domenica 31 agosto 2008

La violenza è un rapporto di potere

La violenza è prima di tutto un rapporto di potere. La violenza la praticano i forti contro i deboli. E' così nel rapporto tra gli stati, tra le etnie, tra le classi, tra gli individui, ed anche tra i sessi. Poi, questa pratica viene espulsa da sè e collocata in un altrove: nell'arretramento culturale, nel disagio sociale, nella pazzia. E' il rifiuto di ammettere che è normale e ci coinvolge direttamente.

Lo facciamo per la guerra. Apparteniamo a popoli che seminano da cinquemila metri d'altezza bombe a grappolo, uranio impoverito, fosforo, napalm, agente orange, etc. Ma consideriamo barbarie e inciviltà il machete balcanico, i tagliagola fondamentalisti, i kamikaze palestinesi, le lapidazioni etc. Lo facciamo nel rapporto con gli stranieri. Abbiamo una criminalità organizzata che controlla un quarto del territorio e pulisce il suo denaro sporco a Piazza Affari e nelle grandi banche. Abbiamo un sistema di trasporti e di attività produttive che falcidia migliaia di persone ogni anno, ma per noi l'illegalità e l'insicurezza sono gli immigrati, gli zingari. Lo facciamo per i rifiuti tossici. Dal nord li spediamo al sud, e poi disprezziamo i napoletani perchè affogano nell'immondizia.

Lo facciamo anche per la violenza sulle donne. Che collochiamo nel passato, in Pakistan, o nelle sacche della nostra emarginazione e del nostro arretramento culturale. Eppure, a parte la polemica politica, se Bush muove guerra e violenza contro l'Afghanistan e l'Iraq, noi non pensiamo che sia un disagiato mentale. E infatti, si guarda bene dal muovere guerra contro la Russia o contro la Cina. Nella scelta della guerra e in quella della pace tiene conto dei rapporti di forza. Secondo questo criterio, agiscono anche i bulli della banda del muretto: rispettano il più forte, infieriscono sul più debole. E in tal modo, creano e consolidano una gerarchia del potere. Così fanno gli uomini nei confronti delle donne. Forse vi è qualche caso, ma in genere non si ha notizia di operai che usino violenza contro le donne manager, o impiegati contro donne capo-ufficio e direttrici, o studenti contro professoresse, o soldati contro donne sergente, tenente, capitano. Ritardati, disagiati, analfabeti, mica scemi. In "Travolti da un insolito destino" lui si permette violenza contro di lei, solo quando diventano naufraghi in un'isola deserta. Con tutto il rispetto e l'importanza da riconoscere alla cura, all'educazione, e alla cultura, la questione per ridurre la violenza è quella di ridurre, non tanto lo squilibrio mentale (che va sempre bene) quanto lo squilibrio (di potere) tra i sessi.

In un libretto titolato "l'arte di conoscere se stessi" sono raccolti vari aforismi di Arthur Schopenauer. Ce n'è uno che spiega bene il rapporto tra il principio morale e il principio reale e la causa della violenza. «Non è possibile tenere le donne entro i limiti della ragione se non incutendo loro paura, ma nel matrimonio è necessario tenerle entro questi limiti perchè si condividono con loro le cose migliori che si hanno, anche se così si perde in felicità e amore ciò che si guadagna in autorità. In questo modo si spiega, per esempio, perchè in Inghilterra la metà di tutti i delitti capitali sia commessa tra coniugi

(31 agosto 2008)

sabato 30 agosto 2008

L'humus della violenza

Humus (1994)Il pregiudizio ostile contro un soggetto collettivo e tutti i luoghi comuni con cui si manifesta, alimenta e riproduce, può essere l'humus di qualcosa di più grave, una condizione di discriminazione, una situazione di violenza. Senza il pregiudizio antiebraico non sarebbe stata concepibile la shoah. E' quanto accennava Monica Lanfranco a proposito degli aforismi misogini e della violenza contro le donne. La questione, quando viene discussa, è spesso banalizzata, come si volesse rappresentare un mero rapporto di causa ed effetto. Ma l'humus non è una causa, non è un seme, è soltanto un terreno fertile, una condizione favorevole. Il misogino (o il maschilista) non è necessariamente colui che agisce la violenza contro la donna, può essere persona assolutamente mite e pacifica, che si limita a giustificare, comprendere, razionalizzare, relativizzare, teorizzare, oggettivare, minimizzare, negare. Penso che gli avvocati degli stupratori, quelli dentro i tribunali e quelli fuori, non abbiano mai stuprato nessuno. E neppure quei legislatori, quei commentatori, quegli intellettuali, quegli uomini di chiesa che per tanto tempo hanno impedito che la violenza sessuale divenisse reato contro la persona e non soltanto contro la pubblica morale. E che poi hanno lottato ancora per far si che la famiglia rimanesse una zona franca.

Se tanta violenza e il maggior numero delle violenze avviene entro le mura domestiche, ciò vuol dire che al di fuori di quelle mura, la società lo accetta e nella testa di molti continua a ronzare il detto: "tra moglie e marito non mettere il dito". Se la maggior parte delle donne non denuncia (il 90% secondo l'Istat) è anche perchè l'accoglienza sociale della denuncia non deve essere una gran cosa. Meglio far buon viso a cattivo gioco e cercare di sopravvivere, rimuovere e distrarsi. Magari farsi un giro in rete, partecipare ai blog e ai forum, dove s'incontrano tante persone ironiche e spiritose. Il più delle volte alla violenza fisica (dico le botte) neppure si arriva. E' sufficiente sapere che ci si può arrivare. Basta alzare la voce, basta insultare. Poi ci sono forme di violenza occulta, come il mobbing. Le donne sono le prime vittime del mobbing. Per mobbizzare le donne, negli ambienti di lavoro, una buona dose di misoginia è necessaria. Certamente è utile. L'antisemitismo può non essere la causa diretta dell'olocausto. Nè è stato però il principale innesto, la sua condizione ambientale. Possiamo non sapere in che misura il popolo tedesco abbia apprezzato le discriminazioni prima e poi la persecuzione e lo sterminio degli ebrei. Di certo, non si è opposto, non si è arrabbiato, per nessuna angheria antiebraica, neppure per i campi di concentramento. Temo invece avrebbe accolto meno bene il divieto di raccontarsi barzellette a aforismi contro gli ebrei. E lo si può ben capire: ironizzare, ridere, scherzare, non prendersi sul serio (sulla pelle degli altri) pare aiuti a vivere meglio.

venerdì 29 agosto 2008

Apartheid mentale

Raffaella CarràFobie e razzismi danno luogo ad un apartheid mentale, una mentalità  dissociata, diisguntiva, dicotomica, per cui l'altro, il diverso, lo straniero, è nello stesso tempo sopra di noi e sotto di noi, il male e il meglio, diavolo e angelo insieme. Ma, non è come noi. Due esempi. 1) L'altro, il diverso, è un essere inferiore, ma anche superiore. L'attribuzione di una superiorità al soggetto discriminato è uno dei tanti moduli della discriminazione. Viene praticato con le donne, con gli ebrei, gli omosessuali, i neri. Quante volte abbiamo letto che: le donne sono dotate di un potere intrinseco, gli ebrei sono intelligentissimi e geniali, tutti premi Nobel; gli omosessuali sono dotati di talento e sensibilità eccezionali, tutti scrittori e artisti; i neri sono più forti, più belli, etc, tutti grandi campioni dello sport, e ovviamente, super amatori. Affermare che l'altro è superiore, è l'estrema ratio per non ammettere che siamo pari. Il fatto è che di solito, invertendo il rapporto, la conseguenza sociale non cambia. Siete inferiori, quindi per conseguenza proporzionale, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. Siete superiori, quindi per reazione compensativa, nella gerarchia sociale dovete stare sotto. 2) L'altro, il diverso in astratto nella sua generalità fa schifo, ma come individuo in carne ossa, nel rapporto con noi può essere persino oggetto d'amore. Le donne sono tutte puttane, ma la nostra mamma, la nostra sorella, la nostra mogliettina, la nostra figlia, sono le creature più sante dell'universo.  Gli immigrati sono delinquenti e criminali, ma il lavoratore immigrato che lavora per noi è una brava persona. Probabilmente, molti antisemiti hanno avuto amici ebrei a cui hanno voluto molto bene e molti schiavisti hanno amato i loro schiavi. Cane è uno spregevole insulto, ma adoriamo il nostro cagnolino, talvolta è il membro più amato della famiglia. Disprezzabile o adorabile, purchè, perchè, docilmente sottomesso. Forse, nel rapporto di potere, questa dissociazione, è soltanto il doppio modulo del bastone e della carota.

giovedì 28 agosto 2008

Il controsenso dell'umorismo

Roberto Calderoli mostra al TG1 una vignetta contro Maometto (febbraio 2006)Capita che grasse risate rovesciate dall'alto verso il basso siano seguite da scusanti innocenti: "Scherzavo, non hai il senso dell'umorismo, lo dicevo per ridere, era solo una battuta". Tra i tanti modi di gettare il sasso e nascondere la mano, c'è anche questo: usare la satira, l'umorismo, l'ironia, come una zona franca, come una frittata da rovesciare, come il travestimento di un intollerante che vuole spacciarsi per dissacratore. L'ironia non è insidacabile, tanto più nella forma del sarcasmo, una modalità di comunicazione ambigua e aggressiva, e difatti ce la permettiamo solo con le persone con cui abbiamo confidenza. Oppure per colpire un avversario. Nella sfera pubblica, se si ritiene che l'ironia sia l'involucro di una diffamazione, può tranquillamente essere oggetto di querela. In ogni caso, può essere oggetto di critica. E perchè no, anche di censura.

