domenica 4 luglio 2010

I panni sporchi di famiglia

Ai tempi della guerra fredda si diceva Salvador e si rispondeva Polonia. O viceversa. Si era divisi tra est e ovest, ma si era uniti nel rinfacciare all'altro quel che si perdonava a se stessi. Un modulo fondato sul diversivo e sull'ipocrisia. Sempre attuale. Appartiene a molte fazioni e a tutte le componenti faziose di ognuna. Fa pandan con l'idea che i panni sporchi si lavano in famiglia (per non lavarli mai), mentre quelli degli altri si pretende siano lavati alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti.

Poco tempo dopo la strage sulla Freedom Flotilla, lessi su Facebook lo stato di un seguace di Francesco Rutelli. Diceva: se qualcuno è a conoscenza di qualche manifestazione pacifista per esprimere sdegno per l'impiccagione di un bambino di 7 anni da parte dei Talebani in Afghanistan, me lo faccia sapere. Nessuno ne era a conoscenza.

In verità le manifestazioni non si fanno solo per testimonianza ma anche e soprattutto per chiedere qualcosa a qualcuno: il proprio governo, sistema di alleanze, stato guida. Nel caso del bambino impiccato, la controparte, l'interlocutore, il soggetto a cui esprimere, chiedere qualcosa, doveva essere identificato nei talebani, con i quali siamo in guerra. E la cosa ha poco senso. Come quando le manifestazioni di regime di qualche stato etico o autoritario si rivolgono al nemico. Non è politica, è propaganda.

Pochi giorni dopo, un aereo della Nato lanciando una bomba su una casa nel distretto di Musakhlen, in Afghanistan, uccideva una madre e quattro dei suoi figli. Stavolta, oltre alla manifestazione pacifista, mancava pure la richiesta provocatoria di farne una.

La richiesta di concentrarsi su quanto brutto, sporco e cattivo è il nemico, se la son vista recapitare i dissidenti sovietici, i radical democratici americani, i liberali arabi, i pacifisti israeliani. Persone che affermando principi universali si battono per applicarli prima di tutto in casa loro. Come è naturale che sia. Come lo è nella vita quotidiana. Se avessimo un violento in casa, sarebbe la nostra prioritaria preoccupazione e non ci faremmo distrarre da quel che avviene nelle case altrui.

Provo molta ammirazione per le persone che trasferiscono in politica questa naturale predisposizione. Come per l'autore di questa lettera.

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