venerdì 30 luglio 2010

Faith Aiworo, espulsa dall'Italia, rischia la pena di morte in Nigeria




Faith Aiworo è una ragazza espulsa dall'Italia e rimpatriata in Nigeria, dove è stata arrestata ed ora rischia la pena di morte. E' un rischio comune a tante ragazze nigeriane rifugiate o vittime della tratta della prostituzione. Il caso è affiorato su alcuni organi di stampa, ma non è (ancora) diventato un caso mediatico, necessario a mettere in atto una mobilitazione che salvi la vita di Faith e che metta al riparo tante altre ragazze come lei.



Ascolta la testimonianza del fidanzato raccolta oggi da Radio Cità del Capo

Ascolta il racconto dell’avvocato Alessandro Vitale da Radio Città del Capo

Leggi l’articolo sul sito dell’Associazione Migrare

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Indirizzi a cui inviare un appello, una protesta

Interrogazioni parlamentari



di Giulia Pacifici - ROMA
DIRITTI - La giovane, residente a Bologna, è accusata di aver ucciso nel suo paese l'uomo che voleva violentarla
Rimpatriata in Nigeria, ora Faith rischia l'impiccagione
Espulsa martedì perché priva del permesso di soggiorno, Faith Aymoro è rinchiusa da ieri in un carcere di Abuja, la capitale della Nigeria, dove adesso rischia una condanna alla pena di morte. La sua colpa è quella di aver ucciso, tre anni fa, con un colpo alla testa il suo datore di lavoro che cercava di violentarla. «L'uomo apparteneva a una famiglia molto facoltosa, che ha tentato di tutto per farla condannare all'impiccagione» spiega l'avvocato Alessandro Vitale, che ha seguito il caso di Faith in Italia. Una vicenda che ha spinto la ragazza ventitreenne, incoraggiata dai genitori, a fuggire nel 2006 dalla Nigeria per raggiungere l'Italia. A Bologna conosce Egosa, anche lui straniero, i due si incontrano alla stazione e lui le offre ospitalità a casa sua. «Sono stato in Nigeria due volte, ho conosciuto la famiglia di Faith che mi ha raccontato tutta la sua storia» racconta il ragazzo. E' stato Egosa a telefonare alle autorità di Abuja e a scoprire che la ragazza è imprigionata lì in attesa del processo.
La situazione di Faith precipita due settimane fa, quando subisce un secondo tentativo di violenza da parte di un connazionale nella casa in cui vive a Bologna. Faith ferisce l'aggressore in maniera lieve ma i vicini, allarmati dalle urla, chiamano la polizia. Le forze dell'ordine conducono l'uomo in carcere e lei nel Cie di via Mattei, il centro di identificazione ed espulsione di Bologna, perché senza documenti e con due decreti di espulsione non eseguiti. Faith aveva avviato da un anno la pratica di regolarizzazione con la sanatoria per colf e badanti, aveva pagato 500 euro ed era in attesa di essere convocata della questura. Inutilmente. «Credo che l'Italia abbia commesso un crimine internazionale ad averla espulsa in Nigeria dove all'arrivo l'attende l'impiccagione», commenta l'avvocato Vitale. Il legale ha tentato tutto il possibile per evitare il rimpatrio, compresa una richiesta di soggiorno temporaneo per motivi di giustizia, affinché Faith potesse testimoniare contro il suo violentatore. Per questo ha anche inoltrato una richiesta di sospensiva al giudice di pace. L'ultimo tentativo è la richiesta di asilo presentata all'ufficio immigrazione di Bologna la mattina stessa del rimpatrio. Troppo tardi.

il manifesto 22 luglio 2010

di Shukri Said*
RIMPATRIATA IN NIGERIA
FAITH AIWORO RISCHIA LA PENA DI MORTE
L'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea testualmente recita: «Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Questa Carta vincola irrevocabilmente lo Stato italiano, al pari degli altri Stati membri della Comunità, al suo rispetto, tanto più che la Costituzione, all'art. 2, impone alla Repubblica l'osservanza dei diritti inviolabili dell'uomo (tra cui quello alla vita) ed il successivo art. 10 impegna l'ordinamento a conformarsi alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
In un colpo solo, nel caso di Faith Aiworo, l'Italia è riuscita a violare la sua Costituzione e una Carta europea. Faith Aiworo è fuggita dalla Nigeria, a quanto si apprende dal suo avvocato Alessandro Vitale, dopo l'omicidio accidentale di colui che tentava di violentarla. Giunta irregolare in Italia, per due anni non ha trovato modo di ottenere un permesso di soggiorno, ma neppure è stata informata del diritto a conseguire l'asilo proprio perché, nel suo Paese, avrebbe rischiato la pena di morte. Finita nella Questura di Bologna a seguito di un altro tentativo di violenza, pur in pendenza della richiesta di asilo promossa dal suo difensore, è stata rapidamente espulsa e riaccompagnata in Nigeria dove è stata arrestata ed è in attesa della pena di morte per impiccagione.
Perché non hanno funzionato le regole fondamentali dello Stato italiano? E quante altre volte non funzionano? Probabilmente vi è un deficit nella cultura giuridica di coloro che si occupano di immigrazione che fa ritenere l'orizzonte normativo limitato alla legge Bossi-Fini ed in particolare alle sue regole sull'espulsione. Si finisce, così, col trascurare la gerarchia delle fonti del diritto che pone la Costituzione al di sopra di tutte le altre leggi che, intanto possono essere applicate, in quanto siano costituzionalmente orientate. Se, dunque, l'ordinamento italiano deve conformarsi ai trattati internazionali e tra questi è previsto il divieto di espellere uno straniero verso un Paese in cui rischia la pena di morte, le regole sull'espulsione della legge Bossi-Fini non possono essere applicate. Tanto meno in pendenza di una richiesta di asilo ed almeno fino a quando il procedimento per ottenerlo si sia concluso.
Al medesimo risultato, in ogni caso, arriva la logica anche senza voler scomodare il diritto. Tra l'espulsione verso un Paese in cui lo straniero rischia la pena di morte e l'attesa dell'esito del procedimento per la concessione dell'asilo, non può esservi libertà di scelta da parte della Questura: l'espulsione ha, infatti, un carattere di definitività tale da vanificare il procedimento relativo all'asilo destinato, magari, a concludersi positivamente, laddove non è vero il contrario.
La sovversione razionale, prima ancora che in diritto, dei due procedimenti che si sono sovrapposti, ha condotto l'Italia al coinvolgimento nel tragico destino di Faith Aiworo, sopratutto qualora la sua esecuzione dovesse avvenire. È questo è un risultato inaccettabile al quale le autorità hanno il dovere di sottrarre la collettività italiana alla quale è già stato ascritto il merito di aver conseguito la moratoria della pena di morte.
*
Associazione Migrare

il manifesto 27 luglio 2010

giovedì 29 luglio 2010

Umberto Veronesi cosa c'entra con il nucleare?

Il ministro per l'ambiente, Stefania Prestigiacomo offre a Umberto Veronesi la presidenza dell'Agenzia per la sicurezza nucleare. Il professore medita se accettare e pone le sue (cinque) condizioni.

Il Partito democratico si divide. Enrico Letta è favorevole, mentre Bersani chiede a Veronesi di non fornire alibi ad un piano velleitario e inconcludente. Corrado Augias scrive che alla presidenza dell'Agenzia è meglio Veronesi di qualsiasi politico di destra o di sinistra. Ma Milena Gabanelli ne mette in dubbio la competenza, mentre alcuni blog collegano la passione di Veronesi per il nucleare con l'Enel sponsor finanziatore della sua fondazione.

Per Greenpeace, la candidatura di Veronesi è solanto una operazione vetrina. "Crediamo che nessuno si farebbe operare di tumore da un esperto di sicurezza nucleare. Non vediamo, quindi, su quali competenze specifiche si basi tale scelta". O magari un espediente, come ammette Carlo Stagnaro, per rafforzare nel PD la componente nuclearista.

