mercoledì 1 settembre 2010

Lo stato dell'identità

I musulmani devono dissociarsi dal terrorismo islamista, gli ebrei dalle guerre e dalle rappresaglie di Israele, altrimenti non si può dar torto a chi li considera complici? Gli si dà torto lo stesso, tuttavia si può comunque ragionare intorno al modo più opportuno di far fronte a quel torto, a come evitare di prestargli alibi. Chiedere ai musulmani di dissociarsi dal terrorismo islamico, non è in linea di principio una cosa sbagliata. Dipende con quale intenzione lo si fa, in quale modo, per ottenere esattamente che cosa, e a quali precisi interlocutori ci si rivolge. Ovvio che se la richiesta è animata da autoritarismo, islamofobia, inquisizione, è da respingere. Nè ha senso rivolgere la richiesta a singoli individui i quali si caratterizzano solo per la conduzione di una normale vita quotidiana. Nè può essere adeguato pretendere la sottoposizione ad atti simbolici (giuramenti, condanne). Però, nel momento in cui il terrorismo si legittima con l’islam, può avere un senso rivolgersi alla società civile islamica, per chiedere di delegittimare il terrorismo. Quindi, rivolgendosi alle comunità, alle associazioni, i cui scopi sono di rappresentanza, per capire se e quale contributo possono dare, secondo la loro volontà, disponibilità, sensibilità, orientamento. Questo secondo me è legittimo. Questo in parte già avviene. Avviene anche spontaneamente, perchè nell’islam vi è già (non da oggi) una conflittualità interna, un contenzioso identitario. Come anche un complesso di legittimazione. La richiesta di delegittimare il terrorismo viene prima di tutto dall'interno dell'islam.

Qualcosa del genere avveniva tra i comunisti. Di fronte al terrorismo delle Brigate Rosse, la posizione del PCI non era quella di un qualsiasi altro partito. Il PCI, nella lotta al terrorismo combatteva non solo contro i terroristi, ma anche per la difesa della propria identità e della propria legittimazione, poichè quelli agivano in nome del comunismo. Disse Alessandro Natta, dirigente storico, esponente del fronte del No alla Bolognina, che fu quella l’unica volta che pensò seriamente al cambio del nome.

Un’altra analogia, più pertinente al rapporto tra ebrei e Israele è il rapporto tra i comunisti e l’Unione sovietica. Faccio subito salva una differenza: ebrei si nasce, comunisti si diventa e se ne è responsabili. Tuttavia, tante dinamiche sono somiglianti. Abbiamo uno stato che realizza un ideale e che si ammanta di una identità ideologica. In un primo tempo è l’ideologia a dare una identità allo stato, ma successivamente è lo stato a determinare quella identità ideologica, a dare cioè una identità, un senso all’ideologia. (l’Urss come Israele). Abbiamo organizzazioni che nei vari paesi si ispirano all’ideologia di quello stato e di conseguenza ne difendono la ragion di stato. Sono, nei vari paesi, i rappresentanti di quello stato. (I partiti comunisti come le comunità ebraiche). Abbiamo correnti politiche avversarie che usano gli errori, i difetti, gli atti condannabili di quello stato, come proprio principale argomento di battaglia. (L’anticomunismo come l’antisemitismo). Abbiamo un’autopercezione comune allo stato e ai suoi rappresentati nei vari paesi, che si sentono accerchiati dal resto del mondo, sempre nel mirino di una propaganda avversa che monopolizza l’informazione. Abbiamo i dissidenti, gli eretici, gli oppositori interni al movimento, che vedono negli errori, nei difetti, negli atti condannabili dello stato, il punto di maggior debolezza, esposto all’iniziativa degli avversari (I comunisti antistalinisti come gli ebrei antisionisti). Entrambi giudicati al soldo del nemico, quinta colonna interna, utili idioti, etc.

