lunedì 30 giugno 2008

Quote rosa

Oggi ho ascoltato una signora, una compagna, protestare contro le "quote rosa" che renderebbero le donne una sorta di "specie protetta". Lei stessa, alla conclusione del congresso di circolo, ha rifiutato di essere eletta nel direttivo, quasi offesa per il fatto di essere scelta in quanto donna. Ergo, reputa che le donne debbano essere scelte per le loro qualità individuali. Morale della favola: resta fuori, lei e le altre. Diversamente, senza "quote rosa" il discorso non cambia: lei e le altre, sempre fuori. Il fatto è che le donne negli organismi elettivi, in politica, in economia, nella magistratura, nei luoghi di potere, sono una minoranza esigua. In conseguenza, di un principio meritocratico? I casi sono due: 1) gli uomini sono in prevalenza migliori delle donne; 2) i meccanismi di selezione non sono neutri di fronte alla differenza di genere. In tal caso, qual'è la soluzione? Attendere che gli uomini si accorgano delle qualità individuali delle donne e finalmente concedano di valorizzarle?


sabato 28 giugno 2008

C'era una volta la cosa rossa

Ho sempre auspicato l'unificazione dei partiti della sinistra radicale in un nuovo soggetto politico. Rifondazione, Pdci, Verdi, Sinistra Ds, insieme, così come i Ds e la Margherita sono confluiti nel Partito democratico. Una forza che, in base alle Europee del 2004, avrebbe potuto raccogliere il 13% dei voti. E sarebbe pure stata un contributo alla razionalizzazione del sistema politico. In fondo, quali gravi discriminanti giustificano la separatezza organizzativi dei quattro partiti? A me, pare, nessuno. Perciò ho visto favorevolmente la nascita della Sinistra Arcobaleno. Purtroppo solo un cartello elettorale, avrei preferito un partito. E' andata male: 3,1% e tutta la sinistra fuori dal parlamento (il PD stesso rifiuta la definizione di "partito di sinistra", almeno così è per dichiarazione di Veltroni, magari D'Alema la pensa diversamente). Qui le valutazioni si divaricano. E' andata male, perchè eravamo solo un cartello, dovevamo essere un partito. Oppure: è andata male, perchè ci siamo unificati già troppo, dovevamo preservare la nostra identità. Qui è il dilemma: le costituenti, le fusioni, i nuovi soggetti politici capaci di mettere insieme quelli vecchi possono avere un potenziale aggregante, capace di raccogliere anche all'esterno, nei movimenti, nelle associazioni. Ma possono avere anche un potenziale disgregante, capace di destrutturare, demotivare, quel che è già aggregato. Il risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno sembra dar ragione alla seconda ipotesi. Sembra. Lo stesso Partito Democratico, progetto che si dà per riuscito, dopo aver unificato i due partiti, Ds e Margherita, ora si articola e si spacca in nuove correnti, dei veri e propri partiti nel partito, con proprie sedi, fondazioni, pubblicazioni, e convegni. E pure il PD ha perso le elezioni.

venerdì 27 giugno 2008

Intercettazioni telefoniche

Oggi l'Espresso pubblica la notizia e i testi sulle nuove intercettazioni telefoniche delle conversazioni tra Berlusconi e l'ex direttore della Rai, Agostino Saccà. Neanche a dirlo, Chicchito denuncia dai Tg della sera l'imbarbarimento della lotta politica e conferma la giustezza del ddl che limita drasticamente il ricorso e la pubblicazione delle intercettazioni, ricorda la solidarietà con D'Alema e Fassino intercettati sul caso Unipol. Posta la necessità di regolamentare la materia, peraltro già in buona parte regolamentata, mi viene in mente solo il trattamento impazzito di tutto l'argomento, il capovolgimento tra accusa e difesa, l'idea secondo cui il "male" è la pubblicazione delle conversazioni e non l'oggetto delle stesse. Insomma, se il cavaliere e altri personaggi pubblici, parlando al telefono, dicessero cose lecite e morali, quale problema avrebbero ad essere intercettati e a vedersi pubblicati? Ne dovrebbero anzi andare orgogliosi. A me sembra che la sostanza sia tutta qui.

giovedì 26 giugno 2008

Sinistra Critica

Lo annoto come puro pensiero fuggente. E se tra Nichi Vendola e Paolo Ferrero la scelta giusta fosse fuori Rifondazione? Scelta giusta, diciamo una scelta migliore, o semplicemente una possibile buona scelta. Per esempio, "Sinistra Critica". Li conosco, sono brave persone. Si è vero, Franco Turigliatto, il senatore che poi diede vita a questo movimento, compì una forzatura individuale (o individualista?), nel votare contro la missione in Afghanistan concorrendo così alla prima crisi del governo Prodi. Non tenne conto della tenuta del quadro politico. Ma quel quadro politico, ormai, meritava di essere tenuto? Quel quadro politico teneva anche noi, il nostro programma, i nostri interessi sociali di riferimento, la nostra gente? Si, è vero è un piccolo gruppo (0,5%). Ma tutta la Sinistra Arcobaleno al 3% non è un grande partito, e Rifondazione, una parte di quel cartello, oggi è pure a rischio di scissione. Cosa ne sarà di questo partito se si dividerà in due pezzi? Le forze dei vari pezzi finiranno per essere equivalenti e si procederà ad una riarticolazione, a nuove fusioni. Un piccolo gruppo non è radicato nel territorio, ma forse i circoli di Rifondazione, uno per ogni grande circoscrizione, lo sono? E realizzano un radicamento nel riunirsi a commentare i lavori della giunta comunale o di quella della circoscrizione, nel disperdere le proprie energie in mille rivoli sull'impronta delle competenze delle amministrazioni locali. Sinistra Critica almeno fa una campagna per il salario minimo. Fa campagne politiche e su quelle concentra le sue poche forze. Forse in buona parte, è solo la vecchia quarta internazionale? Questo non lo so, comunque, non era proprio una brutta cosa, sul piano personale mi erano simpatici, su tante cose ci andavo d'accordo, come radici culturali, certo non sono proprio le mie. Le mie sono staliniste, sono molto peggio, ma ci sono affezionato. Infine, Sinistra Critica ha avuto l'appoggio di Noam Chomsky e Ken Loach. Bellissimi nomi. Certo, in questo pensiero fuggente, c'è anche molto pessimismo, l'idea che forse per una lunga fase, l'essere comunista o anche solo l'essere coerentemente di sinistra, comporti, prima ancora che una pratica politica, una scelta culturale, di testimonianza. Se c'è poco da fare, anche un bel seminario è meglio che niente. Può darsi, ci penserò.

mercoledì 25 giugno 2008

L'impegno è di sinistra

Esiste un'equivoco. Da una parte si dice: la cultura è di sinistra, così come i migliori scrittori, artisti, cantanti, attori, registi, intellettuali. Dall'altra parte si risponde: esisterebbero anche quelli di destra, se non esistesse l'egemonia culturale della sinistra. I vittimisti, a destra, fanno un po' di confusione tra egemonia e potere, ma pazienza. Il fatto è che sono due pregiudizi, radicati nello stesso fraintendimento. Ad essere di sinistra è soltanto l'impegno: l'idea che il proprio nome, la propria attività, il proprio lavoro, la propria opera, possa essere messa al servizio di una causa politica, civile, sociale. Questo è di sinistra.

