oro e chi lo interpreta si pone un'aureola in testa. O una corona. O con più modestia impersona la forza e il fascino dello spirito tenebroso. Con qualche inconveniente, poichè il silenzio può anche essere interpretato come incapacità di risposta, reticenza, volontà di nascondersi, specie se non hai un ruolo che giustifica la tua collocazione in una torre d'avorio. Ma il più delle volte va bene e ti evita tante discussioni inutili, il cui solo fatto di finirci impelagati dentro ti scredita, secondo la famosa massima di Oscar Wilde: «mai discutere con un'idiota, la gente potrebbe non notare la differenza». Quante volte il silenzio è la miglior risposta! E quante volte è stato inutilmente predicato.

Nei rapporti personali, la questione è più delicata. Tempo fa, una mia amica mi disse, più o meno, che il silenzio è una violenza. Certo, può esserlo specie se ostentato, può essere un arma del ricatto affettivo: «non corrispondi alle mie aspettative, non ti rivolgo la parola». Il silenzio offensivo è molto comunicativo, ma per la fortuna (o la sfortuna) della vittima dura poco, perchè l'offesa vuole di solito risultati rapidi. Esiste poi un silenzio ordinario, che può essere una violenza involontaria: «non ti dico nulla, perchè non so cosa dirti, forse non ho niente da dirti, se proprio mi viene in mente qualcosa di educato, generico, formale, mi sforzo di dirtelo». E' la fase crepuscolare di molte amicizie. C'è un silenzio difensivo: drastico, netto, assoluto e prolungato nel tempo, forse definitivo. E' una muraglia eretta contro l'invadenza e la molestia. Il metodo più efficace per liberarsi degli altri. Se molestatori autentici, dopo qualche insistenza si arrenderanno, se ingiustamente ritenuti tali, saranno così offesi da un simile trattamento da esser loro stessi a non volerne più sapere nulla. In entrambi i casi, la liberazione è assicurata.

Esiste però così tanto rumore che è difficile associare il silenzio a qualcosa di negativo. La prima cosa che l'idea del silenzio mi fa venire in mente è che posso leggere senza interferenze. Posso concentrarmi in qualunque situazione, su un treno, in uno studio medico, in qualunque luogo, mentre rimbombano radio, televisioni, litigi familiari, perciò, quando succede, mi sembra incredibile la lievità della lettura nel silenzio, in piena notte, sotto la luce di una lampadina. Forse, rimane sempre una immagine fredda, buia, un po' triste, come quella di un paesaggio invernale, nevoso, notturno prenatalizio, ma anche il luogo più aperto e caldo del mondo, il deserto, evoca il silenzio.

Un estremo, un luogo estremo, una situazione estrema, un gesto estremo, un rimedio estremo. La colonna sonora della neve e della sabbia. E di tutti gli introversi.

giovedì 7 dicembre 2006

Il Partito democratico, i Ds, il Pci

Ho assistito all'Infedele, la trasmissione di Gad Lerner, dedicata questa sera ai travagli interni ai Ds per l'incerta costituzione del partito democratico. Il dibattito era un po' noioso, però l'ho seguito lo stesso, per sentimentalismo: mi ha fatto tornare in mente il tempo della bolognina, quando c'ero anch'io. In forma sbiadita e con qualche cambio di simbolo, sembrava la replica di quel film. Da un lato Antonio Bassolino e Michele Salvati favorevoli all'innovazione, dall'altra Fabio Mussi, spalleggiato da Fabrizio Rondolino, contrario e sospettato di voler attuare una scissione, come all'epoca Cossutta. Inciso: Michele Salvati fu l'intellettuale (è un economista) che nel 1989, scrisse un manifesto su Rinascita per il cambio del nome del partito comunista italiano, proponendo di sostituirlo con «partito democratico della sinistra». Al momento il gruppo dirigente del partito pareva contrario, gli rispose infatti uno dei leader (non ricordo chi) per spiegare garbatamente il rifiuto della proposta, ma pochi mesi dopo crollò il muro e Occhetto fece immediatamente sua l'idea.

