martedì 30 novembre 2010

Israele, un quadro di normalità

Ho conosciuto online più di un israeliano il quale mi ha detto che io non posso capire la situazione del suo paese. Anzi, noi non possiamo capire. Noi italiani, noi europei. Perchè loro, gli israeliani sono in guerra, noi in pace. A noi non succede di subire attentati, di ricevere razzi qassam, di essere minacciati di distruzione nei comizi del leader di un paese nemico. Noi non viviamo una situazione di guerra. Ed è vero. La posizione media di un europeo è migliore di quella di un israeliano. Tuttavia, come può la mia empatia fermarsi al confine con la Cisgiordania o a quella con Gaza? Gli israeliani non si fermano su quel confine e quando si fermano lo controllano, mantenendo il potere di aprirlo e di chiuderlo. Al di quà di quel confine, la vita non si conduce dietro sacchetti di sabbia o sotterrati nei rifugi, al riparo da aviazione e carri armati nemici, bensì in un quadro di sostanziale normalità. Infatti, nessun israeliano mi sconsiglia di fare un viaggio turistico in Israele, pensando che potrei mettere a repentaglio la mia vita o la mia incolumità.

(...) «Non solo esiste la speranza, ma personalmente sono certa che prima o poi la raggiungeremo. Il traguardo dei 54 anni non ci coglie certo nella stessa situazione in cui eravamo alla fondazione dello Stato. In questi anni Israele è in crescita - nonostante le guerra -perseguendo e raggiungendo quella normalità nella maggior parte dei campi della vita sociale. Non è forse normale uno Stato in cui funzionano regolarmente sistema educativo, sistema giudiziario, industria, agricoltura, cultura e perfino squadre di vari sport che ottengono buoni successi nei tornei europei? È vero che ciò che succede oggi è molto triste e terribile, l’atmosfera derivata dagli attentati dei terroristi suicidi, crea senz’altro tensione e angoscia, ma non può e non deve stravolgere la normalità che permea gran parte della nostra vita come Nazione. Io considero questo stadio della nostra esistenza collettiva, difficile, doloroso ma in ogni caso transitorio. Tuttavia, il completamento di questo quadro di normalità passa necessariamente per la pace. Ed io lotto da anni per convincere israeliani e palestinesi di questa necessità e per far comprendere loro che né il terrorismo né le azioni militari rappresentano la strada giusta per raggiungere veramente la pace». (Yael Dayan, scrittrice e deputata laburista, figlia del generale Moshe Dayan, l'Unità 18/04/2002). 

Parole sporche: "Il ricatto"


Lorenzo Guadagnucci racconta come si forma un immaginario xenofobo attraverso l'uso di parole sporche: Clandestino, extracomunitario, vu cumprà, nomade, zingaro, che sarebbero da mettere all'indice nella comunicazione.

Un pensiero sbagliato si esprime in parole sbagliate e l'uso di parole sbagliate dà forma ad un pensiero sbagliato. Le due cose, secondo me, sono legate.

A volte questo uso è specifico. Penso a come Pierferdinando Casini, ospite ad Annozero (11.11.2010), ha definito la protesta degli immigrati di Brescia saliti sulla gru per rivendicare il permesso di soggiorno dopo aver pagato i contributi convinti da uno dei tanti annunci del governo poi smentiti di potersi regolarizzare. Lo ha definito: "ricatto". La parola è adeguata per descrivere la protesta?  A me sembra proprio di no.

Io ti ricatto, se minaccio di farti un danno, a meno che tu non faccia quel che ti chiedo. Minaccio un tuo diritto per estorcerti qualcosa che non corrisponde al tuo dovere. Gli immigrati sulla gru hanno minacciato i diritti di qualcuno? No. Hanno soltanto difeso i propri. Non è dovere dello stato garantire la regolarità del lavoro e dunque dei rapporti contrattuali? Garantire uno status giuridico ad ogni lavoratore? Ad ogni persona?Secondo me, si. Quindi con una protesta, è stato chiesto qualcosa che corrisponde ad un dovere. Ed è stato chiesto facendo violenza su se stessi. Solo per poter essere presi in considerazione. Mettendo a repentaglio la propria vita, la propria incolumità. Se non avevano intenzione di buttarsi giù, certo potevano cadere.

Se questo è un ricatto, allora qualsiasi protesta, sciopero, sciopero della fame, è un ricatto. I curdi che si danno fuoco davanti alle ambasciate turche o direttamente in Turchia per chiedere il riconoscimento della propria nazionalità, sono dei ricattatori. E' plausibile?

Piuttosto vedrei un ricattatore in Marchionne, quando dice: io ti tolgo il lavoro (che è un diritto) se tu non lavori al ritmo che dico io, rinunciando ai tuoi diritti sindacali e costituzionali (rinuncia che non è un dovere).Ma guarda caso, in questo caso Casini sta con Marchionne.

Figli, il disagio relativo


Ammesso (e non concesso) che il figlio nato da una cinquantenne sia disagiato relativamente al figlio nato da una trentenne, lo è solo relativamente. Ma questo è vero per il figlio di qualsiasi genitore appartenente ad una categoria svantaggiata relativamente ad una non svantaggiata. Lo stesso concetto di svantaggio è qui relativo.

Così, a parità di condizioni,

  • il figlio di un povero è disagiato relativamente a quello di un ricco;
  • il figlio di un immigrato relativamente a quello di un autoctono;
  • il figlio di un malato relativamente a quello di uno sano;
  • il figlio di un meridionale relativamente a quello di un settentrionale,
  • il figlio di un nero relativamente a quello di un bianco,
  • il figlio di un ebreo relativamente a quello di un gentile,
  • il figlio di un single relativamente a quello di una coppia,
  • il figlio di un precario relativamente a quello di un lavoratore titolare,

e via dicendo.

La maggior parte dei figli non nasce in un mondo agiato. Ed è sicuramente più disagiata di quanto potrà mai esserlo, per esempio, il figlio della Nannini.

L'età più bella

Quali siano le età più belle dipende dalla vita di ciascuno. Ad ogni età si può dare il proprio contributo e quando diventiamo carenti in un aspetto, miglioriamo in un altro. Non saprei dire a 44 anni quali limiti ho rispetto a quando ne avevo 20. L'età della giovinezza è quella dei vent'anni. Poi, solo perchè la vita si è spostata in avanti, arriviamo a definire giovani i trentenni o addirittura i quarantenni. E perciò, se un genitore non può programmare di assistere un figlio fin quasi alla mezza età, è meglio che ci rinunci. Ma resta un mistero capire come questo figlio assistito fino alla mezza età, possa diventare a sua volta genitore da giovane.

Secondo me, per sostenere un punto di vista generale (il rifiuto del genitore anziano) si valorizza un solo aspetto (la prestanza fisica) esagerandolo, fino a definire un modello che, nella realtà, non corrisponde neanche ai genitori giovani, i quali raramente sono campioni di atletica, calciatori di serie A o anche soltanto ginnasti dilettanti. Quando ai giardini o sulle piste ciclabili vedo qualcuno fare footing, di solito è una persona di mezza età.

Se fossi costretto ad affidare mio figlio a qualcun altro, non credo sceglierei un atleta. Vorrei un filosofo. Una persona dotata di empatia, capace di raccontare le favole, di ascoltare, parlare, interpretare di giocare (ma i giochi dei bambini sono quelli che si fanno sul tavolo o sulla moquette o ai giardinetti soprattutto con sabbia, paletta e secchielli, i giochi sportivi si fanno poi con gli amici). Una persona che ha molta disponibilità di tempo. Che capisca di alimentazione. Che sappia guardare i programmi giusti in TV. Che sappia gestire il computer e Internet. Cercherei di affidarlo ad una persona matura. Quale che sia la sua età.

Per come è organizzata la nostra vita sociale, è molto facile che genitori giovani debbano spesso affidare i figli a qualcun altro. Magari ai nonni! Che diventano i veri educatori.

Il parametro della maggioranza


Per quale motivo, bisogna assumere la maggioranza a parametro di ciò che  è giusto? La maggioranza delle persone è felice? E' autorealizzata? E' gratificata? E' contenta? E' soddisfatta? Sta bene? Probabilmente no. Se no, vuol dire che le cose sempre pensate, dette, fatte dalla maggioranza, forse non sono le più efficaci.

sabato 13 novembre 2010

Cos'è giusto?

Ti trovi su un satellite che orbita intorno alla luna. Non sai come e perchè. Non ricordi più la tua identità. Un'astronave sta per venirti a prendere per riportarti sulla Terra. Finchè non ritorni, non sai se sei uomo o donna, bianco o nero, del nord o del sud, dell'est o dell'ovest, ricco o povero, credente o non credente. Se ebreo, cristiano, mulsulmano, induista, buddista. Se della Roma o della Lazio, dell'Inter o del Milano, del Toro o della Juve.

