mercoledì 30 giugno 2010

Destra e Sinistra

Il dualismo destra/sinistra è un modo di dividere il mondo. Un modo tipicamente occidentale. Chi rifiuta un dualismo, ne propone un altro. Destra/Sinistra è un dualismo di sinistra. Alla destra non è mai piaciuto e nella logica bipolare lo ha soltanto subito. Per molti anni, la destra in Italia non si è voluta definire tale, si definiva centro.

Definirsi di destra (o di sinistra) equivale a definirsi parziali. All'uomo di destra non piace essere parziale, lui vuole essere totale: vuole essere la nazione, il popolo, oppure dio, patria e famiglia, oppure quello che rappresenta la società contro i professionisti della politica, oppure il nord contro Roma ladrona, gli italiani contro gli stranieri, i produttori contro i fannulloni, i cittadini contro lo stato.

All'uomo di destra non piace che le donne si ribellino agli uomini, che i giovani si ribellino agli adulti, che gli operai si ribellino ai loro padroni, perchè siamo tutti sulla stessa barca e lui, non è di destra, lui è la barca. Quelli che si ribellano sulla stessa barca, possono essere buttati a mare.

Nel momento in cui la destra si contrappone ad una parte, quella parte va semplicemente esclusa: saranno di volta in volta, i comunisti, i pacifisti, i 'terroristi', le femministe, gli ebrei, i gay, gli zingari, gli stranieri, i neri, gli islamici. Un corpo estraneo, una quinta colonna, un nemico interno, contro il tutto, di cui loro non fanno parte e che lui rappresenta. L'ambizione dell'uomo di destra è quella di essere al di sopra delle parti: essere un monarca.

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Sono naturalmente d'accordo sul fatto che le persone debbano farsi le proprie idee indipendentemente dai partiti. Anche se non viviamo sospesi nel vuoto e le nostre idee saranno comunque anche il prodotto di diversi condizionamenti. Tuttavia, una volta che mi sono formato una idea, anche solo per approssimazione, questa sarà una idea di destra o di sinistra. Detto da un punto di vista di sinistra. Inoltre, si consideri che destra e sinistra, non sono semplicemente riferiti a schieramenti politici, ma sono anche sistemi di valori, antropologie, modi di essere. Per esempio, la preoccupazione secondo cui se sono conciliante appaio debole, non me l'ha comunicata nessun partito, ma è una idea che può benissimo collocarsi nel dualismo destra/sinistra. Dove?

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Se una persona (onesta) non si riconosce nella sinistra avrà cittadinanza nella destra. Ammesso che gradisca questa dicotomia, che in verità non tutta la destra apprezza, non essendo disponibile a riconoscere la propria parzialità, in luogo della identificazione in un tutto (la nazione, il popolo, il territorio). Si vedano i nomi dei vari partiti.

Molti valori morali sono comuni a tutti, cambia il modo di declinarli nei comportamenti. Per qualcuno è onesto pagare le tasse, per qualcun altro è onesto non pagarle se sono troppo alte. Per qualcuno è giusto usare il fisco per redistribuire il reddito tra le classi e le aree territoriali, per qualcun altro è giusto che le tasse rendano servizi a soprattutto a chi le ha pagate. Per qualcuno è una discriminazione respingere gli immigrati, per qualcun altro è una discriminazione permettere agli stranieri di stabilirsi in "casa nostra". Per qualcuno sono un sopruso i licenziamenti, per qualcun altro sono un sopruso gli scioperi.

Esiste comunque in Italia, da sempre, una zona grigia, il ventre molle del paese, che si caratterizza per lo stare alla finestra. In generale, considero di sinistra tutto ciò che redistribuisce risorse e poteri dall'alto verso il basso nella gerarchia sociale, e di destra il suo contrario o la conservazione della gerarchia sociale vigente.

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E' stata posta una domanda: dove collocare una persona onesta e avversa ai soprusi, alla prevaricazione e alle discriminazioni, che però non si riconosce nelle teorie della sinistra? Ho risposto che per esclusione (esclusione precisata nella domanda: "non si riconosce nelle teorie della sinistra") quella persona starà a destra. I suoi valori morali non sono incompatibili, poichè in politica i valori morali vanno declinati. Ogni principio morale può avere la sua declinazione di destra e la sua declinazione di sinistra. La giustizia: è giusto che i migliori siano più ricchi; è giusto che le ricchezze siano redistribuite tra i poveri. La libertà: libera volpe in libero pollaio; libertà dal bisogno; la solidarietà: fare l'elemosina ai più bisognosi; fare un sindacato. La pace: vincere la guerra; cercare una soluzione diplomatica. E vià così.