A destra no, perchè a destra il mondo piace più o meno così com'è, e se non piace, ha poco senso pensare di cambiarlo. Ma pure questo è un problema di sinistra, impostato dal punto di vista del soggetto collettivo. A destra il mondo, è semplicemente il proprio mondo, la propria dimensione individuale, particolare. Se va male, la strada per cambiarlo è anch''essa individuale e particolare, non è una causa politica, civile, sociale. In fondo, la politica, la militanza, l'essere di parte, il partito, sono tutte cose di sinistra. A destra non pensano di essere schierati, si affidano alle "leggi delle natura".

Ma proviamo a declinare, quanto detto con alcuni esempi. Benigni è un attore di sinistra, Totò è solo un attore (anche se è di destra); Bertolucci è un regista di sinistra, Zeffirelli è solo un regista (anche se di destra); Lucio Dalla è un cantautore di sinistra, Lucio Battisti è solo un cantautore (anche se di destra). Credo che proprio Battisti, che a me piace tantissimo, dichiarò nel 1968, o giù di lì, di detestare l'impegno.


martedì 24 giugno 2008

Il consenso di Berlusconi

Cosa è che fa si che Berlusconi abbia il consenso che ha, a dispetto della sua stessa spudoratezza. Se ce lo avessero raccontato, non ci avremmo creduto. Un imprenditore divenuto monopolista della televisione privata, grazie alla sua amicizia con Craxi, uomo simbolo di Tangentopoli e del crollo della prima repubblica, sotto i colpi dell'inchiesta di Mani Pulite. Già nel 1994, c'è qualcosa che non quadra. L'opinione pubblica sembrava condividere quell'inchiesta, quell'opera di generale moralizzazione e già aveva punito nell'urna i partiti del sistema di potere democristiano e socialista. Dunque, che senso poteva avere, dopo quella gran pulizia, premiare l'erede più coerente di quel sistema, uno dei massimi beneficiari? Un bel mistero. Però, è vero che il decreto salva-ladri portò quasi ad una sollevazione popolare. Un consenso un po' strabico, che si prosciugò in sette mesi.

Ma nel 2001 e poi ancora oggi nel 2008, quel consenso maggioritario per il cavaliere ritorna e se rischia di andare in crisi, se e quando è andato in crisi, non è stato per le leggi ad personam, ma per la crisi economica, per l'idea secondo cui, se le cose vanno male nel portafoglio, nei bilanci familiari, nelle aspettative per il futuro, la colpa è del governo in carica, sia esso Prodi o Berlusconi.

Tuttavia, il fatto che un premier inquisito, imputato, usi la leva del governo per risolvere i suoi problemi personali, i suoi grattacapi giudiziari, non sconvolge più di tanto, se non una minoranza etica. La stessa opposizione del PD non si scompone poco e nulla, fino al punto da essere sollecitata a radicalizzarsi, non dal Manifesto o da Liberazione, ma da La Stampa e da Repubblica. L'opposizione anomala, secondo la definizione di Barbara Spinelli, è un problema democratico, perchè la timida tiepidezza del PD espone a divenire parte in causa nel conflitto con il premier, conflitto che lo stesso premier ricerca e provoca, le altre istituzioni dello stato, in primo luogo la magistratura, ma anche lo stesso presidente della repubblica.

Nessuno sembra scandalizzarsi, non le persone normali, quelle che non perdonano il furto di uno zingarello e invocano la tolleranza zero, poi sono così amorfi davanti ai reati di cui è imputato il premier e ai suoi tentativi di depenalizzare i reati, bloccare i processi, vietare le intercettazioni, garantire l'immunità alle più alte cariche dello stato, a cominciare dalla sua. Perchè?

Certo, c'è molta disinformazione, certo c'è la propaganda, certo c'è l'idea che è meglio essere birbanti che rossi, ma c'è anche un connotato antropologico, qualcosa che divide in due la nazione, una differenza radicale, magari con l'interposizione di un'ampia zona grigia. Una divisione tra chi di fronte all'uomo furbo e disonesto si indigna e chi invece prova ammirazione. Se per molti simpatizzanti di sinistra le intercettazioni di D'Alema e Fassino sono stati motivo di seria delusione, per molti simpatizzanti di destra, le intercettazioni o qualsiasi notizia di reato relativa al cavaliere, è motivo di nulla, se non il disappunto di chi vede il proprio beniamino oggetto di una persecuzione giudiziaria, non perchè si pensa non abbia commesso il fatto, ma perchè, dato che lo commettono tutti, non c'è un motivo, se non una cattiva intenzione politica, di perseguire proprio lui.

Diceva il mio fruttivendolo, nel 1994-96 (poi l'ho perso di vista): "prima votavo per Craxi o per Andreotti, perchè loro rubavano e permettevano anche a me di rubare. Oggi voto Berlusconi, per lo stesso motivo".


lunedì 23 giugno 2008

Siamo tutti nostalgici

Siamo tutti nostalgici. Negli ultimi tempi, nessuno ha pensato, ideato, edificato qualcosa di nuovo. Chi dileggia coloro che si attardano a difendere il mondo di ieri, sponsorizza quello dell'altro ieri. Si pensi alla Fiat, per rilanciarsi cosa ha escogitato? La 500! C'è chi prova nostalgia per il comunismo, chi per il fascismo, chi per il lasser faire, chi per la belle epoque, chi per i rapporti sociali del '700, chi per il Medio Evo, chi per le Crociate, chi per l'Impero Romano, chi per il mondo contadino e il patriarcato, chi per il mito del cacciatore, chi per l'uomo delle caverne, confondendolo per sbaglio con il nostro capostipite. Nella competizione delle nostalgie, a prevalere oggi non è la più giovane.


domenica 22 giugno 2008

L'antiberlusconismo morale

Repubblica svolge una opposizione morale intransigente nei confronti del governo Berlusconi. Ieri, ha pubblicato un articolo di Curzio Maltese, in cui si denuncia un declino nella capacità di reazione della società civile di fronte agli attacchi del premier all'indipendenza della magistratura ed alle sue iniziative legislative "ad personam" volte a garantirgli l'impunità nei procedimenti giudiziari in cui è coinvolto.

Nel 1994, il decreto salva-ladri scatenò un movimento di protesta nel paese, a sostegno dell'inchiesta Mani Pulite del Pool di Milano, guidato da Saverio Borrelli. Nel 2001, le varie leggi ad personam suscitarono il movimento dei girotondi. Oggi, di ronte alle leggi che vietano le intercettazioni, bloccano i processi, impediscono di giudicare le più alte cariche dello stato, nulla, il silenzio, l'assuefazione, lottano solo i magistrati.

