sabato 16 dicembre 2006

Il governo Prodi perde consensi

Il governo subisce la protesta della piazza, viene fischiato a Mirafiori e al Motorshow, perde consensi nei sondaggi. Da cosa dipende?

1) C'è, dal periodo successivo al Dpef, una campagna di stampa molto critica, che rappresenta l'orientamento dei grandi gruppi economici e finanziari, insoddisfatti per una politica, secondo loro, troppo condizionata o «frenata» dai sindacati e dalla sinistra radicale.

2) Padoa Schioppa ha scelto di piegarsi alla richiesta della Commissione europea di riportare il deficit pubblico entro il limite del 3% in un solo anno, anziché spalmare il rientro su un tempo più lungo, almeno due anni, soluzione già praticata da Francia e Germania, però malvista per il nostro paese causa eccessivo debito pubblico. Questa scelta ha comportato un parziale inasprimento della pressione fiscale e un maggior controllo su categorie tradizionalmente abituate ad evadere, eludere e ad attendere i condoni. La necessità di reperire risorse è stata ulteriormente appesantita dalla volontà di iniziare ad investire risorse per lo sviluppo, tra queste la scelta, difficile valutare quanto efficace e davvero prioritaria, di abbassare il cuneo fiscale.

3) Tra esenzioni e rimodulazione dell'Irpef l'effetto redistributivo è stato abbastanza scarso e non ha compensato la perdita di potere d'acquisto accumulata negli scorsi anni dal lavoro dipendente, nè ha significato una vera svolta in questa direzione, e così i sindacati si sono presi i fischi alla Fiat.

Il tutto senza un obiettivo chiaro e condiviso paragonabile all'ingresso nell'Euro nel 1998.

Chi guida il governo mostra una preoccupazione contenuta: «nell'immediato le scelte di rigore sono impopolari, ma i risultati arriveranno, abbiamo fatto soprattutto errori di comunicazione, dovremmo dividerci meno sui giornali.

Gli alleati cosiddetti «riformisti» sono i più inquieti, forse anche perchè i più penalizzati dai sondaggi e tendono a scalpitare, evocando cambi di rotta, cambi di passo, fase 2, accelerazioni, etc. Si riferiscono alle «riforme», quelle (anche qui 'cosiddette') «riforme strutturali» che dovrebbero alleggerire lo stato sociale, prima di tutto il sistema previdenziale, allungando l'età pensionabile, per favorire così il risanamento e lo sviluppo, anche se il rapporto tra i due termini è tutto da dimostrare.

La sinistra radicale, per ora è relativamente tranquilla, nei sondaggi va bene, e nella finanziaria non ha dovuto ingoiare rospi eccessivamente indigesti: ha fatto finora una figura discreta. Ma è la parte della maggioranza destinata ad entrare in rotta di collisione con i propositi «riformisti» di Ds, Margherita, Confindustria. Tutte le sollecitazioni che giungono a Prodi, di fare e di essere il leader, di accelerare il passo, gli chiedono in fondo di guidare questa rotta, e di mediare meno, forse nulla con la sua ala sinistra. Se dovesse prevalere questa linea è difficile valutare come il centrosinistra potrebbe riuscire a rimanere tutto insieme.

C'è una terza via? Quella che oggi constata l'impopolarità diffusa e punta domani su un recupero di consenso diffuso? Insomma, Mirafiori e le tante piazze «milionarie» stanno insieme nel dissenso e nel consenso, oppure ad un certo punto bisognerà scegliere chi rappresentare contro chi?

Sugli altri temi, dalla laicità dello stato alla politica internazionale, la cifra del governo pare la stessa: un colpo al cerchio una alla botte. Con molte critiche sulle questioni etiche (dai pacs all'eutanasia, alle adozioni gay), e qualche applauso in politica estera: il cerchiobottista ad ispirare più fiducia finora è stato Massimo D'Alema.

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