giovedì 12 agosto 2010

Politicamente corretto

Il politicamente corretto viene spesso usato come un punching ball da chiunque dica di voler dichiarare verità scomode senza cautele di sorta. Esiste persino un libro di Gianni Minà titolato nel suo contrario: "Politicamente scorretto". Un libro che, nel suo frontespizio, dichiara di voler far conoscere notizie considerate scabrose e analizzarle secondo dati certi, contro una visione del mondo imposta attraverso i media dai poteri politici ed economici (...) un esercizio di controinformazione sugli avvenimenti più diversi e controversi del nostro tempo: dall'incontro con il subcomandante Marcos alla cronaca della repressione messa in atto da un segmento delle nostre forze dell'ordine al G8 di Genova nel 2001; dalle ipotesi sui meccanismi che hanno favorito gli attentati dell'11 settembre, alle rivelazioni del diplomatico Usa Wayne Smith sulla ripresa delle relazioni con Cuba che il presidente Jimmy Carter stava per firmare se non avesse perso le elezioni contro Ronald Reagan. Osservazioni spesso provocatorie, ma comprovate e mai smentite, che costituiscono uno strumento per comporre un quadro lucido del nostro tempo.

Perfetto. Ma tutto questo cosa c'entra con il titolo del libro? Il politicamente corretto, non vieta di dire la verità, anche se scomoda al potere, nè vieta di dire pane al pane, vino al vino. Vieta di dire "negro al negro, frocio al frocio". Ovvero di usare un linguaggio dispregiativo nei confronti di categorie tradizionalmente svantaggiate e discrminate.

Pur non essendo una questione di sintassi e grammatica, mi si obietta in una discussione che è preferibile dire la cosa giusta con le parole sbagliate, piuttosto che la cosa sbagliata con le parole giuste. Ma è tecnicamente possibile dire le cose giuste con le parole sbagliate? Certo che si, mi si risponde. Ad esempio: "Negri e bianchi sono uguali" è una cosa giusta detta con parole sbagliate. "Il sionismo è un'idologia razzista" è invece una cosa sbagliata detta con parole giuste.

Tuttavia, noi non siamo "negri". Per noi è facile archiviarla così. Se invece il termine dispregiativo toccasse noi, il messaggio ci apparirebbe quantomeno divergente. Eppure i neri, quando vogliono, si chiamano "negri" tra loro. Ma questo non vuol dire gradiscano essere chiamati così da un bianco.

Inoltre, le due frasi non sono paragonabili. Nella prima "negri" è un sostantivo (chi lo pronuncia presume sia universalmente condiviso), nella seconda "razzista" è un aggettivo (chi lo pronuncia sa che è solo il suo punto di vista). Nel primo caso, poi, oggetto della definizione dispregiativa è un gruppo umano, che non ha senso identificare con caratteristiche positive o negative. Nel secondo, una ideologia, che invece può essere giudicata o definita in modo positivo o negativo.

Anche razzista può essere sostantivo, ma in quanto "fautore del razzismo", nel caso non vi sarebbe discordia tra il mittente e il ricevente la definizione. Es. un conto è dire "comunisti" riferendosi ai militanti del partito comunista, un altro è dire "comunisti" riferendosi agli oppositori, ai magistrati, ai giornalisti, ai sindacalisti, etc. Nel primo caso è un sostantivo, nel secondo un aggettivo.

Riguardo la valenza dell'offesa (se razzista o non razzista), dipende da ciò che viene effettivamente offeso. Posso offenderti per qualcosa che ti è proprio e di cui tu sei responsabile, un fatto che hai commesso, una cosa che hai pensato, e da cui puoi potenzialmente emendarti. Posso offenderti per qualcosa che ti è proprio (innato) e di cui tu non sei responsabile e da cui non puoi emendarti. Il colore della tua pelle, dei tuoi capelli, dei tuoi occhi, il tuo orientamento sessuale, la tua etnia, una tua caratteristica fisica. Sei nataocosì e puoi morire soltanto così.

Il "politicamente corretto" è il rifiuto di questo secondo tipo di offesa. E' il definire l'altro rispettando la sua autodefinizione. Anche se in Italia (non so altrove), il politicamente corretto è stato inteso nel senso di non parlar mai male del presidente della repubblica o del papa.

Non si tratta tanto di essere duri o morbidi, quanto di parlare in modo circostanziato, il più possibile preciso, in riferimento a fatti e soggetti: dire chi ha fatto cosa. E poi dirne bene o dirne male. Se si usa un linguaggio generico e aggressivo nei confronti di appartenenze nazionali o religiose, ben che vada si è a rischio di fraintendimento. L'immunità da razzismo, antisemitismo, islamofobia, sessismo, omofobia, non è scontata per nessuno.

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