Questo silenzio dipende probabilmente dalla strategia anti-antiberlusconiana del Partito democratico, che avendo giocato tutte le sue fisce sul dialogo, sulla previsione di un Berlusconi reinventato "statista", oggi non ha subordinate credibili e infatti rimanda la battaglia all'autunno, ma dipende anche dal fallimento del governo Prodi. L'opinione pubblica non si solleva contro l'attuale premier, perchè non ha una alternativa, ha appena scelto di cambiare governo e lo ha fatto principalmente per ragioni di carattere economico-sociale.

L'opposizione a Berlusconi è sacrosanta sui temi del diritto, della questione morale e dell'indipendenza della magistratura. Ma non può essere solo una opposizione morale, ideale, di opinione, ha invece bisogno di innestarsi su alcune ragioni di pancia, non quelle dei bassi istinti, ma quelle delle condizioni materiali delle persone: i salari, i mutui, il precariato, la paura di impoverirsi. Temi sui quali il PD e il giornale di De Benedetti non sembrano avere da dire cose molto diverse da Berlusconi, perciò rinunciano a combatterlo, come Veltroni, o si ritrovano piuttosto solo, come Eugenio Scalfari. L'opposizione morale non basta, è necessaria una opposizione sociale.

sabato 21 giugno 2008

Scissione nel Prc?

Questa sera ribadisco il concetto. Il partito è una comunità, ma anche una organizzazione transitoria, uno strumento, che ha un inizio e può avere una fine. Se vogliamo fare una costituente per un nuovo soggetto politico della sinistra e investire Rifondazione in questo progetto, è naturale che dopo, Rifondazione non ci sarà più. E questo, in sè, non ha nulla di male. Non può essere una accusa, nè ha senso negarlo come fosse un delitto. E’ una evoluzione. Che si può non condividere e allora si indica un’altra prospettiva.

Questo dibattito per certi aspetti ricorda quello della Bolognina, nel 1989-91. Anche allora c’era l’accusa di scioglimento da parte del fronte del No e la negazione da parte di Occhetto. Nel 1991, si sciolse Democrazia Proletaria, per confluire in Rifondazione Comunista, e artefici ne furono Giovanni Russo Spena e Paolo Ferrero. Sciolsero il loro partito, per un progetto più grande e fecero benissimo.

Oggi, il punto è questo: dopo il fallimento elettorale della Sinistra Arcobaleno è realistico immaginare un progetto più grande che riguadagni un’alleanza diversa con il partito democratico? Mi sembra arduo immaginarlo e sarebbe un bel disastro se il tentativo nell’immediato comportasse la scissione di Rifondazione Comunista. Ho letto su Repubblica oggi che si parla di ricorso alla magistratura, di congressi truccati, sospesi, di interrogati dei nuovi iscritti, di iscritti falsi. Tutto ciò è molto deprimente, per quanto fisiologico nella storia dei partiti.

Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Franco Giordano, non sarete il gruppo dirigente di Togliatti o quello di Berlinguer, e nessuno lo pretende, ma siete persone per bene, siete, potete essere i dirigenti e i rappresentati della sinistra che c’è. Se non vi riesce di fare il meglio, pazienza. provate ad evitare il peggio.

Alla fine ci si può anche dividere, ma non c'è bisogno di farlo così in fretta. Questo partito ha conosciuto varie scissioni, che hanno avuto un senso nel momento contigente in cui si verificavano, per perderlo subito dopo, senza però rientrare, come quella del 1998, del Pdci, o quella più recente di Sinistra Critica.

venerdì 20 giugno 2008

Il blog di Nichi Vendola

E' nato il blog ufficiale di Nichi Vendola. Immagino in funzione della battaglia congressuale di Rifondazione Comunista, ma spero anche per dopo. La politica, anche quella di sinistra, quella che subisce una condizione di emarginazione nei media tradizionali, ha finora mantenuto una notevole ritrosia a misurarsi con il web, l'interazione con i naviganti, e quando ha pensato di utilizzare questo nuovo strumento si è limitata a farlo come se si trattasse di una vetrina in più.

Come personaggio, Nichi Vendola mi piace molto, ho di lui una buona stima, fin dai tempi della Fgci e mi ha fatto molto piacere la sua presenza tra i fondatori di Rifondazione. Se sarà lui il nuovo segretario del partito, sarà un leader forte dotato di notevole carisma. L'ideale per la successione a Fausto Bertinotti. C'è anche Paolo Ferrero e pure lui è un dirigente di tutto rispetto.

Tuttavia, non mi è chiarissimo cosa Nichi Vendola proponga. Devo ancora leggere la sua mozione, in verità, tutte le mozioni congressuali. Ma da interviste e interventi vari, finora ho compreso poco. Un orientamento lo ha dato un articolo di Rossana Rossanda: Ferrero rappresenterebbe una visione che pone al centro la contraddizione capitale-lavoro intorno a cui ruotano le altre contraddizioni. Invece per Vendola non vi è più una contraddizione principale, quella capitale-lavoro si affianca a quella di sesso, ambiente-sviluppo, i diritti civili, etc., insomma, una idea del conflitto policentrica. Detta così non saprei proprio stabilire chi ha ragione. Tra l'altro Ferrero ha scritto un libro sugli immigrati insieme a Luigi Ciotti.

Dalla sua analisi, Vendola deriva la proposta della Costituente. Banalizzando e schematizzando, a me sembra si tratti di creare un nuovo partito insieme con la sinistra che ci sta, ergo: la Sinistra democratica di Claudio Fava. Se la metto così, presumo, implicitamente faccio mia l'accusa che viene rivolta a Vendola, e che lui respinge, di voler sciogliere il partito. Il fatto è che in fondo lo penso anch'io, ma penso anche che non ci sia nulla di male. I partiti sono organizzazioni transitorie, possono benissimo scindersi, fondersi, sciogliersi, superarsi in un progetto nuovo. Perchè farne una accusa o perchè nasconderlo? In questa querelle mi sembra che i militanti del partito siano trattati un po' da minorenni. Un dibattito più esplicito e trasparente, più comprensibile, sarebbe più salutare per tutti.

giovedì 19 giugno 2008

Tutti hanno diritto di parola?

Tutti, proprio tutti hanno diritto di parola? Chi pensa che gli ebrei debbano essere gasati (anzi, non sono mai stati gasati), che i "negri" puzzano, le donne sono inferiori, gli omossessuali contro natura o malati da curare. Tutti questi possono parlare? I razzisti possono far parte della democrazia?

