sabato 26 giugno 2010

Italia-Slovacchia

L'Italia eliminata dalla Slovacchia mi è parsa una squadra con la psicologia all'incontrario. Una squadra normale che va sotto di un goal, lotta per rimontarlo. Se poi ad un quarto d'ora dalla fine prende un secondo goal, lo percepisce come un colpo di grazia, pensa sia finita, si deprime, si rassegna e si arrende. Quando gli slovacchi hanno segnato il 2 a 0, il telecronista ha detto "ormai è finita". A quel punto è iniziato di tutto. Gli azzurri, che per un ora e un quarto sono rimasti imbambolati, immobili e scoordinati sotto un recuperabile 1 a 0, dopo il secondo goal subito si sono svegliati ed hanno lottato per pareggiare, come se potessero farcela. E ci sono quasi riusciti. Hanno realizzato tre goal in un quarto d'ora, di cui uno annullato per presunto fuori gioco. Ne hanno preso un altro molto facile al 90°. Che tutti dicono da oratorio con una azione partita da rimessa laterale. Ma questo forse può essere compreso per una squadra tutta concentrata sulla porta avversaria, che pure dopo quel 3 a 1 all'ultimo minuto non ha smesso di lottare nei tempi di recupero. Ed ha segnato, ed è andata per un pelo nuovamente in goal un istante prima il fischio dell'arbitro decretasse la fine della partita (e del mondiale per l'Italia). Quell'ultimo quarto d'ora, su tre brutte partite, è stato come quella condizione di miglioramento, quasi di benessere, che precede l'esalazione dell'ultimo respiro.

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