Ricordo una trasmissione in cui si presentava una vignetta a Sergio Staino, avente per protagonista un operaio immigrato dal sud. Non ricordo la trama. L'aveva composta l'allora conduttore del TG1, che si dilettava con queste opere. "Le piace?" chiesero a Staino. Rispose no, perché lui considerava satira solo quella che prende di mira i potenti: "se invece se la prende con chi è più debole, non mi fa ridere". Io penso la stessa cosa: l'umorismo che prende di mira, chi è già stato colpito, discriminato, penalizzato, sottomesso, oppresso, lo trovo di cattivo gusto. E può anche essere una forma ipocrita di esprimere consenso per quella condizione, celandosi dietro un innocente "scherzo". O semplicemente di considerarla naturale. Dico, può essere, perchè l'ironia è appunto una forma ambigua, e non si può sapere cosa c'è nella testa della gente. A volte non lo si sa neanche per se stessi. D'altra parte, nella testa delle persone possono convivere cose contraddittorie. Perciò, su certe questioni è meglio essere netti e chiari senza possibilità di fraintendimento. Tanto più nella forma della parola scritta, pubblica e pubblicata, che a differenza di quella orale, rimane anche quando una presunta situazione o atmosfera si è esaurita, e perciò assume un crisma diverso. In rete, sui blog, sui forum, sui siti tradizionali, non ci parliamo, ci scriviamo, anzi scriviamo a chiunque sia di passaggio e si soffermi a leggere, oggi e in futuro. La percezione, e quindi il contesto, dei destinatari, non è meno importante di quello del mittente, ed è comunque condizionato dalla natura del mittente.

Chi sfotte chi? Una mostra di vignette sull'olocausto esposta in Israele ed una esposta in Iran (o peggio ancora in Germania), non hanno lo stesso significato. Una vignetta contro Maometto su un giornale occidentale di ispirazione cristiana o su un giornale arabo di ispirazione musulmana, non hanno lo stesso significato. Se sono i bianchi a deridere i neri, i cattolici gli ebrei o i gli islamici, gli uomini le donne, l'umorismo assume un significato controverso, un cattivo odore e invece di suscitare un sorriso, suscita un ghigno. Le donne sono uno dei due sessi e la misoginia le tratta solo per questo. Gli aforismi misogini, nel loro contenuto, sono volgari e violenti, altrimenti non sarebbero misogini. Cosa significano? Che le donne sono cattive, sgualdrine, stupide, bugiarde, etc. Si trattasse di idee del passato sul cui rifiuto c'è unanime consenso, la questione non si porrebbe e il topic sugli aforismi sarebbe una rassegna di reperti archeologici, volti a mostrare quante cose stupide hanno saputo così ben formulare grandi pensatori e letterati: purtroppo non è così e le stesse battute sessiste, razziste, sono anzi spesso testimonianza del contrario. Come scrive Massimo Gramellini: "Nulla rivela l'uomo come la sua barzelletta preferita".

mercoledì 27 agosto 2008

Donne, violenza e aforismi misogini

www.gosabina.comQuella sulle donne viene troppo spesso percepita come una violenza light. Coperta da un alone di complicità deresponsabilizzante che la rende più leggera, ne occulta l' orrore dietro una pseudo-cultura fatta di luoghi comuni, di banalità, di stereotipi duri a morire, di pregiudizi che hanno radici profonde nel maschilismo che ancora circola carsicamente nelle vene della nostra società. (Marino Niola, Repubblica 24 agosto 2008)

Facciamo un gioco: troviamo insieme quante più frasi e aforismi misogini, anche apparentemente lievi e persino ritenuti spiritosi, presenti in ogni tradizione e cultura? Inizio io: donne e buoi dei paesi tuoi (che allude al patto tra uomini sul non interferire in materia di governo delle femmine, bene economico fondamentale equiparato appunto al bestiame); chi dice donna dice danno (che traduce l’inevitabilità della sventura legata al sesso femminile e alla sua frequentazione, e giustifica l’assenza in vaste zone del mondo delle bambine, selezionate attraverso l’ecografia o soppresse alla nascita); la donna è la porta del diavolo (significato chiaro, affermazione variamente presente in ogni trattato religioso di ogni fede). Mi fermo qui, rammentando l’apparentemente innocuo auguri e figli maschi che non è raro incontrare, anche solo per scherzo, nei pronostici nazionali. E’ nell’intreccio di questi fattori, impastati micidialmente di ossequio della tradizione, di fondamentalismo religioso e di legge patriarcale che origina la drammatica vicenda planetaria della guerra contro le donne, guerra che miete ogni anno vittime a milioni in tempi e luoghi dove infuria la guerra guerreggiata ma che parimenti umilia, schiavizza e uccide metà del genere umano anche dove non suonano le sirene, cadono bombe o esplodono corpi assassini. (Monica Lanfranco, Liberazione 15 agosto 2006)

Succede in varie situazioni di ascoltare o leggere detti, proverbi, massime, aforismi, barzellette denigratorie nei confronti delle donne. In rete si possono trovare pagine di aforismi di dotti e sapienti, particolarmente sarcastiche, con i quali, chi li divulga acriticamente, può dar libero sfogo ai suoi sentimenti, mettendosi in testa un'aureola di cultura, raffinatezza e sottile umorismo, almeno così vorrebbe. Sono e spesso si chiamano aforismi misogini. Un nome squalificante, se la misoginia fosse percepita come squalificante. Però, mi sono accorto che non funziona così. La misoginia, a differenza del razzismo, dell'antisemitismo, dell'omofobia, suscita ilarità invece di suscitare ripugnanza. Così è negli uomini e persino nelle donne, le quali talvolta non mancano di partecipare nella diffusione di battute e luoghi comuni a loro danno. Ricordo una foto di due ragazzi americani. Lei portava, immagino liberamente, una maglietta con su scritto: "proprietà di lui".

Tempo fa lessi sul blog di Beppe Grillo, un messaggio che diceva: Il problema non è solo che "le religioni, i governi, le aziende, la pubblicità e i maschi sono maschilisti". Il problema è anche che molte, troppe donne sono a loro volta maschiliste. Le donne maschiliste hanno la "sindrome del colonizzato e dello schiavo", che consiste nel fatto che un gruppo sociale colonizzato o schiavo condivide la mentalità dei suoi colonizzatori, anziché ribellarsi. Finché ci saranno masse così grandi di donne CONNIVENTI con la mentalità maschilista, il sistema patriarcale e maschilista perdurerà. Come si cantava nelle risaie: "crumire col padrone, son tutte da ammazzar !"

Sarebbe da tutti ritenuto censurabile, una pagina, un thread "leggero e divertente" in cui si elencano frasi e citazioni insultanti nei confronti di ebrei, neri e omosessuali. E sarebbe ancor più inconcepibile veder alimentato un simile thread proprio da un ebreo, da un nero o da un omosessuale. Sarebbe inconcepibile vedere un antisemita, accolto come un simpatico fenomeno da baraccone o persino come il depositario di un legittimo punto di vista, in un forum di cultura ebraica. O di un omofobo, in un forum dedicato agli ebrei. O di un attivista del klu klux klan in un forum afroamericano. Invece, la presenza di un misogino è considerata, se va bene, una simpatica nota di folclore. E per alcune signore, è persino motivo di festa e simpatia. O di competizione tra loro, per ricevere una carezza in più o un insulto in meno.

