sabato 22 novembre 2008

Xenofobia di stato

Corteo a Roma contro il razzismo

Le leggi sull'immigrazione e le relative procedure hanno la funzione di governare il fenomeno, non di infliggere vessazioni inutili, per capitalizzare la xenofobia in consenso elettorale e per mantenere gli immigrati in una condizione di clandestinità al fine di sfruttarli meglio, come avviene nelle norme in discussione in parlamento nell'ambito del disegno di legge sulla sicurezza, con l'intento ufficiale di arginare i flussi.

L'idea secondo cui accogliamo più immigrati di quelli che possiamo ospitare e questa sproporzione sarebbe all'origine del razzismo e della xenofobia, è fuorviante. Lo sviluppo economico determina quali sono i paesi di emigrazione e i paesi di immigrazione. Non succede per equivoco. Nel momento in cui lo sviluppo economico di un paese non è più in grado di assorbire manodopera immigrata, cessa di essere una meta di attrazione. Chi di noi vorrebbe migrare in un posto dove non troverebbe lavoro, casa, assistenza? Gli uomini si sono sempre spostati o per sfuggire ad una cattiva sorte o perchè attratti da una sorta migliore. Le migrazioni sono la conseguenza di guerre, dittature, carestie, povertà. In un mondo diseguale è naturale che uomini e donne dei paesi più poveri cerchino di migrare nei paesi più ricchi. La migrazione è un correttivo della diseguaglianza. E non va sempre male per chi deve accogliere, anzi spesso va bene, perchè i migranti nei paesi ricchi, con il loro lavoro, concorrono alla produzione di ulteriore ricchezza. Succede anche nelle migrazioni interne: il miracolo economico italiano negli anni '60 è stato possibile con le migrazioni dal sud al nord. Ogni grande migrazione porta con sè paure, incomprensioni, conflitti, e razzismi, perchè una parte della società accogliente è chiusa. E nel conflitto ci si schiera.

L'antisemitismo, l'omofobia, la misoginia dipendono dal fatto che gli ebrei, gli omosessuali, le donne non trovano lavoro e si mettono a delinquere? Sappiamo bene che il razzismo è un pregiudizio, una forma di ostilità irrazionale che prescinde dal contesto. Corrisponde al bisogno di prendere a calci qualcuno quando ci si sente complessivamente insicuri, quando si ha paura di qualcosa che sfugge. Per gli xenofobi, qualunque cosa facciano, gli immigratii sbagliano. Se non hanno casa, lavoro, se non vanno a scuola, determinano degrado ed emarginazione e questo non va bene. Se invece hanno casa, lavoro, vanno a scuola, e magari si curano nei nostri ospedali e ambulatori, anche questo non va bene, perchè sottraggono risorse a noi (poco importa se ne producono molte di più). Mai sentito degli immigrati che ci portano via il lavoro?

In Italia non esiste il problema di far entrare più gente di quanta riusciamo ad accoglierne: continuamo ad essere, tra i grandi paesi europei, quello con il minor numero di immigrati, sia regolari, sia clandestini, in rapporto alla popolazione autoctona. I nostri "clandestini" non sono solo poveracci che non trovano lavoro e tentano di sopravvivere con attività illegali. I nostri clandestini sono lavoratori che chiedono di essere regolarizzati ed hanno datori di lavoro che vogliono regolarizzarli. Ma il governo non li regolarizza, perchè vuol far valere il primato della sua legge che prevede norme capestro per la regolarizzazione, e un decreto che stabilisce flussi di ingresso ridicoli in rapporto alla domanda di lavoro. Non lo dice la Caritas, il manifesto, o Rifondazione comunista. Lo dice la Confindustria. Facciamo entrare in Italia 65 mila immigrati l'anno (secondo il decreto flussi) a fronte di una richiesta di 200-300 mila lavoratori. Quindi programmiamo centinaia di migliaia di clandestini e siamo arrivati ad averne oltre 650 mila. Occupati, ma irregolari. Su questi, oggi il governo, secondo le proposte della Lega, si appresta a decidere ulteriori vessazioni, prima fra tutte l'impossibilità di trasferire parte dei propri risparmi alle famiglie.

Ma poniamo il caso anche di immigrati che il lavoro non ce l'hanno, poichè può succedere anche a loro di perderlo. La maggior parte arriva in Italia con un permesso di lavoro regolare, ma poi gli succede di venire licenziata. Può, come tutti noi cercarsi un altro lavoro? No, secondo la legge deve subito tornarsene nel proprio paese e solo da lì può sperare di trovare un'altra occupazione. Dunque spendendo soldi per il viaggio, perdendo molto tempo, e precludendosi molte possibilità di nuove assunzioni. Data l'assurdità della legge, questa non viene rispettata. Ora, secondo le nuove proposte, se l'immigrato si ammala e tenta di curarsi, il medico sarebbe obbligato a denunciare il suo stato di irregolarità. Cosa farà secondo te l'immigrato per sottrarsi a questo rischio? Eviterà di curarsi. Poi, sempre i signori che fanno queste proposte, lanciano l'allarme (ormai da 15 anni) che associa gli immigrati al diffondersi di nuove e vecchie malattie. Questa è la razionalità della nostra politica sull'immigrazione. Ecco i nostri clandestini (grazie alla Bossi-Fini).

Il blocco per due anni, serve per produrre nuovi clandestini. A stracciare le condizioni di lavoro non sono gli immigrati in quanto tali, ma il lavoro in nero. La Cgil di Treviso è stata sconfessata dalla Cgil regionale del Veneto e anche dalla direzione nazionale. La Cgil chiede la regolarizzazione di chi ha già un lavoro. La stessa Confindustria, dichiara che: "Sì, la domanda di manodopera straniera è calata, ma il problema non è il blocco dei flussi, bensì la riforma del meccanismo degli ingressi, troppo macchinoso".

Ad attrarre immigrazione è l'offerta di lavoro, non l'offerta di permessi di soggiorno. Per l'immigrato è già una conquista migliorare la propria condizione rispetto alla situazione da cui proviene. Negli altri paesi europei, per regolarizzarsi è sufficiente avere un lavoro. E non per questo arrivano un milione di nuovi immigrati al mese. La Bossi-Fini esiste solo in Italia. Con i risultati che abbiamo visto. La perdita del potere d'acquisto è data proprio dal lavoro nero, dalle centinaia di migliaia di immigrati, che il governo rifiuta di regolarizzare. E magari lo rifiuta proprio per questo. Alla fine, razzismo e xenofobia servono, non per bloccare e respingere immigrati, ma per tenerli in una condizione di clandestinità, al fine di sfruttarli meglio, sottopagarli, e mediante questa concorrenza sleale, deprimere anche le condizioni del lavoro regolare.

giovedì 20 novembre 2008

Permettere di andare via

Ritorno sul caso di Eluana Englaro e sulle accuse mosse dalla Santa Sede a suo padre, Peppino Englaro, e dai tanti, cattolici o atei devoti, che assumono il medesimo atteggiamento di invadenza intollerante delle gerarchie ecclesiastiche. Molte obiezioni, così come l'assillo di dare un nome comune a situazioni che comuni non sono, rispondono ad una esigenza di autorassicurazione e vogliono esorcizzare la complessità. Per semplificare all'estremo, potrebbero tutte riassumersi così: è bianco o è nero? La vita artificiale, lo stato vegetativo permanente, sono vita o morte? Sono vita artificiale e stato vegetativo, per come li intendiamo noi partecipano sia del concetto di vita, sia del concetto di morte. La definizione di uno stato complesso, sarà una definizione complessa. Perchè deve essere costretta nelle semplificazioni di una logica binaria?

Non è una questione nominalistica o filologica. Il dissenso è proprio sulla cosa, sul modo di rappresentarla, di conseguenza si sceglie il nome per definirla: c'è differenza tra uccidere e permettere di andare via. Qui l'alterazione (l'intervento esterno) non sta nel togliere la vita, ma nel continuare a darla in una condizione artificiale. Non stiamo parlando di cure mediche finalizzate ad un risultato di guarigione sulla base di ragionevoli speranze più o meno tenui, ma di accanimento terapeutico, cioè di cure su persone che hanno raggiunto una condizione irreversibile di morte cerebrale o di morte corticale, le quali vengono mantenute in vita in uno stato vegetativo mediante somministrazione di farmaci e alimenti artificiali. Non c'è una vita che viene difesa, c'è una vita che viene prolungata artificialmente. Il venir meno di questo artificio, può davveri essere ritenuto assassinio?

Eluana Englaro è ancora in vita (in uno stato vegetativo) grazie ad una tecnologia inventata alla fine degli anni '60 e migliorata negli anni successivi. E' lecito attendere un certo tempo. Per lo stato vegetativo permanente, ad esempio, il limite oltre il quale si ritiene di essere giunti ad uno stadio di accanimento terapeutico, in Inghilterra, se non sbaglio, è fissato ad un anno. L'invenzione di una nuova tecnologia non comporta l'obbligo di usarla sempre e comunque, ad oltranza. E' una questione di valutazione. Primo criterio di valutazione dovrebbe essere la volontà del paziente (e in sua vece, quella della sua famiglia). Possiamo ipotizzare che il progresso ulteriore della tecnologia medica determinerà ulteriori e più numerose situazioni nelle quali sarà possibile prolungare la vita artificialmente, in uno stato di incoscienza. Magari, sarà in futuro possibile applicare queste tecnologie agli anziani giunti in coma irreversibile all'estremo della vita e prolungare, in stato vegetativo, il loro deperimento fisico, per anni, per decenni, senza prospettiva di rianimazione. Oggi non possiamo immaginarlo, ma un domani potrebbe essere possibile. Se si sceglierà di rinunciare ad usare queste tecnologie, si dovrà parlare di omicidio, di sterminio di massa?

