lunedì 11 agosto 2008

Falsi sani al lavoro

Lavoratrice precariaLa campagna anti-fannulloni (non nuova), sta suscitando  consensi e dissensi. Partita aperta, dunque, ma è questa la partita che vogliamo giocare? Davvero lo scandalo oggi in Italia è dato dai tanti o pochi statali che fingono di essere malati per evitare il lavoro o praticarne un secondo (magari per insufficienza retributiva)? Mettere in cima alle attenzioni dell'opinione pubblica il tema dei cosiddetti fannulloni è uno dei tanti rovesciamenti della realtà. Lo scandalo vero, oggi forse anche più di ieri, sono i falsi sani costretti a recarsi al lavoro, per non perderlo o perchè non ce la fanno a guadagnare abbastanza per sopravvivere.

Gli italiani in Europa lavorano di più e guadagnano di meno: È questa la fotografia del Belpaese che emerge dall’Outlook sull’occupazione dell’Ocse. In base ai dati dell’organizzazione di Parigi il salario medio annuo in Italia nel 2006 è stato pari a 31.995 dollari, il 19,5% in meno rispetto ai 39.743 dollari della media Ocse e il 17% in meno della media di Eurolandia (38.759). Eppure gli italiani sono tra quelli che lavorano di più: nel 2007 la media è stata di 1.824 ore contro le 1.814 del 2006, un valore inferiore solo a Repubblica Ceca (1.985), Ungheria (1986), Polonia (1976) e Messico (1.871) - AGI, 2.07.2008

Tra loro, vi sono sempre più persone che si recano al lavoro con la febbre o con la tosse anche quando dovrebbero restare a casa almeno tre o quattro giorni per curarsi: "Non si tratta di isolati stakanovisti ma di milioni di italiani: quelli che appartengono a categorie non protette: precari, stagionali,lavoratori ordinari, ma anche artigiani e liberi professionisti. Tutte persone che non si possono permettere l’assenza dal lavoro e la conseguente decurtazione della busta paga o della parcella, sempre che ce l’abbiano." Vedi l'intervista al sociologo Emilio Reyneri. Per questa situazione non ci sono campagne, nè provvedimenti, nè carote, nè bastoni. Nessun risanatore improvvisato. Non solo, è questa la realtà assunta come normale, alla quale si dovrebbe equiparare il pubblico impiego, secondo un principio di livellamento al ribasso. La malattia non è una colpa. Chi è malato deve poter rimanere a casa, curarsi, terminare la convalescenza, ed essere retribuito. Ai datori di lavoro che non lo permettono, è a questi  - per fare una concessione al linguaggio di Brunetta - che bisogna dare la caccia.

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