Come e perchè succede, è un bel (relativamente) mistero. Come dimostra questo tremendo servizio fotografico sulle donne pakistane sfigurate con l'acido muriatico, ma anche il quotidiano stillicidio delle nostre pagine di cronaca nera, e in fondo, tutta la storia dell'umanità, la violenza contro le donne, non ha nulla da invidiare alla violenza contro le altre vittime "storiche". Forse la differenza sta qui, nel riconoscimento e soprattutto nel riconoscersi. Gli ebrei, i neri, i gay, i pellerossa, hanno coscienza della propria storia, del proprio vissuto, della propria identità storica, di quello che hanno subito e subiscono come soggetto collettivo. In questo riconoscersi, c'è la forza della loro tendenza all'emancipazione. Dato che l'oppressione sessuale, tra tutte le forme di oppressione, è stata e continua ad essere la più grave, anche la conseguenza nella sottomissione è stata e continua ad essere più grave e perciò sconta ancora una capacità soltanto parziale di riconoscersi e di essere reciprocamente solidali.

lunedì 25 agosto 2008

Il lavoro degli immigrati vale il 9% del PIL

Annozero, 15 maggio 2008La grande maggioranza dei clandestini sono lavoratori in nero. Non hanno bisogno di rubare, ma concorrono ad una illegalità lavorando nell'economia sommersa (che è un fenomeno indigeno). Ciò avviene perchè: 1) molti imprenditori vogliono ridurre al massimo il costo del lavoro; 2) il governo non concede quote di regolarizzazione sufficienti. Quindi bisogna: far emergere il lavoro nero; aumentare le quote d'ingresso. Con l'immigrazione l'Italia non si accolla affatto un peso sociale, al contrario, produce maggiore ricchezza in una proporzione pari al 9% del PIL. I paesi che hanno ancora più immigrati di noi, hanno anche una crescita economica superiore alla nostra. La produzione di questa ricchezza finisce per costituire un argine all'immigrazione stessa, poichè attraverso le rimesse si fornisce l'aiuto più efficace ai paesi di provenienza degli immigrati, si permette agli immigrati in Italia, secondo le loro stesse aspettative, di tornare in patria dopo aver accumulato un sufficiente risparmio. Il costo sociale degli immigrati è di 7 miliardi di euro l'anno. Ma la ricchezza prodotta dal lavoro degli immigrati è di 141 miliardi di euro l'anno. L'Italia non ce la farebbe senza. Certo, quello che spendiamo in repressione sarebbe più proficuo spenderlo in accoglienza.

Se davvero all'Italia gli immigrati costassero più di quanto rendono, non verrebbero da noi, poichè la loro domanda di lavoro non troverebbe offerta. A loro volta, gli italiani si attiverebbero sul serio per respingere gli immigrati, invece di fare leggi e sanatorie per regolarizzarli. Il precedente governo Berlusconi ne ha regolarizzati 700 mila. E la Confindustria non protesterebbe contro le quote di ingresso troppo basse, chiedendone almeno il raddoppio. Se gli immigrati vengono da noi e noi li accogliamo, vuol dire che l'interesse è reciproco. E in questo interesse reciproco, siamo proprio noi quelli che ci guadagnano di più, perchè la presenza degli immigrati costituisce un argine al nostro declino economico. Senza di loro, saremmo già precipitati in una drammatica recessione. Le politiche di chiusura all'immigrazione, non si propongono seriamente di respingere ed espellere tutti gli immigrati "ufficialmente" indesiderati. Cosa peraltro materialmente impossibile. Si propongono solo di mantenerli clandestini, cioè esclusi dai diritti e dai contratti, in modo da poterli sfruttare meglio. Gli sfruttatori fanno parte della base di consenso di queste politiche e dei partiti che le propugnano (e propinano).

Agli immigrati diamo il buon esempio

Oltre a favorire le regolarizzazioni, potremmo fare ancora molte cose per migliorare la situazione e il rapporto con gli immigrati. Concedere il diritto di voto (almeno nelle elezioni amministrative). Questo ridimensionerebbe le speculazioni elettorali, politiche e governative sul razzismo e la xenofobia e indurrebbe la classe politica a provvedimenti più lungimiranti per l'accoglienza e l'integrazione degli immigrati. Evitare di usare l'allarmismo per vendere i giornali e guadagnare audience nei programmi di informazione televisiva Questo ridurrebbe le fobie dell'opinione pubblica. Migliorare il rispetto indigeno della legalità. Vogliamo integrare gli immigrati, ma siamo sicuri di volere davvero che gli immigrati diventino come noi? Il paese della mafia, della corruzione, dello stragismo impunito, che prende le impronte agli zingarelli? Imprenditori che non rispettano i diritti sindacali, le norme ambientali, le norme sulla sicurezza, che non vogliono pagare i contributi; che non vogliono fare i contratti; commercianti e liberi professionisti che evadono il fisco, non rilasciano la fattura, nè gli scontrini, che fanno la cresta sul prezzo; politici corrotti e operatori privati corruttori. Mettiamoci anche qualche lavoratore fannullone. Abbiamo un governo il cui primo atto è stato approvare una legge per garantire l'impunità del suo presidente e mezzo paese che gli concede consenso, non malgrado questo, ma proprio per questo, perchè si identifica, perchè spera di usufruire di qualche briciola di impunità e illegalità anche per sé. Come diceva il mio fruttivendolo: so che rubano e li voto perchè così posso rubare anch'io. Da chi prende esempio, l'immigrato che arriva? Che ambiente trova? Davvero gli è richiesto rispetto e onestà per potersi inserire? Si straparla di stupri. Facciamo finta che gli immigrati siano tutti stupratori, cosa possiamo dirgli? Di prendere esempio dai mariti italiani? Di comportarsi bene nei vicoli di notte, così come si comportano i nostri uomini in camera da letto? O i nostri datori di lavoro con le loro dipendenti? Forse, sarebbe meglio il contrario.

domenica 24 agosto 2008

Più immigrati e meno reati

Dal 1992 ad oggi, la presenza dei migranti in Italia è aumentata del 600%. L'andamento dei reati invece è diminuito, come si può leggere nella tabella qui di fianco a destra. Perciò, la convinzione secondo cui più immigrati comportino più criminalità, è solo l'indicatore di un notevole aumento del razzismo. Non so dire, in quale percentuale.

Gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero (cfr. Pino Arlacchi). Si riferisce che gli stranieri sono il 39% dei denunciati per violenza sessuale. Ma solo il 9% delle donne denuncia la violenza sessuale e il 70% delle vittime lo sono dei mariti e sono mogli di nostri connazionali. Dunque, si tratta del 39% di un 9%.

Liberazione 3 novembre 2007
Così come, gli immigrati ci sostituiscono, in parte, nei lavori più umili di ogni attività: nei cantieri, negli ospedali, nelle famiglie, così avviene nelle attività criminose. Tuttavia, con il passare degli anni gli stessi immigrati hanno partecipato alla diminuzione dei reati. Prendiamo il dato del reato più grave, l'omicidio. Dal 1988, le denunce per omicidio a carico di stranieri sono aumentate di 5,3 volte, ma gli stranieri sono aumentati di 6,25 volte. Quindi, in proporzione al numero degli stranieri, nel corso degli anni, le denunce sono diminuite. Nel complesso, allora, anche gli stranieri partecipano alla diminuzione del numero dei reati.

Inoltre, come ammettono le statistiche istat, e i rapporti del ministero dell'interno, gli immigrati regolari delinquono in proporzione nella stessa misura degli italiani. Il problema riguarda gli irregolari, ed è perciò legato alla loro condizione di irregolarità. Soprattutto nei primi sei mesi di permanenza. Da qui, l'esigenza di una politica che favorisca la regolarizzazione. La politica opposta, quella della chiusura, del respingimento, della caccia allo straniero, ha come effetto quello di costringere i migranti nella clandestinità e di farne così massa di reclutamento per la criminalità organizzata.

venerdì 22 agosto 2008

Le colf sono utili almeno quanto le prime quattro cariche dello stato

Badanti spingono le carrozzelle di due anziane signore Alexey Pivovarov/ProspektUna notizia di alcuni giorni fa: "Chiusa in casa e stuprata per giorni Colf ucraina denuncia un italiano". Dice l'articolo "che pur nello stato di clandestinità, ha avuto il coraggio di denunciare il suo aguzzino". Ignoro oggi la sorte della ragazza, vedo che l'articolo di Repubblica è stato aggiornato e aggiunge che il Comune di Milano l'aiuterà attraverso le proprie strutture di protezione. Ne sono felice e spero che ciò significhi pure che provvederà alla sua regolarizzazione e al suo inserimento sociale. Sarebbe una doppia ingiustizia se alla fine, lei fosse espulsa e reimpatriata nel suo paese, nonostante volesse rimanere in Italia. Tuttavia, a norma di legge dovrebbe capitare così, e ciò dice quanto la legge sia irrazionale fino a scoraggiare l'emersione di situazioni analoghe a questa: le vittime sono messe tra l'incudine e il martello, l'incudine di rimanere sottomesse ai loro aguzzini e il martello della minaccia di espulsione, mentre agli aguzzini si presta un'arma di ricatto in più, che vale fino a che lei non supera la soglia della disperazione. Mentre un minimo di buon senso suggerirebbe l'idea di concedere a lei e a tante persone come lei la possibilità di richiedere e ottenere un permesso di soggiorno e di fare la colf con un contratto normale, tanto più che la sua attività di assistenza nel nostro paese è richiestissima da centinaia di migliaia di famiglie disponibili a pagare i contributi. Le colf "clandestine" sono utili e necessarie almeno quanto le prime quattro cariche dello stato, se non di più: perchè non dovrebbero meritare un lodo anche loro? Persino Maroni, in un momento di lucidità, è arrivato a ipotizzare la necessità di regolarizzare le badanti.

giovedì 21 agosto 2008

Falsi leader a capo di molte imprese

Foto stazione di Treviso da Atalmi.itIl precariato serve ad abbassare il costo del lavoro di una imprenditoria stracciona, priva di un senso di responsabilità sociale, incapace di competere sull'innovazione tecnologica e sulla qualità dei suoi prodotti.

