giovedì 7 dicembre 2006

Il Partito democratico, i Ds, il Pci

Ho assistito all'Infedele, la trasmissione di Gad Lerner, dedicata questa sera ai travagli interni ai Ds per l'incerta costituzione del partito democratico. Il dibattito era un po' noioso, però l'ho seguito lo stesso, per sentimentalismo: mi ha fatto tornare in mente il tempo della bolognina, quando c'ero anch'io. In forma sbiadita e con qualche cambio di simbolo, sembrava la replica di quel film. Da un lato Antonio Bassolino e Michele Salvati favorevoli all'innovazione, dall'altra Fabio Mussi, spalleggiato da Fabrizio Rondolino, contrario e sospettato di voler attuare una scissione, come all'epoca Cossutta. Inciso: Michele Salvati fu l'intellettuale (è un economista) che nel 1989, scrisse un manifesto su Rinascita per il cambio del nome del partito comunista italiano, proponendo di sostituirlo con «partito democratico della sinistra». Al momento il gruppo dirigente del partito pareva contrario, gli rispose infatti uno dei leader (non ricordo chi) per spiegare garbatamente il rifiuto della proposta, ma pochi mesi dopo crollò il muro e Occhetto fece immediatamente sua l'idea.

Subito non mi piacque per niente. Gradualmente cambiai idea, fin quasi ad entusiasmarmi (entro certi limiti) e a schierarmi con la mozione di maggioranza al primo dei due congressi. Si diceva: un partito libero dall'involucro ideologico del comunismo, con un programma riformatore più coraggioso, proprio perchè libero da quell'involucro, e finalmente aperto a tutti coloro che pur pensandola come noi, se ne restavano altrove perchè incompatibili con la falce e il martello. Detta così sembrava una buona cosa, almeno si faceva un tentativo per «cambiare». In fondo, il partito visto dall'interno delle sue sezioni, dei suoi apparati, della sua pratica amministrativa negli enti locali, era ben poco attraente.

Però, in estate il Pci decise l'astensione sull'embargo contro l'Iraq (che aveva invaso il Kuwait). Era come astenersi sulla guerra, perchè era questo ciò che prefigurava l'embargo. A margine, un singolare editoriale di Renzo Foa, il direttore dell'Unità (oggi articolista del Giornale), che quasi si felicitava per l'esito delle elezioni in Nicaragua, nelle quali fu sconfitto il Fronte sandinista. Intanto, al processo costituente del nuovo partito non aderiva nessuno. Fu quell'astensione (da cui si dissociò Ingrao, rompendo la disciplina di partito) a farmi di nuovo e definitivamente cambiare idea. Mi convinsi che era solo una svolta a destra e tanto valeva andarsene. Un solo dubbio rimaneva: quella di Occhetto era proprio una svolta o solo una operazione verità? In fondo, quel partito non era già da molti anni un'altra cosa?

Oggi, farei a Mussi la stessa domanda. Un bel proposito voler salvaguardare il nome, il simbolo, l'identità, la cultura del socialismo, ma queste cose bellissime cosa c'entrano ormai con i Ds? I democratici di sinistra in Italia non sono ormai l'equivalente dei democratici americani? Un normale e generico partito liberal progressista a cui potrebbe aderire persino Montezemolo? Come la Margherita, con qualche venatura cattolica in meno. Bassolino in trasmissione diceva, come diciassette anni prima, che il nuovo partito, libero dalla sua vecchia storia, potrà finalmente attrarre nuove adesioni, oggi culturalmente avverse, e con ancor più coraggio radicarsi nel territorio e lottare per un programma riformatore. La parola «riforme» ogni tanto svolazzava qua e là, come generica promesse (o minaccia?).

So che sarà diverso da così, perchè l'ho già visto, ma stavolta sto con i «nuovisti», da osservatore esterno, molto esterno, senza speranze e senza aspettative, con lo spirito di chi approva una misura di razionalizzazione, di ordine. Se valori e programmi non giustificano una distinzione organizzativa, è meglio, è giusto che Ds e Margherita si uniscano, e con loro tutti i frammenti simili. Un brutto partito unito è meglio di due brutti partiti separati. O comunque è più ordinato e potrebbe indurre la sinistra interna e l'arcipelago della sinistra radicale a fare altrettanto. Sarebbe una buona cosa, o almeno un fatto ordinato.

Dice Mussi: al tempo della Bolognina, Bassolino, io e gli altri eravamo determinati, lottavamo, trainavamo decisi verso la svolta. Oggi invece c'è molta incertezza, anche tra i favorevoli. E' vero, credo per due motivi: il primo è che allora stava crollando il muro di Berlino e molti pensavano di dover cogliere l'attimo. Il secondo è che si trattava della trasformazione di un solo partito a conclusione della quale si sapeva benissimo chi sarebbe stato il capo (anche se incredibilmente Occhetto andò sotto alla prima votazione del segretario subito dopo il congresso costitutivo del Pds, per poi recuperare alla seconda). Oggi non è in atto alcun grande evento storico e i partiti coinvolti sono almeno due: Ds e Margherita, con vari leader. Chi sarà il capo? Nell'incertezza, i potenziali «vice» specie nei Ds non possono che esitare. D'altra è nella logica di tutta l'operazione ritenere che se il capo fosse un ex Pci, il traguardo coinciderebbe con il punto di partenza. O no?

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