martedì 6 luglio 2010

Per la Cassazione, la moglie forte si può maltrattare

La sesta sezione penale della Cassazione ha annullato la pena ad otto mesi di reclusione (con la condizionale), a cui era stato condannato in primo e secondo grado un marito accusato di aver maltrattato la moglie per tre anni. La motivazione della sentenza poggia su due elementi: i maltrattamenti del marito non erano abituali, la condizione psicologica della moglie non era intimorita.

Pur senza dare grande spazio alla notizia, la reazione della Stampa, della Blogosfera e della Politica è stata negativa, indignata e in qualche caso anche divertita: la sentenza comunica un messaggio favorevole ai violenti, maltrattare la moglie forte si può.

Il reato di maltrattamenti in famiglia è sancito dall'art. 572 del Codice penale. Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorita', o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, e' punito con la reclusione da uno a cinque anni.  Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

La definizione del reato è data della stesse sentenze della Cassazione. A maggior ragione la sentenza viene criticata: costuisce un precedente, concorre alla definizione del reato in senso più favorevole al coniuge violento, in un quadro già molto preoccupante di diffusione della violenza domestica.

In rete sono disponibili vari articoli sul reato di maltrattamenti in famiglia. Un articolo di "Genitori Crescono" racconta che il maltrattamento in famiglia era in origine solo il maltrattamento fisico. Poi che ha incluso anche il maltrattamento morale, psicologico. Che i comportamenti di questo tipo (morale, psicologico) integrano il reato (quindi, si aggiungono) quando sono protratti nel tempo, abituali, costanti. Un articolo di Altalex spiega che  "In dottrina si è osservato come la condotta (commissiva o omissiva) del soggetto attivo possa consistere anche in atti di per sé privi di rilevanza penale ma che, nel contesto generale del maltrattamento e reiterati nel tempo, determinano la mortificazione e la lesione dei diritti personalissimi del familiare, nella specie del coniuge [Miedico, 2874 e ss.]. Il legislatore, nella redazione della norma contenuta nell’articolo 572 c.p., ha mostrato di volere fornire una tutela estesa e ad ampio raggio del bene giuridico in essa protetto, prevedendo una fattispecie causale pura o a forma libera che contempla qualsiasi tipo di maltrattamento, sia fisico sia psicologico."

Ne deduco che il concetto di abitualità sia finalizzato a includere nel reato di maltrattamenti in famiglia un insieme di atti il cui effetto sia lesivo della dignità del coniuge, anche se i singoli atti individualmente considerati non abbiano in sè rilievo penale, e non invece ad escludere singoli atti violenti di rilievo penale. Anche un singolo atto violento può avere un effetto "educativo" permanente e determinare così la qualità di una relazione. Da bambino sono stato picchiato solo saltuariamente dai miei genitori, ma è anche vero che con la mia condotta ho sempre cercato di evitare di prendermele.

Leggendo il solo testo della sentenza, non si comprendere come "alcuni limitati (da cosa?) episodi di ingiurie, minacce e percosse nell'arco di circa tre anni" (...) "non rappresentino una abitualità della condotta vessatoria dell'imputato". Forse l'imputato è una sorta di Dottor Jekill e Mister Hide. Nè si comprende come si possa parlare con equanimità di un clima di tensione tra i coniugi in luogo di una sopraffazione esercitata dall'imputato se le violenze erano da una parte sola. Nè si comprende come "la condizione psicologica della moglie, per nulla intimorita dalla condotta del marito, era solo (sic) quella di persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente", non costituisca comunque uno stato di sofferenza, una lesione della personalità della vittima. A meno che i giudici della Cassazione d'accordo con il marito non vogliano semplicemente dire che la moglie è una isterica, secondo un collaudato cliché dell'immaginario maschile.

I giudici della Cassazione - tutti e quattro rigorosamente uomini - sono evidentemente molto influenzati da un modello di donna debole, la mammoletta tremante, senza identificare la quale, non possono disporsi a riconoscerla come vittima di un maltrattamento.

Riguardo lo stato psicologico della vittima, una precedente sentenza della Cassazione pareva affermare il principio opposto a quello affermato dalla sentenza più recente. In tema di maltrattamenti familiari (art. 572 c.p.), correttamente il giudice di merito desume dalla ripetitività dei fatti di percosse e di ingiurie l'esistenza di un vero e proprio sistema di vita di relazione abitualmente doloroso ed avvilente, consapevolmente instaurato dall'agente, a seguito di iniziali stati di degenerazione del rapporto familiare. Per la configurabilità del reato non è richiesta una totale soggezione della vittima all'autore del reato, in quanto la norma, nel reprimere l'abituale attentato alla dignità e al decorso della persona, tutela la normale tollerabilità della convivenza (Cass. pen., 4015/96)

Per analogia, prendiamo ad esempio il mobbing. Ad un lavoratore sottraggono le mansioni, negano le informazioni, lo isolano, lo mettono in un ufficio senza telefono e senza computer, gli tolgono il saluto. Ma non va in depressione. Dato il mancato effetto psicologico, si potrebbe sentenziare che non è mobbing?

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