La disputa è stata preceduta in maggio, da un lettera firmata da un gruppo di scienziati, tra cui lo stesso Veronesi, indirizzata al segretario del PD, Bersani, per sollecitare una svolta del suo partito in senso nuclearista.

Anni fa, l'amministratore delegato dell'Enel, Scarroni, aveva dichiarato in una intervista a Repubblica di non credere in un ritorno al nucleare, perchè questo richiede un investimento di lungo periodo e quindi una convinzione nel perseguimento dell'obiettivo fondata sull'unità nazionale.

Unità improbabile da conseguire dopo il disastro di Chernobyl e in un dibattito impossibilitato a risolvere i dubbi e le obiezioni sintetizzate in un recente libro di Jeremy Rifkim (Economia all'Idrogeno).

Sappiamo gestire senza pericolo il trasporto, lo stoccaggio e lo smaltimento di rifiuti radioattivi? Si evocano i progressi della ricerca, ma lo si fa ormai dagli anni '60.

L'energia nucleare è dispendiosa e ha costi per gli impianti altissimi. Si calcola come minimo intorno ai due miliardi di dollari a centrale. Se il nucleare divenisse la principale fonte energetica, quali sarebbero i costi complessivi e quali le ricadute in termini fiscali per i consumatori?

A quanto ammontano le riserve di uranio? Secondo I'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, sulla disponibilità dell'uranio, le risorse di minerale di cui siamo a conoscenza potrebbero non riuscire a soddisfare il fabbisogno già a partire dal 2026, nel caso di una richiesta di utilizzo molto elevata, e dal 2035, nel caso di una domanda media di combustibile. Allora, come scelta strategica, quella del nucleare non è di corto respiro?

In ultimo, in un'epoca di terrorismo globale, le centrali nucleari, centinaia, migliaia, necessarie a coprire il fabbisogno energetico, non diverrebbero facilmente un obiettivo di attacco?
La lettera di Milena Gabanelli al Corriere della Sera
Caro direttore, premetto che non ho interesse per le preferenze politiche del Prof. Veronesi; è un oncologo di fama e mi aspetto che faccia tutto quello che può per curare il cancro. Da un paio d’anni è anche senatore, carica che ha accettato a patto che non gli porti via tempo per i suoi pazienti. Intento nobile verso i pazienti, meno verso i cittadini che, pagando un lauto stipendio ai senatori, si aspettano che dedichino le loro energie alla gestione politica del Paese. Ora è stato proposto il suo nome come Presidente dell’Agenzia per la Sicurezza del Nucleare, nomina che accetterebbe volentieri, di nuovo a condizione che non sottragga tempo ai suoi pazienti. Ovvero, bisognerebbe adattare le necessità di un’agenzia così delicata e fondamentale agli impegni del candidato presidente. Intanto venerdì scorso in Senato è stato approvato un decreto che gli consentirebbe, se volesse, di andare in deroga alla legge che vieta a chi ha incarichi politici di presiedere un’authority.

Riguardo invece alla sua competenza in materia, scrive: «Sono un appassionato di fisica, non a caso ho ricevuto la laurea honoris causa». Nuclearista convinto, cita la Francia come modello di qualità di vita per noi italiani. Partendo dal presupposto che l’agenzia non sia un bluff ma qualcosa di straordinariamente serio, non è affatto rassicurante l’idea che venga diretta (nei ritagli di tempo) per 7 anni, da un uomo che oggi ne ha 85, anche se è il più bravo oncologo del pianeta. Presiedere l’agenzia per il nucleare vuol dire affrontare problemi di carattere tecnico, elaborare i regolamenti insieme ai commissari, dare il parere sui progetti, verificare il rispetto delle regole e prescrizioni a cui sono sottomesse le installazioni. Un lavoro certamente a tempo pieno, meglio se subordinato a una competenza specifica, più che a una passione. Siccome il Prof. Veronesi cita il modello francese, saprà che la loro agenzia (ASN) è diretta da Jean Christophe Niel, 49 anni (laureato in fisica teorica che ha ricoperto incarichi di vertice nel controllo sul ciclo del combustibile e dei rifiuti, ed è stato per anni capo del dipartimento per la sicurezza dei materiali radioattivi). Il presidente è Andrè-Claude Lacoste, 69 anni, ingegnere, da 17 anni con incarichi direttivi nel settore sicurezza nucleare.

Il Prof. Veronesi ha poi espresso un’opinione sul fattore rischio («oggi calcolato quasi vicino allo zero»), che sembra non tener conto dei cosiddetti piccoli incidenti quotidiani, riportati da tutte le Agenzie, che si verificano proprio in Francia; per non parlare delle basse emissioni permanenti degli impianti, come dimostra lo studio del Prof. Hoffman ordinato dalla Cancelliera Merkel. Parlare invece di nucleare come «l’alternativa più valida al petrolio» è solo suggestivo, poiché il petrolio serve soprattutto a far muovere le macchine e solo in minima parte ad alimentare le centrali elettriche. Infatti in Francia, Paese più nuclearizzato d’Europa, il consumo procapite di petrolio è più alto rispetto a quello italiano. Succede di essere approssimativi quando ci si occupa di troppe cose.

Il grande partito di Massimo Cacciari

Il PD ha davanti a sè l'opportunità delle primarie, ma il suo gruppo dirigente le avverte soprattutto come un problema. Perchè Nichi Vendola è più popolare del previsto e perchè è ancora incerto il futuro assetto della coalizione di centrosinistra: con o senza l'Udc? Partito a cui l'ex sindaco di Venezia offrirebbe addirittura la leadership.

Massimo Cacciari va dritto al punto: "Dove c'è incertezza è giusto fare una consultazione". Ma lui dubbi non ne avrebbe: "Un grande partito andrebbe subito da Casini. Per offrirrgli l'alleanza e la candidatura a premier". Quindi, in un colpo solo, il Pd nato dai gazebo rinuncerebbe al suo strumento fondativo e alla corsa del suo segretario. Mamma mia! "Mossa audace? Questo fanno le forze politiche quando sono davvero grandi, se non pensano solo alle rendite di posizione. Non era audace il compromesso storico?", ribatte il filosofo.

In realtà, sarebbe difficile citare un grande partito che si sia comportato in questo modo. Tra le grandi forze della sinistra europea, non il Partito socialista francese o quello spagnolo o quello svedese, nè il Partito laburista britannico, e neppure il Partito socialdemocratico tedesco. In Germania, spesso i liberali sono stati l'ago della bilancia tra Cdu e Spd, ma nessuno dei due partiti ha mai offerto loro la cancelleria.

Viene in mente soltanto il Partito comunista italiano. E infatti, Cacciari cita il compromesso storico. Il cui esito fu insoddisfacente anche dal punto di vista del suo stesso promotore, Enrico Berlinguer, che volle romperlo contro la  stessa maggioranza della Direzione del suo Partito. Ma il Pci non era una forza politica come le altre. Per via della divisione del mondo in blocchi e per il suo legame con l'Urss, per quanto progressivamente attenuato, quel partito era considerato non legittimato a governare, secondo il principio della conventio ad excludendum. Un complesso, quello della legittimazione, che si è trascinato fino alla fine della vicenda dei Ds, passando per le due candidature di Romano Prodi, e che doveva essere definitivamente risolto con la nascita del Pd.

Tutti gli uomini sono maschilisti?

La frase "Tutti gli uomini sono maschilisti" mi sembrava persuasiva. Condividerla, un tributo al senso autocritico.

Ora ci ho pensato meglio. E' invece un'affermazione insidiosa. Se non nelle intenzioni di chi la pronuncia, lo è nel suo effetto pratico. Non serve per aggravare il giudizio sugli uomini. Serve ad attenuare quello sui maschilisti.