Per giustificarlo, si ricorre a tanti pretesti. Per esempio l'assenteismo, i falsi malati. Montezemolo che pure è un imprenditore "grande", ben prima di Brunetta avviò la campagna contro i fannulloni, lamentando che i lavoratori in un anno stanno a casa un mese per le ferie e un mese per permessi e malattie. Come se questi non fossero tempi e pause di recupero normali. Così il precariato viene usato per non pagare le malattie, ma anche per non pagare le ferie. Perchè? Si teme si tratti di false ferie? In ogni caso, a proposito di malati veri o falsi, meglio una persona sana a casa, che una persona malata al lavoro. Se le persone sane vengono trattate bene, con equità, adeguatamente motivate, al lavoro ci vanno.

Nonostante l'accusa di voler evitare il lavoro, con la caduta del potere d'acquisto dei salari,sono gli stessi lavoratori a chiedere di poter fare lo straordinario. Entrambi gli schieramenti elettorali, PD e PDL, hanno proposto la detassazione degli straordinari, misura vista con favore (purtroppo) secondo tutti i sondaggi, anche dalla maggioranza dei lavoratori dipendenti. Le cause della caduta del potere d'acquisto, non riguardano certo un orario troppo corto, sono almeno tre. 1) L'abolizione della scala mobile. 2) L'indisponibilità degli imprenditori a redistribuire gli aumenti di produttività. 3) La speculazione sui prezzi.

Non esiste nessuna prova statistica che dimostri che i precari, sentendosi sotto ricatto, siano più produttivi dei lavoratori regolari. Semmai il contrario, dato che sono spesso più giovani, inesperti, e demotivati dall'assenza di prospettive di stabilizzazione o di carriera. Piuttosto, è vero che gli imprenditori non sono disposti a redistribuire gli aumenti di produttività, se non in un rapporto di 9 a 1. Fossero meno ingordi, i loro dipendenti sarebbero certo più motivati a produrre.

E' indicativo che negli esempi contro i "fannulloni" siano citate anche le assenze per un raffreddore. Come se i raffreddori non dovessero essere curati e in mancanza di cura non comportassero il rischio di complicazioni. Dipende dalle persone, dalle condizioni di lavoro e di trasporto per recarsi al lavoro. Nelle malattie di origine batterica o virale, il lavoro può essere più o meno un disagio, ma il pericolo viene dal contatto con gli altri, soprattutto nei luoghi pubblici. Per malato, non intendo una persona in punto di morte o che non si regge in piedi. Intendo solo un malato.  Queste accuse sono generalizzazioni di comodo, facilmente ricambiabili. Incominciano i datori a dare il buon esempio, nel rispetto dei contratti, delle norme di sicurezza, nella dichiarazione dei redditi, nella redazione del bilancio aziendale. Siano autentici e veritieri, senza pretendere impunità e depenalizzazioni. In tal modo, saranno stimati e imitati dai loro dipendenti.

Si invocano i controlli fiscali (per i "fannulloni", non per gli evasori) Avere un medico fiscale per ogni giorno di malattia è impossibile, sia gratis, sia a pagamento. E' sufficiente stabilire che il certificato medico sia emesso da un dottore del SSN. Che è poi una delle misure introdotte dai provvedimenti di Brunetta, per il pubblico impiego, tra tante, almeno una misura condivisibile. Il problema dell'assenteismo (problema confiato ad arte) si risolve solo motivando, incentivando i lavoratori. Le lotte degli anni '70 sono iniziate nel 1969, la scintilla scoppiò a Mirafiori: un operaio arrivò a farsi la cacca nei pantaloni mentre stava alla catena di montaggio, perchè gli era stato ripetutamente vietato di andare al gabinetto. Imprenditori, invece di accusarli di essere falsi, prendi sul serio i bisogni dei vostri dipendenti.

Controlli, sanzioni, divieti, minacce, licenziamenti e rappresaglie sproporzionate, fanno pensare ad un ambiente pesante nel quale i rapporti sono cattivi, e soprattutto, tendono a incattivirsi in una spirale degenerativa. Un posto dove si rimane a lavorare se e fino a quando non si trova un posto meno peggiore, in cui ci si libera prima delle persone che alla fine possono permettersi una alternativa, realizzando una sorta di selezione alla rovescia. Proprietà e leadership spesso coincidono, ma non sono la stessa cosa. La proprietà è un dato di fatto, la leadership, l'essere riconosciuto come il leader, implica una legittimazione che bisogna conquistarsi sul campo e poi mantenere giorno per giorno. Il ricorso a metodi autoritari e vessatori, che appartengono ancora ad una classe di imprenditori che continua ad avere la mentalità dei padroni delle ferriere, indicano un evidente difetto di autorevolezza.

mercoledì 20 agosto 2008

Guerra del Caucaso, diritto di secessione, la Nato ai confini della Russia

Repubblica 9 agosto 2008
Nessuno degli attori del conflitto si è mosso nel rispetto del Diritto internazionale. Nella denuncia della "spropositata" o "sproporzionata" reazione russa, è implicita l'ammissione di una responsabilità iniziale della Georgia, a cui la Russia ha, appunto, reagito. La reazione "spropositata" ha avuto come obiettivo la vittoria di una guerra lampo, la cui alternativa poteva essere un lungo e ben più sanguinoso pantano. La Russia ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che però, per le sue divisioni interne, non ha deliberato nulla. Gli Usa, è noto, sono solidali con la Georgia, e forse persino complici della sua impresa militare. Nel conflitto, il tempo e l'effetto sorpresa erano fattori decisivi. L'attacco all'Ossezia del sud è stato deciso mentre Putin era a Pechino per le Olimpiadi e Medvedev in vacanza. Se la Georgia fosse riuscita per tempo a occupare tutto il territorio sud-ossetino e a bloccare il tunnel di Roki, unica via di comunicazione tra Russia e Ossezia del sud, la riconquista georgiana sarebbe stata a quel punto un fatto compiuto, non più rovesciabile, salvo ricorrere da parte russa ad un uso devastante e a tutto campo dell'aviazione contro Tbilisi. - cfr. Astrit Dakli, "La sconfitta americana", il manifesto 13 agosto 2008

Non pongo ora la questione in termini di diritto, solo constato che il separatismo sud-osseto è una reazione al separatismo georgiano. Poi, sappiamo bene che la Russia è incoerente rispetto a Cecenia e Ossezia, così come gli Usa sono incoerenti rispetto a Ossezia e Kosovo. Però, questo non vuol dire che dobbiamo essere incoerenti anche noi. Personalmente, ritengo che in queste situazioni chi vuole separarsi debba essere aiutato a trovare una soluzione di autonomia amministrativa nell'ambito dello stato in cui si trova. In linea di principio, sono favorevole all'aggregazione tra gli stati, non alle separazioni. Però, non penso che alla fine la soluzione possa essere coercitiva, quindi l'ultima parola, secondo me, spetta alla popolazione interessata. Così come la Georgia ha deciso il suo status con un referendum, anche l'Ossezia del sud, in mancanza di alternative, deve poterlo fare. Infine, c'è la questione che riguarda il confronto tra Stati Uniti e Russia. Se il Caucaso sottomesso alla Russia è inaccettabile, l'idea che in quella regione, a ridosso dei confini russi, possa insediarsi la Nato, con i suoi armamenti puntati contro Mosca, lo è ancora di meno. E' come se i russi pretendessero di installarsi in America latina. I missili a Cuba quasi provocarono la terza guerra mondiale.

domenica 17 agosto 2008

La guerra tra Russia e Georgia per l'Ossetia del sud

3
D'improvviso una guerra ci compare sui primi titoli dei TG e sulle prime pagine dei giornali: la Russia bombarda la Georgia e la invade, violando la sua sovranità. Stentiamo a capire cosa e perchè, ci viene solo da pensar male di Putin, non a torto, il massacratore della Cecenia. Qualcosa però è successo prima: la Georgia, violando la tregua del 1994, ha attaccato l'Ossetia del sud, una provincia della stessa Georgia, che vuole unificarsi con l'Ossetia del nord, provincia russa. Tutto ha inizio con il disfacimento dell'Urss e somiglia alle convulsioni belliche dei Balcani: nel 1991, la Georgia, con un proprio referendum, si dichiara indipendente dall'Urss e le province georgiane dell'Ossetia del sud e dell'Abkhazia (entrambe filorusse) si autoproclamano indipendenti a loro volta.