Il dilemma rischia di essersi già risolto. Il razzismo è presente nel dibattito pubblico, sui giornali, in parlamento e persino al governo, per ora nella forma più blanda della xenofobia che però può essere l'humus di qualcosa di peggio. L'antisemitismo nazista, pseudoscientifico e razzista poteva innestarsi su una lunga tradizione di pregiudizio popolare.

Ora, la mia risposta alla domanda iniziale è che no, non possono, perchè nel momento in cui prendono la parola, i razzisti, i fascisti, minano la convivenza. Che senso ha dare la parola a qualcuno che la prende per dire che altri non possono parlare? Si autoesclude da solo. Ma si autoesclude da cosa? Dalla pubblica assemblea, ma poi resta con noi, nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei nostri uffici, nelle nostre scuole, ovunque. Allora, escluderlo è come nascondere la polvere sotto il tappeto, ma non escluderlo equivale a legittimarlo.

Le due esigenze sono contraddittorie e forse la soluzione sta in una contraddizione. Come dice la nostra Costituzione: "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Tuttavia, dal Msi a Forza nuova, a tutte le organizzazioni fasciste, per ragioni di opportunità è stato consentito di esistere e di organizzarsi.

Ma come si stabilisce il confine della legittimità? Negare la parola a qualcuno può essere un pericoloso precedente per tutti gli altri. La difficoltà e il rischio ci sono, ma penso valga lo stesso la pena sforzarsi di individuare e stabilire quella linea di confine, oltre la quale c'è l'offesa, la violenza, che ha come fine la discriminazione nei confronti di gruppi umani identificati negativamente come tali sulla base di tratti e caratteri innati. Questo è il razzismo. Poi c'è il fascismo: l'offesa, la violenza, la discriminazione nei confronti di chi la pensa diversamente, che ha come fine il suo silenzio.

mercoledì 18 giugno 2008

Brunetta, il più amato dagli italiani

E' triste sapere che Renato Brunetta è il ministro più amato dagli italiani (forse il secondo, dietro Tremonti) per la sua battaglia ingaggiata contro gli statali «fannulloni». Un parroco a Roma, monsignor Giovanni Celi, gli ha dedicato pure una predica, nella parrocchia di San Giuseppe al Trionfale (Repubblica 16.06.2008).

Brunetta, come il resto del governo, mette nel mirino un capro espiatorio, e raccoglie facili consensi. I lavoratori statali sono percepiti come dei privilegiati dai lavoratori del settore privato, o peggio, dai precari e dai disoccupati. E in più si concedono pause caffé e assenze non giustificate.

La migliore condizione è indubbia. Orario ridotto e recuperi salariali più elevati, non sempre salari più alti. Ma qui, domandiamoci se l'uguaglianza va fatta al rialzo o al ribasso e se peggiorare le condizioni degli statali significa davvero migliorare quella dei privati o se invece l'arretramento di una categoria non si traduca in un arretramento di tutti. Anche se in tutti questi anni è stata predicata una redistribuzione egualitaria all'interno del recinto del proletariato, la perdita di diritti e di poteri è proceduta insieme in tutte le categorie del lavoro e dei pensionati.

Riguardo, i comportamenti individuali che violano il dettato del contratto, qui dovrebbe valere un principio di responsabilità individuale e non un'accusa indiscriminata nei confronti della categoria. Chi sono i fannulloni, chi non lavora, chi si assenta? Procedere con i controlli e sanzionare, senza esporre al pubblico disprezzo tutto il pubblico impiego.

Poi, bisognerebbe affrontare alcune questioni di fondo e distinguere manager, dirigenti, impiegati qualificati, impiegati generici. Per questi ultimi, il lavoro è meramente esecutivo e ripetitivo. Non faticoso, ma molto noioso, che non dà formazione, nè autorealizzazione. Qui c'è solo da minacciare licenziamenti e sanzioni o c'è anche da incentivare sul lato economico e sulla valorizzazione di un profilo professionale? La paura come motivazione può essere davvero molto produttiva?

Infine, c'è una questione di razionalizzazione degli uffici della pubblica amministrazione. Alcuni sono oberati di lavoro, altri no. Tanti «fannulloni» sono tali controvoglia, anzi quasi si sentono vittima di mobbing, fanno poco e nulla, tappano buchi, perchè a loro non viene assegnata nessuna vera mansione e per tante ore non sanno cosa possono fare.

Perseguire il consenso (facile dell'opinione pubblica) e perseguire una maggiore produttività ed efficienza nella pubblica amministrazione, non sono la stessa cosa, forse anzi sono due obiettivi alternativi tra loro.

martedì 17 giugno 2008

L'ultimo arrivato

E' soltanto l'ultimo arrivato e di solito gli chiediamo di adeguarsi a noi, di aspettare, di avere conoscenza e familiarità con le nostre cose, di diventare simile a noi, di integrarsi. In parte è auspicabile, ma quanta fretta di liquidare il suo punto di vista, non ancora inquinato da cattive abitudini. Il suo è un punto di osservazione importante, forse il più importante. Un'occasione di rigenerazione per tutti noi, o almeno di rinnovamento, o forse semplicemente di correzione. Il suo giudizio è, per noi, una prova di presentabilità.

A casa nostra, pensiamo spesso, siamo padroni noi. E tolleriamo (non sempre) tra le mura domestiche, la presenza dei nostri parenti prossimi. E tutti insieme tolleriamo il letto sfatto, la tavola da sparecchiare, il pavimento da spazzare, l'immondizia lasciata sul balcone, i pantaloni e la camicia gettati sul divano, la polvere sulla libreria, il rubinetto che gocciola. Proviamo a sistemare, con calma, a scaricarci il compito l'un l'altro, soprattutto lui a lei, per riceverne in cambio qualche rimbrotto. Ma tutto questo lo tolleriamo. Rimaniamo in pigiama o in vestaglia.

Soltanto di fronte all'ospite, il nostro disordine, le nostre mancanze casalinghe, diventano intollerabili. Riordiniamo tutto in fretta e furia, piuttosto non lo invitiamo oppure, se proprio dobbiamo e nulla possiamo, allora ci prodighiamo in mille scuse. Il suo modo di vederci per noi è importante, più importante di come ci vede la moglie o il marito, o un amico intimo, perchè il suo modo di vederci ci indica quanto siamo presentabili. E' il punto di vista dell'ultimo arrivato. Che lo riconosciamo o no, vale in ogni luogo che pensiamo come "casa nostra". Perciò, quando ci chiudiamo in un gruppo, ci esponiamo costantemente ad una pessima figura. Un'altra prova? Pensate a quanto ci sentiamo inadeguati di fronte ad un neonato, per eccellenza l'ultimo arrivato.

lunedì 16 giugno 2008

Iran: «avanti con il nucleare»

L'Iran dice no all'Europa. Il ministro degli esteri europeo, Javier Solana, a nome del gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna, più la Germania) ha proposto la sospensione da tre a sei mesi del programma iraniano di arricchimento dell'uranio in cambio della costituzione di un consorzio internazionale che dovrebbe arricchire in Russia l'uranio necessario ad alimentare, per uso civile, le centrali iraniane (R. Guolo, Repubblica, 15.06.2008).