Un aspetto del dibattito riguarda cosa sia il rispetto della vita umana: consentirle di sopravvivere anche in uno stato vegetale o rifiutare quella condizione in quanto degradante della dignità della persona. L'altro aspetto riguarda la responsabilità della decisione: qualsiasi cura, la chemioterapia, il trapianto del midollo, etc. può essere attuata solo con il consenso del paziente. Il paziente ha il diritto di rifiutare le cure. I testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni. Una signora in Inghilterra ha rifiutato l'amputazione di una gamba in cancrena ed ha preferito morire. Riguardo il caso di Eluana, le sentenze che autorizzano l'interruzione dell'alimentazione artificiale si basano anche sulla ricostruzione della sua volontà, mediante la testimonianza dei familiari, poichè un anno prima dell'incidente, in quella condizione è venuto a trovarsi il suo ragazzo, a cui lei e il padre hanno assistito. A partire da quella tragedia, Eluana ha più volte dichiarato, nella sventurata ipotesi di trovarsi lei in quella condizione, di non voler accettare terapie ad oltranza, prive di efficacia.

La battaglia che viene condotta da Peppino Englaro, non ha il senso di stabilire se e quanto vale la vita di sua figlia, in quella condizione, ma di rispettarne la volontà. A me sembra disumano insultare, chiamare assassino un genitore che ha vissuto la tragedia della perdita della figlia, il dolore (credo il dolore più grande che si possa immaginare) della sua perdita e in più il dolore di doversi assumere la responsabilità di lottare per lunghi anni, al fine di riuscire a conquistare il rispetto della sua volontà. Non di nascosto (illegalmente), non in privato (a casa sua). Il rispetto pubblico della sua volontà, da parte delle istituzioni preposte. Questo insulto è stato proferito più volte dal Cardinale Barragan, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, in rappresentanza della stessa istituzione che si oppone alla ricerca sulle cellule staminali o più semplicemente alla diffusione del profilattico, ricerche, cure, precauzioni, che davvero potrebbero salvare moltissime vite umane, in condizione di piena coscienza.

Se toccasse a me la sorte di Eluana, dichiaro che vorrei rifiutare le cure. Non tanto per me, perchè in una condizione di totale incoscienza, vivere o morire è lo stesso, nella mia percezione non cambierebbe nulla. Però cambia per chi resta. E penso sia giusto che chi rimane possa elaborare il lutto e poi continuare a vivere, senza rimanere inchiodato ad un dolore permanente.

martedì 18 novembre 2008

Eluana Englaro, chi decide sulla propria vita?

Eluana Englaro"Chi dedice sulla propria vita?" è il titolo di una tavola rotonda, dedicata ad Eluana Englaro, il cui resoconto è stato pubblicato sull''ultimo numero di Micromega.

La vicenda di Eluana Englaro è più complessa della vicenda di Welby, perchè non esiste e non può più esistere una esplicita dichiarazione di volontà da parte di un corpo che sopravvvive artificialmente in stato vegetativo. Perciò, si parla di vuoto normativo e si propone una legge sul testamento biologico.

Il vuoto legislativo, per questo singolo caso, rifacendosi comunque all'articolo 32 della Costituzione*, è stato coperto dalla sentenza della Cassazione del 16 ottobre 2007, dalla sentenza della Corte civile d'Appello di Milano, del 25 giugno 2008, e dalla sentenza della Cassazione del 13 novembre 2008, la quale ha ritenuto di poter dedurre la volontà di Eluana, mediante la testimonianza del padre e di altre persone a lei care.

E' una soluzione soddisfacente? Io non lo so, non ho seguito e riflettuto abbastanza su questo caso, mi sto informando in questi giorni, seguendo le notizie sui giornali. Quello che mi sento di contestare, non è tanto il segno di un orientamento (più favorevole, più contrario), quanto la negazione della complessità del caso, di un atteggiamento analitico, riflessivo, e del rispetto per la tragedia che hanno vissuto e che vivono le persone più direttamente coinvolte, a partire dai genitori. Perciò, reputo inaccettabile la definizione di omicidio.

Non solo perchè viene proposta come oggettiva e invece non trova corrispondenza in nessun vocabolario, meno che mai nel codice penale (art. 575), per cui l'omicida è chiunque cagiona la morte di un uomo ed è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Attenzione. Non chiunque, causa, provoca, determina, etc. Chiunque cagiona. Accezione negativa di causare, ovvero causare dolore e danno, con colpa (azione contraria alla morale e alle leggi). Dal punto di vista del diritto penale, per omicidio s'intende la morte di una persona fisica causata da un'altra persona fisica con dolo, colpa o preterintenzione, senza il concorso di Scriminanti. L'assassino è una persona che commette un omicidio, ovvero uccide un'altra persona senza il concorso di cause di giustificazione.

Ma anche perchè nega la complessità. Delegittima moralmente qualsiasi orientamento diverso, pretende di semplificare, fino a banalizzare la tragedia. Inibisce la riflessione, l'analisi e la sostituisce con la propaganda ideologica. Una propaganda di tipo terroristico. E qui mi riferisco non tanto a chi sostiene questa posizione nei forum, in modo tanto perentorio quanto superficiale, ma alla posizione assunta dalla Santa Sede alla vigilia della sentenza: Eluana, il pg: "No a ricorso contro l'interruzione". La Santa Sede avverte: "Sarebbe omicidio".

Posizione, peraltro, che si baserebbe solo su un argomento non dimostrato: Sospendere idratazione e alimentazione in un paziente in stato vegetativo peggiora il suo stato, e la terribile morte per fame e per sete è una mostruosità disumana e un assassinio". Mentre invece si ammette la possibilità di sospendere la somministrazione dei farmaci. Soltanto la somministrazione di farmaci, secondo il Cardinale Barragan, sarebbero parte della terapia e potrebbero costituire accanimento terapeutico, per la Cassazione, tuttavia, l'alimentazione artificiale è comunque un presidio terapeutico.

Una volta emessa la sentenza, venuta meno l'esigenza immediata di esercitare una pressione, la Santa Sede, pur continuando a interferire, cambia definizione, e parla successivamente di eutanasia, anche se le associazioni collaterali, nel loro esercizio di lobbyng, insistono nell'adoperare un linguaggio da crociata ed espressioni come "condanna a morte".

E' il comportamento di chi, non vuole trovare una soluzione, vuole imporre come legge dello stato, la propria morale.

* Art. 32 Cost.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

sabato 15 novembre 2008

Blitz scuola Diaz: assolta la macelleria messicana

Lena Zuhlke, una dei 93 noglobal aggrediti nel sonno alla scuola Diaz


Assolta la macelleria messicana, espressione con cui Michelangelo Fourier all'epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, definì, nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, il violento blitz poliziesco alla scuola Diaz, a conclusione delle giornate di contestazione al G8 di Genova nel luglio 2001. Giornate nelle quali, si realizzò in Italia, la più grave violazione dei diritti umani avvenuta in Europa dal dopoguerra (Amnesty International): un ragazzo ucciso, manifestanti caricati in modo indiscriminato, reclusione e sevizie nella caserma di Bolzaneto, il massacro notturno alla Diaz e successiva fabbricazione di prove false per abbozzare una maldestra giustificazione (le foto dell'inchiesta della BBC). Nessuno di questi tragici eventi ha dato luogo a condanne di rilievo. Il processo per l'omicidio di Carlo Giuliani si è subito concluso con una archiviazione. La sentenza di Bolzaneto è stata quasi un colpo di spugna, anche per l'assenza del reato di tortura. Nella sentenza Diaz, si sono condannati i picchiatori, lasciando assolti i vertici della polizia.

Eppure, la trama delle giornate di Genova somiglia molto alla strategia che Francesco Cossiga ha di recente suggerito al Ministro degli Interni, Maroni, per fronteggiare l'onda anomala: "Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano". I black bloc erano famosi in tutta Europa, per la selettività classista delle loro azioni dimostrative, ma a Genova devastarono di tutto, e senza essere arginati dalle forze dell'ordine, se non quando si trovavano in prossimità dei cortei.

Di fronte all'indignazione, l'avvocato Pericu, sindaco di Genova all'epoca del G8, pur essendo insoddisfatto della sentenza, avverte che i giudici non possono condannare in assenza di prove documentali, perciò per valutare, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza. In linea di principio, l'ex sindaco ha ragione, tuttavia, è difficile sospendere il sospetto di una impunità voluta, se collochiamo queste sentenze in un contesto di impunità generale. Il parlamento, sotto Berlusconi o sotto Prodi, non ha mai voluto dare vita ad una commissione di inchiesta e i responsabili della polizia, non solo non sono stati condannati, ma sono rimasti al loro posto o persino promossi: tra gli esponenti di più alto grado, in particolare Francesco Gratteri, oggi direttore centrale anticrimine, Giovanni Luperi, oggi funzionario Aisi (ex Sisde) e Gilberto Calderozzi, direttore del servizio centrale operativo della polizia (Reuters 13.11.2008).

La gravità di sentenze come questa non è data solo dall'ingiustizia in sè, dal senso di umiliazione e di violenza che replicano nei confronti delle vittime, dall'offesa che reca allo stato di diritto e alle stesse forze dell'ordine, i cui vertici, piuttosto che essere considerati responsabili, vengono fatti passare per inetti e incapaci di gestire e controllare i propri sottoposti, nel momento in cui, chissà come, chissà perchè, impazziscono. Ma è data anche dal messaggio che contiene per il presente e per il futuro: la violazione dei diritti umani non comporta rischi di pena, nessun problema con la giustizia, dopo aver già visto che non ne comporta nei rapporti con la politica. Al massimo un danno di immagine, se i giornali fanno il loro dovere, magari sospinti da testi, foto e video riprodotti in rete. Ai tempi di Internet mentire è più difficile. E qui, una sentenza ingiusta apre la strada a quel che si deve fare: insistere e continuare ad indagare, raccontare, ricordare quello che è stato e non vogliamo si ripeta più.

mercoledì 12 novembre 2008

Obama "abbronzato" e le gaffe di Berlusconi

Carla BruniLa destra italiana ha salutato la vittoria di Obama alle presidenziali Usa 2008, nel modo più goffo possibile. Prima Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del PDL, dichiara che «Ora Al Qaeda è più contenta», per meritarsi i manifesti del PD, che lui stesso all’uscita da Palazzo Madama ha provveduto a strappare con le sue mani. Poi, interviene da Mosca il premier Berlusconi e conquista definitivamente la scena, definendo Obama «giovane, bello e abbronzato», battuta ripresa da tutti i media del mondo, che provoca la vergogna degli italiani all’estero e su Internet., compreso questo video che ci mostra quanto Obama consideri Berlusconi (discorso al Congresso Usa, 2006). Tra le prese di posizione dei nostri connazionali espatriati, si distingue quella di Carla Bruni, «felice di aver acquisito la cittadinanza francese», senza essere in alcun modo “corretta” dal marito, evidentemente concorde. Quale significato dare a queste battute: un afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti è arrivato in anticipo sui tempi, o i nostri inconsapevoli razzisti si attardano a cedere il passo ad un necessario ricambio culturale e generazionale? La destra del nostro paese, in questi anni e di recente, ha offerto un vasto campionario di battute e di gaffe, che esprimono, non solo mancanza di bon ton, ma soprattutto la presenza di una subcultura, di una mentalità di tipo fascistoide, che di volta in volta pretende di rimettere al loro posto, i neri, i gay, le donne, gli immigrati, gli oppositori, i contropoteri, insomma un po’ tutto ciò che appartiene alla democrazia e alla diversità. Il primato spetta di certo al presidente del consiglio. Andando a memoria e ricercando su Google, ecco le sue chicche più famose, quelle per cui di volta in volta è stato frainteso, non l’ha detto, stava solo scherzando.