Si può sempre discutere cosa sia di destra, cosa sia di sinistra. Io mi sono dato questo criterio: considero di sinistra qualsiasi idea traducibile in un provvedimento che redistribuisca poteri e risorse dall'alto verso il basso della gerarchia sociale e considero di destra il suo contrario o anche solo la conservazione della gerarchia sociale vigente. In questo criterio, qualsiasi idea traducibile in legge è collocabile in virtù del suo effetto sociale.

Non parlo di identificazione, ma di collocazione. Posso non sapere nulla di astrologia, non crederci, non interessarmene, ma ciò non toglie che io sia, dal punto di vista astrologico, un capricorno. Posso essere un cosmopolita e un internazionalista, ma ciò non toglie che dal punto di vista etnico e nazionale, io sia un italiano. E il fatto di dirmi italiano, nulla toglie alla mia torinesità, come il fatto di dirmi europeo nulla toglie alla mia italianità. E se mi sento libero di viaggiare per cieli, mari e monti, in qualsiasi momento, io sarò su un punto identificabile per latitudine e longitudine. Se ignoro i quattro punti cardinali sono libero soltanto dalla bussola e dalla possibilità di sapere dove mi trovo, da dove provengo e dove sto andando. Qualcuno a volte scambia l'inconsapevolezza per libertà.

Non ho detto che chi non si identifica politicamente sta alla finestra. Ho detto che in Italia è sempre esistita una zona grigia, un ventre molle, che si è caratterizzato per indifferenza. Senza mai identificarsi, ai tempi del fascismo stava con il fascismo, durante la guerra civile stava ad attendere chi vinceva, durante il sistema di potere democristiano stava con la Dc, oggi sta con Berlusconi. L'unico elemento di identificazione di questa zona grigia è il proprio particolare: la propria famiglia, il proprio capannone, il proprio piccolo mondo, con indifferenza e diffidenza verso il resto del mondo. Non è di destra, ma soprattutto non si riconosce nella sinistra. Per darne una definizione, lo storico Paul Ginsborg, usò il concetto di "familismo amorale".

martedì 29 giugno 2010

Sansonetti e Libertà

Sono stato e rimango in netto disaccordo con l'idea di Piero Sansonetti a favore della libertà di manifestare per i fascisti, argomentata in un articolo del Riformista. Si tratta naturalmente di una posizione legittima. Ma espressa in modo tale da negare legittimità alla posizione contraria che, a suo dire, sarebbe propria soltanto di una ideologia totalitaria. In verità, il dibattito se sia giusto ammettere nella democrazia i nemici della democrazia, esiste da sempre nel pensiero liberale.

Norberto Bobbio pensava di no: la tolleranza deve essere estesa a tutti tranne a coloro che negano il principio di tolleranza (vedi: Riflessioni sulla tolleranza). Il medesimo concetto è più volte espresso dal Karl Popper ne "La società aperta e i suoi nemici": Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti. - La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l'illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

E' complicato sostenere che i fascisti, i giovani di Casa Pound, che volevano manifestare il 7 maggio, siano parte integrante della tolleranza e della democrazia. Ecco due loro citazioni: «Partigiani infami, noi sacerdoti fascismo». Verso il popolo Viola: «infami come i nonni partigiani».

Riguardo gli argomenti dell'articolo, dico che la libertà, per me, non viene nè prima nè dopo la legge. Al di fuori della legge è solo la mia idea di libertà. Se contrappongo questa mia idea alla legge, decisa democraticamente, come sembra fare Sansonetti, raccolgo un vero ferrovecchio novecentesco: quello della contrapposizione tra democrazia sostanziale e democrazia formale, questo si proprio delle ideologie totalitarie. La libertà non può che essere regolata dalla legge, anche nei suoi limiti. E l'idea che la mia libertà finisca dove comincia la libertà degli altri, è un principio liberale.

Se la legge non va bene, si propone di cambiarla, non di ignorarla o violarla apertamente perchè non piace il suo legislatore, Scelba, che se fosse ancora in vita sarebbe probabilmente qualcosa di simile a Oscar Luigi Scalfaro. La legge come anche la Costituzione, nella sua norma transitoria in cui si vieta in qualsiasi forma la ricostituzione del partito nazionale fascista.