Appena tornato sulla Terra andrai subito al tuo posto, ma prima di tornare non puoi conoscere il tuo posto sulla terra. Però ti viene concesso un grande potere. Con una tua sola firma puoi trasformare il mondo secondo le tue idee, quelle che professi, che puoi leggere direttamente sulle tue pubblicazioni, o ascoltare nelle tue conversazioni.

Senza conoscere il tuo posto nel mondo, firmeresti?


(cfr. Precht Richard D. 2009)

Irregolari (da regolarizzare), non clandestini


La parola "clandestino" rappresenta l'immigrato straniero come una persona che si è introdotta illegalmente nel paese e che vuole sfuggire all'identificazione. Questa rappresentazione corrisponde solo in minima parte alla realtà dell'immigrazione priva di permesso di soggiorno. La maggioranza è entrata nel paese regolarmente, circa tre quarti, e molti altri entrati irregolarmente hanno cercato di mettersi in regola. Di certo gli immigrati non salgono sulle gru per nascondersi meglio.

Settecentomila sono irregolari per le assurdità della legge Bossi-Fini, normativa in vigore dal 2003, che nessun altro paese europeo ha pensato bene di imitare e che oggi viene sconfessata persino da uno dei suoi due firmatari. Ovviamente Fini. La legge prevede che lo straniero possa entrare nel paese solo se già in possesso di un contratto di lavoro. Se uno straniero trova lavoro in Italia, oppure se perde il lavoro che ha e ne trova un altro, deve rientrare nel suo paese e aspettare di essere lì contattato dal suo datore di lavoro italiano, tramite ambasciata. Solo a quel punto può regolarizzarsi. Se ha la fortuna di rientrare nella quota del decreto flussi, deciso annualmente. Una quota di solito nettamente inferiore alle domande di assunzione.

Non importa se lo straniero ha un lavoro, se il suo datore è disposto a metterlo in regola, se entrambi non fanno del male a nessuno. Per questa legge capestro, lo straniero rimane irregolare, privo di diritti, esposto al ricatto di sfruttatori e criminali e sempre a rischio di essere arrestato, recluso nei CIE ed espulso. Chi ha concepito questa legge ha poi pure pensato di inventarsi il reato di immigrazione clandestina. Eppure le domande di regolarizzazione sono tutte lì, pendenti da anni al Ministero degli Interni.

Fu più grande la migrazione dal meridione

Talvolta si confonde la dimensione dei flussi migratori con quella delle aree di emigrazione e si immagina, per esempio, che l'attuale immigrazione straniera sia in Italia assai più grande di quella meridionale degli anni '50 e '60


Il sud d'Italia è certamente molto più piccolo del sud e dell'est del mondo, ma il flusso degli immigrati meridionali è stato nettamente superiore al flusso degli immigrati stranieri. Almeno finora. Gli immigrati stranieri in Italia ad oggi sono circa 5 milioni (più 700 mila irregolari). E questo dato si è formato in 20-30 anni. Nello stesso arco di tempo tra il 1945 e il 1970, sei milioni di italiani emigrarono all'estero, e circa nove milioni migrarono all’interno dell’Italia, dalle regioni del Sud alle province del Centro e del Nord. E non era, come quella straniera, una immigrazione distribuita sul territorio, ma particolarmente concentrata nei grandi centri industriali, tanto che Torino oggi è una città di un milione di abitanti, con 700 mila persone di origine meridionale.



venerdì 12 novembre 2010

Caro xenofobo...

Dici di voler togliere la linfa vitale al potere, senza metterti contro il potere, mentre io farei il contrario. La linfa vitale sarebbero quelle persone che giungono qui da altri paesi ad ingrossare le file dell'esercito industriale di riserva, abbassando il costo del lavoro e favorirne lo sfruttamento.

Tu puoi fare questo? Tu chi sei? Un comune cittadino o gli xenofobi al governo? Se sei soltanto un comune cittadino, puoi fare ben poco, se non delegare il tuo consenso ad altri perchè facciano quello che vorresti. I tuoi referenti/rappresentanti sono il Pdl e la Lega. Questi tolgono la linfa vitale a qualcuno? No, la fanno solo girare. Le politiche xenofobe non servono per impedire che ci siano milioni di immigrati. Servono solo per impedire che siano sempre gli stessi. Servono per farli ruotare, in modo che lavorino per noi, senza avere i nostri diritti. Appoggiando queste politiche, appoggi il peggior dumping sociale.

Anch'io posso fare ben poco. E per di più delego il mio consenso a chi non riesce neppure a farsi eleggere in parlamento. Non vedo perciò cosa possa dipendere da me o dai miei rappresentati. Se tutto dipendesse da me, nel mio mondo ideale, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. Se qualcosa dipendesse da me in questo mondo reale, potrei intervenire soltanto per correggere.

Una correzione è tale se va nel senso della praticabilità e dell'equilibrio. Una correzione non sarebbe tale se creasse ancora più squilibrio, cioè se creasse ancora più diseguaglianza di quella già esistente. Dunque, se ci sono gli immigrati, poveri, sfruttabili, facilmente ricattabili, l'unica correzione che riesco a vedere è quella di regolarizzarli, in modo che possano cercarsi legalmente un lavoro, avere un contratto, avere gli stessi diritti, così da diventare non concorrenti, ma alleati degli altri lavoratori. La differenza tra l’essere regolare e l’essere irregolare non è astratta. Il punto di partenza può essere lo stesso. Ma l’irregolare è condannato a restare sempre fermo al punto di partenza.

L'altra strada, quella del respingimento, predicata dagli xenofobi, in realtà pratica il turn over: il peggio. Sia per gli immigrati, sia per i lavoratori autoctoni. Inoltre è una misura squilibrante. Sia perchè aggrava la diseguaglianza. Sia perchè si immagina un mondo ideale nel senso dell'ingiustizia. Si, perchè non solo i giusti sono idealisti. Lo sanno essere anche gli ingiusti.

Ora, tu non sei esattamente un ingiusto (pur avendo molti tratti dello stronzo). Sei un razzista genuino, nel significato estensivo, xenofobo del termine. Sei uno a cui gli stranieri non piacciono. Ti attacchi a questo o a quell'argomento, ma la sostanza è che a te non va di vedere in giro neri e mediorientali e di sentir parlare romeno, albanese. E' una cosa che ti fa repulsione. Lo si capisce, non solo dalla disumanità con cui parli di quelle persone, senza neanche riconoscere che sono persone, ma dal modo in cui ti appassioni alle dispute simboliche. Uno che va dietro al divieto del burqa, del burkini, della costruzione di moschee e minareti, in realtà, del potere d'acquisto, del dumping, della disoccupazione, non gliene importa nulla. Un pretesto vale l'altro. Poi, può succederti di avere rapporti cordiali con i singoli. La xenofobia è una psico-ideologia. Non si materializza direttamente nei rapporti interpersonali, dove nella mente xenofoba si materializza invece l’eccezione: se tutti gli stranieri, i gay, gli ebrei, i comunisti, le donne, i meridionali, etc, etc... fossero come te!

Ma facciamo finta che i tuoi discorsi si ispirino ad una qualche razionalità economica. E che tu voglia tenere a casa loro gli stranieri, per proteggere dalla concorrenza le categorie nostrane. Puoi seriamente immaginarti un mondo in cui alcuni popoli, la maggioranza, stanno fermi, ed altri popoli, i più ricchi, la minoranza, vanno dove vogliono? Puoi immaginarti una globalizzazione a senso unico? Gli ingiusti idealisti se la sono immaginata, però non funziona. Se tu porti le tue imprese a competere nelle praterie altrui, gli altri portano la manodopera a competere nella tua. Mi sembra il minimo. Non basta dire che i nostri imprenditori non devono assumere stranieri in Italia. Bisogna anche dire che non devono assumere stranieri all'estero. Non devono andare in Romania, nè in Cina, nè in Brasile. Da nessuna parte. Perchè se vanno da qualche parte, qualcuno da quella parte viene qui. Quarantamila imprenditori italiani in Romania? Centinaia di migliaia di lavoratori romeni in Italia. Funziona così. Sei consapevole che funziona così? Gli altri sono più poveri, ma non sono deficienti.

Allora, potresti usare la tua (immaginaria) razionalità economica, per capire che mondo vuoi. Che equilibrio vuoi tendenzialmente realizzare. Mi sembra che tu non voglia il socialismo. Quindi, vuoi un qualche modello di capitalismo. Un mondo globalizzato, liberale? O un mondo fatto di tante nazioni protezioniste e autarchiche: ciascuno sta a casa sua, produce a casa sua, commercia a casa sua, lavora a casa sua, studia a casa sua, va in vacanza a casa sua, etc. E poi valuta, se in questo mondo, nei nostri confini nazionali in cui nessuno mette il naso fuori da dentro nè dentro da fuori, staremmo meglio, saremmo più ricchi, con salari più alti e tutti felici di pagare i parrucchieri venti euro e gli idraulici dai 50 euro l'ora in sù.