L'Ossetia del sud,  poco più grande della provincia di Viterbo, si staccò dall'Urss, dopo una guerra a bassa intensità, durata molti mesi con qualche migliaio di vittime. Una precedente secessione avvenne già nel 1920, con gli osseti pro-bolscevichi combattuti dai georgiani pro-menscevichi. Il suo governo, riconosciuto da nessuno stato, è presieduto da Eduard Kokoity. Dal 1992 la pace è garantita da un contingente di militari russi e georgiani sotto mandato ONU. Ha circa 70 mila abitanti, quasi tutti di etnia e lingua osseta (un gruppo di origine iranica totalmente diverso dai georgiani). Parte del territorio però è controllato direttamente da Tbilisi, in una sorta di scacchiera di villaggi dell'una e dell'altra etnia (cfr. il manifesto 09.08.2008).

Facendo un confronto con la guerra contro la mini Jugoslavia del 1999, possiamo vedere l'Ossetia del Sud nella parte del Kosovo, la Georgia nella parte della Serbia, e la Russia nella parte degli Stati Uniti. Con la differenza che gli americani con la Jugoslavia non c'entravano nulla e in nessun modo Belgrado poteva costituire un pericolo per la loro sicurezza, mentre la Georgia sta ai confini con la Russia, è stata parte dell'Urss, ed ora vorrebbe entrare nella Nato. In un'altro confronto possiamo vedere l'Ossetia nella parte della Cecenia e la Georgia nella parte della Russia. Due scenari diversi, vedono il medesimo stato, la Russia, sostenere principi diversi: il primato della sovranità e dell'integrità territoriale nel caso del conflitto con la Cecenia, e il primato dell'autodeterminazione dei popoli nel caso del conflitto tra Georgia e Ossetia del sud. Due pesi, due misure. Stesso discorso per gli Stati Uniti, che nel caso della Serbia violando pure gli accordi di Kumanovo, sostengono il separatismo del Kosovo e nel caso della Georgia la lotta al separatismo dell'Ossetia del sud. Il diritto internazionale si conferma una variabile dipendente dei rapporti di forza e degli interessi geostrategici e geopolitici. Non è una novità, ma dato che la propaganda bellica ci viene sempre propinata in punta di principio, possiamo tranquillamente misurare la coerenza del propinatore e provare a conoscere meglio le ragioni vere del conflitto.

3
Storicamente la guerra si fa per conquistare il controllo su materie prime, risorse economiche, fonti energetiche, rotte di transito commerciali, mercati e manodopera, ma anche per compattare e stabilizzare il fronte interno. Per cosa può essere importante l'Ossetia del sud, fino al punto da valere una guerra? : 1) la guerra iniziata giovedì scorso con l'invasione georgiana dell'Ossetia del sud è la prosecuzione della guerra combattuta tra il 1991 e il 1992, quando le milizie locali si scontrarono con Tbilisi che aveva revocato alla regione il suo status di autonomia. 2) L'Ossetia del sud è l'unica strada che collega Russia e Georgia (e Armenia e Iran) attraverso la catena del Caucaso: un flusso commerciale importante. I separatisti hanno fatto dell'Ossetia una centrale del contrabbando. 3) I georgiani vogliono l'Ossetia anche per puro principio nazionalista e i russi la vogliono anche per puro principio imperiale (cfr. l'analisi di Astrit Dakli dal Manifesto del 10 agosto 2008). Con la risposta militare Mosca tenta di imporsi come garante delle repubbliche separatiste filo-russe, ristabilire la sua egemonia sul Caucaso, sottomettere la Georgia alla propria area di influenza, allontanare le prospettive di una adesione di Tbilisi alla Nato, evidenziare l'impotenza dell'Europa e degli Stati Uniti a difendere concretamente la sovranità di un loro alleato ai confini della Russia. Al di là delle intenzioni, questi sembrano essere comunque gli effetti del conflitto.

L'accordo proposto dalla mediazione europea, soprattutto per iniziativa del presidente francese Sarkozi, sostanzialmente conferma il prevalere delle ragioni della Russa: "L'accordo si articola in sei punti: impegno a non ricorrere alla forza; cessazione immediata dei combattimenti; via libera all'arrivo di aiuti umanitari; rientro delle forze armate georgiane nelle caserme; ritiro delle forze russe nelle posizioni che ricoprivano prima della guerra; apertura di un dibattito internazionale sullo status di Abkhazia e Ossezia del Sud. In una lettera inviata dal presidente francese Nicolas Sarkozy al suo omologo georgiano Mikhail Saakashvili, è scritto poi che le forze russe potranno effettuare pattugliamenti a "qualche chilometro" al di fuori dell'Ossezia del sud in territorio georgiano, escludendo però la città di Gori (Repubblica 16 agosto 2008). I militari russi rimangono in Ossetia e possono persino addentrarsi in territorio georgiano, ma soprattutto, si avvia un processo su Abkhazia e Ossetia del sud che verosimilmente potrà concludersi con la loro indipendenza, sul modello del Kosovo. Il contrario di quello che vuole Washington. Per l'America, che aveva investito nella Georgia, come "faro di libertà", come avamposto della penetrazione Usa nell'Asia centrale ex sovietica, fino a coordinare, nel 2003, la "Rivoluzione delle rose" contro l'allora presidente Eduard Shevardnadze, e ad inviare istruttori militari per l'addestramento dell'esercito georgiano, è una sconfitta (cfr. Tommaso Di Francesco, Manlio Dinucci, "Georgia la libertà made in Usa").

Questi sono gli aspetti geopolitici che conquistano di solito la principale attenzione, ma la guerra è anche e soprattutto una tragedia umanitaria che coinvolge in prevalenza i civili, in primo luogo in questo conflitto russo-georgiano, gli abitanti dell'Ossetia del sud e poi anche della Georgia: morti, feriti, profughi e impossibilità di un rapido invio di soccorsi e aiuti umanitari. Si veda l'analisi di Thomas de Waal*, Londra, per IWPR, 11 agosto 2008: "Ossetia del sud, una catastrofe evitabile".

giovedì 14 agosto 2008

Piccole borghesie (reazionarie)

Palude Brabbia (Varese)In Italia non è mai esistita una polarizzazione netta Borghesia vs Proletariato. Quando ancora era riconosciuta l'esistenza delle classi, vi era un'ampia area di ceto medio, e l'alleanza con i ceti medi, ha sempre assillato la sinistra e il Partito comunista, trovando soluzione solo nelle regioni rosse.  Negli anni Ottanta si parlava di "ceti emergenti", su cui puntava il craxismo vincente. Con la globalizzazione degli anni '90 e con l'approssimarsi della recessione negli anni 2000, quei ceti, prima simbolo di rampantismo e modernità, oggi rappresentano l'arretratezza e le debolezze strutturali del paese: l'estrema frammentazione del tessuto produttivo, che non permette l'innovazione e la crescita, tante piccole piccolissime imprese che nascono e muoiono, tanti padroncini e liberi professionisti, artigiani, commercianti, che vivono di supersfruttamento, autosfruttamento e, se possono, evitano di pagare le tasse. Ex lavoratori che si sono messi in proprio, non per amore del rischio, nè perchè attratti dalla prospettiva della scalata sociale, anche se qualcuno un po' di soldi magari li ha fatti, ma perchè obbligati a farsi imprenditori di se stessi, in seguito ad un licenziamento ed alla possibilità di trovare un nuovo lavoro, qualcosa si sono dovuti inventare ed oggi sono, si sentono proprietari, anche se hanno profitti pari o poco superiori a quelli di un normale salario.

