domenica 31 ottobre 2010

Fabio Fazio non intervista gli operai


Fabio Fazio non inviterà gli operai della Fiat a replicare all'intervista di Sergio Marchionne, ma Susanna Camusso, nuova segretaria generale della Cgil, per raccontare la prima volta di una donna alla guida della principale confederazione sindacale italiana. Meglio che niente, ma Camusso corrisponde a Marcegaglia, mentre l'amministratore delegato dovrebbe essere messo a confronto con i suoi operai o con i delegati sindacali dei suoi operai, magari proprio quelli licenziati per rappresaglia.

Un programma ha comunque il diritto di essere unilaterale. Pluralismo e par condicio devono emergere dal panorama complessivo dell'informazione e non necessariamente da una singola trasmissione. Peccato che, a parte Annozero, operai, impiegati, studenti, disoccupati, i soggetti sociali non abbiano quasi mai accesso alla possibilità di autorappresentarsi. Se e quando va bene, li rappresenta un partito, un sindacato, un'associazione. Imprenditori e manager, invece no, possono rappresentarsi in proprio, ed anche essere particolarmente ringraziati per aver concesso la propria presenza.

In questa unilateralità, il giornalista potrebbe almeno recitare la parte del diavolo ed esercitare un contraddittorio, invece di accompagnare cordialmente un monologo, magari preparandosi prima sull'argomento, in modo da riconoscere subito le inesattezze affermate dal proprio interlocutore. Per esempio, sempre parlando dell'intervista di Marchionne, quella secondo cui il sistema di pause introdotto a Pomigliano sarebbe già in vigore a Mirafiori. Oppure, quando l'ad ha dichiarato di essere un metalmeccanico, poteva ben starci una domanda sull'enorme differenza salariale tra un manager e un operaio, tanto da rendere di dubbio gusto quella battuta. Come osserva, Maurizio Landini segretario della Fiom, per stipendio Marchionne non è uno, ma 435 metalmeccanici.

Sarebbe stato interessante approfondire l'effettiva importanza dell'Italia per la Fiat. Marchionne ha dichiarato essere il nostro paese solo un peso per la sua azienda, poichè l'Italia non porterebbe un euro di utile, senza l'Italia la Fiat farebbe meglio, la Fiat resterebbe in Italia solo per responsabilità sociale e questo spiegherebbe niente di meno che la delocalizzazione all'incontrario della Panda da Tichy (Polonia) a Pomigliano (Italia). Passi non andare via, ma addirittura tornare. Perchè mai, se è così sconveniente? Inoltre, è proprio vero che l'Italia non porta utili. Pur lasciando da parte l'importante capitolo di agevolazioni, finanziamenti e incentivi - otto miliardi di euro in trent'anni - ci sarebbero i buoni bilanci (in attivo) di Ferrari, Iveco, Cnh, Sevel, e della stessa Fiat Auto per ciò che concerne le vendite in Italia, mentre va sotto nelle esportazioni all'estero.

E poi, quei dati sull'Italia - 118° posto su 139 per efficienza del lavoro ed è al 48° posto per la competitività del sistema industriale - da dove arrivano, come si sono formati e, soprattutto, da cosa dipendono? Forse dai lavoratori? Obietta, Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom, che sono i dati del Word economic forum, cioè l’associazione di padroni, banchieri e manager che si riunisce ogni anno a Davos in Svizzera, meeting contro il quale è nato il Social Forum.  Il 118° posto l’Italia lo riceve non per l’efficienza dei lavoratori, ma per l’efficienza del mercato del lavoro, cioè per la libertà delle imprese, e qui ci sarebbe molto da discutere, di assumere e anche licenziare. E’ un giudizio, naturalmente, ma se Marchionne avesse detto in televisione: “siamo tra gli ultimi per la possibilità di licenziare” non avrebbe fatto la stessa figura. Il 48° posto italiano per la competitività è la media di diversi fattori, per esempio il 101° posto dato al mercato finanziario e posizioni altrettanto basse per la giustizia fiscale, la corruzione, la competitività ambientale, la pubblica amministrazione, ma il 20° posto per costo del lavoro, il più virtuoso dei fattori. Forse Marchionne dovrebbe allora rivolgere la sua insoddisfazione prima di tutto al governo.