Sulla concorrenza degli stranieri

I lavoratori non si offrono a meno soldi. Sono i padroni che offrono loro meno soldi. Il lavoratore può accettarli o rimanere disoccupato. Chi ha il sostegno della famiglia o del welfare può scegliere di aspettare una opportunità migliore. Chi non ha questi sostegni, è costretto a lavorare alle condizioni del padrone. Succede anche agli italiani. D'altra parte, se l'aumento del salario porta ad un aumento dei prezzi e delle tariffe, la compressione salariale porta alla diminuzione dell'inflazione. Salari bassi porteranno ad un costo della vita più basso. Come fanno a vivere gli operai polacchi con 400 euro al mese?

Riguardo i lavoratori autonomi che fanno prezzi più bassi, i casi sono due: 1) effettivamente il servizio o il prodotto ha un valore basso e allora perchè dovrebbe avere un prezzo più alto? Se sei capace di fare un prodotto di maggior valore puoi competere lo stesso, se non sei capace allora fino adesso ci hai imposto un prezzo disonesto e meno male che arriva qualcuno a fartelo abbassare. 2) Il tenore di vita del nostro concorrente è più basso, così come le sue aspettative di arricchimento o anche solo di mantenimento. Non tutto il mondo ritiene che per sopravvivere siano necessari cambiare il cellulare una volta l’anno con fotocamera e videocamera incorporati, avere il computer portatile, navigare in Internet, avere due macchine accessoriate, un televisore e uno stereo per stanza, la casa sempre riscaldata, tre portate a pranzo e a cena, l’aria condizionata d’estate, un mese di vacanze e viaggi, il cinema, la pizzeria, la discoteca, l’abito griffato, il rolex, il lifting, la palestra (la nostra coperta corta, insomma...).

Un modello di vita più austero comporta un commercio più austero. Se riesce a batterci nella concorrenza, forse il nostro modello è invece troppo consumista. Rinunciamo a qualcosa e abbassiamo i prezzi anche noi. D’altra parte, nel libero mercato è legittimo competere anche sui prezzi. Ai miei tempi, quello che faceva i prezzi più bassi era visto come più onesto, più sobrio, non come un lestofante. Oppure come qualcuno che vendeva roba di scarsa qualità. E allora la scartavamo. Pare che l’orientamento prevalente del consumatore sia quello di orientarsi verso il prezzo medio, tra quello che costa di più e quello che costa meno.

Sul lavoro rifiutato dagli italiani

Se in un paese arrivano immigrati, vuol dire che i posti di lavoro non mancano. I flussi migratori seguono i flussi economici. Infatti, i marocchini emigrano in Italia, ma gli italiani non emigrano in Marocco.

Gli imprenditori sono naturalmente sfruttatori e i lavoratori altrettanto naturalmente cercano di sottrarsi allo sfruttamento, finchè se lo possono permettere.

Ci sono persone che non accettano un dato lavoro perchè è sottopagato. Ce ne sono altre che non lo accettano perchè è un lavoro umile o pesante. In genere si tratta di persone scolarizzate: hanno fatto il Liceo, magari l’Università. E’ raro che i nostri diplomati o laureati siano disposti ad andare in fabbrica o a salire sulle impalcature. Io stesso non sarei disponibile, ma neanche per diecimila euro al mese. Mi adatterei a quel tipo di lavori solo se fossi con le spalle al muro. Allo stesso modo non vorrei fare l’infermiere, passare le giornate con le mani nel sangue e nella merda, sempre a rischio di prendermi virus e batteri. Alle persone che per disponibilità o necessità fanno questi lavori, io faccio un monumento e trovo indecente che qualcuno le insulti.

Anche per i nostri disoccupati la presenza degli stranieri può essere vantaggiosa. E' meglio essere disoccupati con il welfare che disoccupati senza il welfare. E se noi oggi, possiamo mantenerci uno stato sociale è grazie al contributo determinante del lavoro degli immigrati. In terzo luogo, fino a poco tempo fa a me spiegavano che la classe operaia non esisteva più, anche perchè era diminuita come numero. La forza di un gruppo sociale è data anche dal numero. Senza i nuovi lavoratori meridionali, la classe operaria del nord, non si sarebbe mai presa la sua rivincita.

giovedì 11 novembre 2010

Redistribuire il lavoro

E' precarizzante, ovvero spinge al precariato, voler fare lavorare tre persone dove vi sarebbe posto solo per una? Questa domanda introduttiva, come altre citate in precedenti post, si fonda su presupposti statici, oltre che non sempre dimostrati come veri.

Se ci sono tre persone, ma posto solo per una, le altre due saranno disoccupate. A carico o non a carico dello stato, costituiranno comunque un costo sociale. Qualcuno dovrà mantenerle. Qual è il vantaggio sociale di lasciare queste due persone disoccupate rispetto alla possibilità di redistribuire il lavoro per tre?

Un terzo della retribuzione annua non basta solo per uno? Perchè mai zero retribuzione annua dovrebbe allora bastare per due? Ma io non penso di redistribuire il lavoro dividendo lo stesso salario. Penso di ridurre l'orario di lavoro a parità di salario. Impossibile, le risorse sono limitate. Non è vero. Abbiamo ingenti risorse con le quali manteniamo i fatturati della criminalità organizzata, della corruzione nella pubblica amministrazione, e l'evasione fiscale. Inoltre, abbiamo un decimo della popolazione che possiede la metà della ricchezza nazionale.

Volver fare lavorare tre persone al posto di una, significa mettere in discussione i tempi e i carichi corrispondenti ad un posto di lavoro, nel senso di dividerli e diminuirli fra tutti. E' la proposta degli anni '90, della riduzione dell'orario di lavoro, purtroppo ormai messa sullo sfondo dalla questione salariale.

Non possiamo più accogliere nessuno?

Per farmi intendere i limiti dell'accoglienza, mi è stato posto questo dilemma. Tu sei in ospedale, ti arrivano 6 persone morse da serpenti a sonagli. Tu hai solo 3 antidoti. Lo dai a 3 persone e le salvi, sacrificando le altre 3 (che potranno cercare fortuna negli altri 190 paesi della terra). Oppure lo dividi per tutti e sei e li lasci morire tutti?

La verità è che la risposta non la conosco. Dovrei trovarmi nella situazione, perchè sarebbe una scelta tremenda. Una scelta nella quale il dato razionale dovrebbe accordarsi con il dato intuitivo. Rispetto alla difficoltà di risoluzione, è come l'esempio del carello che corre sui binari davanti ad un bivio. Sul binario di destra ci sono cinque operai, su quello di sinistra ce n'è uno solo. Tu hai la mano sulla leva del cambio e puoi decidere la direzione del carrello, ma non puoi fare nulla per arrestarlo. Cosa fai? La maggioranzea delle persone risponde che devierà il carrello sul binario di sinistra, così morira un solo operaio. Poi però c'è la variante di questo dilemma. Il carello corre lungo un solo binario contro cinque operai. Sei su un ponte sopra il binario. Se riuscissi a buttare sul binario un macigno, fermeresti il carello. Ma sul ponte non c'è nessun macigno, nessun oggetto che possa fare da ostacolo, soltanto un uomo molto grosso che si sporge per vedere. Basterebbe una tua spinta per buttarlo giù sui binari e fermare il carello. Qui la maggioranza risponde che non butterebbe giù quell'uomo. Eppure è di nuovo e sempre la vita di uno contro la vita di cinque.

Come si vede non è una mera questione di ragioneria. Si può sempre dire che la vita di uno vale meno della vita di cinque? E se quell'uno fosse un bambino? Forse io, nella situazione del primo dilemma, darei la precedenza alle donne (se ve ne fossero), oppure ai più giovani. Oppure a quelli che hanno maggiore probabilità di salvarsi. Se li conosco, magari sceglierei in base al carattere. Non lo so. Di certo non sceglierei in base all'identità nazionale. Qualunque scelta dovessi fare, mi costerebbe enorme sofferenza e infiniti sensi di colpa. Dopo, non credo proprio andrei in giro a vantarmi di essere una persona pratica.

Ciò detto, questo dilemma messo in relazione al tema dell'accoglienza degli stranieri, corrisponde effettivamente alla realtà? Davvero le risorse sono limitate, è possibile solo dividerle e se sono poche qualcuno per forza deve rinunciare? E' socialmente sostenibile che rinunci la maggioranza del mondo? Noi viviamo nel mondo ricco, grande un quinto, che consuma per quattro quinti. Possiamo raccontarci di respingere il resto dell'umanità per poter sopravvivere: ai nostri livelli di consumo! E' un discorso moralista? Si, ma è indubbio che l'immigrazione sia un correttivo alle diseguaglianze e che la diseguaglianza, oltre un certo livello, sia anche una questione morale. Se si pensa di poter ragionare sui limiti dell'accoglienza e della condivisione, a maggior ragione bisogna ragionare sui limiti della diseguaglianza.

