martedì 17 giugno 2008

L'ultimo arrivato

E' soltanto l'ultimo arrivato e di solito gli chiediamo di adeguarsi a noi, di aspettare, di avere conoscenza e familiarità con le nostre cose, di diventare simile a noi, di integrarsi. In parte è auspicabile, ma quanta fretta di liquidare il suo punto di vista, non ancora inquinato da cattive abitudini. Il suo è un punto di osservazione importante, forse il più importante. Un'occasione di rigenerazione per tutti noi, o almeno di rinnovamento, o forse semplicemente di correzione. Il suo giudizio è, per noi, una prova di presentabilità.

A casa nostra, pensiamo spesso, siamo padroni noi. E tolleriamo (non sempre) tra le mura domestiche, la presenza dei nostri parenti prossimi. E tutti insieme tolleriamo il letto sfatto, la tavola da sparecchiare, il pavimento da spazzare, l'immondizia lasciata sul balcone, i pantaloni e la camicia gettati sul divano, la polvere sulla libreria, il rubinetto che gocciola. Proviamo a sistemare, con calma, a scaricarci il compito l'un l'altro, soprattutto lui a lei, per riceverne in cambio qualche rimbrotto. Ma tutto questo lo tolleriamo. Rimaniamo in pigiama o in vestaglia.

Soltanto di fronte all'ospite, il nostro disordine, le nostre mancanze casalinghe, diventano intollerabili. Riordiniamo tutto in fretta e furia, piuttosto non lo invitiamo oppure, se proprio dobbiamo e nulla possiamo, allora ci prodighiamo in mille scuse. Il suo modo di vederci per noi è importante, più importante di come ci vede la moglie o il marito, o un amico intimo, perchè il suo modo di vederci ci indica quanto siamo presentabili. E' il punto di vista dell'ultimo arrivato. Che lo riconosciamo o no, vale in ogni luogo che pensiamo come "casa nostra". Perciò, quando ci chiudiamo in un gruppo, ci esponiamo costantemente ad una pessima figura. Un'altra prova? Pensate a quanto ci sentiamo inadeguati di fronte ad un neonato, per eccellenza l'ultimo arrivato.

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