Dal punto di vista della gerarchia sociale, stanno appena sopra i lavoratori dipendenti, potrebbero esserne gli alleati naturali, contro la globalizzazione neoliberista, contro la grande borghesia, le grandi banche, talvolta infatti si sente parlare Tremonti come se fosse Bertinotti. Eppure questo mondo pulviscolare non è amico dei valori collettivi, nella competizione semmai aderisce ad un individualismo esasperato, ad un egoismo sociale ai limiti della civiltà, rancoroso contro chi sta sopra, l'aristocrazia borghese delle grandi famiglie del capitalismo italiano,  la tecnocrazia europea, l'euro (rimpiangono, se esportatori, la svalutazione della lira) ma anche contro chi sta sotto: i precari, i migranti, gli zingari, i diversi, e ovviamente, contro la politica, il parlamento, i sindacati, i partiti, la sinistra, i comunisti. E' impossibile determinare una maggioranza di sinistra nel paese, senza una modificazione della struttura sociale, nel senso della sua semplificazione (semplificazione che finora si è tentato di agire, con scarso successo, nella sovrastruttura della rappresentanza istituazionale) o senza conquistare una parte decisiva di questi ceti. Una questione tanto antica quanto irrisolta. Irrisolta anche dal partito democratico che vanta una vocazione maggioritaria imitando la destra. Non esistono solo padroni e operai, infatti esiste anche un'ampia e plurale piccola borghesia (reazionaria quando teme di proletarizzarsi) la cui analisi più approfondita è forse il Saggio sulle classi sociali, di Sylos Labini, che risale però al 1974.

martedì 12 agosto 2008

Impresa e lavoro: un conflitto d'interessi

le imprese si sono prese tutta la tortaSe si denunciano le condizioni di lavoro dei precari, dei lavoratori, l'essere costretti al lavoro anche se malati, gli orari troppo lunghi, i salari troppo bassi, i rischi per la sicurezza, l'età pensionabile che aumenta, si può ottenere dalla controparte una risposta sconcertante, una risposta che suona così: "anche noi!" Anche noi andiamo al lavoro malati, anche noi lavoriamo ben più di otto ore, anche noi possiamo morire e farci male sul lavoro, e di andare in pensione neppure ci pensiamo. Anche noi ci sacrifichiamo tanto, anzi ci sacrifichiamo più di tutti, quindi per favore, sacrificatevi un po' anche voi.

Per molti imprenditori è vero, è questa è una loro libera scelta: scelgono con passione di sacrificarsi per il profitto, investono sulla propria impresa tutto il loro tempo, la loro energia, la loro creatività. E' il loro modo di autorealizzarsi. Però, in qualsiasi giorno possono decidere che il mal di testa, la febbre, hanno la precedenza. Al limite, possono decidere persino che la partita di calcio ha la precedenza. Sono valutazioni che riguardano il confronto con se stessi, magari con un socio che ha un potere pari al loro, ma non con qualcuno che ha potere su di loro fino al punto da poterli mettere alla porta. La differenza con il dipendente è palese, tanto più se il dipendente è precario. E' persino banale dirlo, scriverlo. E però, rinunciando ad esprimere una tale banalità, la vulgata secondo cui non esiste, non solo la lotta di classe, ma neppure un oggettivo contrasto di interessi, resta senza replica.

Veltroni e MontezemoloMontezemolo chiama i suoi dipendenti di "collaboratori". Lo fa in televisione, sui giornali, e nessuno lo contraddice, nessuno gli spiega che non è vero, che quel suo modo di definire chi lavora per lui, ai suoi ordini, è una ipocrisia. E, nessuno ha contraddetto Veltroni, quando in difesa delle candidature di Matteo Colannino e Massimo Calearo nelle liste del PD, in rappresentanza della Confindustria, si è messo a predicare che imprenditori e lavoratori, nel 2000, hanno gli stessi interessi. Chissà, perchè nel 2000 si e nel '900 no. In ogni caso, i padroni lo predicano dal '700.

C'è bisogno di essere vetero-marxisti-leninisti, per trovarsi in dissenso con questo "comune sentire" di centrodestra e di centrosinistra? Io non credo, e ricordo che un economista liberale, che scriveva sul quotidiano di via Solferino e oggi forse scrive per il Giornale, analizzava la sconfitta dell'Ulivo, nel 2001, con la sua incapacità di invertire o quanto meno arginare, la sperequazione dei redditi: Geminello Alvi scese in una inchiesta (Corsera 15.01.2001) che la quota destinata ai salari, pari al 56,4% nel 1980, scende intorno al 2000 al 40,1% del PIL - una picchiata stimata in cifra assoluta di oltre 300.000 miliardi di lire - e di contro, la quota delle rendite e dei profitti salì dal 43,6% al 59,9%. Ora, se nel 2000, gli interessi di imprenditori e dipendenti sono convergenti, come mai, sempre all'inizio di questo nuovo secolo, profitti e salari risultano avere sorti inverse? Una ricerca più recente si può leggere su Liberazione del 23 luglio 2008 (pagg. 6-7): "Aumenti produttivi così spartiti: 87% ai profitti, 13% ai salari".

La trasformazione fittizia dei lavoratori dipendenti in collaboratori, o persino in lavoratori autonomi ha trovato applicazione nella legislazione sulla flessibilità, unendo nella figura del lavoratore gli svantaggi della condizione di dipendente, con quelli della condizione di autonomo, e lasciando nel rapporto, tutti i vantaggi al datore di lavoro. Per fortuna, oltre al PD e alla Confindustria, qualche volta c'è anche un po' di giustizia: Saltuario non è sempre precario. Giudici contro il lavoro a chiamata.

lunedì 11 agosto 2008

Falsi sani al lavoro

Lavoratrice precariaLa campagna anti-fannulloni (non nuova), sta suscitando  consensi e dissensi. Partita aperta, dunque, ma è questa la partita che vogliamo giocare? Davvero lo scandalo oggi in Italia è dato dai tanti o pochi statali che fingono di essere malati per evitare il lavoro o praticarne un secondo (magari per insufficienza retributiva)? Mettere in cima alle attenzioni dell'opinione pubblica il tema dei cosiddetti fannulloni è uno dei tanti rovesciamenti della realtà. Lo scandalo vero, oggi forse anche più di ieri, sono i falsi sani costretti a recarsi al lavoro, per non perderlo o perchè non ce la fanno a guadagnare abbastanza per sopravvivere.

Gli italiani in Europa lavorano di più e guadagnano di meno: È questa la fotografia del Belpaese che emerge dall’Outlook sull’occupazione dell’Ocse. In base ai dati dell’organizzazione di Parigi il salario medio annuo in Italia nel 2006 è stato pari a 31.995 dollari, il 19,5% in meno rispetto ai 39.743 dollari della media Ocse e il 17% in meno della media di Eurolandia (38.759). Eppure gli italiani sono tra quelli che lavorano di più: nel 2007 la media è stata di 1.824 ore contro le 1.814 del 2006, un valore inferiore solo a Repubblica Ceca (1.985), Ungheria (1986), Polonia (1976) e Messico (1.871) - AGI, 2.07.2008

Tra loro, vi sono sempre più persone che si recano al lavoro con la febbre o con la tosse anche quando dovrebbero restare a casa almeno tre o quattro giorni per curarsi: "Non si tratta di isolati stakanovisti ma di milioni di italiani: quelli che appartengono a categorie non protette: precari, stagionali,lavoratori ordinari, ma anche artigiani e liberi professionisti. Tutte persone che non si possono permettere l’assenza dal lavoro e la conseguente decurtazione della busta paga o della parcella, sempre che ce l’abbiano." Vedi l'intervista al sociologo Emilio Reyneri. Per questa situazione non ci sono campagne, nè provvedimenti, nè carote, nè bastoni. Nessun risanatore improvvisato. Non solo, è questa la realtà assunta come normale, alla quale si dovrebbe equiparare il pubblico impiego, secondo un principio di livellamento al ribasso. La malattia non è una colpa. Chi è malato deve poter rimanere a casa, curarsi, terminare la convalescenza, ed essere retribuito. Ai datori di lavoro che non lo permettono, è a questi  - per fare una concessione al linguaggio di Brunetta - che bisogna dare la caccia.

domenica 10 agosto 2008

I primi cento giorno del governo Berlusconi

Silvio Berlusconi Il traguardo dei cento giorni del nuovo governo è stato superato oggi. Dal 1994, non conosco un precedente in cui il nuovo governo, nei primi cento giorni, non abbia riscosso la fiducia di almeno il 60% degli elettori, secondo la maggior parte dei sondaggi. Però, sempre dal 1994 ad oggi, non conosco neppure un precedente che abbia visto un governo vincere le elezioni successive e conquistare un secondo mandato. Staremo a vedere. La compiacenza nei confronti del nuovo governo rifluisce nel momento in cui si misurano gli effetti delle leggi e dei decreti adottati, se e quando sono negativi. La semplice emanazione di un provvedimento genera solo una aspettativa, ma nell'immediato non permette alcuna verifica. In sostanza, siamo ancora nella fase dell'effetto annuncio. L'opposizione è solo l'ombra del governo ombra, ma forse, per involontaria saggezza, si è seduta sulla riva del fiume ad aspettare che passi il cadavere del nemico, anzi dello schieramento avverso.