Italia-Libia, governo battuto sui diritti umani

Il governo va sotto: 274 a 261. Futuro e Libertà ha votato insieme alle opposizioni (Pd, Udc, Italia dei Valori) una mozione del deputato radicale Matteo Mecacci nel quale ci si limita a chiedere che il governo «solleciti» Tripoli a ratificare la Convenzione Onu sui rifugiati e a riaprire l´ufficio delle Nazioni Unite per garantire agli immigrati respinti un rispetto minimo dei diritti umani. Una revisione del Trattato resa urgente anche da quanto accaduto al peschereccio mitragliato da una delle sei motovedette regalate proprio dal nostro paese alla Libia.

Ignazio La Russa e Fabrizio Chicchito attaccano i finiani a cui attribuiscono «la responsabilità del ritorno dei barconi e dei clandestini». Il ministro degli Esteri Frattini arriva a dire che per colpa di Fli l'´Italia esce dal solco della politica Ue nei confronti di Tripoli «aprendo le porte a tutti» («in realtà il mancato rispetto dei diritti umani è proprio l´ostacolo principale per un accordo Ue-Libia», ricorda il pd Sandro Gozi).

Una ritorsione propagandistica, quella del Pdl, che di fatto ammette l'impossibilità di respingere gli sbarchi in collaborazione con la Libia senza violare i diritti umani e l'indifferenza del governo in questa materia: il rispetto dei diritti umani non è una priorità, nè una precondizione.

I giornali si concentrano sul significato politico del voto - la maggioranza non c'è più - l'avvio della crisi di governo e della campagna elettorale, dando per scontata la strumentalità dell'oggetto del contendere oppure lasciandolo sullo sfondo. Bisogna però ricordare di cosa si tratta.

Centinaia, forse migliaia di persone richiedenti asilo intercettate nelle acque del Mediterraneo e deportate forzatamente in Libia senza valutare la loro situazione individuale e il loro bisogno di protezione internazionale. Recluse per mesi, alcuni per anni, nel centro di detenzione di Misratah e in altri centri del paese in condizioni ancora peggiori. Sovraffollamento, nessun rispetto della privacy, servzi sanitari insufficienti, costretti a dormire sul pavimento. Maltrattati con pene corporali e torture inflitte dalla polizia libica. Espulsi verso paesi in cui rischiano la tortura e la morte. La Libia non ha un sistema d'asilo funzionante ed ha espulso l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).


Riferimenti:
Amnesty - Visita in Italia del leader libico Muhammar Gheddafi - CS079: 09/06/2009

mercoledì 10 novembre 2010

Le culture cambiano

Non nego le differenze culturali tra un popolo e l'altro. Nego che siano statitiche. Nego che siano il principio di tutte le cose (sistema economico, politico, sociale), penso semmai il contrario. Nego che determinino inevitabilmente e irrimediabilmente l'identità di ogni individuo. Di conseguenza sono contrario a stabilire regole ad culturam.

Se i nostrani "teorici" del conflitto di civiltà, della esistenza delle faglie di civiltà, delle incompatibilità culturali provassero a definire la "cultura italiana", il concetto di "italianità", sarebbero poi i primi a volersene differenziare. Ma intanto sarebbe interessante conoscerla questa definizione: cosa è l'italianità? Come la definizione di qualsiasi altra identità culturale nazionale.

L'elezione di un gay al governo del paese è possibile in Italia e non, per esempio, in Aurabia Saudita. E questa sola diversa possibilità esprimerebbe tutta la differenza culturale tra due mondi. Ma anche in Italia, la nomina di un gay noto e dichiarato (poichè vi sarebbero i precedenti ignoti di Mariano Rumor e di Emilio Colombo) a presidente del consiglio è stata una cosa impossibile fino a ieri. Oggi sembra possibile, pure sull'onda di un altro evento esogeno straordinario, che fino a ieri sembrava impossibile: l'elezione di un nero alla presidenza degli Stati Uniti.

Se andiamo a riascoltare i primi commenti all'annuncio della candidatura di Obama, vedremo che non ci credeva nessuno. Le cose cambiano, le storie cambiano, i paesi cambiano, le persone cambiano.

L'universalismo xenofobo

Esiste un universalismo xenofobo. Capita, discutendo con un leghista o con qualsiasi persona ostile agli stranieri di citare il nostro passato di emigranti. Come a dire: non possiamo riversare sulle persone provenienti dall'est e dal sud del mondo, i pregiudizi, le discriminazioni, la violenza che subirono i nostri nonni immigrati in settentrione, o in Europa, in America, in Australia (ancora oggi nel Ticino contro i lombardi). Un'analogia morale che punta sull'identificazione nazionale. Non facciamo agli altri quel che non avremmo voluto fosse fatto a noi. Noi, italiani.

Ma ecco che gli italiani, messi a confronto in terra straniera con gli svizzeri, i tedeschi, i belgi, i francesi, gli americani, diventano simili ai marocchini, agli albanesi, ai romeni e perciò diversi dal nostro xenofobo autoctono. Egli, prima di essere italiano è un autoctono che si difende dagli stranieri. Nelle storie del passato, parteggia per i suoi simili. Non gli italiani, bensì gli autoctoni, compresi quelli anti-italiani.

Se esistono una identità, una cultura, non sono date dal legame di sangue, dallo stesso ceppo etnico, dalla comune credenza religiosa, ma dalla posizione in una gerarchia sociale e dal modo di relazionarsi con chi sta sopra e chi sta sotto. Xenofobi di tutto il mondo unitevi. Anzi, riunitevi e fatevi il vostro stato.

Citazioni omofobe


Nel post precedente, ho citato a memoria alcune battute, alcuni episodi di chiaro segno omofobo, aventi come protagonista una serie di esponenti di destra. Avessi fatto un minimo di ricerca avrei trovato un elenco di citazioni già bello e pronto sull'ottimo Metilparaben. Alcune - ahimé - anche di "sinistra".

E' molto vero, purtroppo, non è solo Berlusconi. Non per nulla si esprime come si esprime, pensando di avere la maggioranza dalla sua parte. Devo però dire che trovo forzato l'accostamento di alcune frasi, anche se negative, ad altre sotto il cappello della pura e semplice omofobia.

Un conto sono le opinioni espresse su un tema politico all'ordine del giorno, magari sollecitate da una precisa domanda a cui non ci si può sottrarre - e forse lo si preferirebbe - in cui si esprime un orientamento contrario all'adozione dei bambini e al matrimonio delle coppie omosessuali, per convinzione o per un presunto senso dell'opportunità, al fine di evitare un conflitto con i cattolici.

Altra cosa è esprimere gratuitamente e di propria iniziativa battute insultanti e dileggianti contro gli omosessuali, al fine di risvegliare, eccitare, e coalizzare intorno a se tutta la subcultura reazionaria e machista del paese.

giovedì 4 novembre 2010

L'omofobia di Berlusconi



Per trarsi d'impaccio dal Rubygate, Silvio Berlusconi ha dichiarato che "è meglio avere la passione per le ragazze che essere omosessuali". Che dire? Se fossi gay non me ne vergognerei. O meglio, cercherei di non vergognarmene, avendo la percezione che gran parte del contesto mi suggerisca il contrario, quanto meno di non ostentare. Ma finora sono stato solo eterosessuale e non mi sono posto il problema. Non avendo mai (per ora) vissuto nè ricercato esperienze omosessuali, non sono in grado di fare il confronto tra una situazione e l'altra, per dire quale sia meglio. Il presidente del consiglio ha molta più vita ed esperienza di me. Magari ha ragione e sa di cosa parla. Ma resta il fatto che quel che ha detto è inopportuno ed ha una forte valenza offensiva. Tra due cose, se una è meglio, l'altra è peggio. E' un giudizio di valore. Fosse pure fondato sull'esperienza personale, rimane troppo somigliante ad un pregiudizio. Il vecchio pregiudizio omofobo. Storico tratto identitario della destra tradizionale.

Un tempo erano i fascisti a distinguersi per battute omofobe. Storace, dì qualcosa di destra. E lui: "Ah froci!" Autoironico e azzeccato. Sempre Storace, stavolta serio, durante una rissa in parlamento, rivolto a Mauro Paissan (credo nel 1995): "Non toccarmi con le tue unghie da checca". Per commentare la bocciatura di Buttiglione a commissario europeo, nel 2004, Mirko Tremaglia dichiarò "Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza". Gianfranco Fini, quando ancora non era evoluto, proponeva di escludere gli omossessuali dall'insegnamento nella scuola elementare. Dibattendo con Luxuria, Alessandra Mussolini ebbe modo di esclamare: "Meglio fascista che frocio!". Di recente, Buttiglione ha filosofeggiato sull'essere  omosessuali oggettivamente e moralmente sbagliato: come non pagare le tasse. Un cantante a lui molto prossimo, Povia, cantò due anni fa a Sanremo, una canzone dedicata alla "cura" degli omosessuali: "Luca era gay". In un altra conferenza stampa, Berlusconi disse che "noi non siamo mica dell'altra parte". Il "trattamento Boffo", la campagna del Giornale di famiglia contro il Direttore dell'Avvenire era incentrata sulla presunta identità omosessuale della persona presa a bersaglio. Ecco, ho citato solo i fatti e le battute che  ricordo, senza fare alcuna ricerca. Diversamente, invece di scrivere il paragrafo di un post, potrei scrivere un intero blog. Questo è il background di buona parte della nostra destra. Il disprezzo per i gay, cioè per l'uomo che si fa donna, e dunque il disprezzo per la donna. Sessismo e omofobia a braccetto, nelle battute, nei modi di pensare, nello stile di vita.