Io sono favorevole al principio antifascista sancito nella Costituzione. Per una ragione storica: in Italia la democrazia si è fondata e costruita concretamente nella lotta al fascismo. Mettere in discussione l'antifascismo significa mettere in discussione le fondamenta della democrazia italiana. E non è un caso che oggi la democrazia sia così debole. Poi, al principio si può derogare sulla base di una valutazione di opportunità, volta per volta.

Ciò detto, disapprovo e condanno le contestazioni violente di cui sono stati vittima Sansonetti e i compagni degli Altri, tra cui Paola Concia. Ne dà conto lo stesso direttore, in un nuovo articolo del Riformista, ripreso anche da Front Page, che coglie l'occasione per improvvisare una polemica contro l'opposizione alla legge Bavaglio, già apprezzata dai suoi redattori. Come si dice: usare i conflitti degli altri, per farsi i propri.

domenica 27 giugno 2010

Principi

Non sempre abbiamo la possibilità di disporre delle informazioni necessarie, per prendere una decisione o per esprimere un giudizio. Ma tante volte siamo chiamati a esprimerci o a scegliere, senza poter rimandare la risposta. Possiamo possiamo rimanere paralizzati, o dare un colpo al cerchio e uno alla botte, oppure affidarci ai nostri principi, se li abbiamo, se li conosciamo. In questo senso i principi svolgono per gli esseri umani la stessa funzione che l'istinto svolge per gli animali: fornire subito una risposta, quando non c'è modo, non c'è tempo di trovarla. Per esempio, sentire o leggere la parola "ebreo" che precede e definisce un nome, una persona, o sentire la parola "oca" rivolta ad una donna, o ascoltare lo slogan "prima noi poi gli altri", sentir parlare di "classi differenziali", veder proporre lo scambio tra diritti e posti di lavoro, mi fa storcere il naso. Anche se non conosco i termini della questione, i miei principi mi dicono subito che c'è qualcosa che non va.

sabato 26 giugno 2010

Italia-Slovacchia

L'Italia eliminata dalla Slovacchia mi è parsa una squadra con la psicologia all'incontrario. Una squadra normale che va sotto di un goal, lotta per rimontarlo. Se poi ad un quarto d'ora dalla fine prende un secondo goal, lo percepisce come un colpo di grazia, pensa sia finita, si deprime, si rassegna e si arrende. Quando gli slovacchi hanno segnato il 2 a 0, il telecronista ha detto "ormai è finita". A quel punto è iniziato di tutto. Gli azzurri, che per un ora e un quarto sono rimasti imbambolati, immobili e scoordinati sotto un recuperabile 1 a 0, dopo il secondo goal subito si sono svegliati ed hanno lottato per pareggiare, come se potessero farcela. E ci sono quasi riusciti. Hanno realizzato tre goal in un quarto d'ora, di cui uno annullato per presunto fuori gioco. Ne hanno preso un altro molto facile al 90°. Che tutti dicono da oratorio con una azione partita da rimessa laterale. Ma questo forse può essere compreso per una squadra tutta concentrata sulla porta avversaria, che pure dopo quel 3 a 1 all'ultimo minuto non ha smesso di lottare nei tempi di recupero. Ed ha segnato, ed è andata per un pelo nuovamente in goal un istante prima il fischio dell'arbitro decretasse la fine della partita (e del mondiale per l'Italia). Quell'ultimo quarto d'ora, su tre brutte partite, è stato come quella condizione di miglioramento, quasi di benessere, che precede l'esalazione dell'ultimo respiro.

venerdì 25 giugno 2010

Gilad Shalit: Colosseo, Duomo e Mole a luci spente

Il Colosseo a luci spente, emulato dal Duomo di Milano e dalla Mole di Torino per ricordare il quarto anniversario del rapimento di Gilad Shalit è in sè una iniziativa giusta. Anche se contestata da gruppi filopalestinesi come Infopal, l'ISM Italia, e il Forum Palestina e, in questo quadro, dispiace e lascia perplessi il tono provocatorio specie nella frase conclusiva, di un articolo del Manifesto. I diritti umani sono universali e valgono per tutti, anche per un soldato israeliano prigioniero, ma usato come ostaggio, di cui si ignorano le condizioni di detenzione. Inverificabili da parte della Croce Rossa e da qualsiasi organizzazione umanitaria.