Il premier al capogruppo Spd: “Stanno preparando un film sui campi di concentramento, la proporrò per il ruolo di kapò”. Il duello verbale Schulz-Berlusconi. Il tedesco: “Difficile accettare che un Presidente del consiglio risponda con questi toni durante un dibattito”. (02.07.2003)
Singolare episodio al summit dei ministri degli Esteri Ue. Il capo del Governo: “Ma io stavo solo scherzando”. Berlusconi fa le corna nella foto del vertice Ue. Il premier si abbandona al gesto per far divertire un gruppo di boy-scout che assisteva alla scena. (08.02.2002)
Il premier in un’intervista-choc al britannico “The Spectator”. “Se fanno i magistrati è perché sono diversi dagli altri”. Berlusconi: “Fare i giudici è da disturbati mentali” Sulla politica estera: “Imporre la libertà con forza”. “I giornalisti? Mi attaccano perché vorrebbero essere me”. (04.09.2003)
L’inaugurazione ufficiale della sede dell’Authority alimentare. «Ho fatto il playboy per far vincere Parma»
“Troppo rosa il governo di Zapatero”. E Berlusconi indigna la Spagna. Critiche anche dal Psoe. Poi il leader del pdl precisa: «Sono stato frainteso». La ministra di Zapatero: «Berlusconi offensivo e inappropriato sulle donne» La dura replica di Magdalena Alvarez dopo le frasi del Cavaliere sul governo spagnolo «troppo rosa» (16.04.2008)
Nuove battute e gaffe del Cavaliere, intervenuto all’apertura della campagna del candidato sindaco di Monza. Berlusconi: “Non parlo più di donne e i gay sono tutti dall’altra parte” Grillini: “Magari fosse vero! Lavoro perché la sua profezia si avveri”. Luxuria: “Sicuramente quelli di sinistra sono dei coglioni gay…” (06.02.2007)
Il premier, durante una conferenza stampa, scherza sulle voci di una storia tra Veronica Lario e il filosofo. Berlusconi: “Rasmussen più bello di Cacciari. E mia moglie…” (04.10.2002).
La sfida al terrorismo. La posizione dell’Italia. «L’ Occidente è una civiltà superiore» Berlusconi: da noi c’ è rispetto dei diritti, nei Paesi islamici no. Bisogna dare aiuti ai palestinesi. (27.09.2008)
Il premier: «I comunisti nella Cina di Mao bollivano i bambini». Il Cavaliere su Prodi: «E’ solo un poveraccio»
«Scusate il linguaggio rozzo ma efficace… Ero ironico». Berlusconi: «Non credo tanti coglioni….» «Ho troppa stima per l’intelligenza degli italiani per credere che che sceglieranno per il proprio disinteresse». (06.04.2006)
Il leader del Polo scherza con i passeggeri della nave Azzurra. E scatena l’ira delle associazioni dei malati e dei politici. Barzelletta sull’Aids. E’ bufera su Berlusconi Rosy Bindi: “Parole offensive”. Veltroni: “Superato ogni limite”: Un malato di Aids va dal medico e gli chiede: “Dottore cosa posso fare per la mia malattia?” Il medico risponde: “Faccia delle sabbiature”. “Ma dottore, mi faranno veramente bene?”. “Bene no, ma sicuramente si abituerà a stare sotto terra” (04.04.2000). Berlusconi ironico: «Ho fatto la corte al presidente della Finlandia pur di convincerla». «Opposi veto all’Ue, passai per cattivo» (22.06.2005). Berlusconi a Napoli torna ad attaccare la magistratura e le cooperative rosse. «La sinistra la scampa grazie ai giudici». (28.03.2008)

sabato 8 novembre 2008

Obama presidente Usa


Obama e la famiglia sul palco del Grant Park di Chicago dove ha fatto il suo discorso della vittoria (Afp)


In molti abbiamo gioito per la vittoria di Obama e nonostante fosse attesa, nel momento in cui davvero si è realizzata ce ne siamo stupiti. Al suo annuncio, alla sua marcia trionfale, ci siamo gradualmente abituati, ma sempre proiettandola in un al di là ancora da venire. Poi ci siamo vergognati per i commenti di Gasparri, subito surclassato dall'umorismo di Berlusconi. Senza stupircene. Sappiamo che in America e nel mondo occidentale all'incredulità gioiosa corri-sponde anche un po' di tristezza incredula, perchè un nero presidente non è ancora un fatto compiutamente normale. E', come è stato scritto da Timoty Garton Ash, la scrittura delle ultime righe dell'ultimo capitolo della storia americana, piuttosto che le prime di un capitolo nuovo. Di qui l'incertezza di quel che sarà la sua presidenza, di se e quanto deluderà le aspettative, prospettiva ritenuta dalla maggior parte dei commentatori inevitabile, dato il mito che si è creato intorno a lui, negli Stati Uniti e soprattutto nel resto del mondo. Per Lucio Caracciolo, considerando i guai in cui l'America è invischiata, dalla due guerre in Iraq e in Afghanistan, alla crisi finanziaria, il nuovo presidente dovrà occuparsi in primo luogo degli interessi del suo paese e solo se potrà, proverà ad occuparsi anche dei nostri, perciò saremo i primi probabili delusi.

Ma chissà. Il realismo tante volte si limita a proiettare nel futuro la realtà del presente. Se torniamo indietro di un anno e mezzo, troviamo un senatore dell'Illinois sconosciuto a cui venivano attribuite possibilità irrilevanti di spuntarla nelle primarie contro Hillary Clinton, il vero scontro in cui si è giocato la presidenza. Io stesso ricordo di aver pensato ad una impresa simile a quella di Jesse Jackson nel 1984, che arrivò terzo dietro a Walter Mondale e a Gary Hart e poi nel 1988, secondo dietro Dukakis. Pensavo, sarà comunque importante sostenerlo, che prenda più voti possibile, per i rapporti di forze interni al partito democratico e poi, chissà, forse un posto come vice si può sperare. D'altra parte era rivoluzionaria anche l'ipotesi di una donna primo presidente. E si, in questa occasione i democratici hanno avuto l'imbarazzo della scelta tra due candidature simbolicamente eccezionali. Ma ha prevalso l'outsider, non la candidata dell'estabilisment.

Per capire cosa potrà accadere in futuro, forse è importante capire cosa è accaduto fino ad ora, cioè come è successo, cosa ha determinato la vittoria di Obama. Il personaggio, le sue qualità personali, il suo essere secchione, vigoroso energico, formidabile lavoratore e organizzatore? Il suo programma? Il suo essere afroamericano "non rivendicativo"? Il suo essere nuovo, interprete del cambiamento, dopo anni di conservazione e restaurazione? La disastrosa presidenza Bush? Il rifiuto delle dinastie? L'opposizione alla guerra in Iraq? L'inizio della crisi economica e finanziaria? Il formarsi di un nuovo blocco sociale nella società americana? L'incidenza di qualcosa che non c'era mai stato prima e che già aveva reso verosimile la candidatura di Howard Dean, nel 2004, ovvero: internet,? Abbiamo in mente un po' tutte queste motivazioni e in certa misura c'entrano tutte, ma cosa sia stato davvero determinante, forse ci sfugge. Secondo Nicholas Negroponte, così come si disse che Kennedy vinse grazie alla televisione, oggi si potrebbe dire che Obama ha vinto grazie a YouTube. Invece, per Naomi Klein, decisivo è stato il crollo di Wall Street, che ha neutralizzato la rimonta di McCain dopo la scelta della vice, Sarah Palin.

sabato 1 novembre 2008

L'allarme TBC associato agli immigrati


Periodicamente, la presenza degli stranieri viene associata a nuove paure. Una di queste è che portino malattie, tra cui alcune ormai debellate. Si veda, l'allarme TBC. Ciò nonostante il fatto che otto stranieri su dieci si ammalino in Italia, in conseguenza delle loro condizioni materiali di vita. Mio padre, immigrato dalla Calabria a Torino, negli anni '60 si è ammalò di tubercolosi, ma si ammalò a Torino, non portò il virus dalla Calabria. Che il 50% dei nuovi casi di TBC sia riscontrato sugli immigrati, non dipende necessariamente dal fatto che se la sono portata dietro, dipende dalle loro condizioni di vita qui, in Italia, e dall'impossibilità di avere accesso alle medicine, agli antibiotici, quando prendono malattie batteriche e virali alle vie respiratorie, e infatti si ammalano dopo uno o due anni di permanenza, non arrivano già infettati. Mia moglie, ungherese, nei suoi primi due anni di permanenza ha avuto due violentissime influenze (mentre nel suo paese ha avuto solo normali raffreddori), poi si è adattata. Se non avesse potuto curarsi, non so quali complicazioni avrebbe potuto avere. Piuttosto, di questi allarmi e di questi allarmismi, quale uso ne facciamo? Eleviamo barriere immaginarie o garantiamo a tutti gli immigrati l'assistenza sanitaria (a tutela di tutti, anche nostra)? Si vedano in poposito, le iniziative della Lega Nord.