Più in dettaglio, le proposte dei 5+1 prevedevano: 1) Aiuti per la costruzione di centrali ad acqua leggera di ultima generazione, un rifornimento legalmente garantito di uranio arricchito da usare come combustibile e cooperazione per lo smaltimento delle scorie. 2) Impegno a lavorare per la normalizzazione delle relazioni economiche e commerciali dell'Iran, offrendo anche il pieno sostegno per l'integrazione di Teheran nelle strutture internazionali, compreso il Wto. 3) Impegno a sostenere il ruolo dell'Iran nella regione e a organizzare una conferenza sulla sicurezza nell'area; incentivi riguardanti la costruzione di strutture per la gestione dei disastri naturali; la modernizzazione dell'agricoltura e delle telecomunicazioni. (Scheda, Repubblica 15.06.2008)

Il 5+1 risponderà con nuove e più dure sanzioni in Estate, ma nel frattempo si dice stupito e deluso per l'immediato rifiuto iraniano a fronte di una proposta molto generosa. Ed è così, almeno in apparenza. Da cosa è determinata la chiusura di Teheran? Perchè procedere con il programma nucleare, scontare nuove sanzioni e rischiare un'aggressione armata da parte degli Usa?

Si mettono in fila varie ipotesi: la competizione interna fra Amadinejad ed i suoi avversari e critici, l'alleanza di fatto con Russia e Cina, per aggirare le sanzioni, l'attesa di un nuovo presidente Usa con cui siglare un accordo migliore, la sfiducia nei confronti dei propri interlocutori, ritenendo che il programma nucleare e la sua realizzazione siano davvero il miglior deterrente di cui ll'Iran dispone nelle relazioni internazionali e a tutela della propria sicurezza, considerando i precedenti, quando l'Iran diede il suo aiuto logistico per la guerra in Afghanistan e ricevette in cambio l'inserimento nell'asse del male; la convinzione che, dopo i disastri in Iraq e in Afghanistan, siamo molto improbabile, se non impossibile, per l'America aprire un nuovo fronte di guerra.

Ma soprattutto, mi sembra, ci sia un nodo strutturale che renda un po' diversa la questione iraniana da quella nordcoreana. Con la Corea del Nord la diplomazia ha ottenuto i suoi risultati anche in virtù dei buoni rapporti di Pyongyang con il suo nemico storico, Seul promotore convinto della pacificazione e dell'accordo, più ancora degli americani. In Medio Oriente, il quadro è diverso, Israele l'antagonista naturale dell'Iran è più intransigente di americani ed europei. E soprattutto, dispone della bomba atomica.

A me pare difficile, salvo voler prendere per buona la propaganda aggressiva e delirante del leader iraniano, possa durare a lungo un monopolio nucleare nella regione più esplosiva del mondo, senza che un altro stato (e poi gli altri stati) non provi a modificare i rapporti di forza. Può davvero esistere una terza via tra denuclerizzazione del Medio Oriente ed equilibrio del terrore?

domenica 15 giugno 2008

L'Irlanda boccia il Trattato di Lisbona

Il referendum irlandese ha bocciato il Trattato di Lisbona. Il "No" ha vinto con il 53,4% dei voti, contro il 46,6 del "Sì". Gli elettori che hanno votato contro il trattato europeo sono stati 862.415, mentre a favore si sono espressi 752.451 irlandesi. L'affluenza è stata di poco superiore al 50% degli aventi diritto.

Forse, davvero, non è una bella notizia. Forse, qualunque cosa sia questa Europa, è meglio che nasca, con tutto il suo deficit di democrazia e di politica sociale. Che nasca e diventi uno stato federale. Poi, nel suo ambito, si lotterà per democratizzarne sempre più le istituzioni e ricostruire un autentico Welfare universale, cioè per affermare obiettivi che all'interno dei confini nazionali sembrano sempre più velleitari.

Forse. Ma fa uno strano effetto leggere sul giornale, sulla progressista Repubblica, che 862.415 irlandesi hanno giocato un brutto scherzo a 500 milioni di Europei. Oppure leggere le dichiarazioni del nostro presidente, Giorgio Napolitano: «Non si può ora neppure immaginare di ripartire da zero. Né si può pensare che la decisione di poco più della metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell’1% della popolazione dell’Unione possa arrestare l’indispensabile, ed oramai non più procrastinabile, processo di riforma. L’iter delle ratifiche dovrà andare avanti fino a raggiungere in tempi brevi la soglia dei 4 quinti, perché il Consiglio europeo possa subito dopo, secondo l’articolo 48 del nuovo Trattato, prendere le sue decisioni».

Meno dell'1% della popolazione. Ma il resto della popolazione, in realtà cosa ne pensa? Perchè la ratifica del Trattato di Lisbona stava procedendo stato per stato nei parlamenti. Cosa sarebbe successo in altrettanti referendum popolari? Come mai si è preferito evitarli? Il popolo può certo sbagliare, ma per impedirglielo, gli si può sequestrare la decisione e gettare su questo sequestro le basi della costruzione europea?

sabato 14 giugno 2008

L'esercito nelle città

Il governo manda l'esercito nelle città, ma finora non è riuscito a conquistare neppure il consenso del PD, che pure, in Lombardia, si appresta a sdoganare le ronde, anche se non vuole chiamarle così.

Della militarizzazione della gestione dell'ordine pubblico, voluta soprattutto da An, per iniziativa del suo ministro alla Difesa, Ignazio La Russa, non è chiaro l'obiettivo. Due o tre militari per ogni poliziotto, nelle ore serali, nei quartieri delle grandi città, in particolare in quelli più "malfamati". Ma a fare cosa, che non possano già fare i poliziotti, mentre decine di migliaia di loro, stazionano negli uffici?

E quale effetto avrà quest'ennesima trovata securitaria nella percezione pubblica? Ci sentiremo più sicuri o avremo l'impressione di trovarci a Bogotà, in un clima che giustifica lo stato d'assedio e il coprifuoco? E se la percezione non cambia (in meglio), come è probabile, quale sarà la prossima mossa?

Può darsi però che nell'immediato la trovata porti bene, almeno nei sondaggi. Su questo versante, finora il governo ha avuto una buona fortuna. Ma il percorso di una legislatura è un percorso da maratoneta, che il Berlusconi IV sta affrontando da centometrista.

Sull'argomento si veda: Baionette per tutti i gusti.


mercoledì 11 giugno 2008

Malasanità privata

Ricordo, negli anni '90 in polemica con la politica di privatizzazione della sanità, ancorché parziale, come quella rappresentata dalle convenzioni tra regioni e cliniche private, eravamo soliti citare i film di Alberto Sordi: Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue.