Se tutti gli uomini lo sono, allora essere maschilisti è un dato oggettivo, naturale, intrinseco all'essere maschio. E se è così, con il maschilismo non si può far altro che convivere.

lunedì 19 luglio 2010

Il mondo di oggi è più razionale di quello di ieri?



Riporto la risposta di Rita Levi Montalcini, pubblicata da Repubblica all'inizio dell'anno 2009. Dato che ho avuto occasione di citarla più volte, per averla a portata di mano, la fisso qui.

"Viviamo ancora dominati da bassi impulsi, come cinquantamila anni fa. Perché il nostro cervello ha una componente arcaica e limbica (che ha sede nell'ippocampo) che è aggressiva, emotiva e affettiva ed è quella che ha permesso all'australopiteco di salvarsi, quando è sceso dagli alberi e ha affrontato il mondo. L'altra componente, cognitiva e neocorticale, è molto più recente e corrisponde alla fase dello sviluppo del linguaggio. Purtroppo questa parte non riesce ancora a controllare quella più antica che, anzi, nei momenti estremi (guerre, crisi, carestie) torna dominante. Sono le condizioni ambientali, in definitiva, a metterla in funzione: nei regimi totalitari, per esempio, l'attività del cervello arcaico è al massimo".

Tratto da: www.repubblica.it

domenica 18 luglio 2010

Perchè i movimenti passano e D’Alema resta?

Piero Sansonetti propone a Nichi Vendola di cercare un accordo con Massimo D'Alema, se vuole diventare il candidato premier del centrosinistra.

Perchè i movimenti non cambiano i gruppi dirigenti della sinistra? Abbiamo assistito, negli ultimi due o tre anni, ad un ritorno dei movimenti sociali. Il popolo di Seattle (no-global o new-global) che ha rimesso in discussione la globalizzazione neoliberista, il liberoscambismo a senso unico dei paesi ricchi, il governo del mondo gestito da istituzioni sovranazionali prive di legittimazione democratica (G8, WTO, BM. FMI). Il Movimento per la pace contro le guerre della Nato o angloamericane, prima in Kosovo, poi dopo l'11 settembre, in Afghanistan e in Iraq. Più in generale, contro la dottrina della guerra preventiva. Il Movimento dei girotondi, per una giustizia giusta, il pluralismo dell'informazione, contro il governo privatistico di Berlusconi ed una opposizione assente, tentata al compromesso o alla sola riduzione del danno. Il Movimento sindacale, gli scioperi della Cgil, in difesa dell'articolo 18, contro le politiche economiche del governo, orientate a smantellare quel che resta del Diritto del lavoro e della legislazione sociale. Movimenti nati su istanze diverse che hanno saputo incontrarsi nella grande manifestazione della Cgil, a Roma, nel marzo 2002, o in quella del Forum Sociale Europeo, a Firenze, nel novembre 2002.

Movimenti che hanno scosso, agitato, preoccupato i gruppi dirigenti del centrosinistra, attestati su una linea di liberismo temperato e illuso Rifondazione in un cambiamento sostanziale del quadro politico e dei rapporti di forza. Hanno scosso, senza però determinare un vero cambiamento. Dopo la stagione dei movimenti, forse, speriamo, non ancora conclusa, siamo ancora li: Prodi, D'Alema, Fassino, Rutelli. La lista unica dell'Ulivo ed il Partito riformista. Nessuna certezza sul fatto che un eventuale futuro governo di centrosinistra rimetta mano, abolendole, alle controriforme berlusconiane. Un programma, un progetto, prevedibilmente in contrinuità con i governi del 1996-2001. L'astro nascente di una possibile sinistra alternativa si ritira a Bologna. Sconfitto clamorosamente il referendum sull'articolo 18, Rifondazione si acconcia probabilmente ad un compromesso di mediocre ed incerto profilo.

Semplificando la domanda con una battuta: "Perchè i movimenti passano e D'Alema resta"?

(22 settembre 2003)

venerdì 16 luglio 2010

Velo integrale, libertà di scelta

Il velo integrale può essere l'una e l'altra cosa: una forma di oppressione (e in tal caso va perseguito l'oppressore); una libera scelta identitaria (e in tal caso va rispettata).

Una mia amica iraniana dice che lo stato laico e democratico (a differenza di quello teocratico e autoritario) non deve legiferare su quali e quanti centimetri di pelle il corpo di una donna deve tenere coperti o scoperti. Deve solo tutelare la libertà di vestirsi come si vuole.

In Italia, esiste una legge, la 152/1975, che vieta di coprirsi il volto. Ma c'è anche un pronunciamento del Consiglio di Stato secondo cui una persona può indossare il velo per motivi religiosi, culturali e le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo di tale persona di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione della copertura.

Per me bisogna perseguire qualsiasi autorità pubblica o privata voglia imporre il velo alle donne.  Le norme per farlo esistono già. Nello stesso tempo bisogna evitare di mettere le donne tra l'incudine e il martello, costrette a scegliere tra la sanzione dello stato e quella del marito o dell'iman, così pure bisogna evitare di disconoscere la loro libertà di scelta.

Come nel caso della prostituzione. E' doveroso perseguire gli sfruttatori. Magari i clienti, ma non le prostitute. E anche se dispiace, accettare che una donna scelga liberamente di prostituirsi.

giovedì 15 luglio 2010

Desiderio nero

Dà da pensare, un uomo che uccide la sua donna e poi torna a cantare, a esibirsi in pubblico, come se nulla fosse stato.

L'autore di opere va distinto dall'autore di crimini. Dipende dal crimine commesso. Alcuni crimini sono più tollerati di altri. Perciò sono più diffusi.  E meno penalizzati. Anche ad un pubblico di fans spetta la responsabilità di  scegliere come comportarsi: se esprimere rifiuto o accettazione sociale, nei confronti della star che ha sbagliato.

Io lo faccio e non lo faccio. Non trovo una regola precisa, nè una distinzione assoluta tra l'arte e la vita. Può starci che ci si goda pubblicamente la musica di un artista e nello stesso tempo si ricordi cosa ha fatto. Sarebbe strano, persino inquietante, condividere in pubblico una canzone dei Noir Desir, senza neanche un commento che ricordasse l'assassinio di Marie Trintignant, perchè il fatto è recente, perchè lui non ha pagato, perchè è ancora troppo presto per metabolizzarlo.

I genitori, i parenti, gli amici di Marie, sono ancora vivi. Nei locali pubblici, nelle stazioni dei metrò, alla radio o chissà dove, a loro potrà capitare, è capitato, involontariamente di ascoltare la musica, l'arte, i testi dell'assassino della loro cara. A volte, ci ho pensato, identificandomi in loro.

Poi c'è il contesto, il significato sociale di un crimine o di un comportamento tendenzialmente criminoso. Oggi mi sento di apprezzare Wagner anche se era un antisemta. Ma non potrei apprezzarlo in mezzo ai pogrom o in una qualsiasi situazione caratterizzata dalla persecuzione o dalla discriminazione degli ebrei. Nè potrei apprezzare l'arte di un cantante connivente con la mafia o con la camorra in terra di mafia o di camorra. O un artista responsabile di crimini razziali in un contesto xenofobo.

Mi chiedo se il crimine commesso da Bertrand Cantat non abbia, in rapporto alla  violenza contro le donne, questo stesso significato sociale.


P.s. C'è una intervista di Lea Melandri sull'ondata di violenza contro le donne, pubblicata sul Secolo XIX in edicola oggi. L'articolo è illustrato con una foto di Bertrand Cantat al momento del suo arresto.

mercoledì 14 luglio 2010

L'Onu sul ddl intercettazioni: abolire o modificare

Non solo l'ONU, ma pure l'OSCE e il Dipartimento della Giustizia Usa hanno criticato il ddl intecettazioni. E non vedo perchè non avrebbero dovuto. Dare un colpo alle indagini sulle Mafie e sulla corruzione avrebbe effetti travalicanti i confini nazionali. La criminalità organizzata è sovranazionale. E la libertà di stampa è un valore universale. Se l'ONU può intervenire sull'Iran, può intervenire anche sull'Italia. Per quanto prevedibile, non si capisce lo sconcerto di Frattini.