In verità, l'allarme che associa l'arrivo degli immigrati al ritorno di malattie già debellate, in primo luogo la tubercolosi, risale ai primi anni '90, senza aggiungere nulla di nuovo. Si vedano questi due articoli del Corriere della Sera. «La tubercolosi in Italia dall'Est Europa» (26 ottobre 2008), Il ritorno della Tubercolosi (13 settembre 1995). Ma il vero problema, non è dato dall'aumento della TBC, quanto dalla sua non diminuzione da quindici anni a questa parte. E consideriamo che, in questo periodo, gli immigrati sono aumentati di sei volte, senza perciò generare effetti moltiplicatori nella diffusione della malattia, come di qualsiasi altro fenomeno negativo ad essi indebitamente associato. Il picco di casi di tubercolosi in Italia lo si è avuto nel 1996: 5500, mentre oggi risultano 4500, per una media annua di 4200/4700. Riguardo i dati sulla diffusione della TBC nel mondo, è possibile consultare il database dell'OMS.

L'unicità della shoah


Succede nei forum di trovarsi di fronte a topic titolati "Genocidi dimenticati", accompagnati a domande come questa: come mai per il conflitto/odio presunto ebrei/resto del mondo si sprecano fiumi di parole e per altri eccidi non si dice niente? Come se il conflitto fosse simmetrico e gli ebrei una parte belligerante. Intanto, non è proprio con il "resto del mondo". L'avversione agli ebrei esiste nei paesi dei due monoteismi concorrenti: cristianesimo e islam. Ma non nelle terre dell'induismo, del buddhismo o del confucianesimo. Per quello che ci riguarda, la maggior attenzione al genocidio degli ebrei, ha almeno quattro motivi: 1) E' avvenuto in casa nostra, in Europa e l'Italia ne è stata coinvolta come principale alleato del Terzo Reich: siamo il paese delle Leggi razziali (1938). E' qui che dobbiamo darci gli antidoti perchè non si ripeta. E di norma prestiamo più attenzione al nostro mondo. 2) Caso unico nella storia, quel genocidio è stato teorizzato e messo in atto con un sistema burocratico-industriale, per cui ogni elemento coinvolto, proprio come l'operaio della catena di montaggio, non aveva il controllo nè del processo, nè del prodotto, e non se ne sentiva responsabile. 3) La vittima era designata tale, non in virtù dell'esercizio di qualche forma di opposizione, ma in virtù del suo solo essere ebreo. Senza conflitto. Un massacro fine a se stesso, senza guerra civile, senza terra da conquistare, senza popolo ribelle da sottomettere. 4) Quel genocidio è negato, a partire in particolare dagli anni '80, da pseudo-storici, simpatizzanti filo-nazisti con grande impatto mediatico. Ed ogni negazione, porta ad una riaffermazione. Anche del genocidio armeno ogni tanto se ne parla, soprattutto per dire e polemizzare con il fatto che la Turchia ancora si rifiuta di riconoscerlo. Per converso, parliamo più del nazismo di qualsiasi altro regime o dittatura.

martedì 30 settembre 2008

Colonia, il divieto della manifestazione antislamica

Colonia, contromanifestazione antirazzista
A Colonia, le autorità tedesche hanno vietato una manifestazione anti-islamica, attivamente contrastata dalla mobilitazione delle forze democratiche. In Italia, manifestazioni di questo tipo, sia pure a dimensione locale, si svolgono normalmente. Si pensi alla Lega che invade i terreni adibiti alla costruzione delle moschee, con i maiali. Tali manifestazioni andrebbero vietate? E il divieto entrerebbe in contraddizione con la libertà di espressione? Inibire ai razzisti di manifestare e di manifestarsi è in contraddizione con la democrazia? E' giusto porsi il problema, e porselo ogni volta, ma alla fine la mia risposta è no: le manifestazioni si fanno per i diritti propri, di una parte, di tutti, non contro i diritti di qualcuno. Si possono contestare i privilegi, ma non i diritti. Gli operai scioperano e manifestano per l'aumento dei propri salari. Immaginatevi se scioperassero e manifestassero per chiedere la diminuzione dei redditi o l'aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Se ogni gruppo agisse gli strumenti della partecipazione contro gli altri, sarebbe sempre a rischio la convivenza.

Ci sono diritti che entrano in conflitto con altri diritti. E in quel caso bisogna scegliere, ed è lecito manifestare a favore di una precedenza. In America è un diritto armarsi, tuttavia la pistola può essere uno strumento di difesa, ma anche di minaccia e il diritto a possederne una può violare il diritto alla incolumità e alla vita di altri. Dove circolano più armi, ci sono più omicidi, perciò si manifesta per disarmare. I satanisti non si limitano a pregare. Commettono violenza, uccidono. Perciò, nessuno immagina di fornirgli un luogo dove poterlo fare. Ma la preghiera nelle moschee con tutto questo non c'entra nulla, non fa del male a nessuno, non toglie nulla a nessuno. La laicità non è l'assenza di luoghi di culto, o luoghi di culto per una religione sola. La laicità è libertà religiosa per tutti. Se qualcuno manifesta contro i miei diritti, io voglio poter manifestare contro la sua manifestazione. Se bisogna ammettere ogni manifestazione, allora bisogna ammettere anche le contromanifestazioni ed essere capaci di gestire l'ordine pubblico. Secondo me, ammettere solo le manifestazioni positive, è molto più razionale, salvo diversa valutazione di opportunità.

In fondo, è una contraddizione anche rivendicare la libertà di espressione, per negare la libertà di culto. Eppure la Costituzione riconoscere anche questa libertà, dice che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 Cost.) e dice anche che: "Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività" (art. 20 Cost.). Infatti, se una manifestazione è legittima, allora in linea di principio è anche legittimo soddisfarne la rivendicazione. Se è lecito manifestare contro le moschee, allora è anche lecito chiudere le moschee o inibirne l'edificazione. Ergo: è lecito vietare o limitare per una o più religioni la libertà di culto, la quale è comunque una manifestazione del pensiero, quindi attiene alla libertà di espressione. Se è lecito vietare o limitare la libertà di culto, è lecito vietare o limitare qualsiasi libertà. Anche quella di manifestare. Fissare i limiti della libertà di espressione, è in definitiva una questione politica: dipende dalla scelta di chi si vuole tenere fuori. Io preferisco l'esclusione chi vuole escludere.

domenica 21 settembre 2008

Carramba che propaganda

Carramba che fortuna - Video sigla Belli come Richard Gere / Richard... Gere / Forti come Schwarzenegger / Schwarze... negger / Colti come Umberto Eco / Umberto... Eco / Casti come Formigoni / Formigoni / Noi siamo così / Bravi come Pavarotti / Pava... rotti / Ricchi come Berlusconi / Berlusconi / Noi siamo così / Cha cha cha.

E' il ritornello conclusivo della sigla di apertura di "Carramba che fortuna", condotto dalla eterna Raffaella Carrà. Un elenco di aspirazioni positive (alcune indiscutibili) associate a personaggi modello che le realizzano e le incarnano, nella forma di un ritornello destinato a ronzarti nella testa, diffuso in prima serata come sigla di apertura di un popolarissimo varietà. Pura propaganda subliminale. Neanche tanto subliminale, per il presidente del consiglio e per il presidente della Regione Lombardia. Due politici del medesimo schieramento. Che il ritornello possa essere inteso come canzonatorio, concorre ad umanizzare, rendere simpatico. Nella mente umana, come su Google, la precedenza nella graduatoria della popolarità è data dalla quantità delle citazioni e dall'importanza di chi le cita. Mi spiace per Raffaella Carrà, da mostro sacro a occulto galoppino. Come si dice: Rai di tutto, di più. Infatti, si veda Toccata e fuga.

L'allarme antisemitismo di Frattini

Frattini all'Institute AspenAd un convegno dell'Aspen Institute, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha lanciato un allarme per la diffusione dell'antisemitismo in Europa, mescolando il pregiudizio antiebraico con il dissenso nei confronti di Israele, preoccupandosi soprattutto di quest'ultimo. Uno studio Usa aggiunge che a crescere in Europa sono anche il pregiudizio e l'ostilità contro l´Islam.

Il fatto è che i razzismi, nella loro diffusione, vanno avanti o indietro tutti insieme. Un razzismo può tirare più di un altro, ma se tira di più, fa semplicemente da traino a tutti gli altri. Lo si può osservare anche nei blog e nei forum. C'è quello fissato contro gli ebrei, quello contro le donne, quello contro gli immigrati, quello contro i gay, quello contro i meridionali. Ma sono ruoli intercambiabili. Per verificarlo, basta chiedere all'antisemita cosa pensa delle femministe o al misogino cosa pensa degli ebrei, e ad entrambi cosa pensano degli extracomunitari. O agli xenofobi cosa pensano del gay pride.

Perciò, Frattini fa bene a lanciare l'allarme sull'antisemitismo, ma dovrebbe associare il suo allarme ad una rigorosa autocritica sulla politica della paura del suo governo, per il senso comune che contribuisce ad alimentare. Perchè funziona così: se metti all'indice un capro espiatorio, i capri espiatori finiscono per essere sempre gli stessi, se fai crescere l'ostilità verso i diversi, tra i diversi, al principio o alla fine, incontri anche gli ebrei.

E dovrebbe inoltre evitare di usare, sia pure in modo implicito, l'antisemitismo come parafulmine contro il dissenso e la critica nei confronti di Israele. So per esperienza, che di questo atteggiamento strumentale, gli antisemiti, quelli veri, sono i primi ad approfittarne. Proprio di recente, ho avuto occasione di ripuntualizzare il mio punto di vista sull'argomento, nel replicare ad un forumista antisemita della Lega Nord, partito alleato del ministro degli Esteri. Come nick usa Padania.

