venerdì 13 agosto 2010

Liberazione, una vertenza sindacale (e politica)

I giornalisti di Liberazione - testata giornalistica concessa nel 1991 dal partito radicale alla Mrc S.p.a. di cui il Prc è l'unico azionista - hanno fatto due giorni di sciopero per protestare contro la sospensione degli stipendi, decisa arbitrariamente dal partito editore, per risanare e rilanciare il giornale. Allo sciopero, il segretario Paolo Ferrero e il direttore Dino Greco hanno reagito accusando i giornalisti di slealtà: boicottano il rilancio del giornale, perchè non credono nel progetto politico del partito.

Vero o falso, l'accusa ha un suo fondamento, perchè la gran parte dei giornalisti in sciopero sono (ex?) sostenitori della mozione di Nichi Vendola, rimasti al loro posto anche dopo la scissione di Sinistra e libertà e il dimissionamento di Piero Sansonetti. Le scissioni, per vari motivi anche materiali, non sempre riescono perfettamente. Quando finì il PCI vi erano funzionari che rimasero provvisoriamente nel Pds, pur sentendosi idealmente vicini a Rifondazione, perchè partecipare alla scissione avrebbe significato ritrovarsi senza lavoro. In una situazione analoga si trovano oggi alcuni vendoliani rimasti nel Prc di Ferrero e Grassi. Questo però, nulla toglie all'argomento sindacale: i lavoratori sono tutelati da un contratto, non ricevono lo stipendio, rischiano il licenziamento, e non possono mettere becco nel progetto editoriale, dare il loro contributo di idee professionali per il rilancio del giornale. Perchè è proprio sulle idee che c'è contrasto: organo di partito o quotidiano politico ben oltre il partito? L'ultimo congresso (Chianciano 2008) aveva come oggetto del contendere proprio la sorte del partito.

E' una situazione intricata. I giornalisti sono lavoratori la cui sorte non può essere appesa al filo delle svolte e controsvolte congressuali. I contratti servono appunto per tutelare la parte più debole dalle oscillazioni e dalle crisi (di ogni tipo). E però il giornale di partito non è un giornale di liberi pensatori. Nessun partito ha motivo di tenere in vita, un giornale che non rappresenti la sua linea. E se un partito vuole proprio avere un giornale, ha poco senso che lo faccia con giornalisti che non condividono il suo progetto. Il partito non è un editore puro. Realizza e sostiene un giornale per avere un suo organo politico. E' un lavoro militante che si fa giornalistico: la sua autonomia è limitata al modo giornalistico, non alla linea, al progetto. Quelli, inevitabilmente, li decide il partito. Proprio per ciò, per me il giornale di partito è una brutta cosa. Se il mio interesse è principalmente giornalistico, non posso scrivere su un giornale di partito. E infatti, raramente lo leggo.

Sulla vertenza sindacale in corso mi sento solidale con chi non riceve lo stipendio e rischia di perdere il lavoro. Bisogna pagare gli stipendi, tutelare i posti di lavoro, e se non si è in grado, ricorrere alla cassa integrazione ed eventualmente pagare la liquidazione a chi può o vuole andarsene. Le ragioni dei lavoratori tuttavia non elevano il motivo occupazionale a teoria di indipendenza giornalistica (in un giornale di partito). Sulla questione politica c'è una contraddizione, poichè la redazione di un giornale di partito non può che essere composta da persone che si riconoscono se non nella linea almeno nel progetto del partito. Il giornale di partito può essere l'avanguardia, solo se la Direzione del partito accetta di fare la retroguardia.

L'Ordinamento della professione e lo Statuto dei lavoratori tutelano i lavoratori garantiti da un contratto, ma non impediscano la separazione di persone che hanno tra loro idee politiche diverse e ben poca stima e fiducia reciproca, purchè la separazione non sia imposta e regolata unilateralmente. Nel caso, per assurdo, Liberazione avrebbe l'obbligo di tenersi anche un redattore con le impregiudicabili idee di Vittorio Feltri. Un partito non è un'azienda come le altre. Posso lavorare in una fabbrica di automobili, anche se penso che le automobili siano una schifezza. Ma non posso lavorare in un partito (nelle sue strutture, nei suoi organi) se penso che il suo progetto politico sia una schifezza. E' possibile per legge, perchè l'articolo 18 non vale per i partiti, ma vale per gli organi di partito, una contraddizione che può essere (come effettivamente è) causa di paralisi e conflitti mai ricomponibili. Contraddizioni che non sarebbe esaustivo leggere solo come vertenze sindacali. Difatti qui, alla vertenza sindacale si sovrappone anche la vertenza politica (tra vendoliani e ferreriani). Il Manifesto, che è parte terza e che avrebbe pure interesse alla proposta di privilegiare il web, per non avere più un concorrente cartaceo, la vertenza la racconta proprio così.

