giovedì 29 maggio 2008

La percezione xenofoba dell'insicurezza

"Più stranieri denunciati per reato ma si tratta per l'80% di clandestini. Secondo il Rapporto Annuale dell'Istat il tasso di devianza dei regolari è solo del 2%, di poco superiore a quello dei cittadini italiani" (Repubblica 28 maggio 2008). Gli immigrati delinquono come gli italiani. Eccedono i clandestini, per la loro condizione di povertà e difatti commettono per lo più "reati contro la proprietà (soprattutto borseggio, furto di automobile o in appartamento".

La percezione di una parte della società italiana è smentita dai dati di realtà. Non è la prima volta. Dal 1993 a oggi, ad un aumento dell'immigrazione non è corrisposto un aumento dei reati. Sono diminuiti i delitti più gravi, gli omicidi, ma anche i reati minori, furti e scippi (vedi tabella). L'emergenza crimini è un imbroglio, lo dice il Viminale (Liberazione 3 novembre 2007).

Lo spiega Pino Arlacchi in una intervista a "Rosso di sera ": "Nel 1992 in Italia c’erano pochissimi stranieri: 648mila permessi di soggiorno, pari allo 0,6 per cento della popolazione. Francia e Germania avevano già una percentuale 10 volte superiore. Anche se raddoppiamo la cifra italiana per includere i clandestini, il numero degli immigrati era il più basso d’Europa. Nel 2004 gli immigrati in Italia erano diventati 2 milioni 200mila, pari al 3,9 per cento della popolazione. Un aumento del 550 per cento (...) Abbiamo recuperato in soli 14 anni parte del gap con il resto dell’Europa. Restiamo sempre al di sotto del 5,6 per cento della Francia e dell’ 8,9 per cento di popolazione straniera della Germania, ma il cambiamento è stato enorme. Lo scossone alla società italiana dato da un ingresso così rapido di stranieri avrebbe potuto far saltare molti equilibri. Sarebbero potuti nascere grandi ghetti a ridosso delle maggiori città, e si sarebbe potuta verificare un’ esplosione di disagio e di criminalità giovanile, e di terrorismo pure. (...) Bene. E’ successo l’esatto opposto. La criminalità grave, quella violenta, che si esprime nel numero degli omicidi, o nelle rapine che finiscono con il morto, è diminuita regolarmente lungo tutto questo periodo e fino adesso. Per la precisione, gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero".

Se i fatti sono duri a morire la percezione non è da meno. Si teorizza apertamente, anche nel partito democratico, che è la percezione quella che conta. Una rinuncia unilaterale all'esercizio critico - che dovrebbe essere il compito della sinistra - se consideriamo la percezione essere "ideologia come falsa coscienza" (Nichi Vendola, Torino 23 maggio, sala GAM).

Da una inchiesta del Censis di alcuni anni fa emergeva che la sicurezza era la prima preoccupazione degli italiani, o comunque una delle prime. Agli intervistati che così rispondevano, si domandava poi da cosa traessero la loro convinzione, perchè si sentivano insicuri. Risposta prevalente: da quel che leggiamo sui giornali e da quel che vediamo in televisione. Non da esperienza diretta.

Qui c'è una prima responsabilità, per ragioni politiche, per pregiudizio o per vendere di più: i media dedicano molto spazio, anche in modo enfatico, alla cronaca nera, in particolare a quella che ha per protagonisti cattivi gli stranieri (non tutti, ma solo quelli provenienti da alcune aree del mondo, l'est, il sud) e di conseguenza creano un clima ansiogeno e una immagine negativa dello straniero, verso cui si catalizzano i sentimenti xenofobi.

Una seconda responsabilità è data dal fatto che alcuni partiti sfruttano l'insicurezza a fini elettorali, sovrapponendosi, ma anche incentivando gli allarmismi mediatici. Una ricerca di Luca Ricolfi dimostrava che la paura è stata più forte negli anni 1996-2001, quando l'opposizione di destra ne faceva un'arma di battaglia contro i governi dell'Ulivo, mentre è scesa negli anni 2001-2006, quando l'opposizione di centrosinistra non ne faceva un'arma di battaglia contro il governo Berlusconi, ed è nuovamente risalita negli anni 2006-2008, quando nuovamente la destra tornata all'opposizione ha ripreso a farne un vessillo. Se questo trend prosegue, possiamo prevedere che nel prossimo futuro, con la destra un'altra volta al governo, la paura diminuirà, poichè la propaganda e l'informazione saranno più tranquille, almeno per quanto riguarda la responsabilità della politica. Anche il rapporto Istat 2007 lo conferma: "nel Rapporto Istat si analizza anche la percezione dei cittadini italiani dal 1993: la quota di famiglie che percepiscono un rischio di criminalità elevato ha toccato un minimo nel 2003, per poi crescere e arrivare al 35 per cento tra il 2006 e il 2007. L'aumento massimo, del 10 per cento, dal 1993 si è registrato nel Nord-Est. Se si considera solo l'anno scorso, l'incremento più forte si è registrato nel Nord-Ovest, dove la quota di famiglie 'preoccupate' è passata dal 33 al 38,4 per cento."

Ma ci sono altri due elementi che concorrono ad un aumento della percezione di insicurezza.

1) Il vivere soli, isolati, in territori sradicati, dove le persone non si conoscono, non vivono legami associativi, non conoscono i luoghi, persino i nomi delle vie vicino casa propria, nelle grandi città, nei quartieri di periferia. Un territorio sconosciuto è un territorio nemico.
2) La crisi economica, la paura di essere licenziati o di non poter accedere al lavoro, avere un reddito insufficiente per mantenersi, l'essere benestanti, ma avendo dinnanzi a sè una prospettiva di impoverimento. Questo stato crea una condizione di insicurezza e di angoscia strutturale che poi può incanalarsi contro un capro espiatorio privilegiato (l'immigrato) e contagiare il senso comune generale.

Abbiamo sentito, in una recente puntata di Annozero, le interviste ad alcuni cittadini (nel nord-est) esprimere la propria avversione alla eccessiva presenza degli immigrati, qualificati come invasori, per il solo fatto di doverli vedere, anche se non comportano alcun problema di sicurezza o di ordine pubblico.

Una parte della società italiana tende alla xenofobia e al razzismo perchè ha una paura irrazionale degli immigrati, ma anche perchè forse non ne ha abbastanza, perchè in fondo gli immigrati sono un soggetto debole, un facile capro espiatorio e la loro demonizzazione risulta funzionale alla loro ricattabilità. Gli immigrati clandestini come forza lavoro corrispondono perfettamente a tutti i requisiti di flessibilità, bassi salari, zero tasse e contribuiti.

Non c'è discorso razionale o caritatevole che tenga. Gli immigrati concorrono in misura sempre più importante alla formazione del nostro PIL ed ai fatturati di tante aziende. Se si organizzassero e incrociassero le braccia, se minacciassero sul serio il nostro benessere, allora ci farebbero veramente paura e a quel punto non ci permetteremmo più di essere razzisti.

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