domenica 12 settembre 2010

Gli imprenditori sono sfruttatori

Gli imprenditori sono sfruttatori. Lo scrivo senza avversione nei loro confronti. Non è un giudizio morale, è una candida constatazione. E' il loro modo di operare in un sistema economico fondato sullo sull'asservimento del lavoro altrui. La stessa parola imprenditore è un modo gentile di chiamare il padrone. Gentilezza ricambiata quando il padrone chiama "collaboratore" il suo dipendente. Per quanto il rapporto tra padrone e dipendente (o tra imprenditore e collaboratore) possa essere ingentilito, incivilito e regolato, resta comunque un rapporto di asservimento e di espropriazione. Se così non fosse quel rapporto entrerebbe in crisi e si spezzerebbe.

Il lavoratore offre all'imprenditore il suo lavoro. L'imprenditore in cambio gli dà un salario. Questo scambio non è di uguale valore, non può esserlo. Se il lavoro vale meno del salario, l'imprenditore va in fallimento. Se il lavoro vale quanto il salario, l'imprenditore va in pareggio. Se il lavoro vale più del salario, l'imprenditore va in attivo. Questo attivo è il profitto. Che si può fare appunto solo se il lavoro vale più del salario, cioè solo mediante sfruttamento. Ridotta ai minimi termini è la teoria del plus-valore di Karl Marx.

Il profitto viene reinvestito e questo giustificherebbe l'espropriazione del lavoratore di parte della ricchezza da lui prodotta. Quanto viene reinvestito e in cosa però lo decide solo l'imprenditore con l'ausilio del suo management. Parte del profitto sarà reinvestito nella produzione, una parte in operazioni finanziarie, e una parte nel consumo di lusso, dalle ville agli yacht.  Anche un'azienda statale o cooperativa è capace di fare profitto e di reinvestirlo. Il diverso assetto proprietario potrebbe anzi meglio garantire l'interesse pubblico nelle finalità del reinvestimento.

Con il crollo dell'Urss, ma anche con la fine del sistema di potere clientelare democristiano, il modello dello stato imprenditore è disprezzato e considerato per efficienza inferiore al modello dell'imprenditore privato. Ma quel sistema, nonostante il suo insuccesso considerato "definitivo", non ha sempre fatto schifo. L'Italia dell'Iri è stata l'Italia della ricostruzione e del boom economico. Il modello sovietico, per quanto esecrabile ha permesso l'industrializzazione di un grande paese e la vittoria nella seconda guerra mondiale. In tempo di guerra, quando l'esigenza di razionalità ed efficienza sono massime, è lo stato ad assumere la direzione dell'economia. Le poste, le ferrovie, la sanità di norma funzionano meglio come servizi pubblici.

Non vi è motivo di pensare a priori, che uno stato democratico, con un sistema di alternanza, non possa essere un buono stato imprenditore e insieme un regolatore di sistemi pubblici locali e cooperativi. Quando una importante azienda o una importante banca vanno in rosso è lo stato che ripiana i debiti, è la socializzazione delle perdite a riparare i danni. Dunque, perchè non socializzare anche gli utili? La Fiat è stata comprata un sacco di volte dallo stato, perchè deve continuare ad essere privata, perchè deve poter mettere lo stato e i lavoratori con le spalle al muro, con il ricatto di poter andare altrove dove i lavoratori si fanno sfruttare di più, senza vincoli sindacali ed ambientali e permettersi di non applicare le sentenze della magistratura che dispongono il reintegro dei lavoratori licenziati per rappresaglia sindacale?

Il privato sarebbe mosso da incentivi che il pubblico non può avere. Perchè un politico non dovrebbe avere interesse a che l'azienda pubblica vada bene? Se fa buoni profitti, può finanziare i servizi, investire nelle infrastrutture, aumentare i salari, avere più consensi, ed essere così rieletto. Perchè invece questo dovrebbe essere comunque l'interesse di un manager privato che quando fallisce se ne va con buone uscite multimilionarie, dopo aver accumulato compensi da capogiro e stock options? Oggi esiste il vincolo di bilancio. Ogni anno, per risanare i conti lo stato approva leggi finanziarie che tagliano le spese e aumentano le tasse. Perchè non sarebbe più proficuo avere delle imprese pubbliche che creano profitto? E con tale profitto risanare il debito, finanziare le opere, i servizi, creare posti di lavoro e magari persino abbassare le tasse? Dipende dalla qualità della classe politica, così come l'andamento delle imprese private dipende dalla qualità degli imprenditori, ma non credo che, oltre a questo, ci sia una legge di natura per cui l'impresa pubblica non possa essere al livello, e anche meglio, di una impresa privata. Enrico Mattei aveva meno inventiva di Vittorio Valletta? Non capisco bene il meccanismo per cui lo stato non possa fare bene quello che fa un imprenditore. Si diceva agli albori delle privatizzazioni: «Lo Stato non deve fare i panettoni!». Ma perchè è meglio che li faccia la Nestè? Con gli ogm.

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