Le idee dei giornalisti di Liberazione sono state le idee di tutto il partito, e forse sono le idee di tutta la ex sinistra arcobaleno. Ma vi è stata una rottura, dopo la sconfitta alle politiche del 2008 su questo punto: se rilanciare Rifondazione comunista o se trasformare il cartello della Sinistra arcobaleno in un nuovo partito, in cui far confluire lo stesso Prc. Magari una rottura assurda, ma è andata così. Ora, una parte degli aspiranti "arcobaleno" è rimasta nel giornale della nuova (o vecchia) Rifondazione. L'essere in disaccordo o all'opposizione del segretario non implica il doversi separare. Dovrebbe implicarlo, il non riconoscersi più nel partito, il non riconoscere più il partito come il proprio. I giornalisti anti-ortodossi - un po' anacronistici nella loro stesso essere eretici - hanno tutta la mia simpatia, ma la Pravda ormai è solo un giornale tra gli altri, e come tale ha diritto di esistere anche lei.

P.s. All'origine della crisi di Liberazione vi sono anche e soprattutto l'esclusione del Prc dal parlamento e i tagli di Tremonti all'editoria, in una situazione in cui il monopolio della pubblicità è della Televisione - Berlusconi con il suo noto e "digerito" conflitto d'interessi si oppone a fissare qualsiasi tetto - e la carta stampata viene risarcita con il finanziamento pubblico, la cui gran parte viene però assorbita dai grandi giornali, espressioni di grandi imprese.


Articoli e comunicati
Liberazione al buio
Comunicato della M.R.C. S.p.A.
Difendiamo Liberazione, bene comune
Verbale d'incontro M.R.C. e giornalisti di Liberazione
Cdr e Assemblea dei giornalisti rispondono a Dino Greco
Liberazione, la questione non è sindacale, è politica
La solidarietà e il sostegno del Prc al direttore di Liberazione
Fort Alamo
La Fnsi e l'Assostampa romana rinnovano il sostegno ai giornalisti di "Liberazione"
Cosa succede a Liberazione

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Grazie a Facebook questa mattina ho comprato Liberazione. Questo mi chiarisce a cosa può servire Facebook. Quello che continuo a non capire è a cosa serva Liberazione. Ho letto l'editoriale del nuovo direttore, Dino Greco. Sembra una persona sobria e sono d'accordo con quello che ha scritto. Come successore di Sansonetti ha gioco facile. Tuttavia, questo giornale è ben poca cosa, costa un sacco di soldi (all'anno tre milioni di euro?) e non lo legge quasi nessuno. Ha solo cinquemila lettori. Se anche li raddoppiasse, resterebbe una dimensione insignificante, magari sufficiente a "sabotare" il manifesto. Ma tra la qualità dei due giornali non c'è paragone. Comprendo il bisogno di autorappresentarsi, di dare un orientamento a funzionari, militanti e simpatizzanti, ma per questo un blog, una pubblicazione online, sarebbero sufficienti - magari con una ragionata rassegna stampa italiana ed estera - anzi, sarebbero anche più utili, sia come informazione, sia come principio organizzativo: un blog che commentasse quasi in tempo reale i principali avvenimenti e permettesse la partecipazione, la formazione di una comunità virtuale. Persino il New York Times medita di trasferirsi solo in rete. Su carta, continua a valere l'approfondimento, la lettura impegnata. Una rivista politico culturale la comprerei volentieri, anche senza l'avviso di Facebook.
 
(20 gennaio 2009)

2 commenti:

  1. E' vero, il giornale è modesto, piccolo, scombinato e lo leggi in un attimo. Eppure lo preferisco al saccente e polveroso Manifesto. Non lo trovo affatto inutile, diciamo che, ora come ora, sembra un quotidiano "bloccato", che risente della discrepanza tra una redazione di giornalisti (alcuni scrivono anche molto bene) e una direzione politica che ben poco ha a che vedere con il giornalismo. Allo stesso tempo questa discrepanza lo rende a volte imprevedibile.

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  2. Ciao Diana. Può essere che il mio giudizio sia troppo categorico. In fondo, è dai tempi della direzione di Sandro Curzi, che non sono un lettore assiduo e quindi non parlo con effettiva cognizione di causa. Posso dire che Liberazione ho sentito il bisogno di leggerla soprattutto nei miei periodi di militanza, ma al di fuori della vita di partito, anche solo per alimentare o sostenere occasioni di dibattito in rete, mi sono risultati più utili il Manifesto e persino Repubblica. Credo in ogni caso che due quotidiani comunisti siano irrazionalmente troppi.

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