Magari, ci sembrava pure di esagerare un po', di annunciare malcostumi e degenerazioni che non si sarebbero verificati proprio così, fino a quel punto, anche perchè ormai vi era l'esperienza e una diversa coscienza: il controllo pubblico mantiene il suo ruolo, al privato va la gestione delle cure e dei costi, in tutta trasparenza e con maggior efficienza. Potenza delle ideologie, di quelle che ci sono ancora.

Invece, la realtà supera la più fosca e propagandistica delle immaginazion, supera persino gli incubi. Ho letto in questi giorni i resoconti delle intercettazioni e le cronache sulla clinica degli orrori di Milano, la clinica S. Rita, la cui inchiesta forse si estenderà ad altre dieci cliniche private, ma chissà quante ancora ce ne sono. Con tutto il mio disincanto, faccio fatica a non essere incredulo. Va bene, un medico chirurgo sadico e privo di empatia, con lo spirto del procacciatore d'affari, può esistere, anche più di uno. Ma gli altri, tutti quelli che gli stanno intorno?

Se questa bassa macelleria può accadere, allora c'è un meccanismo, una logica, quella del profitto privato che anestetizza tutto e che prevale sulla volontà e umanità dei singoli, anche se prima o dopo qualcosa si inceppa,. Ma si noti che non vi è stata affatto, in questi anni, una omertà perfetta. Repubblica già dal 2005 pubblicava lettere di protesta dei parenti dei pazienti della Clinica S. Rita, e gli abitanti del quartiere 3, per non finire in quel luogo infernale, quando avevano bisogno di correre d'urgenza al pronto soccorso, anzichè chiamare l'ambulanza, chiamavano il taxi.

P.s. Questa inchiesta è oggi possibile grazie al fatto che la legge sulle intercettazioni telefoniche che vorrebbe Berlusconi, non è ancora in vigore.

martedì 10 giugno 2008

Doppio passo sui reati e fiducia contro senso

Il governo Berlusconi vuole vietare le intercettazioni telefoniche tranne che per i reati gravissimi (associazione mafiosa e terrorismo) e vuole depenalizzare i reati in violazione delle normative di sicurezza sul lavoro. Nel suo precedente mandato, ha depenalizzato il falso in bilancio. Sempre il governo Berlusconi vuole introdurre il reato di immigrazione clandestina e quello della prostituzione in strada. Militarizza le discariche, tratta con il manganello la protesta, e criminalizza gli zingari. A dir poco due pesi e due misure, di segno etnico e classista.

Questo doppio passo, non sembra affatto incidere in negativo sui consensi di cui continua a godere il centrodestra nel paese. Anzi, pare incidano in positivo. Secondo un sondaggio Ipr-Marketing, condotto per Repubblica, cresce la fiducia nel governo, in particolare nei confronti del ministro Brunetta, quello che promette di licenziare i fannulloni tra gli statali. Proprio per questo.

Non voglio adesso fare analisi e considerazioni, quanto manifestare il mio disagio in contro senso.

lunedì 9 giugno 2008

I rifiuti del Nord

Il Presidente della Repubblica, a proposito dei rifiuti di Napoli ha ricordato che la camorra è «responsabile di molti traffici, compresi quelli dei rifiuti tossici, e questi rifiuti insalubri in gran parte sono arrivati dal Nord. Non mi pare - ha aggiunto - che ne sia sempre stata consapevole l'opinione pubblica settentrionale». E difatti, l'emergenza rifiuti napoletana è stata letta da molti come una riprova del cattivo carattere meridionale o comunque come una vicenda le cui responsabilità sono circoscritte a livello locale, da quello delle istituzioni (Bassolino, Jervolino) a quello della Camorra.

Alle parole del Capo dello Stato ha reagito la lega Nord, con vittimismo e, la consueta, aggressività e volgarità. La dichiarazione più decente è stata quella di Roberto Castelli: «È evidente dove si vuole arrivare - dice il sottosegretario leghista - i rifiuti della Campania li smaltiscano i cattivoni del nord. Ma anche il presidente della Repubblica deve prendere atto che non c´è più nessuno al nord disposto ad accettare ciò. Puntualmente come un fiume rispunta l´argomentazione che, come per qualsiasi altro problema del sud, la responsabilità primigenia è di quei cattivoni del nord» (si veda il resoconto di Repubblica, 5 giugno).

In realtà, Giorgio Napolitano, non ha mosso un attacco meridionalista al nord, ma basandosi semplicemente su quanto affermano gli atti parlamentari (si legga quanto scrive la Relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti), ha svelato il segreto di Pulcinella per fare un discorso di corresponsabilità, cioè per ricordare a tutti che l'emergenza rifiuti a Napoli è una questione nazionale.

Dalla Relazione territoriale sulla Campania, pag. 55: "(...) I pubblici ufficiali consentivano, in cambio di «mazzette», lo sversamento illecito di migliaia tonnellate di rifiuti, provenienti da diverse Regioni del Nord e Centro Italia, in terreni a destinazione agricola ed in cave per cui era stato approvato il progetto di «ricomposizione ambientale» proprio al fine di recuperare siti precedentemente depauperati sotto il profilo ambientale, in quanto già utilizzati come cave abusive. (...)"

Lo ha riconosciuto anche Formigoni, presidente della Lombardia (Ansa, 6 giugno). Le parole di Napolitano sui rifiuti in Campania sono state “particolarmente accorate e dense di preoccupazione per una situazione difficile”: così le ha definite il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. Anche la parte in cui il Capo dello Stato ha parlato di “corresponsabilita” sottolineando che gran parte dei rifiuti tossici sono arrivati dal Nord, non ha scosso il governatore lombardo. “Ha ricordato dati già conosciuti”, ha osservato Formigoni, dati che riguardano “azioni di tipo criminale” con cui “le istituzioni non hanno nulla a che fare, ma sono parte lesa”. “Certo spiace notare che pochissimi di questi atteggiamenti criminali che si suppone siano numerosi sono stati rilevati e puniti - ha concluso -. C’é ancora un’attività di investigazione che deve essere fatta perché i colpevoli siano assicurati alla giustizia”.

Sul tema, si legga: "Bolle false e finti trattamenti, così cammuffiamo i veleni". Inchiesta di Carlo Bonini (Repubblica 6 giugno 2008) e "Ecco dove sono i rifiuti del Nord", inchiesta di Adriana Pollice, il Manifesto 6 giugno 2008).

domenica 8 giugno 2008

Migranti e ciclo economico

Si dice che l'immigrazione meridionale nel Nord-Italia, durante gli anni '50-'60 ha avuto successo dal punto di vista dell'integrazione, perchè quelli erano gli anni del boom economico, un ciclo espansivo che permetteva politiche redistribute. Oggi, al contrario, il ciclo è recessivo e ciò impedirebbe altrettanto successo all'integrazione dell'immigrazione straniera.

