sabato 15 novembre 2008

Blitz scuola Diaz: assolta la macelleria messicana

Lena Zuhlke, una dei 93 noglobal aggrediti nel sonno alla scuola Diaz


Assolta la macelleria messicana, espressione con cui Michelangelo Fourier all'epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, definì, nelle sue dichiarazioni agli inquirenti, il violento blitz poliziesco alla scuola Diaz, a conclusione delle giornate di contestazione al G8 di Genova nel luglio 2001. Giornate nelle quali, si realizzò in Italia, la più grave violazione dei diritti umani avvenuta in Europa dal dopoguerra (Amnesty International): un ragazzo ucciso, manifestanti caricati in modo indiscriminato, reclusione e sevizie nella caserma di Bolzaneto, il massacro notturno alla Diaz e successiva fabbricazione di prove false per abbozzare una maldestra giustificazione (le foto dell'inchiesta della BBC). Nessuno di questi tragici eventi ha dato luogo a condanne di rilievo. Il processo per l'omicidio di Carlo Giuliani si è subito concluso con una archiviazione. La sentenza di Bolzaneto è stata quasi un colpo di spugna, anche per l'assenza del reato di tortura. Nella sentenza Diaz, si sono condannati i picchiatori, lasciando assolti i vertici della polizia.

Eppure, la trama delle giornate di Genova somiglia molto alla strategia che Francesco Cossiga ha di recente suggerito al Ministro degli Interni, Maroni, per fronteggiare l'onda anomala: "Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano". I black bloc erano famosi in tutta Europa, per la selettività classista delle loro azioni dimostrative, ma a Genova devastarono di tutto, e senza essere arginati dalle forze dell'ordine, se non quando si trovavano in prossimità dei cortei.

Di fronte all'indignazione, l'avvocato Pericu, sindaco di Genova all'epoca del G8, pur essendo insoddisfatto della sentenza, avverte che i giudici non possono condannare in assenza di prove documentali, perciò per valutare, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza. In linea di principio, l'ex sindaco ha ragione, tuttavia, è difficile sospendere il sospetto di una impunità voluta, se collochiamo queste sentenze in un contesto di impunità generale. Il parlamento, sotto Berlusconi o sotto Prodi, non ha mai voluto dare vita ad una commissione di inchiesta e i responsabili della polizia, non solo non sono stati condannati, ma sono rimasti al loro posto o persino promossi: tra gli esponenti di più alto grado, in particolare Francesco Gratteri, oggi direttore centrale anticrimine, Giovanni Luperi, oggi funzionario Aisi (ex Sisde) e Gilberto Calderozzi, direttore del servizio centrale operativo della polizia (Reuters 13.11.2008).

La gravità di sentenze come questa non è data solo dall'ingiustizia in sè, dal senso di umiliazione e di violenza che replicano nei confronti delle vittime, dall'offesa che reca allo stato di diritto e alle stesse forze dell'ordine, i cui vertici, piuttosto che essere considerati responsabili, vengono fatti passare per inetti e incapaci di gestire e controllare i propri sottoposti, nel momento in cui, chissà come, chissà perchè, impazziscono. Ma è data anche dal messaggio che contiene per il presente e per il futuro: la violazione dei diritti umani non comporta rischi di pena, nessun problema con la giustizia, dopo aver già visto che non ne comporta nei rapporti con la politica. Al massimo un danno di immagine, se i giornali fanno il loro dovere, magari sospinti da testi, foto e video riprodotti in rete. Ai tempi di Internet mentire è più difficile. E qui, una sentenza ingiusta apre la strada a quel che si deve fare: insistere e continuare ad indagare, raccontare, ricordare quello che è stato e non vogliamo si ripeta più.

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