martedì 12 dicembre 2006

Pinochet

Su Repubblica di oggi (ormai ieri) la vignetta di Elle Kappa dice: «quando muore qualcuno, chiunque sia stato, dispiace sempre. Poi c'è Pinochet che conferma la regola». Pura constatazione. Quando ho saputo della sua morte, ci sono rimasto un po' male solo pensando che quel personaggio avrebbe meritato una fine più sofferta, almeno una sentenza di condanna definitiva dei suoi tanti processi in corso e l'onta della galera. Consola il fatto che la sua immagine sia ormai solo più oggetto di disprezzo, quasi unanime. Quasi.

Sono stati tanti i dittatori e ce ne sono ancora molti, ma questo ha avuto qualcosa di diverso dagli altri, più che nell'essere malvagio nell'essere disprezzabile. Forse perchè ha schiacciato una giovane democrazia latinoamericana, nel paese il cui sistema politico era il più simile a quelli europei, e a quello italiano in particolare: c'era la democrazia cristiana, il partito comunista, il partito socialista. Era in una fase in cui il mondo sembrava dirigersi verso il socialismo, senza la violenza e proprio con la vittoria di Unidad Popular questo senso di marcia sembrava prossimo al traguardo. Forse perchè è stato, oltre che un golpista e un dittatore, anche e prima di tutto un traditore (fu scelto da Allende a capo dell'esercito). Forse perchè ha commesso violenze inutili, quando il suo regime era già saldo, facendo sparire almeno tre mila persone (molte gettate dagli aerei) e torturandone decine di migliaia, si dice 28 mila. Forse, perchè le nostre destre fasciste lo hanno assunto a campione della guerra fredda contro il comunismo. Il suo colpo di stato fu voluto dall'America di Nixon e Kissinger. E in Italia convinse Enrico Berlinguer che la sinistra non poteva governare con il 51%. Forse per tutti questi motivi insieme, almeno due generazioni sono cresciute nel rigetto del dittatore cileno. Ricordo i cortei, ricordo i canti degli Inti Illimani. Quelli che son riusciti a fuggire e quelli che sono stati presi subito. Ricordo Victor Jara.

Nell'89, con la guerra fredda è uscita di scena anche la sua dittatura, perdendo un referendum. Dopo di chè si fece pure strada qualche tentativo di rivalutazione e di «contestualizzazione» della sua impresa. Purtroppo, tra i «contestualizzatori» figura anche uno studioso serio come Sergio Romano. Si concede che Pinochet sia stato un «figlio di puttana» (il «nostro», avrebbe detto Roosevelt, e di seguito i suoi successori), ma c'era appunto il comunismo, c'erano molti movimenti rivoluzionari in tutto il continente sud-americano, c'era stato il Che in Boliva, e poi Allende, brava persona si, ma debole e un po' utopista, governò male, provocò la paralisi del paese, lo sciopero dei camionisti, era alleato dei «massimalisti», anzi «ostaggio», insomma, in quella situazione un golpe non ci stava poi così male. Molte delle porcherie golpiste potevano essere evitate (e chi le perdona queste sbavature?) ma il dittatore in politica economica fu «progressista» seguì i consigli dei Chicago Boys di Milton Friedman. In poche parole, il Cile di Pinochet fu il laboratorio politico del neoliberismo, un precursore di Reagan e Thatcher (la quale ha espresso cordoglio e dolore, anche in ricordo dell'aiuto ricevuto nella guerra delle Falkland). Ma quale tra le due parti fa onore all'altra?

A sostegno di queste rivalutazioni si citano i successi economici del Cile e, neanche a dirlo, li si mette a confronto con i «fallimenti» di Cuba. Tanto per essere equanimi e bipartisan, si evoca il paragone con Fidel Castro. Ipocrisie: i fautori del paragone prediligono certamente Pinochet. Riguardo ai successi, sorvolando sulla loro ineguale redistribuzione, possono essere vantati solo nel periodo successivo. Durante la dittatura il Cile ebbe come picco di crescita uno striminzito 1,7% (Cuba ha più volte superato il 6%). Fidel ha guidato una insurrezione contro una dittatura, non ha abolito una democrazia, e per quanto autoritario poi sia stato, non ha fatto sparire nessuno: sui due regimi si mettano a confronto i relativi rapporti di Amnesty.

Ma torniamo ad oggi. Tra tanta giustizia mancata, una bella rivincita la si è comunque avuta. Prima di morire, il vecchio traditore, golpista, dittatore, torturatore, precursore neoliberista, oltre che cattolico bigotto, ha fatto in tempo a vedere una delle sue vittime, una giovane ragazza sequestrata, torturata e violentata dai suoi sgherri, diventare oggi presidente della repubblica del Cile: la socialista Michelle Bachelet.

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