Subito non mi piacque per niente. Gradualmente cambiai idea, fin quasi ad entusiasmarmi (entro certi limiti) e a schierarmi con la mozione di maggioranza al primo dei due congressi. Si diceva: un partito libero dall'involucro ideologico del comunismo, con un programma riformatore più coraggioso, proprio perchè libero da quell'involucro, e finalmente aperto a tutti coloro che pur pensandola come noi, se ne restavano altrove perchè incompatibili con la falce e il martello. Detta così sembrava una buona cosa, almeno si faceva un tentativo per «cambiare». In fondo, il partito visto dall'interno delle sue sezioni, dei suoi apparati, della sua pratica amministrativa negli enti locali, era ben poco attraente.

Però, in estate il Pci decise l'astensione sull'embargo contro l'Iraq (che aveva invaso il Kuwait). Era come astenersi sulla guerra, perchè era questo ciò che prefigurava l'embargo. A margine, un singolare editoriale di Renzo Foa, il direttore dell'Unità (oggi articolista del Giornale), che quasi si felicitava per l'esito delle elezioni in Nicaragua, nelle quali fu sconfitto il Fronte sandinista. Intanto, al processo costituente del nuovo partito non aderiva nessuno. Fu quell'astensione (da cui si dissociò Ingrao, rompendo la disciplina di partito) a farmi di nuovo e definitivamente cambiare idea. Mi convinsi che era solo una svolta a destra e tanto valeva andarsene. Un solo dubbio rimaneva: quella di Occhetto era proprio una svolta o solo una operazione verità? In fondo, quel partito non era già da molti anni un'altra cosa?

Oggi, farei a Mussi la stessa domanda. Un bel proposito voler salvaguardare il nome, il simbolo, l'identità, la cultura del socialismo, ma queste cose bellissime cosa c'entrano ormai con i Ds? I democratici di sinistra in Italia non sono ormai l'equivalente dei democratici americani? Un normale e generico partito liberal progressista a cui potrebbe aderire persino Montezemolo? Come la Margherita, con qualche venatura cattolica in meno. Bassolino in trasmissione diceva, come diciassette anni prima, che il nuovo partito, libero dalla sua vecchia storia, potrà finalmente attrarre nuove adesioni, oggi culturalmente avverse, e con ancor più coraggio radicarsi nel territorio e lottare per un programma riformatore. La parola «riforme» ogni tanto svolazzava qua e là, come generica promesse (o minaccia?).

So che sarà diverso da così, perchè l'ho già visto, ma stavolta sto con i «nuovisti», da osservatore esterno, molto esterno, senza speranze e senza aspettative, con lo spirito di chi approva una misura di razionalizzazione, di ordine. Se valori e programmi non giustificano una distinzione organizzativa, è meglio, è giusto che Ds e Margherita si uniscano, e con loro tutti i frammenti simili. Un brutto partito unito è meglio di due brutti partiti separati. O comunque è più ordinato e potrebbe indurre la sinistra interna e l'arcipelago della sinistra radicale a fare altrettanto. Sarebbe una buona cosa, o almeno un fatto ordinato.

Dice Mussi: al tempo della Bolognina, Bassolino, io e gli altri eravamo determinati, lottavamo, trainavamo decisi verso la svolta. Oggi invece c'è molta incertezza, anche tra i favorevoli. E' vero, credo per due motivi: il primo è che allora stava crollando il muro di Berlino e molti pensavano di dover cogliere l'attimo. Il secondo è che si trattava della trasformazione di un solo partito a conclusione della quale si sapeva benissimo chi sarebbe stato il capo (anche se incredibilmente Occhetto andò sotto alla prima votazione del segretario subito dopo il congresso costitutivo del Pds, per poi recuperare alla seconda). Oggi non è in atto alcun grande evento storico e i partiti coinvolti sono almeno due: Ds e Margherita, con vari leader. Chi sarà il capo? Nell'incertezza, i potenziali «vice» specie nei Ds non possono che esitare. D'altra è nella logica di tutta l'operazione ritenere che se il capo fosse un ex Pci, il traguardo coinciderebbe con il punto di partenza. O no?

mercoledì 6 dicembre 2006

Il centro, l'Italia di ieri e di oggi

La «medietà dell'italiano» deriva dal fatto che in Italia esiste un ceto medio più ampio e frammentato di altri paesi: commercianti, artigiani, una miriade di piccoli imprenditori.

