sabato 7 giugno 2008

La vendetta del bullo

Da ragazzo, un mio amico raccontava le sue disavventure di "primino". I più grandi, delle quarte, delle quinte, a scuola facevano i bulli con lui: lo prendevano in giro, lo insultavano, lo picchiavano, gli tiravano la scopa in testa quando era nel gabinetto, e gli mettevano la testa sotto l'acqua. Lo raccontava tra il sadico e il masochistico. Se ne lamentava, ma pure lo accettava, come fossero le regole della vita. E poi concludeva: "Il prossimo anno, con i nuovi primini, mi vendicherò! Ah, se mi vendicherò!".

A me sembrava un po' idiota e un po' vigliacco: riceve danno dai più grandi e pensa di vendicarsi sui più piccoli. Che senso ha? Invece, è un senso comune diffuso e compensatorio, un modello di incivile convivenza. I meridionali sono stati (e sono ancora) oggetto di razzismo, e a loro volta fanno gli zelanti razzisti verso gli extracomunitari. Il principale, il caporeparto tratta male il dipendente e questo rientra a casa e tratta male la moglie e i figli. Uno stato più forte ne reprime uno più debole, il suo regime reprimerà i dissidenti o le minoranze interne: Saddam che gasa i curdi o Milosevic che rastrella i Kosovari dopo i bombardamenti degli americani. L'olocausto fu anche questo: lo sterminio degli ebrei, quando ormai la Germania nazista aveva perso la seconda guerra mondiale. E poi la stessa vicenda dell'immigrazione sionista in Medio Oriente, sfuggita prima ai pogrom, poi alla Shoah, nella realizzazione del suo progetto di stato a danno dei palestinesi, sembra iscriversi nello stesso corollario.

Ordini di grandezza del tutto diversi, ma con una filosofia compensatoria comune. Una storia intesa come un succedersi di bullismi individuali, sociali, di stato, che di volta in volta elegge il suo capro espiatorio, collocando l'individuo, il gruppo, la società su un piano inclinato in fondo al quale si trova una qualche forma di fascismo.

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