mercoledì 2 luglio 2008

Il diritto è un contratto

Secondo una concezione autoritaria e paternalistica del potere, il diritto è una concessione che un governo magari troppo buono elargisce ai sudditi, se e quando le cose vanno bene, ma appena vanno male, quella concessione deve essere revocata a favore di un senso pratico capace anche brutalmente di affrontare e risolvere i problemi o almeno di rassicurare. Questa concezione aleggia intorno alle giustificazioni dei provvedimenti governativi che vogliono schedare e prendere le impronti digitali ai bambini rom, determinando una condizione per cui i diritti valgono solo per una parte e per un'altra no. E nel primo caso diventano privilegi, questi si una concessione revocabile.

Invece, secondo una concezione liberale e democratica del potere, il diritto è un contratto che regge i delicati equilibri della convivenza civile. Rompere o incrinare quel contratto significa rompere o incrinare le basi della convivenza. Uno stato che non garantisce i diritti, difficilmente può pretendere l'assolvimento dei doveri e chiedere fiducia. L'alternativa allo stato di diritto è lo stato di polizia. Al primo si può anche concedere la propria impronta (per quanto sia discutibile come misura), si pensa, si crede che mai un simile stato la userà contro di noi. Al contrario, uno stato di polizia non può essere affidabile.

Perciò, dare garanzie, rispettare i diritti, mantenere la fedeltà, la lealtà ai principi costituzionali, non è una forma di astratta nobilità, è la condizione affinché ogni individuo possa vivere e convivere senza avere paura del potere. Nella paura del potere, ciascuno si difende come può, cerca di sottrarsi alla giurisdizione dello stato, e si cerca i suoi protettori. Nella paura del potere, si affermano logiche e pratiche mafiose. Sarà un caso che il governo che vuole schedare i rom è lo stesso al cui interno si proclama Mangano un eroe, ci si oppone al carcere duro per i boss e si predica la convivenza con la mafia?

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