Una linea di difesa consueta è quella di Vittorio Sgarbi: ormai le battute sui gay si possono fare, tanto la discriminazione non esiste più. Ma una volta si facevano proprio perchè c'era. Sarebbe come dire: dato che non ci sono più lo schiavismo e la segregazione, possiamo permetterci di essere razzisti, dato che non ci sono più i pogrom e le persecuzioni, possiamo permetterci di essere antisemiti, dato che non c'è più la discriminazione della donna, possiamo essere misogini. L'essere pari sostituito all'essere dispari come buon motivo per infierire. Pari o dispari, stessa solfa. D'altronde quel'infierire non è mai solo una conclusione, ma soprattutto un presupposto fondante, viene prima, è un pre-giudizio. Si cala a priori in qualsiasi mondo. 

Ma davvero non c'è più la discriminazione? Basti leggere le battute sopra citate. Gli eterosessuali in quanto tali si sono mai beccati qualcosa di simile? Si sono mai dovuti vergognare di fronte a se stessi, ai propri genitori, alla propria famiglia, nel rivelarsi? Sono mai stati dileggiati a scuola o dagli amici? Hanno mai avuto paura di camminare per mano con una ragazza, di abbracciarla, di baciarla, per il solo fatto che fosse una ragazza? Hanno mai subito un'aggressione per il loro orientamento sessuale? Un licenziamento? Si sono mai sentiti insultare da questo o quel personaggio pubblico e persino dal capo del governo? Questa differenza cosa è se non discriminazione?

Certo, l'omofobia berlusconiana non è odio e ostilità. E' un sentimento di disprezzo "leggero", ma pervasivo, fa da sottofondo, è un'atmosfera. Un disprezzo tacito, implicito, che può persino conciliarsi con la simpatia, come succede a molti di noi con gli animali domestici. Non gli riconosciamo la nostra stessa dignità, ma li amiamo e li proteggiamo. Allo stesso modo funzionano la misoginia e l'omofobia prevalenti. Un omosessuale può pure farmi da portavoce o da fenomeno di baraccone nelle mie televisioni, anzi ben venga. Poi se torna utile, in un paese tendenzialmente maschilista, l'omofobia posso usarla come collante, per richiamare a me e mobilitare quel che c'è di reazionario nel paese. L'omofobia come l'anticomunismo. Nichi Vendola, suo probabile antagonista alle prossime elezioni, materializza entrambi gli spettri. Una battuta calcolata dice Paolo Guzzanti. Più probabilmente un calcolo istintivo. A destra, almeno in questa destra berlusconiana, la testa e la pancia sembrano accordarsi naturalmente, senza trovarsi mai in contraddizione.


Riferimenti:

mercoledì 3 novembre 2010

Intercettazioni: stop a chi le pubblica?

La condanna a quindici anni di Pier Paolo Brega Massone, ex primario della Chirurgia toracica della Clinica Santa Rita di Milano, soprannominata la "clinica degli orrori" ci ricorda che il privato non è meglio del pubblico. Che la logica del privato è il profitto e che per o contro la salute solo un mezzo per raggiungere quel fine. Che il rimborso a prestazione induce gli ospedali a operazioni chirurgiche non sempre necessarie. E, banalmente, che esistono persone ciniche, crudeli, che al posto, non dico dell'empatia, ma solo del buon senso, hanno un tariffario. Che quel che è successo al Santa Rita può succedere altrove, e che è bene sempre sentire il parere di più di un medico, è bene sempre essere informati. Che la libertà di informazione è un bene prezioso e le intercettazioni uno strumento investigativo talvolta indispensabile. Brega Massone è stato colto e "incastrato" con le intercettazioni delle sue telefonate. Senza quelle intercettazioni, forse opererebbe ancora.

Quasi contemporaneamente alla conclusione del processo, in tutt'altra situazione, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi viene intercettato nelle incombenze del suo stile di vita, che lo porta di tanto in tanto ai limiti della legalità o oltre i limiti dell'abuso di potere. Due telefonate alla questura di Milano per ottenere la liberazione e l'affidamento ad una persona di sua fiducia di una ragazza marocchina minorenne fermata per furto, facendo credere che si tratti della nipote del presidente egiziano Mubarak, evocando quindi il rischio di una crisi diplomatica. E' lo scandalo di Ruby o del bunga bunga, riedizione peggiorata dello scandalo escort. Colto in fallo, Berlusconi rilancia le sue bellicose intenzioni contro la magistratura e la stampa. 

Intercettazioni: stop a chi le pubblica. Dopo aver invitato a non leggere più i giornali, che "imbrogliano", Berlusconi rilancia la sua crociata contro le intercettazioni: "Presenteremo un provvedimento di iniziativa parlamentare riguardo al fermo dei media da 3 a 30 giorni per chi le pubblica".Nel dettaglio, il Cavaliere preannuncia un provvedimento in tre punti: "L' ultilizzo di questo strumento dovrà essere limitato al terrorismo internazionale, alle organizzazioni criminali, alla pedofilia e agli omicidi; le intercettazioni non potranno essere prodotte come prove nè dalla accusa nè dalla difesa; chi pubblicherà il testo di intercettazioni dovrà subire un fermo del suo media da 3 a 30 giorni". (Repubblica 2 novembre 2010)

Con misure di questo tipo, il primario di cui sopra, potrebbe ancora pescare polmoni nel pavese. Il suo reato è escluso, le sue telefonate non potrebbero essere usate come prova, i giornali non potrebbero pubblicare niente. Il tutto perchè indagati e imputati eccellenti non debbano mai correre il rischio di essere sputtanati. Si, perchè un sospettato, un indagato, un imputato con la coscienza a posto e desideroso di difendersi in modo serio, probabilmente la richiederebbe lui la pubblicazione degli atti che lo riguardano. Il "problema" (per gli intercettati eccellenti) ebbe origine quando furono intercettate le telefonate di Berlusconi sugli scambi politico-affaristici con l'allora presidente della Rai Agostino Saccà.

Relativamente alla stampa, il ddl intercettazioni, poi finita su un binario morto, prevedeva due pasticci giuridici, riassumibili nel "pubblico non pubblicabile" e nel "non pubblicabile riassumibile". I testi delle intercettazioni depositati agli atti, quindi divenuti atti pubblici non potevano essere pubblicati sui giornali. Però potevano essere riassunti. Quest'ultima una ipotesi di compromesso, nell'impossibilità di una censura completa. Il presupposto logico di una simile regolamentazione è l'avversione alla pubblicità e alla trasparenza dell'istruttoria e del processo. L'idea che l'opinione pubblica debba essere adeguatamente informata solo dopo la sentenza di primo grado. Un po' come stabilire che le partite di calcio possono essere seguite solo in differita, dopo che se ne conosce il risultato.

Mentre però il calcio in diretta o allo stadio non ha particolari conseguenze sociali, se non di costume, la pubblicità del processo e la libertà di informazione, conseguenze ne hanno e ne avrebbe la loro assenza. Due in generale. 1) L’imputato potrebbe essere una persona sgradita al potere. Come i dissidenti nelle dittature. Se l’opinione pubblica è tenuta all’oscuro delle accuse che gli sono mosse e di come queste sono sostenute, chi controlla che non vi siano abusi? Sottratto a qualsiasi principio di controllo e di trasparenza, quale remora dovrebbe avere il potere giudiziario, magari colluso con il potere politico, nel non commettere abusi? 2) L’imputato potrebbe essere un uomo di potere. Politico o economico. Uno che può esercitare una forte pressione sul potere giudiziario, fino a indurlo a più miti consigli. Anche qui, sottratto a qualsiasi principio di controllo e trasparenza quale remore dovrebbe avere il potere giudiziario, nell’essere pavido e lassista nel giudizio su imputati eccellenti? In sintesi, come fa una giustizia giusta a prescindere da una opinione pubblica informata e consapevole? In quale paese, la giustizia è più giusta senza una cronaca giudiziaria libera e tempestiva?

martedì 2 novembre 2010

Cinque milioni di immigrati regolari

Secondo l'edizione 2010 del dossier Caritas sull'immigrazione, gli immigrati regolari, i "nuovi italiani" sono arrivati ad essere cinque milioni. Venti volte di più quelli presenti nel 1990. Numeri crescenti che vengono contrapposti da parte xenofoba ai dati della nostra disoccupazione. Se abbiamo l'8,5 per cento di disoccupato, se è senza lavoro un giovane su quattro, perchè tanti immigrati, non c'è un conflitto oggettivo tra gli ultimi arrivati e gli ultimi della nostra autoctona scala sociale?