Anzichè contrapporsi alla manifestazione, bisogna farne valere le implicazioni. Proprio perchè i diritti umani sono universali, la liberazione di un soldato, non è un assoluto in nome del quale si possa fare un embargo o una guerra. Hamas al quale ci si rivolge è un legittimo interlocutore. Le centinaia di palestinesi illegalmente sequestrati e detenuti in via amministrativa meritano la stessa attenzione. La soluzione sta in uno scambio di prigionieri.

Di fronte al conflitto mediorientale il compito dei pacifisti in Europa e nel mondo non è quello di assumere acriticamente il punto di vista di una fazione belligerante, di tifare per la vittoria dell'uno e la sconfitta dell'altro, bensì quello di appoggiare ogni iniziativa volta alla pace e alla giustizia in una prospettiva di convivenza su basi di pari dignità e pari diritti tra i due popoli.

Di promuovere e sollecitare le iniziative che mancano, invece di negare quelle che ci sono. Di cogliere l'opportunità di interloquire, di aprire un dibattito, di superare la parzialità, l'unilateralismo, piuttosto che inscenare un copione predeterminato in cui, anche sul piano verbale si emula la guerra e ci si conferma nella propria identità senza essere di alcun aiuto ad israeliani e palestinesi. Il pacifismo può e deve presentarsi così.

giovedì 24 giugno 2010

Marchionne, perchè la Panda a Pomigliano?

Dato il confronto produttivo tra Pomigliano e Tichy non mi è chiaro il motivo per cui Marchionne vuole trasferire la produzione della Panda a Pomigliano. Faccio alcune ipotesi sulla base di quel poco che ho letto sui giornali. 1) La ricerca e l’innovazione hanno bisogno di sperimentarsi subito in stabilimenti a portata di mano. Ma per questo c’è già Mirafiori. 2) L’accordo separato di Pomigliano serve per ristrutturare le relazioni industriali in Italia ovvero per generalizzare lo stesso schema in tutte le aziende italiane. Proprio come ha detto il governo: Pomigliano è un modello per l’Italia. 3) E’ una grande sceneggiata per chiudere Pomigliano e dare la colpa alla Fiom e al 20% di no al referendum di fronte a governo, opposizione e opinione pubblica. 4) Incassare i 700 milioni di finanziamento dalle banche e poi chiudere un altro stabilimento o anche più di uno tra Mirafiori, Cassino, Termini Imerese (vedi Guido Viale su il Manifesto 16 e 23 giugno 2010).

Nel caso Marchionne fosse realmente intenzionato e determinato a trasferire la produzione della Panda a Pomigliano, deve avere una buona ragione per farlo, un suo tornaconto. Suo, dell’azienda. Allora esiste un margine di manovra per fare una trattativa sindacale seria sull’organizzazione del lavoro e per la tutela dei diritti costituzionali (la retribuzione della malattia e il diritto di sciopero). Questa trattativa finora non c’è stata. La Fiat ha presentato le sue condizioni, il suo contratto e ha detto “prendere o lasciare”. Come ha dichiarato Pierre Carniti, ex leader della Cisl, non si tratta di firmare, semma di prendere atto.

Nel caso in cui invece Marchionne voglia indifferentemente scegliere dove collocare la produzione, resta poco da fare, salvo sacrificare il posto di lavoro in difesa dei diritti costituzionali. Una lotta che senza l’aiuto della politica ha poca e nessuna possibilità di influire sulle dinamiche della concorrenza tra lavoratori stranieri e della delocalizzazione. E’ il dopo Cristo descritto da Eugenio Scalfari. Resta da capire perchè questo ritorno a casa, questo investimento di 700 milioni su Pomigliano quando la produzione della Panda è già esistente da anni in Polonia. Perchè il tentativo di replicare la marcia dei quarantamila come nello scontro frontale del 1980 quando alternative non ce n'erano.

Il consenso di Cisl, Uil, del Governo, della Confindustria, di buona parte del PD (con dolore o con entusiasmo) e forse della Cgil, favoriscono l’ipotesi del cosiddetto piano C. La chiusura di Pomigliano, il licenziamento di tutti i lavoratori, e la riassunzione di tutti quelli che ci stanno alle condizioni proposte in una nuova Società. E’ il contratto individuale che si sostituisce al contratto sindacale.