Criticare Israele è antisemitismo? Dipende. Se critichi Israele, vuol dire che per te sbaglia. Commette errori, ingiustizie, crimini. La critica può essere giusta o sbagliata, proporzionata o esagerata, ma fin qui tutto è lecito, poichè ad ogni stato può succedere di essere oggetto di critiche razionali o irrazionali. Le strade tra l'oppositore politico di Israele e il razzista antisemita, si separano, quando ci si pone una domanda, al momento di dare la risposta. Perchè Israele sbaglia? L'oppositore politico troverà la risposta in cause di natura politica: per esempio il colonialismo, la ragion di stato, oppure l'alleanza con gli Usa. L'antisemita troverà la risposta nell'identità ebraica dello Stato d'Israele: gli israeliani sbagliano perchè sono ebrei.

venerdì 19 settembre 2008

Sul giovane di colore ucciso a sprangate

Fino ad oggi i media hanno amplificato episodi di criminaltà che vedevano per protagonista uno straniero nella parte dell'aggressore e un italiano nella parte della vittima. Oggi si inizia a dare spazio anche a notizie in cui le parti sono invertite. Sul piano del completamento dell'informazione, non vedo come ci si possa lamentare. Si tratta di due modi di informare specularmente allarmistici e strumentali? E se si, chi denuncia la strumentalità oggi, perchè non lo ha fatto ieri? Al contrario, ieri si è fatto più volte divulgatore di notizie ed emergenze urlate e strillate.

Come che sia, l'utilizzo delle notizie a me non sembra uguale. Le notizie che hanno per protagonista negativo uno straniero sono state usate per costruire una immagine negativa degli stranieri. Un romeno aggredisce, ergo i romeni sono aggressori, ergo vanno decisi provvedimenti contro i romeni. La responsabilità individuale si trasforma in colpa collettiva di un intero gruppo e provvedimenti evocati o decisi consistono in punizioni collettive. Abbiamo visto dopo l'omicidio Reggiani, una giunta comunale mettersi a sgomberare i campi rom, e un governo riunirsi d'urgenza e decretare per facilitare l'espulsione dei romeni. Oggi, di fronte all'assassinio di un ragazzo di colore ad opera di due italiani, assistiamo a qualcosa di simile? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Una giunta, un governo si riuniscono d'urgenza? Decidono provvedimenti contro un soggetto collettivo? Contro i baristi? Contro i milanesi? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Nulla di tutto questo, anzi pare già un azzardo l'idea del sindaco Moratti di partecipare ai funerali. Quando si tratta di noi, della nostra tribù, è chiaro e lampante che confondere la colpa di un individuo con la colpa di un gruppo, è una cosa fuori del mondo, una follia che suscita anche indignazione.

Si discute semplicemente se nel delitto vi sia una matrice razzista. E la si riconduce alla responsabilità individuale di chi ha compiuto il delitto. Entrambi gli autori sono reo-confessi, anche rispetto agli insulti razzisti che hanno pronunciato mentre uccidevano. E' interessante osservare come chi ha responsabilità di governo, a cominciare dal presidente del consiglio, si affanni con sicumera a negare la presenza nell'omicidio di Abba di qualsiasi connotato razzistico. Cosa si teme, che il razzismo faccia una brutta figura? O ci si sente in qualche modo chiamati in causa, per le proprie politiche un po' legiferate e molto dichiarate? Il razzismo di cui si parla non è una teoria, una ideologia a cui si aderisce consapevolmente. E' una subcultura, un atteggiamento, un istinto, qualcosa che agisce nei meandri della nostra mente, nel nostro subconscio, di cui magari ci vergognamo anche quando ci accorgiamo che affiora, e che comunque neghiamo sempre.

Manifestazione degli studenti a Milano
Si può vedere la causa prima che ha scatenato la reazione dei due negozianti nel furto (di una scatola di biscotti) o nell'espasperazione per aver subito prima altri furti, ma anche se fosse, per far traboccare fino al delitto il vaso dell'esasperazione, anche una sola goccia di razzismo può essre stata sufficiente. E probabilmente lo è stata. Il pm, nel suo atto di accusa ha sgomberato il campo da tale questione, ritenendola probabilmente controversa, e ha parlato di omicidio volontario per "futili motivi". Per "futili motivi" si uccide una vita che a cui si attribuisce  poco o nessun valore.

Ora, ammesso e riconosciuto che ci muoviamo su una linea di confine molto labile, quello che ci interessa, sul piano del dibattito pubblico è la responsabilità pubblica, per quello che le compete. I media, l'autorità politica, che lo vogliano o no, fanno pedagogia, contribuiscono a formare un senso comune. Con la loro informazione, le loro dichiarazioni, le loro leggi, insegnano, trasmettono valori, delineano un modello sociale e una morale pubblica. Cosa ci insegnano rispetto agli stranieri? Che siamo uguali o che siamo diversi? E se siamo diversi come si può sfuggire al giudizio di una differenza di valore? Per entrambi vale la stessa legge o un diritto binario? Per entrambi vale la presunzione di innocenza o per una parte (quella straniera) la presunzione di colpevolezza? E poi cosa ci insegnano rispetto alla proprietà? Che vale di più o di meno della vita umana? Cosa ci insegnano rispetto alla giustizia? E' lecito o no farsi giustizia da sé? C'è differenza oppure no tra legittima difesa e vendetta? Cosa è implicito nella legittimazione delle ronde o nell'estensione del concetto di legittima difesa alla difesa della proprietà? Non c'è nessun automatismo, ma in situazioni labili, che agiscono su confini labili, questo modo di pensare, questo sistema valoriale, elevato a governo, cosa costituisce, una remora o un incentivo? Se stai in bilico, da che parte ti fa cadere?

domenica 14 settembre 2008

Israel lobby, i rapporti tra Usa e Israele

I rapporti tra Usa e IsraeleE' stato segnalato sul mio forum, un lungo (direi prolisso) articolo di Mauro Manno sulla lobby ebraica ameriana, con l'idea, se ho capito bene, di "infrangere un tabù". Sul tema dei rapporti tra Usa e Israele ho raccolto tempo fa vari articoli in due thread: (Stati Uniti e Israele e Israel lobby?) dove si discute del saggio di John Mearsheimer e Stephen Walt e quindi se e in che misura la Israel lobby influenzi la politica estera americana.

Si consideri che la critica riguarda più gli obiettivi della lobby che non il fatto che si tratti di una lobby. Questa parola in Italia ha un significato negativo, indica il gruppo di pressione di un potente interesse economico che agisce in modo poco trasparente, mentre negli Usa le lobby sono parte integrante e riconosciuta del sistema democratico, il cui consenso è ricercato (o avversato) nel dibattito pubblico.

Anche quella israeliana, al pari di altre lobby, quali quella farmaceutica, del tabacco, dei pensionati, ha un suo potere di influenza. Credo però anche che sia esagerato attribuirle la forza di determinare la politica estera americana, come se invece l'amministrazione americana fosse del tutto subalterna e impotente. Gli Stati Uniti hanno sempre perseguito il controllo delle risorse energetiche e delle rotte di rifornimento e questo è stato l'alfa e l'omega della loro politica, anche in Medio Oriente, ed hanno perciò assecondato Israele nella misura in cui questo convergeva con i propri interessi.

Il caso della guerra all'Iraq è più un esempio di divergenza che di convergenza. Nel 2003 Saddam Hussein stava al 17esimo posto delle preoccupazioni israeliane, nell'area mediorientale, mentre la priorità era rappresentata dall'Iran. Nonostante le pressioni ad agire contro l'Iran, l'amministrazione Bush ha voluto dare la precedenza all'Iraq, per la necessità di controllare un importante produttore di petrolio, dopo la decisione di ritirarsi militarmente dall'Arabia Saudita. Conquista dell'Iraq e ritiro dall'Arabia Saudita sono avvenuti simultaneamente nell'aprile del 2003.

Come deve chiamarsi la Lobby. A me pare corretto chiamare qualsiasi organizzazione con il nome che si è data. Il riferimento ad Israele piuttosto che all'ebraismo mi sembra in genere più corretto, poichè la Lobby ha innanzitutto finalità politiche di tutela degli interessi di Israele e non finalità più generali, culturali, religiose di tutela degli interessi della comunità ebraica negli Stati Uniti. In Italia e in Europa, parliamo invece di Comunità Ebraica, anche in relazione alla loro forma istituzionale organizzativa, in quanto, pur rappresentando spesso il punto di vista di Israele, svolgono un ruolo più complessivo.

In ogni caso, nell'intervenire sul conflitto mediorientale, a me sembra estremamente corretto e opportuno, tenere sempre presente la distinzione tra ebrei, sionisti e israeliani e far valere questa distinzione anche nel linguaggio. La cautela nel lessico, per la storia che abbiamo alle spalle, mi pare d'obbligo. E qui mi rivolgo a chi respinge le accuse di razzismo. Non è materia su cui esercitarsi in distinguo e in disquisizioni anguillesche. Il rifiuto dell'antisemitismo sia netto e senza equivoci, valga come principio di precauzione. Se qualcuno presenta i sintomi della lebbra, anche rischiando di essere ingiusti, non andiamo a sederci vicino a lui. E ciascuno di noi sta attento a non presentare sintomi di malattie che non ha. Sull'antisemitismo valga la stessa regola. Se non sei antisemita, abbi la preoccupazione di non mostrarne i sintomi, abbi la preoccupazione di non sembrarlo. Gli altri non sono tenuti a scoprire chi sei veramente e tu sai benissimo quali gesti, quali parole, quali toni possono generare equivoci. Altrimenti, se non sei un antisemita, sei uno stupido.

Poi, è vero che da parte israeliana tante volte si usa l'accusa di antisemitismo in modo strumentale, contro i pacifisti, la sinistra, l'Europa, etc. Pratica deleteria perchè, paradossalmente, restituisce voce agli antisemiti veri, i quali possono così farsi scudo del diritto di critica. A maggior ragione, non prestare alibi.

mercoledì 10 settembre 2008

Sarah Palin, il "maiale con il rossetto"

Sarah Palin e McCain alla convention repubblicana
Obama durante il comizio a Lebanon (Virginia) ha attaccato Sarah Palin con una battuta allusiva molto forte e di dubbio gusto: "Si può anche dare il rossetto a un maiale, ma resta pur sempre un maiale". Nella recente convention repubblicana, Sarah Palin, si era implicitamente paragonata ad un pittbull con il rossetto. A difesa di Obama, accusato dalla stessa Palin di essere sessista, è intervenuta un'altra donna, facente parte dello staff del candidato democratico, che ha ricordato una dichiarazione fatta dal candidato repubblicano, riportata dal Chicago Tribune nell'ottobre 2007. A chiosa di una proposta sull'assistenza sanitaria pubblica, formulata da Hillary Clinton - all'apoca ancora in corsa per la Casa Bianca - McCain la liquidò osservando: "Penso vogliano dare un po' di rossetto a un maiale, che però resta un maiale".