Sembra un argomento razionale, come tutti gli argomenti deterministici. Ma i termini del ragionamento potrebbero anche essere invertiti. Il boom permise l'immigrazione meridionale, ma soprattutto, l'immigrazione meridionale permise il boom. I lavoratori settentrionali, da soli, non ce l'avrebbero fatta ed oggi con il senno di poi possiamo dire che l'integrazione dei meridionali al nord ha avuto successo, ma negli anni '50 forse la percezione sulla futura convivenza tra "indigeni" e "immigrati" nel triangolo industriale era meno ottimistica.

Allo stesso modo, oggi è il declino che ostacola l'immigrazione straniera o non piuttosto è l'immigrazione straniera che argina il declino e impedisce un vero e proprio crollo dell'economia italiana e forse di tutto il vecchio continente?

sabato 7 giugno 2008

La vendetta del bullo

Da ragazzo, un mio amico raccontava le sue disavventure di "primino". I più grandi, delle quarte, delle quinte, a scuola facevano i bulli con lui: lo prendevano in giro, lo insultavano, lo picchiavano, gli tiravano la scopa in testa quando era nel gabinetto, e gli mettevano la testa sotto l'acqua. Lo raccontava tra il sadico e il masochistico. Se ne lamentava, ma pure lo accettava, come fossero le regole della vita. E poi concludeva: "Il prossimo anno, con i nuovi primini, mi vendicherò! Ah, se mi vendicherò!".

A me sembrava un po' idiota e un po' vigliacco: riceve danno dai più grandi e pensa di vendicarsi sui più piccoli. Che senso ha? Invece, è un senso comune diffuso e compensatorio, un modello di incivile convivenza. I meridionali sono stati (e sono ancora) oggetto di razzismo, e a loro volta fanno gli zelanti razzisti verso gli extracomunitari. Il principale, il caporeparto tratta male il dipendente e questo rientra a casa e tratta male la moglie e i figli. Uno stato più forte ne reprime uno più debole, il suo regime reprimerà i dissidenti o le minoranze interne: Saddam che gasa i curdi o Milosevic che rastrella i Kosovari dopo i bombardamenti degli americani. L'olocausto fu anche questo: lo sterminio degli ebrei, quando ormai la Germania nazista aveva perso la seconda guerra mondiale. E poi la stessa vicenda dell'immigrazione sionista in Medio Oriente, sfuggita prima ai pogrom, poi alla Shoah, nella realizzazione del suo progetto di stato a danno dei palestinesi, sembra iscriversi nello stesso corollario.

Ordini di grandezza del tutto diversi, ma con una filosofia compensatoria comune. Una storia intesa come un succedersi di bullismi individuali, sociali, di stato, che di volta in volta elegge il suo capro espiatorio, collocando l'individuo, il gruppo, la società su un piano inclinato in fondo al quale si trova una qualche forma di fascismo.

venerdì 6 giugno 2008

La Spagna xenofoba come l'Italia?

Alle giuste accuse di razzismo e xenofobia mosse dal governo spagnolo all'Italia, la destra italiana è solita replicare rispedendo l'accusa al mittente: la Spagna contro i migranti sarebbe più violenta e razzista dell'Italia. Si veda questo post di Magdi Allam. Si vedano però anche i dati che pubblica sull'immigrazione nello stato iberico. I clandestini sono 1.105.000 contro i 650 mila in Italia.

E' vero che la politica spagnola sui migranti ha aspetti discutibili e condannabili, come quella di qualsiasi paese europeo: i cpt, le espulsioni e i respingimenti violenti, specie nell'enclave spagnola di Melilla, fortificata e periodicamente presa d'assalto dai migranti dell'area sub-sahariana, la moratoria nei confronti dei lavoratori dell'est.

Ma la Spagna svolge anche una politica di cooperazione e di aiuti finanziari ai paesi africani di emigrazione: ha triplicato il budget per la cooperazione, portandolo a 700 milioni di euro; fornisce sostegno legale, formazione (con la costruzione di scuole professionali nel campo dell’edilizia, dell’agricoltura, della pesca, del turismo, del catering) e quote di emigrazione legale. Insomma, oltre al bastone, anche la carota (vedi articolo).

L'intensificazione della lotta al lavoro nero è stata accompagnata da un ampliamento dei canali per l'ingresso nel mercato del lavoro anche utilizzando la possibilità del lavoro stagionale. "In Spagna non è indispensabile che uno straniero ottenga il permesso di soggiorno prima di cominciare a svolgere un'attività lavorativa sia autonoma che dipendente. Il titolo infatti serve solo a convalidare il proprio diritto a risiedere sul territorio nazionale" (scheda).

"Dal 2004 in Spagna vige una nuova legge sull'immigrazione assai più liberale della precedente. Non che gli spagnoli siano teneri con i clandestini, ma il sistema iberico tende a favorire chi si comporta bene e lavora e il governo ha abbandonato una strada di generale criminalizzazione dell'immigrato. Anche di quello clandestino. In Spagna infatti la legge prevede per tutti, anche per i clandestini, l'iscrizione all'anagrafe; questo comporta una serie di benefici (tra cui la consegna di una tessera sanitaria) che li spinge ad iscriversi" (articolo).

E per favorire il ritorno in patria degli immigrati, Zapatero propone di concedere loro l’intero salario di disoccupazione liquidato in contanti (articolo). Nella regione di Madrid, un cittadino su sei è immigrato e grazie agli immigrati il pil spagnolo, dal 2000 al 2006, è aumentato del 38%.

giovedì 5 giugno 2008

Il razzismo antimeridionale

E' già successo con l'immigrazione meridionale al nord, forse anche in modo più estremo. A Torino, fuori dai palazzi vi erano cartelli con su scritto: "non si affitta ai meridionali". Vi erano progettisti di case da destinare all'alloggio della manodopera del sud, che in periferia facevano i nuovi appartamenti con il soffitto più basso di tre metri, perchè tanto "i meridionali sono bassi di statura". "Napoli" era un insulto ancora più diffuso di "terrone" ed era il modo in cui mia nonna di Venaria chiamava me, ogni volta che da bambino facevo qualcosa di sbagliato. La Stampa di Torino enfatizzava di fatti di cronaca nera, segnalando sempre l'identità regionale (calabrese, napoletana, pugliese, siciliana) degli autori di furti, scippi, rapine.

I meridionali non piacevano per il loro dialetto, per il loro fare chiassoso, perchè stendevano la biancheria fuori dai balconi sulla strada, perchè facevano "casino", erano maleducati, non avevano voglia di lavorare. Ma anche perchè lavoravano tante ore, a basso costo, non erano sindacalizzati, si facevano sfruttare, abbassavano i diritti di tutti, non avevano professionalità, erano il nuovo operaio massa nella fabbrica fordista, in concorrenza con l'operaio di mestiere piemontese. Ma c'era la grande fabbrica che funzionava pure come integratore sociale, c'era il sindacato e il partito comunista che orientavano all'alleanza tra lavoratori contro la vera controparte, quella padronale, che accumulava profitti, ma non redistribuiva risorse.