Milioni di disperati esistono nel mondo e sono già messi in concorrenza nel mercato del lavoro con salari da fame, attraverso le delocalizzazioni. Il fatto che una parte migri verso il mondo ricco, ridimensiona questo fenomeno. Un immigrato nel mondo ricco è comunque pagato meglio di quanto lo sarebbe se fosse assunto dalla stessa azienda nel suo paese d'origine. Quindi, dumping ridotto. Ancora meglio se regolarizzato. Invece per quel che riguarda i mestieri che non si possono delocalizzare in certe zone d'Italia c'è persino carenza di manodopera. Senza contare che gli immigrati ci hanno salvati da una profonda recessione, dal fallimento dell'Inps, e da un irreversibile declino demografico. Con ciò, occupando, ma anche creando nuovi posti di lavoro.

Già Bankitalia l'anno scorso aveva smentito l'idea che esistesse prevalentemente un rapporto di concorrenzialità tra lavoratori italiani e stranieri e dimostrato invece esserci una complementarietà. Empiricamente si può osservare che ad un'aumento costante della manodopera immigrata non è corrisposto un aumento della disoccupazione, bensì un andamento oscillante. Nel 1990 il tasso di disoccupazione era sostanzialmente uguale a quello odierno. Si porta intorno all'11 per cento tra il 1994 e il 2002, per scendere fin sotto il 6 per cento nel 2006 e risalire poi, negli anni della crisi, all'8,2 di oggi. Dopo il 2002-2003, la diminuzione del tasso di disoccupazione fu favorita anche dalla regolarizzazione di massa di 700 mila immigrati. Attualmente i lavoratori irregolari, accumulatisi in conseguenza delle norme capestro della Bossi-Fini sono tornati ad essere quasi un milione. Una nuova ipotetica sanatoria farebbe di nuovo flettere all'ingiù il tasso di disoccupazione.

Molti nostri disoccupati sono lavoratori in nero. Un quarto dei disoccupati è giovane e in varia misura può contare sul sostegno della propria famiglia originaria, almeno finchè non si estinguono i redditi fissi e le pensioni calcolate con il sistema retributivo. Per i disoccupati di mezza età è molto difficile convertirsi a nuovi mestieri. Gli operai non scendono dai tetti delle loro proteste a difesa del posto di lavoro per andare a fare i panettieri.

La disoccupazione dipende dal ciclo economico. La legge può intervenire solo per favorire una tendenza anticiclica o per ammortizzare la crisi. Se immagino provvedimenti di questa natura, li immagino avendo come controparte governo e imprenditori e non altri lavoratori, altri disoccupati, un po' più "sfigati" di noi. Immagino misure di questo tipo: Abolizione dei contratti atipici, investimenti e assunzioni pubbliche, collocamento pubblico, redistribuzione del reddito, con forte imposta progressiva sui redditi alti, i patrimoni, le rendite, reintroduzione di un meccanismo di indicizzazione dei salari, introduzione di un reddito sociale o di cittadinanza.

L'idea di dare la precedenza ai disoccupati italiani è impraticabile nel quadro dell'Unione europea. Dare la precedenza ai cittadini dell'Unione europea, come hanno fatto gli inglesi, non ci risolverebbe grandi problemi. Mentre gli inglesi si misurano con gli extracomunitari pakistani, noi ci misuriamo soprattutto con i comunitari romeni.  Però, la misura se anche lecita avrebbe un significato discriminatorio. Alzerebbe a livello europeo lo slogan leghista "prima noi poi gli altri". Forse sarebbe pure in contraddizione con lo spirito della nostra Costituzione, che all'art. 3 recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Certo, la legge inglese è nel complesso migliore di quella italiana, perchè non pretende che uno straniero giunga nel paese e possa risiedervi solo avendo già un contratto di lavoro in tasca.

Si obietta, che l'articolo 3 della Costituzione si riferisce ai soli cittadini italiani e non agli immigrati privi di cittadinanza. E' una interpretazione restrittiva, secondo me non conforme al senso di quel dettato che vuole invece essere antidiscriminatorio. L'art. 3 è preceduto dall'art. 2 il quale afferma: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Quindi, non è vero che le persone prive di cittadinanza possiamo discriminarle a piacimento.

Dati certi requisiti, uguali per tutti, tu puoi accedere o non accedere ad un diritto. Se accedi, accedi come tutti gli altri. Se puoi votare, il tuo voto è uguale al voto di tutti gli aventi diritto. Oppure non puoi votare, come per esempio tutti coloro i quali non abbiano raggiunto la maggiore età. Idem per l’accesso al lavoro. O puoi accedere o non puoi accedere. Non succede che puoi accedere, ma un po’ meno degli altri. La cittadinanza, o è un requisito, come per l’accesso ai concorsi pubblici; o non lo è, come nell’accesso alle assunzioni private. Perciò, in punto di diritto, mi sembra controversa la questione di intendere la cittadinanza come requisito di precedenza. Specie se la diversa posizione rispetto alla cittadinanza va a coincidere con una differenza di nazionalità.


Riferimenti:
5 milioni di nuovi italiani: il dossier Caritas Migrantes (Liquida, 26.10.2010)

domenica 31 ottobre 2010

Fabio Fazio non intervista gli operai


Fabio Fazio non inviterà gli operai della Fiat a replicare all'intervista di Sergio Marchionne, ma Susanna Camusso, nuova segretaria generale della Cgil, per raccontare la prima volta di una donna alla guida della principale confederazione sindacale italiana. Meglio che niente, ma Camusso corrisponde a Marcegaglia, mentre l'amministratore delegato dovrebbe essere messo a confronto con i suoi operai o con i delegati sindacali dei suoi operai, magari proprio quelli licenziati per rappresaglia.

Un programma ha comunque il diritto di essere unilaterale. Pluralismo e par condicio devono emergere dal panorama complessivo dell'informazione e non necessariamente da una singola trasmissione. Peccato che, a parte Annozero, operai, impiegati, studenti, disoccupati, i soggetti sociali non abbiano quasi mai accesso alla possibilità di autorappresentarsi. Se e quando va bene, li rappresenta un partito, un sindacato, un'associazione. Imprenditori e manager, invece no, possono rappresentarsi in proprio, ed anche essere particolarmente ringraziati per aver concesso la propria presenza.

In questa unilateralità, il giornalista potrebbe almeno recitare la parte del diavolo ed esercitare un contraddittorio, invece di accompagnare cordialmente un monologo, magari preparandosi prima sull'argomento, in modo da riconoscere subito le inesattezze affermate dal proprio interlocutore. Per esempio, sempre parlando dell'intervista di Marchionne, quella secondo cui il sistema di pause introdotto a Pomigliano sarebbe già in vigore a Mirafiori. Oppure, quando l'ad ha dichiarato di essere un metalmeccanico, poteva ben starci una domanda sull'enorme differenza salariale tra un manager e un operaio, tanto da rendere di dubbio gusto quella battuta. Come osserva, Maurizio Landini segretario della Fiom, per stipendio Marchionne non è uno, ma 435 metalmeccanici.

Sarebbe stato interessante approfondire l'effettiva importanza dell'Italia per la Fiat. Marchionne ha dichiarato essere il nostro paese solo un peso per la sua azienda, poichè l'Italia non porterebbe un euro di utile, senza l'Italia la Fiat farebbe meglio, la Fiat resterebbe in Italia solo per responsabilità sociale e questo spiegherebbe niente di meno che la delocalizzazione all'incontrario della Panda da Tichy (Polonia) a Pomigliano (Italia). Passi non andare via, ma addirittura tornare. Perchè mai, se è così sconveniente? Inoltre, è proprio vero che l'Italia non porta utili. Pur lasciando da parte l'importante capitolo di agevolazioni, finanziamenti e incentivi - otto miliardi di euro in trent'anni - ci sarebbero i buoni bilanci (in attivo) di Ferrari, Iveco, Cnh, Sevel, e della stessa Fiat Auto per ciò che concerne le vendite in Italia, mentre va sotto nelle esportazioni all'estero.