Tutto questo dal più blasonato e liberaldemocratico amministratore delegato della Fiat, già capace di peggiorare le condizioni di lavoro dei dipendenti della Chrysler. Senza la garanzia che il suo piano funzioni e riesca davvero a produrre e soprattutto a vendere 600 mila automobili all’anno, senza incentivi, senza rottamazioni e senza la richiesta di nuovi e pesanti sacrifici.

Solo in una ottica nazionale (o provinciale) si può vedere un male minore. Dal punto di vista del lavoro chiudere Pomigliano o Tichy (o Termini Imerese) è comunque una sconfitta. E senza una alleanza oltre i confini degli stati, come evoca la lettera dei lavoratori di Tichy, ogni ipotesi di resistenza diventa molto ardua. Per mia fortuna, non sono chiamato a votare, nè a decidere, ma se dipendesse da me direi no. 

mercoledì 23 giugno 2010

1.898.000 stranieri occupati in Italia

Nel 2009 c'erano 1.898.000 stranieri occupati in Italia (vedi box sotto). Posti di lavoro che avrebbero potuto essere occupati da italiani solo in parte.

L'idea che gli immigrati costituiscano una minaccia per l'occupazione scende in tre anni dal 34,3 al 25,6%. E dal 41,5 al 51,3% (sondaggio Demos & Pi, aprile 2010) l'idea che gli immigrati costituiscano una risorsa per la nostra economia. Da notare che ciò avviene nonostante la più grave crisi economico-finanziaria dal dopoguerra.

La vicenda di Pomigliano è la dimostrazione evidente che la concorrenza tra lavoratori stranieri avviene indipendentemente dall'immigrazione. La Fiat può ricattare i lavoratori italiani giocando l'alternativa dei lavoratori polacchi di Tichy, pagati 580 euro al mese. Lavoratori che restano a "casa loro" come piace agli xenofobi di "casa nostra". Paradossalmente, se quei lavoratori emigrassero in Italia la loro concorrenza sarebbe meno insidiosa, poichè neanche da irregolari verrebbero pagati così poco.

A dire che il lavoro straniero non è in concorrenza con il lavoro degli italiani è uno studio della Banca d'Italia. La presenza degli stranieri crea occupazione per gli italiani: mediatori culturali, istruttori, insegnanti. Avremmo meno cattedre senza gli scolari e gli alunni stranieri. Le colf straniere permettono a molte donne italiane di lavorare. "(...) l’afflusso di lavoratori stranieri «impiegati con mansioni tecniche ed operaie può aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative che richiedono qualifiche più elevate, maggiormente rappresentate tra gli italiani»". Il lavoro degli stranieri produce ricchezza. 146 miliardi di euro l'anno. Ricchezza che a sua volta crea posti di lavoro.

Le rimesse degli stranieri che ammontano a circa 6-7 miliardi sono parte del loro salario. Sono soldi che si sono guadagnati onestamente e costituiscono il più valido aiuto per i paesi di provenienza, determinando in questo modo un argine alla futura immigrazione. Polemizzare contro le rimesse è miope proprio da un punto di vista xenofobo, se non fosse che il punto di vista xenofobo non può essere altro che miope.

Nel 2009 c'erano 1.898.000 stranieri occupati in Italia. Lo conferma la rilevazione della forza lavoro fatta dall'Istat. L'anno scorso, inoltre, c'è stato un forte aumento degli stranieri in cerca di occupazione: dai 162mila del 2008 si è passati ai 239mila del 2009, cioè 77mila disoccupati in più nell'arco di dodici mesi.

Questi stranieri si sono iscritti ai centri per l'impiego in modo da ottenere il permesso di soggiorno “per attesa occupazione”. Hanno solo sei mesi di tempo per trovare un nuovo lavoro: in caso contrario diventeranno irregolari. Cosa che puntualmente sta succedendo a molti di loro. Non esagera chi sostiene che dal settembre del 2008 potrebbero aver perso il posto più di 90mila lavoratori stranieri: una parte consistente dei nuovi disoccupati causati dalla crisi in Italia. Il fatto che molti siano impiegati in uno dei settori più colpiti, l'edilizia, la precarietà dei contratti di lavoro e l'obbligo per legge di iscriversi nei centri per l'impiego possono spiegare perché gli immigrati (oggi il 7,5 per cento della forza lavoro del paese) rappresentino oltre il 12 per cento delle persone in cerca di occupazione.