Sulla sovranità, o meglio, sull'autonomia del parlamento italiano ci sarebbe molto da discutere, dato che tutto il parlamento è stato di fatto selezionato da quattro leader, grazie ad una legge elettorale che esclude il voto di preferenza. Tuttavia, anche in una democrazia si possono compiere atti antidemocratici (vedi Genova 2001). Vale il merito delle questioni, non la titolarità politico-ideologica di chi le presiede. Se la libertà di stampa è un principio affermato e tutelato da convenzioni e statuti internazionali a cui anche l'Italia aderisce, la sua violazione legittima l'intervento di organismi internazionali. Senza la legge già approvata non può esserci una risoluzione di condanna, ma con la legge proposta dal governo e votata dal Senato, può anche starci il parere (non vincolante) del relatore incaricato dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite di monitorare la situazione del diritto alla libertà di opinione e di espressione nel mondo.

Una democrazia si distingue anche per come reagisce al pronunciamento di un organismo internazionale, che non è un ordine, non è una imposizione, non è una minaccia, ma è solo un parere. Consapevole di legiferare su argomenti quali gli strumenti di contrasto alla criminalità e la libertà di stampa, il cui valore e i cui effetti vanno oltre i confini nazionali, una democrazia si confronta. Anche con gli altri paesi, anche con l'Osce, anche con l'Onu. Dove è scritto che l'Onu, con le sue commissioni, con i suoi esperti, non può esprimere un parere preventivo, nei confronti di una legge proposta dal governo e approvata dal Senato? Una democrazia si confronta. E' il regime a rispondere: "Questi sono affari interni del Patto di Varsavia". E' l'Iran a denunciare di continuo interferenze nella sua politica nazionale. Sono le dittature a trincerarsi di continuo dietro il paravento della sovranità nazionale. Ma i diritti umani, i diritti civili, i diritti politici, non sono prerogativa di nessuna sovranità nazionale.

Riguardo lo stato della nostra libertà di stampa, Freedom House ci collloca a livello mondiale in una zona intermedia di semilibertà con un trend discendente. Reporter senza frontiere colloca la criminalità organizzata italiana tra i primi 40 predatori del mondo della libertà di stampa. Non siamo come Russia, Cina, Iran, Cuba, Venezuela, ma facciamo sempre in tempo a diventarlo. Gli organismi internazionali possono guadagnare solo in forza e credibilità se intervengono in tutto il mondo ovunque i diritti siano violati o minacciati e non solo, come tradizionalmente avviene, nei paesi esterni al sistema di alleanze occidentali.

martedì 13 luglio 2010

Sakineh, firma per salvarla dalla lapidazione

Una petizione internazionale chiede di essere firmata per poter salvare Sakineh Mohammadi-Ashtiani, una donna iraniana di 43 anni, madre di due figli e vedova.

Le autorità iraniane l'hanno accusata di adulterio durante il matrimonio (una relazione illecita con due uomini) e l'hanno costretta a confessare con 99 frustate, quindi l'hanno condannata a morte mediante lapidazione, nel maggio 2006. Una pratica barbara: la vittima deve essere sotterrata in modo da lasciar spuntare dal terreno solo la testa. Le pietre che le possono essere lanciate contro devono essere appuntite e taglienti, ma non talmente grandi da poterle infliggere immediatamente la morte. E' quanto previsto dall'articolo 104 del codice penale iraniano.

Durante il processo, Sakineh ha ritrattato la confessione estorta con la fustigazione e negato l'accusa di adulterio. Su cinque giudici, due l'hanno ritenuta innocente in mancanza delle necessarie prove di adulterio a suo carico. Gli altri tre, tra cui il presidente del tribunale, l'hanno ritenuta colpevole sulla base della "conoscenza del giudice", una disposizione della legge iraniana che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo e verosimilmente arbitrario di colpevolezza anche in assenza di prove certe e decisive. Oggi è detenuta nel braccio della morte nel carcere di Tabriz, nord-ovest dell'Iran.

A seguito della mobilitazione internazionale delle ultime settimane contro la sua esecuzione, l'Ambasciata iraniana a Londra ha rilasciato una dichiarazione l'8 luglio 2010, affermando che la condanna di Sakineh Mohammadi Ashtiani non sarebbe stata eseguita tramite lapidazione. Tuttavia, la sua posizione legale non è chiara, dal momento che il suo avvocato non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sulla commutazione della sua condanna a morte. Inoltre, il governo ritiene che cedere sotto la pressione internazionale sia un errore, perchè ciò invita ad esercitare una pressione ancora maggiore. La campagna internazionale è stata censurata su quotidiani, agenzie e canali televisivi in Iran.

Secondo Mina Ahadi, che dirige il comitato internazionale contro la lapidazione e la pena di morte, solo la pressione internazionale può contribuire a salvarla. Come ha detto Ahadi alla CNN: "Legalmente è finita. E' un fatto compiuto. Sakineh può essere lapidato in qualsiasi minuto".

La sospensione della condanna è riferita dall'agenzia stampa iraniana Irna, citando fonti vicine alla corte. "Anche se il giudizio è definitivo e applicabile, il verdetto è stato sospeso per ragioni umanitarie e per ordine del capo dell'autorità giudiziaria e quindi al momento non sarà eseguito", la dichiarazione di Malek Ajdar Sharifi, responsabile per la provincia dell'Azerbaigian orientale.

Facendo appello per un aiuto alla comunità internazionale, sua figlia, Farideh, 16 anni, e il figlio, Sajad, 20 anni, hanno detto: 'Per favore, contribuite a porre fine a questo incubo e non lasciate che lo trasformino in una realtà. Aiutaci a salvare nostra madre. '

Il responsabile dell'ufficio dei Diritti umani a Teheran, Mohammad Javad Larijiani, ha annunciato che condanne di questo tipo "verranno attentamente riviste e probabilmente cambiate". Larijiani è il fratello di Alì Larijiani, il conservatore presidente del Parlamento di Teheran, che però è su posizioni duramente critiche nei confronti del presidente Ahmadinejad.

In Iran la lapidazione viene reintrodotta nel 1983 a seguito della Rivoluzione Islamica  sciita, con la ratifica del Codice Penale Islamico. I giuristi iraniani concordano sulla impossibilità pressoché totale di comminare la pena di lapidazione in base alle condizioni imposte dal fiqh. Inoltre, a causa dell’opposizione interna e internazionale il governo e il sistema giudiziario hanno imposto una serie di moratorie sulla pratica, nel 2002 e nel 2008. Ciononostante, la lapidazione ha continuato ad essere una pena legale e ad essere praticata in taluni casi.

La lapidazione è prevista per il reato di "adulterio durante il matrimonio". Almeno cinque uomini e una donna sono stati lapidati dal 2002. Nel gennaio 2009, il portavoce della magistratura, Ali Reza Jamshidi, ha confermato che due esecuzioni per lapidazione erano state effettuate nel dicembre 2008 e ha definito senza alcun valore la direttiva sulla moratoria, sostenendo che i giudici potevano ignorarla.

Ma non è solo l’Iran ad uccidere a colpi di pietre: Afhganistan, Yemen, Nigeria, Somalia, Pakistan ma anche Arabia Saudita ed Emirati arabi, sono moltissimi i paesi che mantengono questa pratica considerata tradizionale e funzionale al controllo delle donne.

Nel giugno 2009, il Comitato per le questioni legali e giuridiche del parlamento iraniano (Majles) ha raccomandato l'eliminazione della clausola che consente la lapidazione dalla nuova versione del codice penale attualmente in discussione in Parlamento.