Nell'autunno caldo del 1969, furono proprio gli operai meridionali a rilanciare la lotta, gli scioperi, l'occupazione, a riportare la questione operaia al centro della città, conquistare la previdenza retributiva e l'istituto del consiglio di fabbrica, a riscattare la sconfitta degli operai settentrionali del 1955. La lotta per i diritti del nuovo operaio massa meridionale, ha fatto avanzare i diritti di tutti.

Ad una prima fase in cui i nuovi arrivati sono disponibili ad essere supersfruttati, facendo una sorta di concorrenza sleale, può seguire uno sviluppo, in cui la presa di coscienza e la lotta per i propri diritti fa avanzare i diritti di tutti. Perciò, quello che occorre non è l'impossibile respingimento dello straniero, che non fa altro che ricacciarlo e mantenerlo nell'illegalità, proprio nella condizione che lo rende ricattabile e sfruttabile, sleale concorrente del lavoratore a contratto, ma la sua possibile integrazione e regolarizzazione. Un lavoratore straniero regolarizzato è alleato di tutti i lavoratori. I lavoratori rumeni in sciopero alla Renault si battono per l'aumento del salario di tutti i lavoratori della Renault. I lavoratori stranieri regolarizzati producono nuova ricchezza per tutti.

mercoledì 4 giugno 2008

Scrivere un blog

Perchè un blog? Devo dire che mi piace la piattaforma di Blogger, anche se mi disturba un po' l'idea di non avere il controllo sul database. Può essere che prima o poi trasferisca tutto su un mio host, se sarà possibile trasferire o che ricominci da capo.

Dato che mi piace, forse questo è il primo motivo. Come quando da piccolo, ma anche un po' più grande, mi ritrovavo tra le mani una penna nuova o un quaderno nuovo, sentivo subito il bisogno di scrivere. Qui poi c'è l'effetto dell'esser pubblicato e dell'essere editore di se stesso.

Poi c'è la sfida di verificare se sono in grado di scrivere un pezzo ogni giorno. Ogni giorno un pensiero su qualcosa, senza nessuno che mi faccia direttamente da interlocutore o anche solo da spalla. Ho sentito definire questo esercizio "solipsismo", che non so bene cosa voglia dire, verificherò al più presto.

Resta il dubbio, se sia giusto scrivere solo quando si ha davvero qualcosa da dire o se sia meglio provare a scrivere qualcosa anche quando sembra che da dire non ci sia nulla. Dipende da cosa è quel nulla: assenza o nebbia?

Ma scrivere, in ogni caso, aiuta a mettere ordine nel cervello, a chiarire le proprie idee o a prendere atto che su certi argomenti le proprio idee sono insufficienti, troppo frammentarie. Chi scrive è invogliato a leggere e se legge prima o poi sente il bisogno di scrivere.

Inoltre, un blog può funzionare come un archivio e in un prossimo futuro potrà tornare utile consultare quanto ho scritto, annotato e segnalato ogni giorno. Anche imparare a rileggersi può diventare una buona abitudine. Spesso, proprio nell'attimo in cui scriviamo siamo particolarmente saggi. Poi, subito dopo, rimuoviamo.

Diceva Palmiro Togliatti che la miglior scuola di formazione politica è la redazione del verbale delel riunioni e lui redigeva personalmente i verbali delle riunioni della Direzione. Ecco, condurre un blog può essere in fondo come la redazione di un verbale, delle proprie (magari non sempre eccelse) elaborazioni, quelle che si formano nel confronto tra sè e gli altri o anche solo con un articolo di giornale.

domenica 1 giugno 2008

Il vittimismo dei guerrieri

Quando Berlusconi scese in campo (secondo il suo frasario) nell'ormai lontano 1994, parlava come se volesse liberare l'Italia dal comunismo. Ci pareva stravagante, ma anche i suoi seguaci, che magari fino a poco tempo prima avevano simpatizzato per la Dc, il Psi, o qualche altro frammento del pentapartito, si esprimevano come se fino ad allora fossero stati minoranza, opposizione, lungo un interminabile tunnel governato dalla sinistra.

Negli anni successivi, questo atteggiamento non è cambiato e ancora oggi è così. Un classico è quello che rimprovera alla sinistra l'egemonia nella cultura: i libri, i giornali, l'università, la televisione (persino Mediaset) sono di sinistra. E quelli di destra non hanno mai potuto parlare, scrivere, pubblicare, esprimersi, in una sorta di narrazione rovesciata della storia e della realtà del paese.

Un paese nel quale, negli anni del dopoguerra era vietato vendere l'Unità nelle edicole e farne la diffusione militante e il segretario del PCI, Palmiro Togliatti, ha potuto parlare per la prima volta in televisione nel 1962. E fino al 1975 è esistito un solo canale televisivo sotto l'esclusivo controllo del principale partito di governo: la Democrazia cristiana.

Questa occupava tutto lo spazio alla sua destra, e l'Msi era nel ghetto, fuori dall'arco costituzione. Secondo la Costituzione, quel partito forse non doveva neppure esistere. Persino quell'area, se è stata capace di dare vita ad un partito e ad un suo quotidiano, forse poteva anche sviluppare iniziative editoriali. Magari lo ha fatto e ne sappiamo poco e nulla, poichè nessuno vi ha trovato nulla di interessante da studiare. Persino la dittatura fascista, all'apice del suo potere, nel 1941, ebbe qualche difficoltà nel redarre autonomamente le voci della prima grande enciclopedia italiana. Quelle di storia le scrisse Delio Cantimori, futuro storico marxista.

La destra non ha mai puntato sulla cultura come propria arma. Conosciamo giovani di destra che possiedano il mito dell'intellettuale? No, loro sognano di essere guerrieri, vichinghi, uomini di azione. E se e quando esprimono qualcosa nella cultura, non lo mettono in relazione con il loro essere politico. Lucio Battisti era di destra, anche Mogol. E chi se n'è mai accorto? Si dirà: non poteva dirlo negli anni Settanta. E invece quando lo hanno poi detto negli anni Ottanta e Novanta, la loro immagine è cambiata, si è finalmente riflesso il loro essere di destra nei testi e nelle musiche che componevano? Proprio no.

Se guardiamo la vicenda delle foibe, dei delitti partigiani, dello stalinismo, di qualunque errore o orrore ascrivibile a sinistra, la storia viene scritta a sinistra. A destra non la scrivono, al massimo ne divulgano una versione volgarizzata e gli va bene così, salvo lamentarsi di essere sempre stati censurati, ostracizzati, non pubblicati, e via discorrendo in un eterno incedere vittimista. A destra non c'è bisogno di interpretare il passato, per capire il presente e progettare il futuro: anima e corpo della cultura.

Una volta chiesero all'autoironico Storace: di qualcosa di destra. E lui: "Ah froci!"