Ma c'è un altro aspetto importante che differenzia i lavoratori stranieri da quelli italiani: il destino dei contributi previdenziali. I lavoratori stranieri, sia quelli che restano in Italia sia quelli che tornano nei paesi d'origine, non conoscono bene la normativa e in pochi hanno presentato la domanda di riscossione. Quindi non vedranno un centesimo, e quei soldi resteranno in buona parte in Italia nelle casse dell'Inps.

Tito Boeri
Internazionale 18 giugno 2010

Vendola, leader del centrosinistra?

Nichi Vendola
Che Vendola sia uno dei leader del centrosinistra è un dato di fatto legittimato dalla sua vittoria in Puglia in una situazione generalizzata di sconfitte (e un po' anche dalla sua separazione dal Prc). Che possa essere il Leader, il futuro candidato a Palazzo Chigi, sarebbe bello. Le caratteristiche individuali del personaggio, con un grande ego, mi lasciano un po' perplesso. Però, meglio lui di qualsiasi altro candidato possibile. Tuttavia, non vedo in atto nel centrosinistra alcun rivolgimento di personale politico, di cultura politica, di programmi. Se Vendola riuscisse ad imporsi contro gli altri, ci sarebbe una speranza. Se fosse solo cooptato, come lo sono stati in passato Prodi, Rutelli e Veltroni, allora sarebbe un'altra storia, la solita. Anche il più "nuovo" e "alternativo" dei candidati cosa potrebbe fare alla testa di una coalizione il cui gruppo dirigente vede con favore, qualcuno anche con entusiamo, il cosiddetto "accordo" di Pomigliano?

martedì 22 giugno 2010

Massimo Fini, misoginia colta sul Fatto

Se uno insulta gli ebrei è un antisemita. Se uno insulta i neri è un razzista. Se uno insulta i gay è un omofobo. Se uno invece insulta le donne, mal che gli vada è un "provocatore" con il "senso dell'umorismo", magari pure intelligente. Uno che ha diritto di parola e lo esercita liberamente sfidando l'impopolarità. Un rematore controcorrente che affronta a viso aperto tutti i torti inflitti agli originali e agli incompresi. Specie quando si mettono a divulgare i più triti luoghi comuni. Così è, nel consueto repertorio dell’indulgenza e della bonaria tolleranza nei confronti del maschilismo, sdoganato ed edulcorato da iperbole e battute, dalla sensazione di giocare alla guerra dei sessi, alla lotta dei cuscini, magari su un altro pianeta senza violenza e discriminazione sessuale.

E' il caso di Massimo Fini che ha scritto due articoli sulle donne e il femminismo, pubblicati sul Fatto Quotidiano. «Donne, guaio senza soluzione», «Due al prezzo di uno».

Un giornale democratico e (persino) di sinistra non dà spazio al razzismo e all'antisemitismo. Però, almeno nel caso del Fatto Quotidiano, dà tranquillamente spazio alla misoginia. Massimo Fini, evidentemente, ha le idee che si merita, ma Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Furio Colombo, Bruno Tinti, che mai convivrebbero con il disprezzo verso gli ebrei e verso i neri, convivono serenamente sulle stesse colonne con il disprezzo verso le donne. Come mai?

Nel merito, può ben valere la risposta di Pietro Gomez, scritta per quietare le proteste, ma la sua conclusione è ipocrita. Non è in discussione la libertà di espressione in rete dove pullalano decine di siti tardo e neomaschilisti e una infinità di pubblicazioni di destra, ma la linea editoriale del Fatto Quotidiano. Non abbiamo mai letto e non credo leggeremo mai su questo giornale, per provocazione o libera espressione, articoli favorevoli a Berlusconi, al conflitto di interessi, alla convivenza con la mafia, allo scudo fiscale, al condono edilizio, al bavaglio ai giornalisti, alle sanzioni agli editori, nè sfavorevoli all'indipendenza della magistratura, alle inchieste giudiziarie sugli imputati eccellenti, alla lotta all'evasione fiscale. Non li leggeremo, perchè il Fatto Quotidiano ha appunto la sua linea editoriale. La quale, evidentemente, non comprende l'antisessimo e il principio della pari dignità tra uomini e donne, se non come optional (l'opinione di Peter Gomez contro quella di Massimo Fini).