Riferimenti:
http://freesakineh.org
http://www.amnesty.it/pena_di_morte_Iran_lapidazione_adulterio
http://www.amnesty.it/Iran-timori-per-prigionieri-nel-braccio-della-morte
http://www.huffingtonpost.com/2010/07/08/sakineh-mohammadi-ashtian_n_638950.html
http://www.articolo21.org/1459/notizia/iran-il-caso-di-sakineh-condannata-e-poi-graziata.html
http://www.guardian.co.uk/world/2010/jul/12/iran-sakineh-mohammadi-ashtiani-stoned-death
http://www.internazionale.it/home/?p=25556

lunedì 12 luglio 2010

Il saluto di Nelson Mandela



Una bella immagine di Nelson Mandela che saluta il pubblico di Olanda-Spagna, finale dei mondiali di Sudafrica 2010.

Olanda-Spagna

Tra i più simpatici commentatori sportivi, con la sua faccia somigliante a Macchianera, anche Marino Bartoletti può sbagliare. Vedeva la Spagna troppo narcisa e piena di sé, sempre davanti allo specchio a domandarsi chi era la più bella del reame. Lei sarebbe tornata a casa, le altre sarebbero andate avanti. La Spagna è tornata a casa con la coppa del mondo, matando le altre a colpi di 1 a 0, fino a infilzare l'ultima Olanda con Iniesta all'11° del secondo tempo supplementare.

Una partita dura, tesa, nervosa, non bella, al di sotto della spettacolare e divertente finalina Germania-Uruguay (3-2). Per la diversa posta in gioco, il primato mondiale, e per la tattica scelta e imposta dall'Olanda che, inferiore alla Spagna, ha cercato soprattutto di inibirne il gioco, chiudendo gli spazi e commettendo un sacco di falli, costati agli arancioni, sei ammonizioni e una espulsione. Ha fatto di più di quel che ci si aspettava e ha perso la sua terza finale. Questa volta, meritatamente.

Derubata nel 1974 dalla Germania e nel 1978 dall'Argentina, l'Olanda era la squadra rivelazione degli anni '70, il Brasile d'Europa, la migliore del mondo, forza, fantasia e spettacolo, tale da conquistare anche il tifo di chi solitamente non tifava per le squadre germaniche e nordeuropee, come me che ho sempre preferito il calore, l'entusiamo, la generosità delle sudamericane.

Stasera l'Olanda pareva invece un ibrido tra l'Italia di Sacchi del 1994, che uccideva la finale per non essere messa sotto dal Brasile e poi perdeva ai rigori, e l'Uruguay falloso degli anni '60. A proposito, nel 2010, bello anche l'Uruguay di Forlan. E bella anche la Spagna campione del mondo. Peccato sia mancata la sfida con il Brasile, la prova definitiva per dimostrare di essere davvero la più forte del mondo.

domenica 11 luglio 2010

Chi è il nemico della sinistra?

Nel libro (Per passione) del segretario ds Piero Fassino tante critiche a Berlinguer, tanti complimenti a Bettino. E anche a Martelli. Non è la prima volta che succede. Già all'epoca della segreteria D'Alema (1994-1998), alcuni intellettuali vicino al leader diessino produssero alcuni testi la cui sostanza era: questione morale a parte, negli anni Ottanta Craxi aveva ragione e Berlinguer aveva torto, poichè il primo accettava la cosiddetta modernizzazione, mentre il secondo inutilmente vi si opponeva.

Non è chiaro tuttavia in questo accogliere e cavalcare la modernità quale sia il senso e la funzione della sinistra. Ricordo in proposito un dibattito all'Unione culturale di Torino, a cui partecipava un sostenitore di queste tesi, Giuseppe Vacca, intellettuale dalemiano, già direttore dell'Istituto Palmiro Togliatti (le mitiche Frattocchie), messo a confronto con Giovanni De Luna, storico del Partito d'Azione. De Luna diceva, secondo me giustamente, che la principale differenza tra destra e sinistra oggi consisteva nel possesso di una identità. Possesso che è solo della destra. La destra ha una identità perchè sa chi è il proprio "nemico": la spesa pubblica. La sinistra invece non lo sa più. Presente al dibattito, feci la prova e chiesi al professor Vacca: "secondo lei, chi è oggi il nermico della sinistra?". Mi replicò che la categoria di "nemico" andava superata. Era una risposta relativa alla distinzione "nemico-avversario", ma non c'entrava con l'argomento. E comunque chi era l'avversario non venne fuori.

Vacca, anch'egli autore di un libro su Berlinguer, sosteneva che l'ex segretario del Pci non possedesse una teoria politica e concepisse la propria organizzazione, non come un partito, ma come un grande movimento sociale, che sorvola sulla questione delle alleanze per concentrarsi sul rapporto con i movimenti (pacifismo, ambientalismo, femminismo, sindacalismo, etc.). Tutto il contrario di Togliatti. E di Craxi.

Perchè rievocare quella stagione? Probabilmente perchè si ritiene non sia ancora finita. La critica a Berlinguer e la rivalutazione di Craxi, ormai in voga da vari anni, più che un parricidio, da parte dell'attuale gruppo dirigente dei DS, somiglia ad un cambio di paternità, alla formalizzazione, sul piano della lettura storica - se già si può parlare di storia - della trasformazione identitaria di un partito. Che però continua ad avere delle ambiguità - velleità e componenti socialdemocratiche in senso classico - e non si sente ancora compiutamente approdato e legittimato ad una sponda "riformista".

(30 agosto 2003)

sabato 10 luglio 2010

«Intercettateci tutti»

Uno slogan del popolo viola dice "Intercettateci tutti" e suscita lo spettro dello stato di polizia nelle critiche di alcuni giornali e giornalisti. Ecco una rassegna: Pierluigi Battista, Quando la sinistra era (quasi) libertaria, Corriere della Sera 14 giugno 2010; Giovanni Belardelli, «Intercettateci» Che errore quello slogan, Corriere della Sera 13 giugno 2010; Pierluigi Battista, E' un errore gridare: spiateci tutti, Corriere della Sera 25 maggio 2010; Piero Ostellino, dichiarazione al Tg1; Giuliano Ferrara: «Intercettateci tutti» è uno slogan vergognoso, Panorama 21 giugno 2010; Adolfo Scotto Luzio: Inculateci tutti, Il Foglio 9 luglio 2010.

L'ultimo articolo citato è una "psicoanalisi del popolo viola", che non sono in grado di commentare, perchè dopo aver letto il testo non ricordo cosa c'è scritto. Dev'essere una mia rimozione. Oppure si tratta di un scritto che richiede di essere studiato e non può accontentarsi di una semplice prima lettura. Per adesso, però, sono io a dovermi accontentare di un mio vecchio pregiudizio. Quello secondo il quale, chi analizza le pulsioni altrui, spesso e volentieri, nelle analisi ci mette soprattutto le sue proiezioni.

Gli altri articoli formalmente hanno ragione. Un sistema di intercettazioni esteso a tutta la popolazione sarebbe proprio di uno stato di polizia, di un regime totalitario. Come anche la diseguaglianza di fronte alla legge e l'impunità dei governanti. Tuttavia, penso che lo slogan incriminato abbia soltanto una valenza provocatoria e contingente, anche se non so quanto efficace. E' la risposta ad una affermazione (falsa) più volte ripetuta dal premier e dal suo ministro della giustizia, secondo cui tutti gli italiani sono intercettati. Come a dire: intercettateci pure tutti, noi non abbiamo nulla da nascondere. E non nel fuoco di un conflitto tra due principi astratti contrapposti: la privacy e la trasparenza. Ma nel conflitto su un disegno di legge che trae la sua origine da una situazione molto concreta: quella che ha visto il premier, uomini di governo, loro amici e conoscenti e anche esponenti dell'attuale opposizione essere più volti colti in fallo grazie alle intercettazioni e alla loro pubblicazione.