Ministri del governo BerlusconiL'abolizione dell'ICI sembra una bella cosa, ma se per ottenerne la copertura finanziaria si dovrà procedere in alternativa all'aumento di nuove tasse locali, la percezione cambierà. Il decreto dell'emergenza rifiiuti in Campania, al momento ha ripulito le vie del centro, ma esaurita l'attenzione, archiviata l'emergenza, cosa succederà con i nuovi rifiuti, con lo smaltimento dei rifiuti tossici provenienti da altre regioni, con le discariche abusive gestite dalla camorra? L'uso dell'esercito nelle città, i provvedimenti contro gli zingari e gli immigrati, sono destinati ad esaurire il loro effetto placebo. Mentre l'insicurezza sociale che è la vera origine della paura, quella resterà. Il governo dovrà ricorrere a nuove trovate, ma sarà sempre meno credibile. Oppure potrà operare per ridimensionare lo spazio della cronaca nera dai grandi media e in tal caso potrebbe cavarsela meglio, come già fece tra il 2003 e il 2005. La campagna "anti-fannulloni" di Brunetta forse otterrà davvero qualche assenteista in meno, ma il responso vero dell'opinione pubblica e dell'utenza verterà sulla produttività e l'efficienza della pubblica amministrazione e su questo versante il ministro non potrà ulteriormente destreggiarsi tra bastoni e carote. Sui provvedimenti volti a risolvere i guai giudiziari di Berlusconi, già oggi il consenso al governo è minoritario. Non piacciono la limitazione dell'uso delle intercettazioni telefoniche, nè il lodo Alfano.

Ministri del governo BerlusconiNel prossimo futuro, il consenso del governo si giocherà soprattutto sulla politica economica e dato che l'Italia sta per entrare in recessione, gli indici di gradimento declineranno insieme agli indici economici. In tempi di crisi dell'economia, va in crisi anche la politica dei governi, salvo saper impostare una politica rivoluzionaria, anticiclica, come seppe fare Roosevelt dopo il 1929, ma Berlusconi e Tremonti, non ne hanno nè la statura nè i poteri. Una efficace politica anticiclica può essere decisa solo a Bruxelles. Anche in previsione di questo grigio destino, il governo ha avviato una politica di lotta ai capri espiatori più impopolari: gli zingari, gli extracomunitari, gli accattoni, gli statali (con qualche ambiguità, perchè anche questa è una base di consenso). Una politica che sposta l'attenzione sulle pseudo-emergenze, per distrarre dai problemi strutturali. Una ipnosi collettiva che sappia durare cinque anni, però, è difficile da sostenere. Comunque, per adesso, se siamo fans del governo, possiamo dormire tranquilli, sognando una eterna luna di miele. Chi ama la lettura prima di addormentarsi, può leggersi l'e-book sui primi cento giorni, preparato dall'Unità.

sabato 9 agosto 2008

Repubblica assenteista

2Repubblica è stato tra i quotidiani che hanno dato maggiore spazio allo spot pubblicitario di Brunetta sull'effetto omonimo: il presunto calo dell'assenteismo nella pubblica amministrazione, in seguito ai provvedimenti e alla campagna anti-fannulloni. Qualche accenno alle confutazioni sindacali è stato concesso, ma solo di sfuggita. Già reduce da una predica di tolleranza, in merito alla pubblicazione delle vignette, oggi sull'argomento dei numeri contrapposti torna Michele Serra, nella sua amaca quotidiana, proprio per lamentare la guerra tra i numeri: i dati di Brunetta contro i dati della Cgil: così il cittadino non capisce più nulla; sedetevi ad un tavolo e mettetevi d'accordo, farete la figura dei galantuomini. Sarà. Ma Michele Serra, la Repubblica e l'informazione tutta che figura ci fanno a fare da passacarte? Non sanno analizzare i dati, indagare su come sono stati composti, valutare chi può avere torto e chi ragione? Per sapere che Brunetta spara le sue cifre e i sindacati non sono d'accordo, basta guardare il telegiornale o leggere qualche dispaccio di agenzia. Il giornale, il più letto nella nazione, potrebbe appronfondire invece di lamentarsi. Su Repubblica scrive Tito Boeri, che gestisce un sito di politica economica molto blasonato: lavoce.info. Questo sito teneva una rubrica titolata "Vero o falso?". Potrebbe dedicarvi una puntata all'andamento dell'assenteismo tra gli statali e poi farne un resoconto su Repubblica. Troppo facile, temo che la campagna contro gli statali, in fondo in fondo, al giornale fondato da Eugenio Scalfari, non dispiaccia poi troppo. Intanto, risegnaliamo alcune analisi trovate tra le pieghe della blogsfera: l’effetto Brunetta è una bufala - Ma c’è davvero un’effetto Brunetta?

Brunetta contro i "fannulloni"?


Questo governo, un governo di fissati, secondo Edmondo Berselli, procede per capri espiatori. Il ministro della funzione pubblica, Renato Brunetta, in virtù della sua delega, ne ha trovato uno perfetto: l'impiegato statale, il cosiddetto "fannullone". Al resto della popolazione appare un privilegiato. Il suo lavoro non costa fatica, la sua retribuzione magari è scarsa, ma il suo posto è supersicuro, non può essere licenziato. Come ha ottenuto quel posto? Sarà stato raccomandato. Un posto inutile, frutto di logiche clientelari. Quando gli telefoni non ti risponde, o ti risponde tardi e quando ti risponde le sue risposte sono incomprensibili, evasive, generiche, burocratiche, oppure ti rimanda ad un altro numero, l'ufficio competente è sempre quello di un altro. Allo sportello è pure scortese, nervoso, annoiato, lento, perditempo. Dunque, se gli zingari, i romeni, gli extracomunitari, i lavavetri, gli accattoni, da soli non ce la fanno ad catalizzare tutta la nostra rabbia, la nostra voglia di prendere a calci nel sedere qualcuno, perchè siamo disoccupati, precari, sfruttati, ecco che interviene l'utilità sociale del lavoratore statale. E' persino un pizzico più forte, più tutelato di noi. A prendercela con lui, non abbiamo neppure motivo di sentirci vigliacchi.

Brunetta ci sta costruendo sopra la sua momentanea fortuna, e come il disco (rotto) dell'estate, è subito balzato in testa alla classifica dei favore popolare, pur non essendo del tutto scevro dai peccati che denuncia. Un colpo dopo l'altro: l'annuncio minaccioso della lotta, ("i fannulloni vanno licenziati, daremo la caccia agli imboscati") la messa alla gogna, pubblicazione delle vignette anti-fannulloni sul sito del ministero usato come un blog personale o di partito, poi il decreto: decurtazione dello stipendio per i primi dieci giorni di malattia; visita del medico fiscale fin dal primo giorno, aumento dell'orario di reperibilità del malato, dalle otto di mattina alle 20 della sera, in pratica gli arresti domiciliari. Nel caso sia un single e debba comprarsi le medicine, può prendere visione delle farmacie comunali aperte di notte. E' vero che il ministro dell'interno si è già bruciato la proclamazione dello stato di emergenza nazionale, ma finchè non arriva a decretare il coprifuoco, questa possibilità, al presunto e sospetto malato, è ancora consentita.

Per gli scettici è già pronto un consuntivo: l'assenteismo è crollato a luglio del 37%. Come sia stato composto questo dato, non lo so, non ho letto i dossier, ma se lo fornisce Brunetta sarà senz'altro vero. Perchè non credergli? E' vero che il calo dell'assenteismo pare fosse una tendenza già in atto, confrontando i dati del 2005 con quelli del 2006 - Dati del MFP, Repubblica 20.07.2008 - su cui poteva sorgere l'idea di approfittarne per costruirci sopra una bella operazione di immagine, scambiando un rapporto di associazione con un rapporto di causa ed effetto. Ma forse no, magari l'effetto, almeno in parte, è reale. Dipenderà dai provvedimenti in sè, o dalla forte campagna mediatica, dal sentirsi sotto i riflettori? Se prevale la seconda motivazione, l'effetto è destinato ad estinguersi insieme con l'attenzione, a meno che il ministro non sia capace di fare l'agitatore per tutto il suo mandato. Venticinquemila lavoratori in più in ufficio è un bel dato, ma in termini produttivi cosa ha cambiato, quante pratiche in più, quali risultati di efficienza? Invece che con la moglie a casa si può stare con l'amante in ufficio, invece che giocare al solitario a casa, si può giocare a briscola in ufficio, invece che fare la maglia a casa la si può fare in ufficio, invece di fare la spesa da assenteista, la si può fare da presenzialista, con tanto di cartellino timbrato, ma cosa cambia per l'utenza? Magari no, se ne sono semplicemente andati in ferie. Come che sia, non tutti sono d'accordo sull'efficacia dei risultati, si veda: l'effetto Brunetta è una bufala - Ma c'è davvero un'effetto Brunetta? D'altra parte, il ministro non ama dilungarsi in risposte e chiarimenti, a domande e richieste di spiegazioni, come si evince dal trattamento ricevuto da chi ha provato a intervistarlo sul serio. Vedi Left.

