domenica 24 dicembre 2006

La flessibilità è un rapporto di potere

La flessibilità è un rapporto di potere. Va bene se corrisponde alle esigenze del padrone, va male se corrisponde alle esigenze del lavoratore: si veda il caso della mamma operaia di Cremasco, licenziata per aver chiesto mezz'ora di lavoro flessibile per poter andare a prendere la figlia a scuola. Solo le esigenze del padrone corrispondono alle esigenze dell'impresa e della sua capacità competitiva.

Ma non si direbbe dato l'elevato numero di fallimenti nelle piccole medie imprese, proprio là dove il lavoro è più precario. Se un'impresa può far leva su manodopera usa e getta sarà meno stimolata a investire in ricerca e innovazione, sarà forse più competitiva con altre imprese al livello nelle produzioni di scarsa qualità e per profitti da accumulare nel breve periodo. Il lavoro precario nel lavoro dipendente è lavoro povero, riguarda impiegati e operai con basse qualifiche, soprattutto giovani, e non apre prospettive di carriera e di formazione. Se sei malpagato e destinato ad un licenziamento già iscritto nel contratto, non sarai motivato a fare bene e ad accrescere i tuoi livelli di competenza, salvo trarre da questa condizione l'impulso a diventare un libero professionista o un imprenditore a tua volta. Una via individuale alla salvezza, improbabile come ricetta sociale.

Meglio essere precari che disoccupati? Certo il male è meglio del peggio. Ma il precariato assorbe la disoccupazione o il lavoro regolare? Se il tuo contratto è rinnovato di proroga in proroga a scadenza mensile, si tratta di un lavoro che potrebbe tranquillamente essere regolare, eppure lo si preferisce precario per pagare meno contributi e per garantirsi la libertà di licenziamento: anche qui, nell'ansia, nella paura, nello stress, è arduo si formi un buon lavoratore. In ogni caso, non è una condizione socialmente accettabile, nè sul piano umano, nè su quello economico.  Secondo i "riformisti" esisterebbe anche una "flessibilità buona" e pare consista soltanto in questo: associare alla libertà di licenziamento gli ammortizzatori sociali e la formazione professionale. Dubito che questo sia sufficiente per salvaguardare il tasso di sindacalizzazione: ammortizzati e formati, cosa impedisce che gli iscritti ad un sindacato siano messi alla porta a fine contratto? In secondo luogo, se il precariato riguarda anche e forse soprattutto le qualifiche generiche, la formazione come risolve il problema? Nel trasformare gli operai generici in programmatori informatici?

Alla flessibilità viene ora attribuito, soprattutto da destra, gran parte del merito per i positivi dati Istat sull'incremento dell'occupazione nel terzo trimestre 2006. Tuttavia, la legge Biagi è uguale in tutto il paese, mentre l'incremento dell'occupazione si verifica soprattutto dove l'occupazione c'è già: al nord. Il divario con il mezzogiorno rimane stabile. Vi è poi da capire fino a che punto si tratta di nuovo lavoro e da cosa esso sia composto: quanto incidono le nuove regolarizzazioni dei lavoratori immigrati, quanto il calcolo di coloro che lavorano solo un'ora la settimana o comunque per un tempo irrisorio, e quanto coloro che rinunciano a presentarsi sul mercato del lavoro, a registrarsi negli uffici di collocamento, per rassegnazione o perchè si immergono nel sommerso.

La flessibilità di per sè facilità tanto le assunzioni quanto i licenziamenti. Cosa fa si che il saldo sia positivo? Il buon andamento dell'economia: quando gli affari vanno bene, si produce di più e si assume di più. Quando vanno male, si produce di meno e si licenzia. Il posto fisso fu concepito appunto per mettere i lavoratori al riparo dai periodi di crisi, dato che in economia i cicli si alternano sempre. Dunque, il nuovo lavoro, se è tale, prodotto dai primi segni di ripresa, potrà essere spazzato via dai primi segni di crisi. Questa indeterminatezza concorre ad un buono o ad uno cattivo andamento dell'economia? E se vi è l'insicurezza del posto nelle fasi di crisi, vi dovrebbe essere redistribuzione del reddito nelle fasi espansive invece di un salario appena sufficiente a coprire le spese. La messa in discussione di uno dei due termini del patto sociale (il posto fisso), mette in discussione anche l'altro (bassi salari sufficienti per l'automantenimento). L'insostenibilità di questa flessibilità a senso unico è ancora poco evidente e lo sarà fintanto che vi saranno i redditi fissi e le pensioni dei genitori a fare da ammortizzatori sociali.

(24 dicembre 2006)

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