giovedì 6 maggio 2010

D'Alema e Sallusti (e Scajola)

Aveva ragione D'Alema. Essere un privilegiato a norma di legge è un po' diverso dall'essere un (probabile) corrotto in violazione della legge. Poi, si è arrabbiato un po' troppo, come fosse stato impreparato di fronte a quella prevedibile mascalzonata. Sallusti nel suo ricordo equiparativo, non ha premesso, nè precisato, che le due cose non sono equivalenti. Anzi, ha detto quello che ha detto proprio per far passare un messaggio di equivalenza. Il solito cosifantutti.

All'epoca D'Alema ammise che la sua posizione era inopportuna, tant'è che rinunciò alla sua casa. Non è vero che il passo di D'Alema fu reso necessario dalle polemiche di stampa. Infatti, nessun altro politico lasciò la sua casa. Certo, la scelta di D'Alema corrispondeva ad un calcolo di opportunità. Tuttavia, ammise quel che gli veniva contestato - il fatto di abitare ad equo canone nella casa di un ente pubblico - e vi rinunciò. Con la sua rinuncia chiuse il caso che lo riguardava. Scajola invece, che si è comprato una casa con i soldi di un imprenditore in affari con il ministero degli interni, non ha ammesso un bel niente, si è difeso dicendo assurdità, si è dimesso da ministro solo perchè Berlusconi lo ha mollato, e le sue dimissioni non chiudono il caso.

E' singolare che per opporsi al "moralismo" di D'Alema e metterlo sullo stesso piano di Scajola si punti di fatto sul concetto di peccato, ignorando quello di reato. Il privilegio ha a che fare con la diseguaglianza sociale. Ciascuno di noi, in virtù della sua posizione sociale (i giornalisti no?), gode di privilegi rispetto ad altri. Responsabile di questo è il potere pubblico che omette di regolare e redistribuire equamente l'accesso alle risorse. Una misura di questa diseguaglianza è proprio il fatto che arriviamo a considerare un privilegio l'equo canone. La corruzione ha a che fare con un comportamento personale in violazione di quanto è regolato dal potere pubblico.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra, lo può dire Gesù Cristo, non Sallusti. Tanto più che Gesù Cristo si riferiva ad una lapidazione reale, non all'esercizio di un diritto di critica. Certo che D'Alema non può lui fare il processo ed emettere la sentenza. Ma può dire in televisione quello che pensa, senza perciò venire diffamato. D'Alema ha provato più volte a dare una risposta corretta, ma è stato continuamente interrotto e provocato dal suo "ragionevole" interlocutore. La rabbia di D'Alema è stata comprensibile, perchè gli è stata mossa una accusa falsa (con una generica equiparazione a Scajola) che poteva essere credibile per una parte del pubblico televisivo. Ed è comunque difficile dover contrapporre una spiegazione, un discorso articolato, in un breve spazio di tempo, ad un susseguirsi di provocazioni.

Non discuto di D'Alema. Discuto del confronto tra il caso D'Alema e il caso Scajola. Dell'equivalenza che ha cercato di propinare Sallusti. Se devo discutere singolarmente di D'Alema, il mio giudizio non è positivo. Per dire, quando ci fu il caso delle intercettazioni Unipol, io mi sentivo solidale con Clementina Forleo.

Riferimenti:
D'Alema e Sallusti: Vada a farsi fottere - Ballarò 04/05/2010