E poi, quei dati sull'Italia - 118° posto su 139 per efficienza del lavoro ed è al 48° posto per la competitività del sistema industriale - da dove arrivano, come si sono formati e, soprattutto, da cosa dipendono? Forse dai lavoratori? Obietta, Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom, che sono i dati del Word economic forum, cioè l’associazione di padroni, banchieri e manager che si riunisce ogni anno a Davos in Svizzera, meeting contro il quale è nato il Social Forum.  Il 118° posto l’Italia lo riceve non per l’efficienza dei lavoratori, ma per l’efficienza del mercato del lavoro, cioè per la libertà delle imprese, e qui ci sarebbe molto da discutere, di assumere e anche licenziare. E’ un giudizio, naturalmente, ma se Marchionne avesse detto in televisione: “siamo tra gli ultimi per la possibilità di licenziare” non avrebbe fatto la stessa figura. Il 48° posto italiano per la competitività è la media di diversi fattori, per esempio il 101° posto dato al mercato finanziario e posizioni altrettanto basse per la giustizia fiscale, la corruzione, la competitività ambientale, la pubblica amministrazione, ma il 20° posto per costo del lavoro, il più virtuoso dei fattori. Forse Marchionne dovrebbe allora rivolgere la sua insoddisfazione prima di tutto al governo.

In effetti, Marchionne parla anche al governo che non ha una politica industriale e non sostiene gli investimenti come gli Usa per la Chrysler o la Ue per gli stabilimenti in Serbia. Ma le proposte dell'ad riguardano l'organizzazione del lavoro, la riduzione delle pause, la metrica del lavoro (l'ottenere la miglior prestazione fisica e mentale di un operaio in un minuto), la limitazione del diritto di sciopero e della retribuzione della malattia per contrastare l'assenteismo. Si tratta della limitazione di diritti costituzionali. Il diritto di sciopero è individuale e non può disporne un contratto collettivo. L'assenteismo è già in calo e dal 2008 si è ridotto al 3,7%. Marchionne parla degli operai che si assentano per vedere le partite di coppa il mercoledì, ma se questo realmente succede è possibile che vi sia un tacito accordo con i capi. A Termini Imerese durante i mondiali, fece notizia un giorno di sciopero per poter vedere la partita. Sui giornali la vicenda fu rappresentata così e lo stesso ad colse la palla al balzo per denunciare l'assenteismo, ma la possibilità di guardare le partite dell'Italia ai mondiali era inclusa nel contratto. Punto disdetto unilateralmente dall'azienda, perciò lo sciopero. Perciò, prima di denunciare i propri dipendenti come fannulloni, l'azienda dovrebbe considerare che tipi di accordi sottoscrive, formalmente e tacitamente. Forse che la Fiat non preferisce i tifosi ai sindacalizzati?

Ma soprattutto, un intervistatore adeguato avrebbe chiesto a Marchionne, come fanno gli stabilimenti italiani a non essere sottoutilizzati, se 22 mila lavoratori sono in cassa integrazione. E in che modo la riduzione delle pause e la limitazione dei diritti renderebbe più appetibili le auto Fiat rispetto alle auto straniere sullo stesso mercato italiano (solo tre auto vendue su dieci sono Fiat). E se si produce la Panda, se la Fiat continua ad essere specializzata nella costruzione di auto piccole, come può accorciare le distanze con gli altri grandi costruttori europei specializzati nella costruzione di auto di fascia medio-alto, quelle sulle quali si guadagna di più? Senza questa prospettiva, come possono i salari italiani allinearsi a quelli dei paesi vicini, come promesso dall'ad, cioè aumentare dal 30 all'80 per cento? Secondo Luciano Gallino, l'utilizzazione degli impianti potrebbe salire se si concentrasse la produzione in due, tre grandi stabilimenti, per ridurre drasticamente i chilometri che ogni pezzo deve percorrere prima di arrivare dove viene montato. Già, ma fin dagli anni '80 la frammentazione della produzione fu decisiva anche per la frammentazione e quindi l'indebolimento della classe operaia e del sindacato.

Riferimenti:
Ecco tutta la verità su quanto guadagna la Fiat in Italia (Andrea Malan, Sole24Ore 25.10.2010)
La Fiat e il modello Pomigliano. Un carteggio Ichino-Leonardi (Davide Orecchio, Rassegna 25.10.2010)
Produttività, da 4 a 8 mila esuberi per stare al passo con gli stranieri (Paolo Griseri, Repubblica 26.10.2010)

martedì 26 ottobre 2010

Si può dire che Marchionne fa schifo?

Su Facebook, Paolo Ferrero, segretario del Prc, ha dichiarato a caldo, domenica 24, ore 21,12, proprio mentre va in onda "Che tempo che fa": «Marchionne dice che non fa politica perchè fa il metalmeccanico. Falso. Lui fa il padrone ed è capace di una demagogia da far invidia a Berlusconi. Marchionne è un padrone di una azienda che vive sul fatto che lo stato italiano li ha riempiti di soldi. Marchionne fai schifo!» 

Nel merito il giudizio può essere condivisibile, ma lo è anche il modo in cui viene espresso? Sempre su Facebook, lo stesso Ferrero torna in argomento e ribadisce: «Qualche compagno si è scandalizzato perchè ho detto che Marchionne fa schifo. Qualche altro dice che dobbiamo essere più analitici.Io non penso che normalmente vadano usati gli insulti nei confronti degli avversari e ritengo necessario un solido impianto analitico. Ribadisco però che il tasso di malafede, di manipolazione e di demagogia che emerge dai discorsi di Marchionne chiede un giudizio netto. A me fa schifo.»

In verità, non si è scandalizzato praticamente nessuno. Il suo "stato" (così si chiama il messaggio che ciascun utente di Facebook può postare sulla propria bacheca) è piaciuto a 355 persone ed ha ricevuto 90 commenti quasi tutti favorevoli e arrabbiati. Nella discussione che segue, Ferrero afferma ancora: «Fazio è un simpatico sdoganatore del politically correct. Ho visto la trasmissione con Tronchetti Provera - "oo sccpioone" e mi è bastato». Intendendo, evidentemente, il politically correct nella concezione italiana:  essere garbati e acritici nei confronti del potere.

Soltanto un compagno ha scritto: «condivido ma, mi piacerebbe sapere chi pubblica a nome di Ferrero: questo non è certo lo stile del segretario di Rifondazione». In effetti, una questione di stile c'è. Di stile e di temperamento. Posso dire che su di me, volgarità e aggressività verbale non esercitano una grande attrazione. Si possono e si devono dire cose vere, comprensibili e incisive, senza prendere la scorciatoia dell'insulto. L'autonomia si fa valere anche nel linguaggio. Il modo in cui parli, anche quando definisci gli altri, dice chi sei tu. Perchè imitare la Lega? Conoscendo un po' Paolo Ferrero, mi sembra di vedere qui la sua testa cercare di imitare un pancia. Nell'era dei talk-show, dominata dal celodurismo, dalla volgarità e dalla maleducazione forzaleghista, è passata l'idea che il linguaggio insultante e umorale sia vincente, mentre la sinistra quando parla non si capisce

Eppure, leader vincenti e ascendenti, come Togliatti e Berlinguer parlavano in modo educato, corretto, e anche colto. Non si sarebbero mai espressi così, rivolgendosi a Valletta o a Romiti o a chiunque. Ne si sarebbero espressi così Lucio Magri, Sergio Garavini, Fausto Bertinotti. Forse si sarebbero espressi così Mario Capanna e Giovanni Russo Spena, leader di Democrazia Proletaria, piccolo partito della sinistra radicale degli anni '80, da cui Ferrero in fondo proviene. Ma non avrebbe parlato così neppure il Paolo Ferrero ministro della solidarietà sociale. Il modo in cui parli dice anche se, quale e quanta responsabilità hai. Se conti qualcosa o non conti nulla. Non c'è nulla di male ad essere in minoranza fino ad essere un piccolo, piccolissimo partito extraparlamentare. C'è qualcosa di male quando inizi a comportarti come un piccolo, piccolissimo, irrilevante partito, che punta sul chiasso e la demagogia per farsi notare un po' (smentita leghista permettendo). In questo ruolo, Paolo Ferrero risulta esteticamente stonato.

Ma vediamo più in dettaglio, perchè secondo Ferrero, Marchionne fa schifo:
«L'assenza di altri produttori di auto in Italia è stata perseguita con attenzione nel corso degli anni proprio dalla Fiat. Ricordo ancora quando a metà degli anni 80 si discusse la ford potesse comprare l'alfa romeo e la fiat fece di tutto per impedirlo. Adesso Marchionne sta facendo una doppia porcheria: Lui ha preso i soldi da Obama e sposta degli USA le produzioni ad alto valore aggiunto (a partire da auto ibrida). Poi sta vedendo se in Serbia riesce a produrre quasi a gratis le auto. Da questo punto di vista Marchionne stà demolendo il mercato perchè è lui che tira in basso i costi, agendo in completo sovvenzionamento sia in USA che in Serbia. Un vero e proprio assistito. A partire da questa situazione stà giocando a Poker. Se riesce tira giù salari e diritti in italia sfasciando il quadro constituzionale e democratico in cui ci muoviamo. Se non riesce ha la scusa per abbandonare l'Italia (dove fa 600.000 vetture, ben poca cosa) e spostare in un posto maggiormente sovvenzionato o con costo del lavoro più basso. In una situazione in cui in Germania producono 5 milioni di auto pagando i lavoratori 2500 euro al mese, io penso che Marchionne fa schifo in quanto ammanta di antipolitica e di pura tecnicalità quella che è una gigantesca operazione politica non dettata da problemi di mercato ma dalla volontà di demolire i diritti dei lavoratori in Italia e di avere facili guadagni come impresa. E' l'emblema del raider che la globalizzazione neoliberista ha generalizzato nella finanza e che lui applica alla produzione. Un essere amorale che guadagna tanto più distrugge diritti, civiltà, sicurezza di vita. In confronto un militare fa un mestiere moralmente irreprensibile, perchè almeno il rischio è reciproco, mentre Marchionne ha licenza di distruggere ma lui non è toccabile. Un esempio di grande potere privo di responsabilità. Se non è schifo questo io non so più cosa è lo schifo». (Facebook, 25 ott)

lunedì 25 ottobre 2010

La Tav incrina la sinistra in Piemonte

Perchè la sinistra in Piemonte alle regionali del 2010 non ha replicato la vittoria delle regionali del 2005?