I nemici certamente usavano il legame di ferro con l’Urss per delegittimare i comunisti, ma tanti amici e potenziali alleati, consigliavano, chiedevano ai comunisti di smarcarsi da quel legame, finchè all’interno stesso del partito si fece strada questa posizione, anche per senso di opportunità.Resta da ve dere quante speranze ha l’impresa di essere compiuta. Per me, nessuna. Una cosa è delegittimare le BR o Al Qaeda, altra cosa è delegittimare uno stato, il quale riceve, ma soprattutto dà identità. Finita l’Urss è finito anche il comunismo, e si è sciolto anche il più diverso e autonomo dei partiti comunisti occidentali, perchè in tutto il mondo, l’Urss era, fra tutte, la cosa più importante del comunismo, che dava un senso a tutto l’insieme. Israele è una funzione simile nei confronti dell’ebraismo. E’ la sua cosa più importante, che dà un senso a tutto il resto. Qui, la penso come Amos Luzzatto: “Israele non serve per darci la sicurezza, serve per darci una identità”. E nella contrapposizione identitaria, la chiesa, lo stato, l’istituzione vince sempre. Se si può si riforma, altrimenti prima o dopo crolla e trascina con sè tutto il resto.

* * *

Quale che sia la realtà di riferimento, quasi sempre abbiamo a che fare con realtà plurali. Anche il comunismo lo è stato, così come lo è ciò che ne resta. Oggi in Italia abbiamo almeno cinque partiti che si richiamano al comunismo, più varie sigle minore, divise in varie correnti al loro interno. E ciascun gruppo, ma anche ciascun singolo, inteviene dicendo quel che secondo lui i comunisti devono o non devono fare. Pena questa o quella catastrofe. Anche se non se ne accorge nessuno, ma qualche volta si, questi interventi vengono fatti anche in spazi pubblici. Ma succede così in tutte le aree politico culturali. Per cui c'è sempre qualcuno che dice cosa devono fare i laici, i cattolici, i liberali, i riformisti, gli ambientalisti, etc. A volte il discorso è interno, a volte è pronunciato all'esterno ma rivolto all'interno, a volte è indirizzato all'interno per parlare all'esterno. Tipo la lettera aperta. Ti scrivo un lettera aperta perchè in realtà voglio che la leggano tutti. Poi se la leggi anche tu tanto meglio. Si fa solo per ciò che riguarda la politica interna? Dipende. L'interesse nazionale può entrare in gioco anche in politica estera. Oppure, la concezione di chi si pronuncia è quella cosmopolita internazionalista, per cui non c'è sostanziale soluzione di continuità tra politica interna e politica estera. I comunisti si sono sempre fatti i fatti loro oltre i confini nazionali. Per cui il tal partito del tal paese criticava il partito fratello per la sua politica interna, perchè troppo dura, perchè troppo morbida. Il PCI veniva sempre interrogato sull'Urss. E a sua volta ribatteva interrogando sugli Usa.

Gli ebrei non si sentono rappresentanti di Israele? Questo io non lo so. Posso dire che gli ebrei che conosco io, prevalentemente in rete, si comportano come se lo fossero. Simpatizzano, solidarizzano, si identificano. Posso fare una ipotesi. Vi sono persone che vivono la propria identità nella sfera privata e altre che la vivono e la proiettano nella sfera pubblica. Secondo me, questi ultimi si caratterizzano quasi sempre per una presa di posizione a favore o contro Israele. Generalmente a favore. E per me, è un loro sacrosanto diritto. Tuttavia, insieme con questo e proprio per questo, esiste il diritto di interloquire. Data una intervista come questa dal primo rappresentante della Comunità ebraica, io mi permetto di interloquire. Che può significare: consentire, dissentire, obiettare, suggerire, etc. A me, personalmente, non interessa che la Comunità ebraica si pronunci su Israele, più di quanto possa interessarmi il pronunciamento di chiunque altro, però nel momento in cui lo fa, nel momento in cui anzi è lei a chiedere a me di farlo, mi pronuncio anch'io, critico e commento. Eventualmente, indico pure un'alternativa. Non si tratta di un intervento che irrompe in un quadro dove ciascuno si fa tranquillamente gli affari suoi. Il quadro è quello in cui i rappresentanti delle Comunità ebraiche vanno dai sindaci a chiedere di illuminare il loro più importante monumento per richiedere il rilascio dell'unico prigioniero israeliano in mani palestinesi. Semmai considero illusorio il discorso che chiede agli ebrei di dissociarsi da Israele per non alimentare l'antisemitismo. Data una forte identità politico, nazionale, territoriale, dell'ebraismo, a 60 anni dalla fondazione di Israele, non c'è dissociazione che tenga. Se anche si realizzasse l'euroebraismo (come l'eurocomunismo), l'eventuale futura sconfitta di Israele cadrebbe comunque sulla testa di tutti gli ebrei, così come il muro di Berlino è caduto sulla testa di tutti i comunisti e forse di tutte le sinistre, quali che fossero le distinzioni e le dissociazioni. Infatti, facevo il tifo per la Perestroijka.

