giovedì 20 novembre 2008

Permettere di andare via

Ritorno sul caso di Eluana Englaro e sulle accuse mosse dalla Santa Sede a suo padre, Peppino Englaro, e dai tanti, cattolici o atei devoti, che assumono il medesimo atteggiamento di invadenza intollerante delle gerarchie ecclesiastiche. Molte obiezioni, così come l'assillo di dare un nome comune a situazioni che comuni non sono, rispondono ad una esigenza di autorassicurazione e vogliono esorcizzare la complessità. Per semplificare all'estremo, potrebbero tutte riassumersi così: è bianco o è nero? La vita artificiale, lo stato vegetativo permanente, sono vita o morte? Sono vita artificiale e stato vegetativo, per come li intendiamo noi partecipano sia del concetto di vita, sia del concetto di morte. La definizione di uno stato complesso, sarà una definizione complessa. Perchè deve essere costretta nelle semplificazioni di una logica binaria?

Non è una questione nominalistica o filologica. Il dissenso è proprio sulla cosa, sul modo di rappresentarla, di conseguenza si sceglie il nome per definirla: c'è differenza tra uccidere e permettere di andare via. Qui l'alterazione (l'intervento esterno) non sta nel togliere la vita, ma nel continuare a darla in una condizione artificiale. Non stiamo parlando di cure mediche finalizzate ad un risultato di guarigione sulla base di ragionevoli speranze più o meno tenui, ma di accanimento terapeutico, cioè di cure su persone che hanno raggiunto una condizione irreversibile di morte cerebrale o di morte corticale, le quali vengono mantenute in vita in uno stato vegetativo mediante somministrazione di farmaci e alimenti artificiali. Non c'è una vita che viene difesa, c'è una vita che viene prolungata artificialmente. Il venir meno di questo artificio, può davveri essere ritenuto assassinio?

Eluana Englaro è ancora in vita (in uno stato vegetativo) grazie ad una tecnologia inventata alla fine degli anni '60 e migliorata negli anni successivi. E' lecito attendere un certo tempo. Per lo stato vegetativo permanente, ad esempio, il limite oltre il quale si ritiene di essere giunti ad uno stadio di accanimento terapeutico, in Inghilterra, se non sbaglio, è fissato ad un anno. L'invenzione di una nuova tecnologia non comporta l'obbligo di usarla sempre e comunque, ad oltranza. E' una questione di valutazione. Primo criterio di valutazione dovrebbe essere la volontà del paziente (e in sua vece, quella della sua famiglia). Possiamo ipotizzare che il progresso ulteriore della tecnologia medica determinerà ulteriori e più numerose situazioni nelle quali sarà possibile prolungare la vita artificialmente, in uno stato di incoscienza. Magari, sarà in futuro possibile applicare queste tecnologie agli anziani giunti in coma irreversibile all'estremo della vita e prolungare, in stato vegetativo, il loro deperimento fisico, per anni, per decenni, senza prospettiva di rianimazione. Oggi non possiamo immaginarlo, ma un domani potrebbe essere possibile. Se si sceglierà di rinunciare ad usare queste tecnologie, si dovrà parlare di omicidio, di sterminio di massa?

Un aspetto del dibattito riguarda cosa sia il rispetto della vita umana: consentirle di sopravvivere anche in uno stato vegetale o rifiutare quella condizione in quanto degradante della dignità della persona. L'altro aspetto riguarda la responsabilità della decisione: qualsiasi cura, la chemioterapia, il trapianto del midollo, etc. può essere attuata solo con il consenso del paziente. Il paziente ha il diritto di rifiutare le cure. I testimoni di Geova rifiutano le trasfusioni. Una signora in Inghilterra ha rifiutato l'amputazione di una gamba in cancrena ed ha preferito morire. Riguardo il caso di Eluana, le sentenze che autorizzano l'interruzione dell'alimentazione artificiale si basano anche sulla ricostruzione della sua volontà, mediante la testimonianza dei familiari, poichè un anno prima dell'incidente, in quella condizione è venuto a trovarsi il suo ragazzo, a cui lei e il padre hanno assistito. A partire da quella tragedia, Eluana ha più volte dichiarato, nella sventurata ipotesi di trovarsi lei in quella condizione, di non voler accettare terapie ad oltranza, prive di efficacia.

La battaglia che viene condotta da Peppino Englaro, non ha il senso di stabilire se e quanto vale la vita di sua figlia, in quella condizione, ma di rispettarne la volontà. A me sembra disumano insultare, chiamare assassino un genitore che ha vissuto la tragedia della perdita della figlia, il dolore (credo il dolore più grande che si possa immaginare) della sua perdita e in più il dolore di doversi assumere la responsabilità di lottare per lunghi anni, al fine di riuscire a conquistare il rispetto della sua volontà. Non di nascosto (illegalmente), non in privato (a casa sua). Il rispetto pubblico della sua volontà, da parte delle istituzioni preposte. Questo insulto è stato proferito più volte dal Cardinale Barragan, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, in rappresentanza della stessa istituzione che si oppone alla ricerca sulle cellule staminali o più semplicemente alla diffusione del profilattico, ricerche, cure, precauzioni, che davvero potrebbero salvare moltissime vite umane, in condizione di piena coscienza.

Se toccasse a me la sorte di Eluana, dichiaro che vorrei rifiutare le cure. Non tanto per me, perchè in una condizione di totale incoscienza, vivere o morire è lo stesso, nella mia percezione non cambierebbe nulla. Però cambia per chi resta. E penso sia giusto che chi rimane possa elaborare il lutto e poi continuare a vivere, senza rimanere inchiodato ad un dolore permanente.

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