sabato 30 dicembre 2006

Saddam impiccato

L'impiccagione di Saddam Hussein è l'ennesimo errore di una guerra sbagliata, quella irachena, promossa e giustificata sulla base di bugie - prima le introvabili armi di distruzioni di massa, poi le indimostrabili e improbabili relazioni tra il regime baathista e Al Quaeda - dichiarata conclusa («missione compiuta») con la conquista di Baghdad dopo tre settimane, ma proseguita per oltre tre anni, al prezzo di tremila morti tra i soldati americani, contro la resistenza sunnita, componenti del radicalismo sciita, e il terrorismo jahdista, «finalmente» infiltratosi nella terra dei due fiumi. Un errore dopo l'altro, la guerra stessa, lo scioglimento del Baath, del suo esercito, del suo apparato amministrativo, la difesa dei rifornimenti di petrolio a fronte dell'insicurezza diffusa in tutto il paese, la svendita dell'industria pubblica, i check point assassini, le torture di Abu Ghraib, un processo farsa contro l'ex dittatore ed ora la sua esecuzione, in un crescendo di caos e di violenza endemica, senza neppure esser riusciti a perseguire significativi vantaggi dalla rapina della risorsa più preziosa dell'Iraq, il petrolio, il cui prezzo in tre anni è schizzato dai 20 ai 70 dollari al barile, a causa del sempre più galoppante sviluppo indiano e cinese.

Qualcuno, per esempio Magdi Allam sul Corriere della Sera, ha lanciato strali contro l'opposizione alla condanna a morte del rais, tacciandola di ipocrisia a fronte di altre morti, altre esecuzioni sui cui invece calerebbe il silenzio, come se si trattasse solo di una questione etica o umanitaria. Va da sè, la contrarietà per principio alla pena capitale, l'idea che il valore della vita sia sacro, vale per tutti, anche per Saddam, e francamente non mi pare che in sua difesa si sia speso un impegno particolare. Dice Pannella: «non si è mosso un dito». Certo vi è stata nel caso di Saddam una attenzione mediatica eccezionale e non poteva essere diverso: è tipico dell'America personalizzare le sue guerre e fare del leader nemico una star internazionale, un pericolo mondiale, il nuovo Hitler, etc. Sarebbe ora curioso se nei confronti di un «mostro sensazionale» si dedicasse la medesima attenzione che si dedica ad un «povero disgraziato» qualunque o ancor meno ad uno dei tanti mediocri dittatori che popolano la terra, magari con il sostegno degli Stati Uniti, così com'era il Saddam degli anni ottanta.

Oltre alla questione etica e umanitaria, almeno tre questioni sono da valutare, sulle quali invece gli intransigenti castigatori sorvolano.
La prima. Se Saddam viene ucciso con tanta fretta e quasi di nascosto, da uomini rappresentanti il nuovo ordine iracheno con un cappuccio in testa, nonostante la sua morte non cambi nulla nel disastrato teatro di quel paese (se non in peggio), ciò vuol dire che il nuovo ordine, sorretto da un regime di occupazione, è molto debole ed ha bisogno del surrogato simbolico di prove di forza, ma in tal modo, se possibile, si deprime ancora di più la legittimità morale del nostro mondo di fronte al loro: ci voleva la «superiorità occidentale» per portare in Iraq la legge del taglione?
La seconda. Il mediocre e ripugnante dittatore, il bandito scovato in una tana, ora è un martire per i sunniti ed una eroica vittima per gran parte del mondo arabo, che si concede persino di chiudere in bellezza dichiarando di non odiare Bush e Blair, ma la loro politica. Più sobrio Saddam di fronte al patibolo che Bush in conferenza stampa. Per molti di noi, a vederlo in video e nelle foto negli ultimi istanti di vita è un uomo che ci fa provare pena e a cui riconosciamo dignità.
La terza. Il raiss è stato condannato per un massacro di 148 persone nel villaggio sciita di Jubail nel 1983, dopo aver subito un attentato. E' stato un delitto, un crimine, ma non il peggiore che ha commesso: si pensi al massacro dei membri della tribù curda Barzani, alleata dell'Iran, circa 8 mila uomini del clan uccisi (1983); all'utilizzo di armi chimiche nel villaggio curdo di Halabja, in una sola giornata uccise circa 5 mila persone tra cui donne e bambini (1988); all'invasione del Kuwait, i soldati iracheni compiono esecuzioni sommarie, saccheggi e violenze sui civili (1990); alla repressione della rivolta curda e sciita scoppiata dopo la guerra del golfo, i morti furono migliaia. E prima ancora di salire al vertice dello stato, Saddam, alla guida dei baahtisti anticomunisti scatenò forse la peggiore mattanza del Medio Oriente (così gli storici Peter e Marion Stuglett): dall'8 al 10 febbraio 1963 vennero giustiziati fino a 10 mila civili in larga parte comunisti. La sua morte impedisce di svolgere processi ancora più importanti e di conoscere e di far conoscere la verità sulla storia del suo regime e delle sue complicità internazionali.

Il premier iracheno Maliki ha respinto le critiche internazionali, tra cui quelle italiane ricordando a noi l'esecuzione di Mussolini. In verità, la fine di Saddam ricorda di più quella di Ceausescu, ma anche accettando il paragone di Maliki bisogna considerare che Mussolini fu ucciso da partigiani nei giorni confusi e concitati della Liberazione e fu apertamente un atto di guerra, che si riteneva decisivo per dare un colpo mortale al fascismo, mentre gli alleati erano contrari alla sua esecuzione. Fosse caduto in mani inglesi o americane, il duce si sarebbe probabilmente salvato. La morte di Saddam invece è stata voluta proprio dagli aggressori dell'Iraq, la sua sentenza di morte è stata anticipata personalmente da Bush il giorno stesso della cattura del rais, nel dicembre 2003. La pena capitale per l'ex dittatore iracheno sarebbe stata forse plausibile solo come compimento di un processo rivoluzionario realmente interno all'Iraq e come decisione di una magistratura irachena autonoma, in un quadro istituzionale indipendente e sovrano. Anche la volontà del governo sciita certo ha influito, direi, irresponsabilmente, solo nel senso della vendetta personale e tribale, come si può dedurre dal fatto che si è scelto di eseguire l'impiccagione proprio il primo giorno della festa sunnita del sacrificio di Abramo, l'Aid el Kebir, in spregio ad una prospettiva di riconciliazione nazionale.

Nessun commento:

Posta un commento