martedì 8 settembre 2009

L'Italia che rifiuta l'asilo politico

La nostra Costituzione prevede il diritto d'asilo, ma i nostri governi si impegnano ogni anno per respingere migliaia di immigrati provenienti dal Mediterraneo, mentre giornali e televisioni enfatizzano gli sbarchi parlando di invasione. Dalle coste arriva solo il 5% dell'immigrazione, una percentuale piccola tuttavia molto visibile. I respingimenti provocano morte e sofferenza. L'impossibilità di giungere sulle nostre coste normalmente, induce i migranti ad affidarsi a precari gommoni offerti a prezzi esosi da trafficanti di esseri umani. Gli scafisti, per non farsi beccare a loro volta, caricano i migranti su imbarcazioni, sempre più piccole, istruiscono alla guida qualcuno dei passeggeri, e poi li abbandonano a se stessi, in partenza dalla Libia.

Le barche possono affondare, non essere soccorse dai pescherecci maltesi o italiani, essere respinte dalle motovedette e riaccompagnate in Libia, in violazione dei trattati internazionali. Come dice Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr: È vero che l’istituto del respingimento esiste nell’ordinamento italiano, ma è regolato dal Testo Unico sull’immigrazione che lo vieta nei confronti dei richiedenti asilo. Ma se noi rispediamo i rifugiati sulle coste libiche, li priviamo del loro diritto di fare domanda di asilo. L’Italia, inoltre, ha recepito l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che recita che "nessuno Stato contraente espellerà o respingerà i rifugiati verso confini di territori nei quali la loro vita o libertà potrebbero essere minacciate". Un principio che non ha limitazioni geografiche. In Libia i migranti sono reclusi in strutture paracarcerarie anche per moltissimo tempo, dove possono subire abusi, torture fino anche ad essere uccisi. Nella loro patria di origine, se riconsegnati - Eritrea, Somalia, Sudan, Congo, etc. - rischiano di essere perseguitati o arruolati a forza negli eserciti in guerra. Le donne in Nigeria, rimpatriate dall'Europa, rischiano la lapidazione.

Governi e opinione pubblica sanno tutto questo. I grandi quotidiani a volte danno voce alla xenofobia, altre volte denunciano il razzismo o empatizzano con gli stranieri: sanno che respingere i migranti, significa mettere a repentaglio la loro vita o restituirli ad una condizione miserabile e infernale. Eppure continuamo a respingerli. Questo parla di noi, della nostra identità e incide sulla nostra autostima collettiva. Come si sente un paese ricco, molto più ricco di tutta l'Africa messa insieme, nel risospingere persone disperate verso la fame, la dittatura, la guerra? Quelle stesse dittature e guerre che noi armiamo con il nostro traffico illegale di armi?

Se il governo è di destra, con tanto di ministri leghisti, è facile pensare che si tratti di brutti ceffi, xenofobi, razzisti, criminali. E quel governo non fa nulla per nasconderlo, anzi si esibisce con dichiarazioni, atti dimostrativi e leggi contro gli immigrati, pronti a rovinare la vita a decine, centinaia di persone, per farsi uno spot pubblicitario: il respingimento di un gommone, l'incriminazione di cinque sopravvissuti, le passerelle con Gheddafi, il nostro nuovo guardiacoste.

Ma l'accordo con Gheddafi, anche se poi non applicato, fu fatto dal Governo Prodi e a legittimare gli sbarchi è Piero Fassino, il responsabile esteri del PD, ultimo segretario dei DS, che vuole istituire in Libia l'ufficio di collocamento per i richiedenti asilo in Italia. Sono xenofobi, razzisti, criminali anche loro? Possibile lo siano tutti? In questa lettura c'è un nucleo di verità, ma anche qualcosa che non funziona. C'è qualcosa che viene prima della crudeltà, del cinismo, del razzismo, dell'egoismo di una civiltà declinante - siamo ricchi ma non tutti e non abbiamo la percezione che lo saremo ancora e sempre di più - qualcosa di molto più opaco e sbiadito, di meno pretenzioso. E' l'agire in assenza di un contesto, di una analisi complessiva, di un quadro generale. L'idea che la politica abbia un compito amministrativo molto limitato, molto pragmatico, e non possa farsi carico dei problemi del mondo. Adesso c'è da coprire questa buca, per farlo occorre scavarne un'altra.

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