Altrove è esistito a lungo un dualismo tra un partito conservatore ed un partito socialdemocratico, anche come proiezione in politica di un dualismo sociale imperniato attorno ad una borghesia ed una classe operaia, entrambe forti. In Italia, si era determinata una situazione simile negli anni '70, all'apice del nostro ciclo di industrializzazione, con due partiti, la Dc e il Pci, che rappresentavano da soli oltre il 70% dell'elettorato. Poi, la deindustralizzazione e il conseguente indebolimento della classe operaia ha portato ad una frantumazione della sinistra, ad uno slittamento del Pci su posizioni liberali e moderate e contestualmente ad una disarticolazione del blocco sociale avversario, il quale venendo meno un'alternativa socialista (anche per via del crollo dell'Urss), non aveva più ragione di rimanere unito e compatto. La disgregazione del quadro politico si è completata con l'adesione dell'Italia al trattato di Maastricht, il quale rendeva insostenibile, per la classe dirigente, il mantenimento dei costi della politica, una disgregazione accellerata drasticamente dall'inchiesta di Mani Pulite.

Quell'Italia li, con quei partiti di massa, quel sistema politico, non tornerà più, perchè non esistono più le condizioni sociali, economiche, internazionali, che le permettevano di esistere. Non è possibile ripristinarla con espedienti di ingegneria istituzionale o elettorale. Da un punto di vista democratico e di sinistra, mi riesce difficile considerare l'Italia di Berlusconi, Bossi e Fini, migliore dell'Italia di De Gasperi, Fanfani e Moro. Secondo me, era meglio, più democratica, l'Italia di ieri. Ma si tratta di un confronto astratto, poichè il presente è anche il prodotto della degenerazione di quel passato, che ha avuto il suo stadio terminale nel pentapartito e nel caf degli anni '80. Stadio entro cui si è formato il berlusconismo, come impero mediatico e come futuro progetto politico.

Il nuovo sistema bipolare ha radicalizzato la destra (non tanto An o l'Udc), quanto la rappresentanza moderata, prima esercitata da Dc e Psi, ed ora da Forza Italia e Lega Nord, poichè il suo referente sociale, il ceto medio e la piccola imprenditoria nordista non vogliono più partecipare ai costi della solidarietà sociale dettati dal vincolo nazionale. Nel contempo ha moderato la sinistra che si è messa ad inseguire questa deriva (a parte Rifondazione che ha mantenuto l'identità di partito del lavoro). Non abbiamo mai sentito parlare tanto di centro da quando esiste il bipolarismo, poichè la dottrina prevalente insegna che per vincere bisogna conquistare il centro. E molta parte della classe politica ha pensato di occupare una posizione mediana, trasformista e oscillante tra i due poli. Possiamo citare molti transfughi illustri degli anni '90, passati da una parte all'altra: Buttiglione, Bossi, Dini, Tremonti, Adornato, Mastella. Nella legislatura 1996-2001, un terzo dei parlamentari ha cambiato collocazione. Tuttora, vi sono manovre di singoli e gruppi: De Gregorio, Pallaro, Udc, Udeur. Inevitabilmente, la fine di Berlusconi porterà una parte dei moderati antiberlusconiani a ripensare la propria collocazione a sinistra. Ad esempio Di Pietro.

Questo pantano centrista non darà vita ad un nuovo grande partito di centro (almeno non nella fase di oggi), ma a tanti aghi della bilancia, che danno luogo a tante contrattazioni notabilari. Ciò è possibile, anche per il fatto che i rapporti di forza tra i due poli, alle ultime elezioni, sono risultati pressoché equivalenti ed anche al fatto che i programmi di fondo sono simili, per cui stare con uno, stare con l'altro è quasi indifferente. E' più facile cambiare casacca, quando le due casacche si assomigliano.

In questo quadro, cos'è il bipolarismo? E' il sistema che ci salva dal centrismo o è la forma dialettica di una grande melassa centrista? In Germania c'è il proporzionale, c'è un partito intermedio liberale che fa da ago della bilancia tra due grandi partiti. Esistono anche due notevoli formazioni alla sinistra della Spd, i verdi e la Pds. Il governo è una grande coalizione democristiana e socialdemocratica. Eppure, quel paese sembra molto meno centrista dell'Italia bipolare. Da notare che tutta la grande stampa chiede oggi al governo di spostarsi al centro, di attuare il programma «riformista», isolando la sinistra radicale. Questo, in risposta alla manifestazione di Roma.