La battuta e gli argomenti di Obama sono con ogni probabilità pertinenti e calzanti, ma un po' estranei al suo personaggio, quasi una forzatura, un sintomo di nervosismo o comunque di difficoltà. Da quando Sarah Palin è stata designata come vice di McCain i sondaggi prima favorevoli al candidato democratico, si sono fatti incerti o addirittura si sono rovesciati di segno. La vittoria certa dei democratici, la campagna presidenziale più facile da vincere di tutta la storia degli Stati Uniti, si è d'improvviso trasformata in una partita aperta, apertissima, grazie ad un pitbull (o ad un maiale) con il rossetto. Sarebbe una sorte tristemente ironica quella di Obama, prima vincitore su Hillary Clinton, infine sconfitto, non da McCain, ma da Sarah Palin. Geraldine Ferraro, democratica, vice di Mondale nel 1984, ha dichiarato di non sapere ancora per chi voterà.

Però, era stato avvisato per tempo dal regista Michael Moore: "Caro Barack Obama, se vuoi conquistare la Casa Bianca punta sulle donne, ignora i cattolici, ma prendi come vice la cattolica Caroline Kennedy. Le donne, spiega Moore su Rolling Stone, sono furiose perché Hillary Clinton è stata malamente scartata dalla corsa per la Casa Bianca, mentre i cattolici non hanno mai rappresentato l'ago della bilancia nelle elezioni presidenziali (...) e nel 2004 non hanno votato in massa per il cattolico John Kerry". Invece, Obama ha scelto il cattolico, moderato, rassicurante, competente Joe Biden per posizionarsi sulla corsia dell'esperienza,e del moderatismo,  e così facendo ha forse aperto all'avversario l'autostrada del voto femminile.

martedì 9 settembre 2008

Il moltiplicatore sociale dell'evasione fiscale

Dichiarazione dei redditi media per categoria

Secondo una ricerca di Giulio Zanella dell'Università di Siena e di Roberto Galbiati dell'Università Bocconi, l'evasione fiscale si basa sull'emulazione: l'evasione del vicino incoraggia la propria. Un moltiplicatore sociale che diffonde velocemente il fenomeno, ma al tempo stesso lo rende più facile da debellare e anche conveniente poichè per ogni euro che lo stato spende contro l'evasione, ne incassa in media 2,3 di recupero. L'evasione è come un investimento razionale: non si pagano le tasse perchè ci si aspetta che altre persone portino a frutto senza danni lo stesso tipo di operazione, se l'incremento degli evasori porta ad una maggiore pressione da parte dei controllori, l'aumento della base degli evasori rende però anche più difficile scovare le singole persone che compiono il reato. Se invece l'evasione viene scoperta, altre persone avranno maggior timore di essere scoperte e si otterrà un rapido effetto traino, e questo sarebbe successo con l'aumento delle risorse di controllo antievasione registrato durante l'ultimo governo Prodi. Un bel riconoscimento per il lavoro di Vincenzo Visco, che di risorse sottratte al fisco ne ha recuperate per un ammontare di 23 miliardi di euro. Opera purtroppo interrotta, dalle differenti priorità del "nuovo" esecutivo, la cui filosofia in materia fiscale è tristemente nota ed anche il suo effetto traino. Basti tornare alle dichiarazioni nobilitanti dell'attuale premier, ai tempi del suo secondo governo: "Se si chiedono imposte giuste non si pensa ad evadere, ma se si chiede il 50% e passa di tasse, la richiesta è scorretta, e allora mi sento moralmente autorizzato ad evadere", nonostante, secondo i dati Ocse, il prelievo fiscale sulle persone fisiche in Italia risulti inferiore a quello di Francia, Belgio, Austria, Svezia, Norvegia, Finlandia ed è nella media UE. L'aliquota più alta in Germania è del 48,5%, in Francia del 54%, in Svezia del 56%. In Italia è del 45%. La tassazione delle imprese in Italia è oggi del 33%, inferiore alla media Ocse e ben al di sotto del 46% degli Stati Uniti, 52% della Germania, 45% del Canada.

lunedì 8 settembre 2008

Antisemitismo e antisionismo

Ben Gurion legge la Dichiarazione d'indipendenza dello Stato d'IsraeleTra le forme più odiose e radicate di razzismo c'è l'antisemitismo: il pregiudizio ostile e la volontà di persecuzione contro gli ebrei. Questo pregiudizio oggi trae alimento, in modo variamente strumentale, anche dal conflitto in Medio Oriente tra israeliani e palestinesi. In questo ambito si genera un circolo vizioso. Da un lato, parte del repertorio polemico-propagandistico israeliano tende ad accusare di antisemitismo esplicito o implicito, ogni opinione o iniziativa critica nei confronti dei governi israeliani per la politica che praticano verso i loro vicini palestinesi e arabi, mettendo sul banco degli imputati soprattutto l'Europa, i pacifisti e la sinistra, fino a teorizzare l'esistenza di un antisemitismo di sinistra. Tesi, naturalmente, respinta e confutata dai destinatari imputati, ma anche da intellettuali israeliani o di origine ebraica come Avi Primor e Brian Klug. Dall'altro, antisemiti veri o al limite di esserlo, colgono la palla al balzo per travestirsi da legittimi critici dello stato ebraico, con varie gradazioni dall'estremo di Holywar alla più "moderata" Effedieffe, oppure, sul piano internazionale, il caso controverso dell'Iran di Mahmud Ahmadinejad, che ispirò più di un anno fa una dichiarazione (discutibile) del nostro capo dello stato, Giorgio Napolitano, in occasione della giornata della memoria, che equiparava antisemitismo e antisionismo. Si veda, sullo stesso argomento Brian Klug. Per parte mia, reputo del tutto possibile che una persona sia al tempo stesso di sinistra e antisemita, così come può essere di sinistra e maschilista o xenofoba, etc. Possibile, ma contradditorio, mentre l'antisemitismo a destra è coerente. Per uscire dal circolo vizioso, anzi per non entrarci nemmeno, si può prendere esempio da una storica parola d'ordine di Ben Gurion: "combattere Hitler come se non ci fosse il Libro bianco, e combattere il Libro bianco come se non esistesse Hitler". Ovvero: "combattere l'occupazione israeliana dei territori palestinesi come se non ci fosse l'antisemitismo, combattere l'antisemitismo come se non ci fosse l'occupazione israeliana dei territori palestinesi (quella che viola la risoluzione 242/1967 dell'ONU)". Riguardo l'antisionismo, ha avuto e può mantenere una sua legittimità storica, ma la sua ragion d'essere ormai è superata, ed io stesso non ho mai pensato di definirmi così. Israele esiste dal 1948, è uno stato legittimo, qualunque cosa si pensi della sua origine. Per quanto sia auspicabile una sua evoluzione in senso compiutamente laico e democratico fino ad essere lo stato di tutti i suoi cittadini su basi di pari dignità, la sua natura, il suo futuro è materia che riguarda gli israeliani. Quello che riguarda il resto del mondo è favorire la convivenza tra i due popoli su quello stretto lembo di terra che va dal Giordano al Mediterraneo.

domenica 7 settembre 2008

Fini a Giannutri in acque protette

Muta e bombole, Gianfranco Fini si è immerso in un'area di protezione integrale del parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, un tratto di litorale dove è vietata qualsiasi attività. Il presidente della Camera si è fatto accompagnare sul posto da un'imbarcazione dei vigili del fuoco. Legambiente, che ha fotografato l'immersione e ha diffuso le immagini, protesta per la violazione dell'area naturale.Alla fine di agosto, Gianfranco Fini è stato sorpreso dalla Lega Ambiente ad immergersi in un'area di protezione integrale del parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, per di più scortato dai Vigili del Fuoco. La denuncia della Lega Ambiente è stata subito ripresa dai principali quotidiani, tra cui il Corriere della Sera e la Repubblica, con tanto di galleria fotografica. Unica consolazione per Fini è il fatto di avere avuto in questa infrazione predecessori illustri almeno quanto lui. Riferisce Repubblica che "cinque anni fa toccò a Massimo D'Alema poi fu la volta del giornalista Ferruccio De Bortoli che, però, riconobbe subito l'errore. Furono multati anche Stefania Craxi e Giorgio Faletti. Negli ultimi tre anni, le autorizzazioni rilasciate dall'ente parco sono state moltissime, anzi troppe. I permessi si rilasciano solo per fini scientifici ed è onestamente difficile pensare che questi 150 siano tutti ricercatori". Predecessori (quelli illustri e noti) che hanno pagato la multa, così come la pagherà lui, Fini (o forse la presidenza della camera o i vigili del fuoco?). Dunque, la legge uguale per tutti, questa volta forse è stata tutelata. Più della multa pesa, si spera, il danno di immagine. Quello che  interessa è qui infatti la psicologia, o semplicemente la mentalità, del privilegiato. Perchè mette a rischio la sua faccia per così futili motivi? Gianfranco Fini è da molti anni un importante dirigente politico, il leader di Alleanza Nazionale, uno dei possibili successori di Berlusconi alla guida del centrodestra italiano; è stato Ministro degli Esteri e Vice Premier, ed è oggi il Presidente della Camera. Dispone perciò di tutte le risorse per farsi una bella vacanza in luoghi bellissimi (senza divieto di accesso) e con mezzi propri (non quelli dei Vigili del Fuoco). Il tutto mantenendo il suo ruolo, la sua bella carriera, senza macchia o quanto meno senza macchie superflue. Perchè non ostentare tutto questo anzichè approfittare della propria posizione per ficcare il dito nella marmellata come un bambino ed esporsi ad una figuraccia? Questione morale a parte, è questa incongruenza perserverante, in tempi di antipolitica e di lotta alla "casta", che lascia davvero perplessi.

martedì 2 settembre 2008

Le "cose buone" del fascismo

L'Espresso 1963Capita di leggere online elenchi di "buone cose" compiute dal fascismo, elenchi che variano da dieci a cento punti. I treni in orario, la refezione scolastica, la bonifica dell'agro pontino, il doposcuola, la lotta alla mafia, etc. Tra le cose buone capita di leggere anche quelle cattive: la guerra d'Abissinia e le opere pubbliche in Etiopia, il Tribunale Speciale, il patto Anti-Comintern, i Patti lateranensi, etc. Di solito, ci vengono risparmiate le leggi razziali. Insomma, si tratta di cose buone, cose false, cose cattive, cose che avrebbe fatto qualsiasi governo, in quegli anni, per modernizzare il paese. Ma la sostanza del fascismo quale fu? Prendiamo un qualsiasi soggetto, anche inventato, per esempio, Hannibal Lecter. L'elenco dei suoi pregi supera probabilmente quello dei suoi difetti. Uomo di cultura e gusti raffinati, intenditore di arte e di letteratura, degustatore di vini e di cibi, ottimo cuoco, signore galante, cortese, gentiluomo, amabile conversatore, intelligenza analitica, coraggio, forza. Qualità autentiche, mica come le cose buone del fascismo. Ma commetteva delitti efferati, benchè animato da una morale nobile. e così neppure di lui, per quanto ci sia simpatico,  riusciamo a farci una idea positiva. Dovremmo essere più indulgenti con Mussolini? La violenza squadrista per schiacciare gli oppositori, il carcere e il confino per gli antifascisti, le guerre di aggressione, le leggi razziali, l'alleanza con Hitler, la distruzione del paese nella seconda guerra mondiale. Non è questa la sostanza del fascismo? E d'altra parte, i fascisti di oggi non sono tali essenzialmente nell'identificazione identitaria con la storia di quel regime?

