venerdì 30 maggio 2008

Comunista, il nome e la cosa

Ha detto Imma Barbarossa, presentando a Torino la mozione congressuale di cui è firmataria: "Fino a che esisterà il capitalismo dovrà esistere anche il punto di vista critico del comunismo". Lo si diceva anche ai tempi del congresso di scioglimento del PCI ed io sono d'accordo, ma al tempo stesso constato che questo punto di vista critico, da molti anni, forse ormai da decenni, è prevalentemente etico e ben poco analitico, così i "comunisti" sono via via diventati sempre più simili ai socialdemocratici di sinistra o ai cristiano-sociali.

Questo è stato vero forse fin dal dopoguerra, per i principali partiti comunisti europei, ormai attestati a perseguire politiche redistributive in un sistema democratico parlamentare, tuttavia per almeno un trentennio, l'identità comunista, specie in Italia, ha avuto alcuni punti di forza storici.

Il PCI era il partito della classe operaia, faceva compromessi su tutto, ma non sulla difesa delle condizioni materiali di vita degli operai; era il partito del legame di ferro con l'Urss, il rappresentato dell'Unione Sovietica in Italia, paese di grande prestigio per il suo contributo alla vittoria nella seconda guerra mondiale contro la Germania di Hitler; era il partito dell'antifascismo, l'unico ad aver mantenuto una organizzazione nel paese sotto la dittatura, il più importante e determinato nella Resistenza, componeva il 70 per cento delle brigate, quello che aveva pagato il prezzo più alto, con il maggior numero di condannati, uccisi, incarcerati, esiliati; aveva un gruppo dirigente mitico di capi partigiani, un capostipite leggendario, Antonio Gramsci, e un leader che era stato secondo solo a Stalin e sul piano intellettuale poteva confrontarsi alla pari con Benedetto Croce: Palmiro Togliatti. La forza e l'autorevolezza del suo gruppo dirigente si mantenne almeno fino agli anni Settanta con Enrico Berlinguer.

Ora tutto questo si è esaurito. L'Urss è crollata al temine di un lungo declino, gli operai non esistono più come classe, cioè come soggetto collettivo cosciente di sé e del proprio ruolo; l'antifascismo si è via via affievolito con la memoria storica e per ragioni fisiologiche, anzi si è persino diffuso un senso comune revisionista; e degli attuali dirigenti, nessuno è legittimato da una qualche prova del fuoco.

La parola "comunista" evoca la storia che fu, aggrega con capacità di rendita sempre più ridotta quella parte di militanti, simpatizzanti, elettori che ancora vi si riconosce, ma non sembra più capace di definire una storia nuova, al massimo una utopia, un generico ideale di uguaglianza, un principio, un orizzonte storico, l'abolizione della proprietà privata, l'enunciazione della necessità di un punto di vista critico, come è stato detto, ma non il prossimo futuro politico, cioè una nuova tradizione.

Per una parte dell'opinione pubblica, il comunismo richiama modelli di potere statuale autoritario e dittatoriale, ormai fallito o prossimi al fallimento. Qualcosa di simile e speculare al fascismo. Disse Wojtyla che il nazismo fu il male assoluto e il comunismo il male necessario. Molti oggi, e non da oggi, sottoscriverebbero.

Dunque, che ce ne facciamo ancora di questa parola, di questo nome? Il fatto è che non si presenta ancora una definizione migliore. Gli altri nomi della sinistra - "socialista", "socialdemocratico" - sono altrettanto deteriorati e comunque rappresentano un'altra storia. Altre definizioni sono molto generiche, indistinte, eclettiche, prive di capacità attraente verso i "nuovi" e di tenuta verso i "vecchi".

Un nuovo partito che nascesse dalla fusione di Rifondazione, Pdci, Verdi e Sinistra democratica, certo potrebbe darsi un nome nuovo, avendo però molto presto il problema di darsi anche una identità, ma in assenza di questo evento, che sembra ormai essere stato compromesso dalla batosta elettorale, un semplice cambio di nome del Prc, o di un suo pezzo, in associazione con Sd, avrebbe poco senso o solo il senso di una piccola svolta moderata per permettere a Veltroni di correggere la sua linea dell'autosufficienza, in presenza di un fatto simbolico nuovo.

Il nome è la cosa, si diceva ai tempi della Bolognina, e Alessandro Natta, nel corso dell'ultimo congresso, non ricordo se dalla tribuna o informalmente, chiosò: potete sfogliare tutte le pagine del vocabolario, ma un nome più bello della parola comunista non lo troverete mai.


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