* * *

Non ritengo di avere paragonato una identità (etnico)religiosa ad una  identità politica. Ho proposto una analogia nel rapporto tra comunisti e Urss e tra ebrei e Israele. Lo stato cattolico, la patria del socialismo, lo stato ebraico, la repubblica islamica, sono concetti somiglianti. Vi è una entità statuale e vi è una identità che la qualifica, una identità ideologica o religiosa. Capisco che all’essere ebrei si attribuisce anche un connotato etnico. Loro stessi se lo attribuiscono (tutti?) nell’autopercezione di essere un popolo. Credo questa sia una questione irrisolta. Un ebreo iracheno è della stessa etnia di un ebreo americano? Tuttavia, anche l’attributo di una identità etnica ad uno stato può avere un significato simile a quello dell’identità ideologica o religiosa, nel momento in cui vuole avere significato escludente.

Se al di fuori degli stati “identitari”, negli altri paesi, si formano comunità che si richiamano all’identità di quegli stati, o che comunque hanno la stessa identità di quegli stati, secondo me, tali comunità stabiliscono rapporti analoghi. Così come una identità ideologica, religiosa, etnica, o di altra definizione può costituire il fondamento (anche solo mitico) di uno stato, può allo stesso modo costituire il fondamento di una associazione e di una attività politica. Si può essere militanti etnici, religiosi, ideologici, etc. per rappresentare nello spazio pubblico quella specifica identità. Viceversa, è possibile avere una identità politica e non fare politica. Ho le mie idee, dò il mio voto, ma non ne parlo con nessuno.

* * *

E' lecito citare l'antisemitismo per orientare gli ebrei (quelli impegnati nel dibattito politico, quelli che si danno o che ricevono una funzione di rappresentanza)? Dipende. “Ebrei” è una espressione onnicomprensiva dell’insieme degli ebrei. Ma questo genere di espressioni si usa per comodità espositiva. Si fa lo stesso nei confronti di qualsiasi insieme, dai cattolici alle donne. I cattolici devono rispettare la laicità dello stato, le donne devono uscire dal silenzio, etc. L’importante è che l’interlocuzione sia corretta e non offensiva. Insomma, dipende sempre da chi fa che cosa, come, perchè, quando e in quale situazione. Il giusto principio è un criterio per orientarsi nel mondo, al fine di dare il giusto giudizio. Non è il giudizio già bello e pronto.

Cito ad esempio, due modalità. Una vuole ragionare dal punto di vista dell’interlocutore. Sua preoccupazione è l’antisemitismo. Lui sostiene le sue idee proprio in opposizione all’antisemitismo. Difendere Israele serve a difendere la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo. Gli si può far notare (se lo si pensa) che proprio questa sua posizione determina una condizione favorevole all’antisemitismo, poichè confonde gli ebrei con Israele inducendo in confusione anche gli oppositori di Israele. Un’altra modalità vuole semplicemente usare un argomento polemico. Tu mi dici che la mia critica ad Israele è antisemitismo? Io ti dico che è la tua difesa di Israele a favorire l’antisemitismo.

Sono queste, modalità interlocutorie legittime, come pure è legittimo ritenere che l’antisionismo non si confonderà con l’antisemitismo solo se gli ebrei saranno capaci di non confondersi con Israele. Legittime, non vuol dire necessariamente giuste. Dato il pluralismo del mondo ebraico, esisterà sempre una sua parte a fianco di Israele. E dato l’ineliminabile principio di proprietà transitiva in larga parte dell’umano modo di pensare, essa sarà sufficiente per coinvolgere tutti gli altri. La stessa identità ebraica della più importante delle istituzione ebraiche sarebbe a questo proposito sufficiente, nell’ipotesi irrealistica di una diaspora ebraica compattamente antagonista allo stato ebraico. L’ebreo che si dissocia può salvarsi dall’antisemitismo “politico”, ma non da quello che crede nei protocolli dei savi di sion o che lo accusa di deicidio. Inoltre, l’ebreo che si dissocia dallo stato ebraico, può sempre poi associarsi a qualcos’altro di “sbagliato”. L’anticomunismo infierisce anche sul presidente degli Stati Uniti quando fa una timida riforma sanitaria imperniata sul principio del “pubblico”.

Nessun commento:

Posta un commento