Si invita a contestualizzare, a non guardare a ieri con gli occhi di oggi, così come facciamo con Giulio Cesare, senza troppo curarci di quello che fu il destino dei galli. Ma gli occhi di Giacomo Matteotti, dei fratelli Rosselli, di Giovanni Amendola, di Pietro Gobetti, di Antonio Gramsci, sono di ieri o di oggi? E con Cesare come ci comportiamo? Noi vediamo la guerra gallica anche dal punto di vista dei galli. Tra le cose buone di Cesare non includiamo il massacro di un milione di galli. Abbiamo una idea vagamente positiva di Vercingetorige. E abbiamo da molti anni un fumetto molto popolare (Asterix e Obelix)  che simpatizza per i galli e ridicolizza i conquistatori romani. Di Cesare pensiamo bene, perchè gli attribuiamo una funzione progressiva, lo collochiamo nel campo democratico dell'epoca, la migliore fra tutte le alternative, perchè migliorò la condizione materiale di vita nelle province. Ma pensiamo piuttosto male del resto del suo triumvirato: di Pompeo e soprattutto di Crasso, di cui ricordiamo la fallimentare spedizione contro i parti, quasi quasi solidarizzando con i parti che, si narra (e la leggenda ce la tramandiamo fino ad oggi come se fosse stata una sorte più meritata che crudele) lo uccisero facendogli bere dell'oro fuso, per punirlo della sua avidità. Nell'Italia degli anni 1922-1945, sarebbe Mussolini l'equivalente di Cesare? Il più democratico di tutti i leaders, a parte Clodio? E Pompeo e Crasso chi sarebbero. E le province che migliorano le proprie condizioni di vita, quali? Libia e Abissinia? E le gloriose imprese militari che ne illustrano l'onore e il coraggio, quali? L'aggressione alla Francia già battuta dalla Germania?

Per spiegare cosa rimane del fascismo, si arriva anche a citare Giuseppe Mazzini il padre dei repubblicani. E' vero che tempo fa comparve un articolo di Panebianco sul Corriere della Sera che riconduceva la triade Dio-Patria-Famiglia, non al fascismo, ma a Mazzini. Tuttavia, il riferimento è molto generico e il modo di declinare quelle parole può essere completamente diverso. In nome di dio si è fatto di tutto e il suo contrario. La famiglia possono essere anche i pacs, i dico, le coppie di fatto, le unioni omosessuali. L'idea di patria ha un valore, se vuoi unire un paese diviso in tanti stati e liberarlo dalla dominazione straniera, per divenire uno stato sovrano tra stati sovrani. Ne assume uno diverso se vuoi soggiogare altri popoli, per divenire un impero.

lunedì 1 settembre 2008

Violenza di genere: "mascolinisti" su Wikipedia

The FlintstonesChe ne diremmo di una voce enciclopedica sull'antisemitismo con le "osservazioni critiche" di Holywar e di qualche gruppo neonazista? Oppure di una voce enciclopedica sul razzismo, con le "osservazioni critiche" del Klu Klux Klan? O anche solo una voce enciclopedica di astronomia con le "osservazioni critiche" degli ufologi? Valuteremmo l'enciclopedia che le pubblica tra il bizzarro, l'incompetente e il reazionario. E difatti, una simile enciclopedia si guarda bene dal darsi alle stampe. Ma sul digitale tutto è possibile, è così abbiamo su Wikipedia, la voce relativa alla violenza di genere che ospita le "osservazioni critiche" dei "mascolinisti". E chi sono mai? Da come osservano, si direbbe ometti con la coda di paglia.  O forse con la coda e basta. Un insieme di piccoli gruppi, formatisi online, imitatori di un neomaschilismo misogino made in Usa, che vorrebbe darsi una organizzazione, una teoria e un nuovo nome: appunto "mascolinismo", essendo le due definizioni classiche, ormai troppo sputtanate, sulla falsa riga dei razzisti che oggi preferiscono definirsi "differenzialisti". Vogliono liberare l'Occidente dal femminismo, e del femminismo, che giudicano vincente, imitano metodi e parole d'ordine, rovesciandole nel contenuto opposto. Così abbiamo la "questione maschile", la "violenza femminile", "il potere della donna sull'uomo", insomma, un mondo rovesciato, un sogno all'incontrario, dove sono i turisti a cagare in testa ai piccioni. Ecco alcuni articoli a loro dedicati dalla carta stampata.

E' il bello di Internet: possono parlare tutti. E' anche il brutto di Internet: possono parlare proprio tutti. Qui, secondo Paolo Mieli è la discriminante tra i media tradizionali e il mondo dei blog, dei forum, della libera espressione online, dove - dice il direttore del Corsera - si possono trovare tante cose interessanti, ma anche tanto delirio. Vero, ed io non sarei per cancellare il delirio, vorrei solo che rimanesse nei suoi spazi o che se ne desse conto in modo adeguato, critico, senza dargli una legittimità istituzionale. Nella corrispondente voce sulla violenza di genere dell'edizione inglese di Wikipedia, le osservazioni critiche dei "mascolinisti", non compaiono. La credibilità della Wikipedia inglese, quella originale, è stata paragonata all'enciclopedia britannica. La versione italiana, invece, pare debba fare ancora molta strada. Per ora, forse, sono ancora meglio le garzantine.

Ho letto sul Corriere della Sera, ma anche sul Foglio, che è uscito negli Stati Uniti un libro di grande successo: «The Re-education Of The Female». Insegna alle donne ad essere magre, sexy e ubbidienti per trattenere a sé gli "uomini di qualità". Il guru, autore del libro, è un certo Dante Moore, un potenziale o probabile adepto di queste associazioni maschil-mascolin-maschiliste. L'autore mette in chiaro fin dalle prime battute che il suo è un libro duro, che finalmente spiegherà alla femmina, bisognosa di rieducazione, cosa “l’uomo medio cerca davvero”. Anche questo non sembra essere un grande mistero per nessuno, in realtà. Ma il “compare maschio dotato di un certo gusto urbano”, come si definisce, è pronto ad aprire gli occhi alle insoddisfatte e a spiegare loro esattamente dove sbagliano nelle relazioni con “gli uomini di qualità”. Per esempio, sottovalutano ingenuamente l’importanza per un maschio delle serate con gli amici o delle partite di pallone. “Se lui non scarica da qualche parte la tensione – recita il manuale – la tua faccia si trasformerà nel suo sacco da pugilato”. Niente male come osservazione critica. Speriamo non venga acquisita da un amministratore italiano di Wikipedia.

domenica 31 agosto 2008

La violenza è un rapporto di potere

La violenza è prima di tutto un rapporto di potere. La violenza la praticano i forti contro i deboli. E' così nel rapporto tra gli stati, tra le etnie, tra le classi, tra gli individui, ed anche tra i sessi. Poi, questa pratica viene espulsa da sè e collocata in un altrove: nell'arretramento culturale, nel disagio sociale, nella pazzia. E' il rifiuto di ammettere che è normale e ci coinvolge direttamente.

Lo facciamo per la guerra. Apparteniamo a popoli che seminano da cinquemila metri d'altezza bombe a grappolo, uranio impoverito, fosforo, napalm, agente orange, etc. Ma consideriamo barbarie e inciviltà il machete balcanico, i tagliagola fondamentalisti, i kamikaze palestinesi, le lapidazioni etc. Lo facciamo nel rapporto con gli stranieri. Abbiamo una criminalità organizzata che controlla un quarto del territorio e pulisce il suo denaro sporco a Piazza Affari e nelle grandi banche. Abbiamo un sistema di trasporti e di attività produttive che falcidia migliaia di persone ogni anno, ma per noi l'illegalità e l'insicurezza sono gli immigrati, gli zingari. Lo facciamo per i rifiuti tossici. Dal nord li spediamo al sud, e poi disprezziamo i napoletani perchè affogano nell'immondizia.

Lo facciamo anche per la violenza sulle donne. Che collochiamo nel passato, in Pakistan, o nelle sacche della nostra emarginazione e del nostro arretramento culturale. Eppure, a parte la polemica politica, se Bush muove guerra e violenza contro l'Afghanistan e l'Iraq, noi non pensiamo che sia un disagiato mentale. E infatti, si guarda bene dal muovere guerra contro la Russia o contro la Cina. Nella scelta della guerra e in quella della pace tiene conto dei rapporti di forza. Secondo questo criterio, agiscono anche i bulli della banda del muretto: rispettano il più forte, infieriscono sul più debole. E in tal modo, creano e consolidano una gerarchia del potere. Così fanno gli uomini nei confronti delle donne. Forse vi è qualche caso, ma in genere non si ha notizia di operai che usino violenza contro le donne manager, o impiegati contro donne capo-ufficio e direttrici, o studenti contro professoresse, o soldati contro donne sergente, tenente, capitano. Ritardati, disagiati, analfabeti, mica scemi. In "Travolti da un insolito destino" lui si permette violenza contro di lei, solo quando diventano naufraghi in un'isola deserta. Con tutto il rispetto e l'importanza da riconoscere alla cura, all'educazione, e alla cultura, la questione per ridurre la violenza è quella di ridurre, non tanto lo squilibrio mentale (che va sempre bene) quanto lo squilibrio (di potere) tra i sessi.

