giovedì 24 giugno 2010

Marchionne, perchè la Panda a Pomigliano?

Dato il confronto produttivo tra Pomigliano e Tichy non mi è chiaro il motivo per cui Marchionne vuole trasferire la produzione della Panda a Pomigliano. Faccio alcune ipotesi sulla base di quel poco che ho letto sui giornali. 1) La ricerca e l’innovazione hanno bisogno di sperimentarsi subito in stabilimenti a portata di mano. Ma per questo c’è già Mirafiori. 2) L’accordo separato di Pomigliano serve per ristrutturare le relazioni industriali in Italia ovvero per generalizzare lo stesso schema in tutte le aziende italiane. Proprio come ha detto il governo: Pomigliano è un modello per l’Italia. 3) E’ una grande sceneggiata per chiudere Pomigliano e dare la colpa alla Fiom e al 20% di no al referendum di fronte a governo, opposizione e opinione pubblica. 4) Incassare i 700 milioni di finanziamento dalle banche e poi chiudere un altro stabilimento o anche più di uno tra Mirafiori, Cassino, Termini Imerese (vedi Guido Viale su il Manifesto 16 e 23 giugno 2010).

Nel caso Marchionne fosse realmente intenzionato e determinato a trasferire la produzione della Panda a Pomigliano, deve avere una buona ragione per farlo, un suo tornaconto. Suo, dell’azienda. Allora esiste un margine di manovra per fare una trattativa sindacale seria sull’organizzazione del lavoro e per la tutela dei diritti costituzionali (la retribuzione della malattia e il diritto di sciopero). Questa trattativa finora non c’è stata. La Fiat ha presentato le sue condizioni, il suo contratto e ha detto “prendere o lasciare”. Come ha dichiarato Pierre Carniti, ex leader della Cisl, non si tratta di firmare, semma di prendere atto.

Nel caso in cui invece Marchionne voglia indifferentemente scegliere dove collocare la produzione, resta poco da fare, salvo sacrificare il posto di lavoro in difesa dei diritti costituzionali. Una lotta che senza l’aiuto della politica ha poca e nessuna possibilità di influire sulle dinamiche della concorrenza tra lavoratori stranieri e della delocalizzazione. E’ il dopo Cristo descritto da Eugenio Scalfari. Resta da capire perchè questo ritorno a casa, questo investimento di 700 milioni su Pomigliano quando la produzione della Panda è già esistente da anni in Polonia. Perchè il tentativo di replicare la marcia dei quarantamila come nello scontro frontale del 1980 quando alternative non ce n'erano.

Il consenso di Cisl, Uil, del Governo, della Confindustria, di buona parte del PD (con dolore o con entusiasmo) e forse della Cgil, favoriscono l’ipotesi del cosiddetto piano C. La chiusura di Pomigliano, il licenziamento di tutti i lavoratori, e la riassunzione di tutti quelli che ci stanno alle condizioni proposte in una nuova Società. E’ il contratto individuale che si sostituisce al contratto sindacale.

Tutto questo dal più blasonato e liberaldemocratico amministratore delegato della Fiat, già capace di peggiorare le condizioni di lavoro dei dipendenti della Chrysler. Senza la garanzia che il suo piano funzioni e riesca davvero a produrre e soprattutto a vendere 600 mila automobili all’anno, senza incentivi, senza rottamazioni e senza la richiesta di nuovi e pesanti sacrifici.

Solo in una ottica nazionale (o provinciale) si può vedere un male minore. Dal punto di vista del lavoro chiudere Pomigliano o Tichy (o Termini Imerese) è comunque una sconfitta. E senza una alleanza oltre i confini degli stati, come evoca la lettera dei lavoratori di Tichy, ogni ipotesi di resistenza diventa molto ardua. Per mia fortuna, non sono chiamato a votare, nè a decidere, ma se dipendesse da me direi no. 

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