Poi, ovvio che se preso alla lettera quello slogan ha le sue implicazioni negative. Che magari sono presenti nella cultura di una parte del popolo viola. Una fiducia eccessiva nella correttezza dell'autorità giudiziaria, oggi e sempre. Mentre invece non possiamo avere alcuna garanzia di quale possa essere in tutto lo spazio e in tutto il tempo l'uso di una estrema trasparenza telefonica da parte dell'autorità. La quale oggi è democratica, ma domani potrebbero non esserlo.

Una sorta di spensieratezza verso la sovraesposizione della propria persona alla rilevazione tecnologica. In molti luoghi, es. le stazioni ferroviarie e quelle del metro, le banche, i centri commerciali e tante strade e abitazioni private. noi siamo tutti videoripresi e non ci facciamo caso. Non abbiamo alcun controllo sull'uso e sull'archiviazione di quei dati, come non l'aveva il giudice Raimondo Mesiano. che dopo la sentenza sul lodo Mondadori, venne ritratto per strada e dal barbiere in video su Canale 5, con un commentatore che gli dava dello stravagante.

Senza contare che la quantità di informazioni che potrebbero essere reperite su tutti noi da un sistema indiscriminato di intercettazioni telefoniche, sarebbe pur sempre una cosa minima rispetto alla mole di dati e informazioni che, tanto volontariamente quanto inconsapevolmente, concediamo a Facebook, a Google, al nostro provider e a Internet in generale. Se dovessi fare della tutela della mia privacy una assoluta priorità, non sono sicuro che la paura di essere intercettato al telefono diventerebbe la mia prima preoccupazione.

Infine, c'è il fatto che la privacy, per essere percepita come una valore necessario, deve assumere un senso in un contesto relazionale. Così, l'essere osservati da una anonima autorità o da un anonimo agente pubblicitario, è vissuto come meno insidioso dell'essere osservati da parenti, amici, vicini di casa e colleghi. L'inferno sono gli altri, se li conosciamo.

giovedì 8 luglio 2010

Patrizia D'Addario in Piazza Navona

Magari non la invito, non la intervisto, non gli faccio l'olà, non la elevo a simbolo e bandiera, ma non mi viene certo in mente di insultarla, ostracizzarla e di considerarla addirittura la "vergogna della nazione". Di metterle il bavaglio nel bel mezzo di una manifestazione contro il bavaglio. Mi è incomprensibile la contestazione di Benedetta Buccellato sostenuta da Roberto Natale. Se la famigerata escort aveva intenzione di farsi pubblicità e ci è riuscita, il merito è tutto dei suoi chiassosi detrattori.

La presenza di Patrizia D'Addario in piazza Navona, non è stata affatto impertinente e si è così guadagnata la difesa di Beppe Grillo e di Ida Dominijanni. Il suo libro, recensito con favore da Peter Gomez, era in tema con i contenuti della manifestazione. La legge Bavaglio infatti comprende anche un articolo, il cui inserimento è stato chiamato appunto "Emendamento D'Addario", che punisce con una pena che può arrivare a quattro anni di carcere chi effettua la registrazione di conversazioni private senza il consenso della controparte. La critica della norma è l'argomento centrale dell'appello di Milena Gabanelli. Se questa norma fosse stata in vigore un anno fa, oggi non conosceremmo la sua storia. Oppure la conosceremmo, ma lei e tutti i giornalisti narratori sarebbero perseguibili.

martedì 6 luglio 2010

Per la Cassazione, la moglie forte si può maltrattare

La sesta sezione penale della Cassazione ha annullato la pena ad otto mesi di reclusione (con la condizionale), a cui era stato condannato in primo e secondo grado un marito accusato di aver maltrattato la moglie per tre anni. La motivazione della sentenza poggia su due elementi: i maltrattamenti del marito non erano abituali, la condizione psicologica della moglie non era intimorita.

Pur senza dare grande spazio alla notizia, la reazione della Stampa, della Blogosfera e della Politica è stata negativa, indignata e in qualche caso anche divertita: la sentenza comunica un messaggio favorevole ai violenti, maltrattare la moglie forte si può.

Il reato di maltrattamenti in famiglia è sancito dall'art. 572 del Codice penale. Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorita', o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, e' punito con la reclusione da uno a cinque anni.  Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

La definizione del reato è data della stesse sentenze della Cassazione. A maggior ragione la sentenza viene criticata: costuisce un precedente, concorre alla definizione del reato in senso più favorevole al coniuge violento, in un quadro già molto preoccupante di diffusione della violenza domestica.

In rete sono disponibili vari articoli sul reato di maltrattamenti in famiglia. Un articolo di "Genitori Crescono" racconta che il maltrattamento in famiglia era in origine solo il maltrattamento fisico. Poi che ha incluso anche il maltrattamento morale, psicologico. Che i comportamenti di questo tipo (morale, psicologico) integrano il reato (quindi, si aggiungono) quando sono protratti nel tempo, abituali, costanti. Un articolo di Altalex spiega che  "In dottrina si è osservato come la condotta (commissiva o omissiva) del soggetto attivo possa consistere anche in atti di per sé privi di rilevanza penale ma che, nel contesto generale del maltrattamento e reiterati nel tempo, determinano la mortificazione e la lesione dei diritti personalissimi del familiare, nella specie del coniuge [Miedico, 2874 e ss.]. Il legislatore, nella redazione della norma contenuta nell’articolo 572 c.p., ha mostrato di volere fornire una tutela estesa e ad ampio raggio del bene giuridico in essa protetto, prevedendo una fattispecie causale pura o a forma libera che contempla qualsiasi tipo di maltrattamento, sia fisico sia psicologico."

Ne deduco che il concetto di abitualità sia finalizzato a includere nel reato di maltrattamenti in famiglia un insieme di atti il cui effetto sia lesivo della dignità del coniuge, anche se i singoli atti individualmente considerati non abbiano in sè rilievo penale, e non invece ad escludere singoli atti violenti di rilievo penale. Anche un singolo atto violento può avere un effetto "educativo" permanente e determinare così la qualità di una relazione. Da bambino sono stato picchiato solo saltuariamente dai miei genitori, ma è anche vero che con la mia condotta ho sempre cercato di evitare di prendermele.

Leggendo il solo testo della sentenza, non si comprendere come "alcuni limitati (da cosa?) episodi di ingiurie, minacce e percosse nell'arco di circa tre anni" (...) "non rappresentino una abitualità della condotta vessatoria dell'imputato". Forse l'imputato è una sorta di Dottor Jekill e Mister Hide. Nè si comprende come si possa parlare con equanimità di un clima di tensione tra i coniugi in luogo di una sopraffazione esercitata dall'imputato se le violenze erano da una parte sola. Nè si comprende come "la condizione psicologica della moglie, per nulla intimorita dalla condotta del marito, era solo (sic) quella di persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente", non costituisca comunque uno stato di sofferenza, una lesione della personalità della vittima. A meno che i giudici della Cassazione d'accordo con il marito non vogliano semplicemente dire che la moglie è una isterica, secondo un collaudato cliché dell'immaginario maschile.

I giudici della Cassazione - tutti e quattro rigorosamente uomini - sono evidentemente molto influenzati da un modello di donna debole, la mammoletta tremante, senza identificare la quale, non possono disporsi a riconoscerla come vittima di un maltrattamento.