In un libretto titolato "l'arte di conoscere se stessi" sono raccolti vari aforismi di Arthur Schopenauer. Ce n'è uno che spiega bene il rapporto tra il principio morale e il principio reale e la causa della violenza. «Non è possibile tenere le donne entro i limiti della ragione se non incutendo loro paura, ma nel matrimonio è necessario tenerle entro questi limiti perchè si condividono con loro le cose migliori che si hanno, anche se così si perde in felicità e amore ciò che si guadagna in autorità. In questo modo si spiega, per esempio, perchè in Inghilterra la metà di tutti i delitti capitali sia commessa tra coniugi

(31 agosto 2008)

sabato 30 agosto 2008

L'humus della violenza

Humus (1994)Il pregiudizio ostile contro un soggetto collettivo e tutti i luoghi comuni con cui si manifesta, alimenta e riproduce, può essere l'humus di qualcosa di più grave, una condizione di discriminazione, una situazione di violenza. Senza il pregiudizio antiebraico non sarebbe stata concepibile la shoah. E' quanto accennava Monica Lanfranco a proposito degli aforismi misogini e della violenza contro le donne. La questione, quando viene discussa, è spesso banalizzata, come si volesse rappresentare un mero rapporto di causa ed effetto. Ma l'humus non è una causa, non è un seme, è soltanto un terreno fertile, una condizione favorevole. Il misogino (o il maschilista) non è necessariamente colui che agisce la violenza contro la donna, può essere persona assolutamente mite e pacifica, che si limita a giustificare, comprendere, razionalizzare, relativizzare, teorizzare, oggettivare, minimizzare, negare. Penso che gli avvocati degli stupratori, quelli dentro i tribunali e quelli fuori, non abbiano mai stuprato nessuno. E neppure quei legislatori, quei commentatori, quegli intellettuali, quegli uomini di chiesa che per tanto tempo hanno impedito che la violenza sessuale divenisse reato contro la persona e non soltanto contro la pubblica morale. E che poi hanno lottato ancora per far si che la famiglia rimanesse una zona franca.

Se tanta violenza e il maggior numero delle violenze avviene entro le mura domestiche, ciò vuol dire che al di fuori di quelle mura, la società lo accetta e nella testa di molti continua a ronzare il detto: "tra moglie e marito non mettere il dito". Se la maggior parte delle donne non denuncia (il 90% secondo l'Istat) è anche perchè l'accoglienza sociale della denuncia non deve essere una gran cosa. Meglio far buon viso a cattivo gioco e cercare di sopravvivere, rimuovere e distrarsi. Magari farsi un giro in rete, partecipare ai blog e ai forum, dove s'incontrano tante persone ironiche e spiritose. Il più delle volte alla violenza fisica (dico le botte) neppure si arriva. E' sufficiente sapere che ci si può arrivare. Basta alzare la voce, basta insultare. Poi ci sono forme di violenza occulta, come il mobbing. Le donne sono le prime vittime del mobbing. Per mobbizzare le donne, negli ambienti di lavoro, una buona dose di misoginia è necessaria. Certamente è utile. L'antisemitismo può non essere la causa diretta dell'olocausto. Nè è stato però il principale innesto, la sua condizione ambientale. Possiamo non sapere in che misura il popolo tedesco abbia apprezzato le discriminazioni prima e poi la persecuzione e lo sterminio degli ebrei. Di certo, non si è opposto, non si è arrabbiato, per nessuna angheria antiebraica, neppure per i campi di concentramento. Temo invece avrebbe accolto meno bene il divieto di raccontarsi barzellette a aforismi contro gli ebrei. E lo si può ben capire: ironizzare, ridere, scherzare, non prendersi sul serio (sulla pelle degli altri) pare aiuti a vivere meglio.

venerdì 29 agosto 2008

Apartheid mentale

Raffaella CarràFobie e razzismi danno luogo ad un apartheid mentale, una mentalità  dissociata, diisguntiva, dicotomica, per cui l'altro, il diverso, lo straniero, è nello stesso tempo sopra di noi e sotto di noi, il male e il meglio, diavolo e angelo insieme. Ma, non è come noi. Due esempi. 1) L'altro, il diverso, è un essere inferiore, ma anche superiore. L'attribuzione di una superiorità al soggetto discriminato è uno dei tanti moduli della discriminazione. Viene praticato con le donne, con gli ebrei, gli omosessuali, i neri. Quante volte abbiamo letto che: le donne sono dotate di un potere intrinseco, gli ebrei sono intelligentissimi e geniali, tutti premi Nobel; gli omosessuali sono dotati di talento e sensibilità eccezionali, tutti scrittori e artisti; i neri sono più forti, più belli, etc, tutti grandi campioni dello sport, e ovviamente, super amatori. Affermare che l'altro è superiore, è l'estrema ratio per non ammettere che siamo pari. Il fatto è che di solito, invertendo il rapporto, la conseguenza sociale non cambia. Siete inferiori, quindi per conseguenza proporzionale, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. Siete superiori, quindi per reazione compensativa, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. 2) L'altro, il diverso in astratto nella sua generalità fa schifo, ma come individuo in carne ossa, nel rapporto con noi può essere persino oggetto d'amore. Le donne sono tutte puttane, ma la nostra mamma, la nostra sorella, la nostra mogliettina, la nostra figlia, sono le creature più sante dell'universo.  Gli immigrati sono delinquenti e criminali, ma il lavoratore immigrato che lavora per noi è una brava persona. Probabilmente, molti antisemiti hanno avuto amici ebrei a cui hanno voluto molto bene e molti schiavisti hanno amato i loro schiavi. Cane è uno spregevole insulto, ma adoriamo il nostro cagnolino, talvolta è il membro più amato della famiglia. Disprezzabile o adorabile, purchè, perchè, docilmente sottomesso. Forse, nel rapporto di potere, questa dissociazione, è soltanto il doppio modulo del bastone e della carota.

giovedì 28 agosto 2008

Il controsenso dell'umorismo

Roberto Calderoli mostra al TG1 una vignetta contro Maometto (febbraio 2006)Capita che grasse risate rovesciate dall'alto verso il basso siano seguite da scusanti innocenti: "Scherzavo, non hai il senso dell'umorismo, lo dicevo per ridere, era solo una battuta". Tra i tanti modi di gettare il sasso e nascondere la mano, c'è anche questo: usare la satira, l'umorismo, l'ironia, come una zona franca, come una frittata da rovesciare, come il travestimento di un intollerante che vuole spacciarsi per dissacratore. L'ironia non è insidacabile, tanto più nella forma del sarcasmo, una modalità di comunicazione ambigua e aggressiva, e difatti ce la permettiamo solo con le persone con cui abbiamo confidenza. Oppure per colpire un avversario. Nella sfera pubblica, se si ritiene che l'ironia sia l'involucro di una diffamazione, può tranquillamente essere oggetto di querela. In ogni caso, può essere oggetto di critica. E perchè no, anche di censura.

Ricordo una trasmissione in cui si presentava una vignetta a Sergio Staino, avente per protagonista un operaio immigrato dal sud. Non ricordo la trama. L'aveva composta l'allora conduttore del TG1, che si dilettava con queste opere. "Le piace?" chiesero a Staino. Rispose no, perché lui considerava satira solo quella che prende di mira i potenti: "se invece se la prende con chi è più debole, non mi fa ridere". Io penso la stessa cosa: l'umorismo che prende di mira, chi è già stato colpito, discriminato, penalizzato, sottomesso, oppresso, lo trovo di cattivo gusto. E può anche essere una forma ipocrita di esprimere consenso per quella condizione, celandosi dietro un innocente "scherzo". O semplicemente di considerarla naturale. Dico, può essere, perchè l'ironia è appunto una forma ambigua, e non si può sapere cosa c'è nella testa della gente. A volte non lo si sa neanche per se stessi. D'altra parte, nella testa delle persone possono convivere cose contraddittorie. Perciò, su certe questioni è meglio essere netti e chiari senza possibilità di fraintendimento. Tanto più nella forma della parola scritta, pubblica e pubblicata, che a differenza di quella orale, rimane anche quando una presunta situazione o atmosfera si è esaurita, e perciò assume un crisma diverso. In rete, sui blog, sui forum, sui siti tradizionali, non ci parliamo, ci scriviamo, anzi scriviamo a chiunque sia di passaggio e si soffermi a leggere, oggi e in futuro. La percezione, e quindi il contesto, dei destinatari, non è meno importante di quello del mittente, ed è comunque condizionato dalla natura del mittente.

Chi sfotte chi? Una mostra di vignette sull'olocausto esposta in Israele ed una esposta in Iran (o peggio ancora in Germania), non hanno lo stesso significato. Una vignetta contro Maometto su un giornale occidentale di ispirazione cristiana o su un giornale arabo di ispirazione musulmana, non hanno lo stesso significato. Se sono i bianchi a deridere i neri, i cattolici gli ebrei o i gli islamici, gli uomini le donne, l'umorismo assume un significato controverso, un cattivo odore e invece di suscitare un sorriso, suscita un ghigno. Le donne sono uno dei due sessi e la misoginia le tratta solo per questo. Gli aforismi misogini, nel loro contenuto, sono volgari e violenti, altrimenti non sarebbero misogini. Cosa significano? Che le donne sono cattive, sgualdrine, stupide, bugiarde, etc. Si trattasse di idee del passato sul cui rifiuto c'è unanime consenso, la questione non si porrebbe e il topic sugli aforismi sarebbe una rassegna di reperti archeologici, volti a mostrare quante cose stupide hanno saputo così ben formulare grandi pensatori e letterati: purtroppo non è così e le stesse battute sessiste, razziste, sono anzi spesso testimonianza del contrario. Come scrive Massimo Gramellini: "Nulla rivela l'uomo come la sua barzelletta preferita".