Ecco, ho ceduto alla tentazione di assecondare i luoghi comuni sul pubblico impiego per rovesciarli contro la politica ministeriale. E' vero, ci sono tanti impiegati che non fanno niente, ma in tanti sono vittima di una sorta di mobbing involontario (si spera): non fanno niente perchè nessuno gli dà niente da fare. Oppure lavorano a spizzichi: una fotocopia qua, un fax là, un protocollo, una spedizione, e poi tante ore a far nulla, perchè non c'è nulla, in quell'ufficio, in quel settore, mentre magari poco più in là si è oberati, si fanno gli straordinari. Oppure non c'è nulla per una settimana e poi il lavoro arriva tutto di un colpo. Immagino, però, che costruire un efficace spot pubblicitario su una politica di razionalizzazione strutturale, sia complicato. C'è un difetto di conoscenza e c'è una informazione che indaga poco. Per esempio, sarebbe interessante avere l'identikit prevalente dell'assenteista: Uomo o donna? Giovane o vecchio? Alta o bassa qualifica? Statali o enti locali? Nord o sud? Per esempio, sull'assenteismo quanto incide lo squilibrio della divisione sessuale del lavoro domestico?

La politica del ministro riduce tutto ad un po' di furbizia da punire, senza indicare cause e soluzioni, qualche bastonata e via. Una politica che questo governo mai adotterebbe contro gli evasori fiscali, che invece sono moralmente giustificati, vanno compresi, aiutati, condonati, incentivati, e comunque non è giusta l'accusa indiscriminata verso intere categorie di commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, imprenditori, etc. Contro gli impiegati statali invece pare sia giusto. E così se tra essi qualcuno si ammala per davvero, deve pagare come se fosse una sua colpa. Una politica, per ora fortunata, che ha già rimediato le sue figuracce, come l'aver sollevato la protesta dei donatori di sangue o il malcontento di polizia e vigili del fuoco. Sono i prezzi della propaganda e magari anche dell'avvio di una ulteriore deregulation, di una privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, del progetto di rendere i lavoratori pubblici uguali a quelli privati, la solita idea dell'uguaglianza al ribasso. Uguaglianza relativa, poichè per lucrare sulla guerra tra poveri, un po' di differenza ci vuole sempre. Se il fascismo prima e la Democrazia cristiana poi, hanno creato un vasto ceto medio burocratico, una buona ragione ci sarà: proprio un governo come quello di Berlusconi potrà farne a meno? Ma forse sopravvaluto troppo le intenzioni del ministro, forse si tratta solo di tagliare gli stipendi, in vista del rinnovo del contratto.

venerdì 8 agosto 2008

Censis, morti bianche e Castelli

Il Censis ci dice che in Italia le morti «ordinarie» sul lavoro o in strada superano gli omicidi. Non solo: gli omicidi in Italia continuano a diminuire. Si conclude, quindi, osservando che: «Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti (...) Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale, e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli». Peacereporter lancia una petizione online provocatoria: Militari per la sicurezza. Sul lavoro. Proposta ripresa dall'editoriale di Gad Lerner su Repubblica.

Insomma, mentre il governo, i media filo-governativi, ma talvolta anche quelli di centrosinistra, alimentano, amplificano, assecondano una percezione dell'insicurezza personale legata alla microcriminalità, gli immigrati, agli zingari, e si impegnano in un susseguirsi di proposte e provvedimenti, dal reato di clandestinità, all'aggravante di clandestinità, al prelievo delle impronte dei rom, le schedature etniche, la proclamazione dello stato d'emergenza nazionale per gli sbarchi a Lampedusa, all'invio dell'esercito nelle principali città, salvo tagliare le risorse alle forze dell'ordine, il vero pericolo all'incolumità e alla vita delle persone viene dagli incidenti sul lavoro e dagli incidenti stradali. Che risparmiano niente e nessuno, proprio stamane, investito da un auto, è morto in motocicletta, Andrea Pininfarina. Su questo versante, il governo invece è latitante, se non connivente, sempre tentato di depenalizzare le norme sulla sicurezza sul lavoro.

Al rapporto del Censis, è giunto il commento incredibile del Ministro Castelli, oltre il limite dell'insulto nei confronti delle vittime e dei lutti delle loro famiglie: Morti bianche, cifre gonfiate. «Le statistiche sulle morti bianche? Sono fasulle. Manipolate per fare ottenere risarcimenti assicurativi anche alle famiglie di quei lavoratori che perdono la vita sulla strada mentre vanno o tornano dal lavoro». Evidentemente, la tutela dell'immagine degli imprenditori (e del governo) è questione più cara della tutela della vita di chi lavora. Si sorvola sul fatto che se tante volte, pare il 20-25%, i lavoratori muoiono nel tragitto che li conduce al posto di lavoro, è perchè sono costretti a lunghe distanze, in nome della flessibilità, della mobilità, ma soprattutto, con somma ipocrisia, si rovescia una realtà di fatto che vede tanti lavoratori assunti in nero morti nei cantieri, essere spostati in strada per simulare un incidente esterno al luogo di lavoro. Le statistiche, piuttosto, sono sottostimate perchè riguardano solo il lavoro regolare.

lunedì 4 agosto 2008

Il consenso al fascismo: il conformismo

Il fascismo ebbe anche un consenso di massa, ma che si trattasse della "stragrande maggioranza degli italiani" non lo sappiamo e lo stesso regime non doveva esserne tanto sicuro, se preferì abolire i partiti, chiudere il parlamento, uccidere, arrestare, confinare gli oppositori, vietare la libera stampa e non indire mai più le elezioni. A che pro, se la "stragrande maggioranza degli italiani" fosse stata pronta a votarlo? Possiamo presumere che il consenso al fascismo riguardasse più il vertice che non la base della gerarchia sociale, le cui condizioni materiali di vita, tendevano a peggiorare in conseguenza della politica economica mussoliniana. Ma cosa era il "consenso" in un regime nel quale non esisteva libertà di scelta? Era il consenso passivo di un'ampia zona grigia della società, che manifestava indifferenza, conformismo, per ignoranza, per paura o per convenienza, quando la sorte individuale della propria carriera sembrava legata alla sorte della dittatura. Le condizioni di violenza squadrista in cui si svolsero le ultime elezioni, quelle del 1924, sono descritte e denunciate dall'ultimo discorso parlamentare di Giacomo Matteotti, che proprio per questo venne sequestrato e ucciso. Fin dal principio, dal 1922 al 1926, il governo Mussolini emise una serie di decreti che obbligavano i dipendenti pubblici a scegliere tra l'adesione al nuovo governo e l'abbandono del proprio posto di lavoro.

La "Rivoluzione fascista" fu meno violenta della "Rivoluzione Bolscevica", perchè non fu una rivoluzione. Mussolini potè giungere al potere in vagone letto, poichè aveva il consenso della monarchia, della magistratura, dell'esercito, degli industriali, degli agrari, del Vaticano, del complesso delle vecchie classi dirigenti e pure la benevolenza o la neutralità delle potenze occidentali che non effettuarono alcuna invasione del paese, nè strinsero cordoni sanitari intorno all'Italia. In Russia invece, i bolscevichi erano un elemento esterno alle vecchie classi dirigenti, contro le quali il potere dovettero conquistarselo combattendo sul serio.

I regimi sono in divenire

La divisione del campo, tra democrazia e totalitarismo, appartiene alla narrativa della guerra fredda, ma credo, nella realtà storica, abbia poco senso. Si possono trovare analogie tra nazismo, fascismo e regimi sovietici, ma anche tra nazi-fascismo e capitalismo liberaldemocratico, così come tra capitalismo liberaldemocratico e comunismo. Sta di fatto che sul piano storico, quello della seconda guerra mondiale, il campo si è diviso nel confronto tra l’asse Roma-Berlino-Tokyo, e un’alleanza antifascista che comprendeva i paesi liberaldemocratici e l’Unione Sovietica. Storicamente, il campo si è diviso così.

I regimi non sono statici, sono in divenire e non esistono linee di confine sicure. Una parte dei nostri padri costituenti, in particolare quelli del partito d'azione, consideravano l'evoluzione della Repubblica verso il primato della Democrazia cristiana come una forma di fascistizzazione. Oggi siamo in democrazia, formalmente basata su principi liberaldemocratici. Eppure la separazione dei poteri è svilita dal fatto che il potere legislativo funziona come cassa di risonanza del potere esecutivo e la sua composizione è determinata dalle segreterie dei partiti che decidono le liste bloccate. L'indipendenza della magistratura è oggetto di battaglia politica da ormai quindici anni, per iniziativa dello stesso capo del governo. Il rispetto delle minoranze è messo a repentaglio dal sentimento xenofobo di una parte del paese e dalle politiche securitarie del governo. Siamo una democrazia con alcuni importanti elementi di fascismo. Volendo possiamo individuare nella nostra democrazia anche alcuni elementi di "comunismo". Ma dove? Nello stato sociale, nell'assistenza pubblica, nell'intervento dello stato nell'economia. Dunque, in una sfera del tutto diversa da quella dell'autoritarismo politico o del totalitarismo. Anche il Welfare può essere considerato un elemento strutturale discriminante per distinguere un sistema da un altro. In alcuni paesi, se ti ammali ti curano, in altri ti curano solo se sei in grado di pagarti le cure. Essere malati e non essere curati, può essere una grave forma di oppressione.