Riguardo lo stato psicologico della vittima, una precedente sentenza della Cassazione pareva affermare il principio opposto a quello affermato dalla sentenza più recente. In tema di maltrattamenti familiari (art. 572 c.p.), correttamente il giudice di merito desume dalla ripetitività dei fatti di percosse e di ingiurie l'esistenza di un vero e proprio sistema di vita di relazione abitualmente doloroso ed avvilente, consapevolmente instaurato dall'agente, a seguito di iniziali stati di degenerazione del rapporto familiare. Per la configurabilità del reato non è richiesta una totale soggezione della vittima all'autore del reato, in quanto la norma, nel reprimere l'abituale attentato alla dignità e al decorso della persona, tutela la normale tollerabilità della convivenza (Cass. pen., 4015/96)

Per analogia, prendiamo ad esempio il mobbing. Ad un lavoratore sottraggono le mansioni, negano le informazioni, lo isolano, lo mettono in un ufficio senza telefono e senza computer, gli tolgono il saluto. Ma non va in depressione. Dato il mancato effetto psicologico, si potrebbe sentenziare che non è mobbing?

domenica 4 luglio 2010

I panni sporchi di famiglia

Ai tempi della guerra fredda si diceva Salvador e si rispondeva Polonia. O viceversa. Si era divisi tra est e ovest, ma si era uniti nel rinfacciare all'altro quel che si perdonava a se stessi. Un modulo fondato sul diversivo e sull'ipocrisia. Sempre attuale. Appartiene a molte fazioni e a tutte le componenti faziose di ognuna. Fa pandan con l'idea che i panni sporchi si lavano in famiglia (per non lavarli mai), mentre quelli degli altri si pretende siano lavati alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti.

Poco tempo dopo la strage sulla Freedom Flotilla, lessi su Facebook lo stato di un seguace di Francesco Rutelli. Diceva: se qualcuno è a conoscenza di qualche manifestazione pacifista per esprimere sdegno per l'impiccagione di un bambino di 7 anni da parte dei Talebani in Afghanistan, me lo faccia sapere. Nessuno ne era a conoscenza.

In verità le manifestazioni non si fanno solo per testimonianza ma anche e soprattutto per chiedere qualcosa a qualcuno: il proprio governo, sistema di alleanze, stato guida. Nel caso del bambino impiccato, la controparte, l'interlocutore, il soggetto a cui esprimere, chiedere qualcosa, doveva essere identificato nei talebani, con i quali siamo in guerra. E la cosa ha poco senso. Come quando le manifestazioni di regime di qualche stato etico o autoritario si rivolgono al nemico. Non è politica, è propaganda.

Pochi giorni dopo, un aereo della Nato lanciando una bomba su una casa nel distretto di Musakhlen, in Afghanistan, uccideva una madre e quattro dei suoi figli. Stavolta, oltre alla manifestazione pacifista, mancava pure la richiesta provocatoria di farne una.

La richiesta di concentrarsi su quanto brutto, sporco e cattivo è il nemico, se la son vista recapitare i dissidenti sovietici, i radical democratici americani, i liberali arabi, i pacifisti israeliani. Persone che affermando principi universali si battono per applicarli prima di tutto in casa loro. Come è naturale che sia. Come lo è nella vita quotidiana. Se avessimo un violento in casa, sarebbe la nostra prioritaria preoccupazione e non ci faremmo distrarre da quel che avviene nelle case altrui.

Provo molta ammirazione per le persone che trasferiscono in politica questa naturale predisposizione. Come per l'autore di questa lettera.

sabato 3 luglio 2010

Cuba, no all'embargo (e alla negazione del dissenso)

Guillermo Fariñas, reporter e dissidente cubano, è in sciopero della fame da quattro mesi, e le sue condizioni di salute si stanno aggravando. Il sistema di repressione legale alla liberta' d'espressione in vigore a Cuba ha generato sull'isola un clima di paura tra giornalisti, dissidenti e attivisti, sottoposti al rischio di arresti e persecuzioni arbitrarie da parte delle autorita'. Lo denuncia Amnesty International.

Forse, la diffusione di queste due notizie rientra nella campagna di aggressione politico mediatica in atto contro la rivoluzione cubana condotta dalla destra neoconservatrice statunitense ed europea volta ad impedire la normalizzazione dei rapporti con Cuba, ovvero la fine dell'embargo. Ne parla un ordine del giorno di solidarietà con Cuba da parte della Direzione del Prc, votato il 29 aprile scorso quasi all'unanimità, con un solo astenuto.

Non conosco il nome del compagno astenuto. Condivido la sua posizione. L'embargo è ingiusto e va rimosso. L'attenzione mediatica è strumentale e sproporzionata rispetto a quanto viene dedicato ad altre situazioni, come il golpe in Honduras, ma non c'è motivo di assumere un atteggiamento uguale e contrario. Le notizie sono vere e la violazione dei diritti umani, civili e politici nel regime di Fidel Castro, una realtà. Riconoscerlo e denunciarlo, può rendere solo più credibile la lotta all'embargo e la solidarietà con Cuba.

venerdì 2 luglio 2010

Legge bavaglio - ddl intercettazioni



"Meglio un uso sbagliato delle intercettazioni telefoniche che una magistratura impotente e una stampa imbavagliata." (Financial Times). La questione posta dal ddl intercettazioni, ha una soluzione semplice. Se c'è fuga di notizie, si persegue il responsabile, il giudice che ha violato il segreto istruttorio. Se c'è ingiusta denigrazione dell'immagine di un indagato a seguito della pubblicazione di una notizia, esiste il reato di diffamazione e di calunnia, per cui anche un giornalista e un giornale possono essere perseguiti. Se c'è da tutelare la riservatezza della vita delle persone, si dispone che al momento della pubblicazione degli atti, il giudice stralci tutte le parti che non hanno rilevanza ai fini dell'istruttoria. Questo è quanto basta. Tutto il resto, sintetizzato in questo video di Milena Gabanelli, serve solo per colpire la magistratura e la stampa a tutela dell'impunità di chi ha il potere.

Un sommario degli argomenti della destra a favore della legge Bavaglio, è offerto dalle opinioni di due giornalisti di sinistra: Fabrizio Rondolino, già consulente di Massimo D'Alema (La legge sulle intercettazioni è una buona legge), e Piero Sansonetti, già direttore di Liberazione (Il ddl intercettazioni combatte l'invadenza dei giudici e dei giornali sulla vita privataLegge Bavaglio. La protesta fuori tempo e fuori luogo).

La privacy, essi dicono, è il valore più importante e deve avere la precedenza sulla libertà di stampa e sulla giustizia. E così è con questa legge. Lo stesso presidente dell'Autorità garante per la privacy, Francesco Pizzetti, afferma che il  ddl "sposta oggettivamente il punto di equilibrio tra libertà di stampa e tutela della riservatezza, tutto a favore della riservatezza". Questo "può giustificare che da molte parti si affermi che, così facendo, si pone in pericolo la libertà di stampa". Nel ddl, sottolinea Pizzetti, "si pongono limiti specifici alla pubblicabilità delle intercettazioni, non perché contenute in atti giudiziari, che come tali possono essere diffusi per riassunto, ma in quanto dati raccolti con lo strumento delle intercettazioni", appellandosi al diritto alla privacy. Siamo però di fronte, spiega ancora il Garante, "non alla tutela in concreto e rispetto a casi specifici di questo diritto, quanto piuttosto a una difesa anticipata, disposta in via generale e astratta, nei confronti di qualunque dato raccolto, nel presupposto che, in ragione della natura dello strumento di indagine usato, debba sempre prevalere la tutela di questi dati perché raccolti nell'ambito di conversazioni tra persone".

Il valore più importante dovrebbe essere l'equilibrio tra valori ugualmente importanti. Proprio a tutela del valore che si ritiene più importante. Se sono un uomo potente e la mia riservatezza è integralmente tutelata, sotratta al controllo dell'opinione pubblica e della magistratura, posso abusarne fino al punto di pensare di poter impunemente violare io la privacy altrui. Vedi scandalo Telecom-Sismi.