Abbiamo visto che la presenza di liste irregolari nella coalizione di centrodestra sono una parte della spiegazione. Roberto Cota vince su Mercedes Bresso con 9.372 voti di scarto. Le liste contestate ottengono complessivamente 76.188. Per la precisione: I Verdi Verdi per Cota 33.411 voti (1,76%) lista contestata per aver indotto in confusione l'elettore; Partito dei Pensionati 27.797 voti (1,46%) lista contestata per essersi presentata con le firme false; Al Centro con Scanderebech 12.154 voti (0,64%), lista contestata per non aver presentato le firme, avvalendosi del fatto di essere stata promossa da un consigliere regionale, lo stesso Scanderebech, però fuoriuscito dal suo gruppo di appartenenza, l'Udc; Lista Consumatori 2.826 voti (0,14%), contestata per la stessa ragione della lista di Scanderebech. Solanto il ricorso per i Verdi Verdi è stato respinto dal Tar. Rimangono 42.777 voti attribuiti a liste di dubbia legittimità. Quasi cinque volte di più dei 9.372 voti di vantaggio di Cota.

Tuttavia, annullando o redistribuendo questi voti come stava facendo il riconteggio disposto dal Tar, otterremmo anche per Bresso una vittoria di stretta misura, ben differente dalla vittoria limpida e netta del 2005, quando Bresso prevalse su Ghigo con 90.361 voti di scarto.

Cosa è successo in questi cinque anni? Perchè il PD è arrivato a dubitare dell'opportunità di ricandidare Mercedes Bresso per un secondo mandato, accarezzando l'idea di puntare sul sindaco di Torino Sergio Chiamparino? La discussione nel PD sembra considerare due aspetti. 1) L'immagine del personaggio. Chiamparino avrebbe più appeal di Bresso e anche un profilo più moderato, meno "laicista", più adatto a guidare una coalizione con l'Udc. 2) La tendenza generale. Il pendolo elettorale si sarebbe spostato da sinistra a destra un po' in tutta Italia, specie nel nord, quindi anche in Piemonte.

I risultati elettorali confermano questa lettura?

Il confronto tra Bresso e Chiamparino possiamo farlo solo per la città di Torino, ma si tratta di un confronto disomogeneo, poichè misura il consenso dei due candidati in anni diversi e per elezioni amministrative diverse. Quella per l'elezione a Sindaco di Torino del 2006, in cui Chiamparino ottiene 307.913 voti, pari al 66,6% su 737.520 elettori di cui 64,7% votanti. Quella per l'elezione di Presidente della Regione Piemonte nel 2010, in cui Bresso ottiene 241.816 voti pari al 55,30% su 455.363 votanti pari al 64,11% degli aventi diritto al voto. Dunque, Chiamparino otterrebbe nella città di Torino 66 097 in più di Bresso. Tuttavia, la regola del pendolo potrebbe valere anche per lui, e tale scarto di voti essersi eroso nel corso di questi quattro anni. Nel 2005 a Torino, Bresso prese 289.171 voti pari al 58,80% su 521.781 votanti e 743.973 elettori. Appena un anno prima delle elezioni comunali, sempre considerando la disomogeneità del confronto, lo scarto tra Chiamparino e Bresso è solo di 18.742 voti. Non è dato sapere invece quale potrebbe essere il confronto tra i due, nel resto della Provincia di Torino e nelle altre Province del Piemonte.

Parte del vero o presunto migliore appeal di Chiamparino dovrebbe comunque scontare una difficoltà. Quella di dover difendere in campagna elettorale l'operato di una amministrazione regionale di cui però si è preferito non ricandidare il presidente.

L'idea che Chiamparino possa essere un candidato migliore si basa soprattutto su dati intuitivi. L'ex segretario pidiessino battuto da Alessandro Meluzzi nel collegio di Mirafiori nel 1994, ha ormai assunto un'altra caratura. L'effetto novità. E' un "destro" e può conquistare i voti moderati. Gode di buona stampa. E' un potenziale leader nazionale alternativo a Nichi Vendola. E' un sindaco apprezzato e stimato, forse il sindaco più popolare d'Italia, non è logorato da dieci anni di amministrazione cittadina. Neppure la Bresso lo era dopo dieci anni alla presidenza della Provincia torinese. Altri grandi sindaci però una volta passati al fronte regionale hanno subito sconfitte e declini. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari battuto sonoramente nel 2001 in Veneto da Giancarlo Galan. Antonio Bassolino amato e popolare sindaco di Napoli, divenuto presidente della Campania, è ormai percepito, a torto o a ragione, come uno dei peggiori governatori regionali. Fuori dalle grandi città rosse amministrare e reggere il consenso è più difficile.

Il pendolo elettorale nel 2010 si è spostato a destra anche in Piemonte?

Nel 2005, Mercedes Bresso raccoglieva 1.234.354 voti pari al 50,9% su 3.662.543 di cui il 71,4% votanti. Nel 2010. Bresso raccoglie 1.033.946 voti pari al 46,9% su 3.643.229 elettori di cui il 64,3% votanti. Perde 200.408 voti. Nel 2005, Enzo Ghigo, presidente uscente e candidato del centrodestra raccoglieva 1.143.993 voti pari al 47,1%. Nel 2010, Roberto Cota raccoglie 1.043.318 pari al 47,32%. Dunque anche la destra declina: perde 100.675 voti. Non vi è, da sinistra a destra, uno spostamento elettorale, ma un sorpasso in discesa (senza far la tara delle liste contestate, ovviamente). Mentre nel 2005 tutta la sinistra sosteneva Bresso e soltanto Ghigo subiva il disturbo di due liste alternative - La Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi (1%) e Alternativa Sociale di Ludovico Ellena (1%), nel 2010 entrambe le coalizioni devono fronteggiare la concorrenza di una lista alternativa. A destra, la Lega Padana di Renzo Rabellino (36.999 voti - 1,67%). A sinistra il Movimento Cinque Stelle di Davide Bono (90.086 voti - 4,08%).

Un'analisi dei flussi elettorali è offerta dalla Swg, da cui risulta che l'astensione prende 105 mila voti dalla destra e 91 mila dalla sinistra, i grillini prendono 25 mila voti dal centrodestra e 48 mila dal centrosinistra. Mentre lo scambio di voti tra destra e sinistra è in pareggio: 64 mila voti per uno. Determinante il Movimento Cinque Stelle.

Per una settimana hanno respinto l’accusa dell’entourage di Bresso: sono stati loro a consegnare il Piemonte a Cota. Si sono sforzati di tracciare i contorni del loro elettorato: «Non ci fossimo stati noi non avrebbero votato». I flussi elaborati da Swg in parte li smentiscono: dei 69 mila voti raccolti dai «grillini» appena 14 mila provengono dall’area del non voto. E gli altri? Pdl, Pd e Lega ne cedono 8 mila a testa; i Radicali 5 mila; la sinistra 3 mila; Udc e altri 2 mila. Ne restano 21 mila, ed è forse qui l’origine della Caporetto: i «grillini» li hanno sottratti all’Italia dei Valori. (La Stampa 4 aprile 2010)

In Piemonte, il Movimento di Grillo si è caratterizzato innanzitutto per l'opposizione alla Tav. E' questa, probabilmente, il punto debole della coalizione di Bresso. La destra non ha nessun punto programmatico che la metta in contraddizione con una parte della propria base elettorale. La sinistra ha la Tav, che la mette in contraddizione con l'opposizione sociale nella Val di Susa, che trova espressione in parte dello stesso Pd, in parte dell'Idv, nella sinistra radicale e nel nuovo Movimento di Beppe Grillo, che ha fatto quasi il pieno.

Sul nodo della Tav, è improbabile che Chiamparino possa essere più attraente di Bresso.

Riferimenti:
I giovani frenano l’astensionismo