Questo è il potere spionistico, un potere occulto e illegale, non la magistratura che fa ricorso alle intercettazioni secondo norme e procedure fissate per leggeLe intercettazioni possono essere disposte dal gip su richiesta del pm solo per i reati puniti dai 5 anni in su, più quelli contro la pubblica amministrazione, il contrabbando, le armi, la droga, l'usura, l'insider trading e l'aggiotaggio. E solo se esistono "gravi indizi di reato" e se intercettare è "assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini". Ogni 15-20 giorni il pm deve chiedere al gip il permesso di proseguire, altrimenti deve mollare lì (...) i magistrati (poi) sono obbligati a depositare alle parti  tutte le intercettazioni per un principio garantista, altrimenti gli indagati sospetterebbero una selezione tendenziosa per nascondere le parole utili alla loro difesa. Invece i giornalisti non sono obbligati a pubblicare tutto.

* * *

Se, per usare le parole di Sansonetti, poteri che non conosciamo e per scopi che non conosciamo offrono paginate ai giornali che servono a tagliare le gambe a qualcuno, magari con l'uso dello sputtanamento della sua vita privata, i giornalisti possono vagliare l'offerta e decidere se e cosa pubblicare. Poi, i lettori possono valutare la correttezza e la serietà del loro giornale. La giustificazione del bavaglio su questo punto, presuppone che i giornalisti siano solo dei burattini passacarte e i lettori degli imbecilli. Ricorda Stefano Rodotà che già esiste una norma chiarissima in questa materia, consegnata all'articolo 6 del codice deontologico dell'attività giornalistica: "La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo e sulla loro vita pubblica".

Questo è il punto discriminante sul piano della rilevanza giornalistica. Non che l'atto pubblicato abbia rilievo penale, non importa se non c'è reato, importa che abbia rilievo pubblico. E può averlo anche nell'ambito di relazioni private. Quando un uomo di governo frequenta prostitute o trans, le ricompensa con risorse pubbliche e istituzionali e si mette nella situazione di essere ricattabile, siamo di fronte ad un fatto di rilevanza pubblica. Così come quando un comportamento privato contraddice palesemente un comportamento pubblico, come nel caso di Larry Craig, senatore antigay molesta un agente in un bagno dell'aeroporto di Minneapolis.

Ecco la cultura giuridica americana. Come pure l'affermazione di Edward Luttwak, ospite di Ballarò (27.04.2010): in tutto il mondo civile ogni giornalista può pubblicare quello che vuole (anche un milione di intercettazioni), al massimo paga con la prigione chi ha spifferato (ma la libertà di stampa non si tocca). E il sottosegretario alla Giustizia Breuer, in Italia per partecipare alle commemorazioni per Falcone: "Nessuna norma ostacoli l'ottimo lavoro dei magistrati italiani. Grandi passi avanti nella lotta alla mafia". Per l'Amministrazione Obama le intercettazioni telefoniche sono uno "strumento essenziale delle indagini" che non va indebolito.

L'FBI aumenta le intercettazioni. Negli Stati Uniti, l’uso di intercettazioni telefoniche nelle indagini è in pieno boom. In dodici mesi sono aumentate del 26%. Escludendo tutte le intercettazioni relative all’antiterrorismo e ad ogni altra inchiesta rilevante per la sicurezza nazionale (che hanno una “corsìa segreta” nella National Security Agency), i magistrati americani l’anno scorso hanno autorizzato per 2.376 inchieste il ricorso a operazioni di sorveglianza telefonica. Ma se il numero delle autorizzazioni giudizarie può sembrare basso, è perché una singola pratica riguarda un largo numero di sospetti, in media 113 persone. In totale nell’arco dell’ultimo anno le persone soggette a intercettazioni hanno raggiunto quota 268.488, sempre escludendo tutte le piste relative al terrorismo e alla sicurezza nazionale. Costo medio per lo Stato: 60.000 dollari per intercettazione.

In Italia le intercettazioni sono circa 26 mila. La popolazione Usa (303.824.640 ab.) è cinque volte quella dell'Italia (60.340.328 ab.).
Ergo: in proporzione, in Usa intercettano quattro volte di più. Non la Lega Araba o lo spettro del Patto di Varsavia, ma l'OSCE chiede all'Italia di ritirare il ddl sulle intercettazioni, perchè può seriamente ostacolare il giornalismo investigativo nel paese.

* * *

Singolare l'idea che una legge contro i giornalisti e i magistrati, non riguardi la società italiana, come se lo smantellamento delle indagini e dell'informazione non avesse conseguenze sociali, in un contesto in cui il controllo delle mafie su un quarto del territorio nazionale e gli indici di corruzione sono sempre più elevati in tutta la penisola. Secondo il XII rapporto Sos Impresa, presentato dalla Confesercenti, il fatturato della Mafia è pari a circa 135 miliardi di euro, per un utile che sfiora i 70 miliardi, al netto di investimenti e accantonamenti. La Corte dei Conti ha quantificato in 60 miliardi di euro all'anno il giro di affari che orbita attorno al malaffare in Italia. Nella classifica dei paesi più corrotti nel mondo stilata da Transparency International l'Italia ogni anno perde posizioni e registra un primato sempre più negativo. Nel rapporto 2009 l'Italia dalla 55° posizione scivola alla 63°, addirittura preceduta da paesi come la Malaysia e la Namibia.

La nostre manovra per il risanamento finanziaria (24 miliardi di euro) è di fatto un parziale contribuito al mantenimento di questo illegale enorme giro d'affari. Mentre, su 15 milioni di spesa, le intercettazioni hanno permesso di recuperare 4 miliardi di euro.

Allo stesso tempo  in Italia c'è sempre meno libertà di stampa e il nostro paese è retrocesso dal 65 al 73esimo posto nella graduatoria mondiale di Freedom House, oltre a comparire nella classifica dei quaranta predatori della libertà di stampa stilata da Reporter senza frontiere. Come scrive Nadia Urbinati, citando Tocqueville: "nella sfera della libertà di stampa non si dà né può darsi una via mediana tra massima libertà e dispotismo, perché una volta imboccata la strada della censura un limite tira l' altro senza che si riesca a vederne la fine".

Magistrati e poliziotti smentiscono che la legge non abbia alcun effetto negativo sul contrasto alla criminalità. Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia: "Il disegno di legge, con le ultime modifiche, ha peggiorato la situazione per quanto riguarda la mafia e il terrorismo, con effetti devastanti sulle indagini... Le intercettazioni ambientali non si potranno più fare nei luoghi privati di dimora perché hanno bisogno, per essere autorizzate, della dimostrazione che in quel posto si sta commettendo un reato: agli inquirenti si chiede una 'prova diabolicà impossibile da fornire". Oppure Giovandomenico Lepore, procuratore capo di Napoli: "Le limitazioni alle intercettazioni danneggiano le indagini... Difficilmente, senza le intercettazioni, avremmo potuto capire come si svolgeva il traffico di droga che ci ha appena portato all'arresto di 28 persone nel quartiere San Giovanni a Teduccio". O ancora Rosario Cantelmo, procuratore aggiunto: "In 40 giorni di osservazione sono state documentate 870 azioni di spaccio. Tutto ciò non sarebbe stato possibile con la nuova legge". O infine Antonio Ingroia, procuratore antimafia a Palermo: "Le intercettazioni sono il principale strumento di indagine contro la criminalità mafiosa, economica e politica; oggi l'80% delle indagini si basa su questo strumento... Se il ddl passasse senza modifiche si tornerebbe indietro di 40 anni".

Antonio Manganelli in una lettera al Fatto quotidiano: non sono affatto contrario all’utilizzo delle intercettazioni a fini investigativi, proprio perchè gli strumenti di ascolto a distanza costituiscono un ausilio importante all’azione di contrasto ai fenomeni criminaliAl liceo Pietro Coletta di Avellino: ”non c’é un complesso di altri strumenti a cui far ricorso, come per esempio negli Usa”.

Le intercettazioni non servono per settacciare colpevoli a tutto spiano, ma per individuare le prove nei confronti di un indagato sospetto a fronte di una notizia di reato. In questo senso, le intercettazioni sono tanto giustizialiste quanto garantiste. A volte le prove le trovano, a volte no. A volte scagionano definitivamente l'accusato.