In effetti, Marchionne parla anche al governo che non ha una politica industriale e non sostiene gli investimenti come gli Usa per la Chrysler o la Ue per gli stabilimenti in Serbia. Ma le proposte dell'ad riguardano l'organizzazione del lavoro, la riduzione delle pause, la metrica del lavoro (l'ottenere la miglior prestazione fisica e mentale di un operaio in un minuto), la limitazione del diritto di sciopero e della retribuzione della malattia per contrastare l'assenteismo. Si tratta della limitazione di diritti costituzionali. Il diritto di sciopero è individuale e non può disporne un contratto collettivo. L'assenteismo è già in calo e dal 2008 si è ridotto al 3,7%. Marchionne parla degli operai che si assentano per vedere le partite di coppa il mercoledì, ma se questo realmente succede è possibile che vi sia un tacito accordo con i capi. A Termini Imerese durante i mondiali, fece notizia un giorno di sciopero per poter vedere la partita. Sui giornali la vicenda fu rappresentata così e lo stesso ad colse la palla al balzo per denunciare l'assenteismo, ma la possibilità di guardare le partite dell'Italia ai mondiali era inclusa nel contratto. Punto disdetto unilateralmente dall'azienda, perciò lo sciopero. Perciò, prima di denunciare i propri dipendenti come fannulloni, l'azienda dovrebbe considerare che tipi di accordi sottoscrive, formalmente e tacitamente. Forse che la Fiat non preferisce i tifosi ai sindacalizzati?

Ma soprattutto, un intervistatore adeguato avrebbe chiesto a Marchionne, come fanno gli stabilimenti italiani a non essere sottoutilizzati, se 22 mila lavoratori sono in cassa integrazione. E in che modo la riduzione delle pause e la limitazione dei diritti renderebbe più appetibili le auto Fiat rispetto alle auto straniere sullo stesso mercato italiano (solo tre auto vendue su dieci sono Fiat). E se si produce la Panda, se la Fiat continua ad essere specializzata nella costruzione di auto piccole, come può accorciare le distanze con gli altri grandi costruttori europei specializzati nella costruzione di auto di fascia medio-alto, quelle sulle quali si guadagna di più? Senza questa prospettiva, come possono i salari italiani allinearsi a quelli dei paesi vicini, come promesso dall'ad, cioè aumentare dal 30 all'80 per cento? Secondo Luciano Gallino, l'utilizzazione degli impianti potrebbe salire se si concentrasse la produzione in due, tre grandi stabilimenti, per ridurre drasticamente i chilometri che ogni pezzo deve percorrere prima di arrivare dove viene montato. Già, ma fin dagli anni '80 la frammentazione della produzione fu decisiva anche per la frammentazione e quindi l'indebolimento della classe operaia e del sindacato.

Riferimenti:
Ecco tutta la verità su quanto guadagna la Fiat in Italia (Andrea Malan, Sole24Ore 25.10.2010)
La Fiat e il modello Pomigliano. Un carteggio Ichino-Leonardi (Davide Orecchio, Rassegna 25.10.2010)
Produttività, da 4 a 8 mila esuberi per stare al passo con gli stranieri (Paolo Griseri, Repubblica 26.10.2010)

martedì 26 ottobre 2010

Si può dire che Marchionne fa schifo?

Su Facebook, Paolo Ferrero, segretario del Prc, ha dichiarato a caldo, domenica 24, ore 21,12, proprio mentre va in onda "Che tempo che fa": «Marchionne dice che non fa politica perchè fa il metalmeccanico. Falso. Lui fa il padrone ed è capace di una demagogia da far invidia a Berlusconi. Marchionne è un padrone di una azienda che vive sul fatto che lo stato italiano li ha riempiti di soldi. Marchionne fai schifo!» 

Nel merito il giudizio può essere condivisibile, ma lo è anche il modo in cui viene espresso? Sempre su Facebook, lo stesso Ferrero torna in argomento e ribadisce: «Qualche compagno si è scandalizzato perchè ho detto che Marchionne fa schifo. Qualche altro dice che dobbiamo essere più analitici.Io non penso che normalmente vadano usati gli insulti nei confronti degli avversari e ritengo necessario un solido impianto analitico. Ribadisco però che il tasso di malafede, di manipolazione e di demagogia che emerge dai discorsi di Marchionne chiede un giudizio netto. A me fa schifo.»

In verità, non si è scandalizzato praticamente nessuno. Il suo "stato" (così si chiama il messaggio che ciascun utente di Facebook può postare sulla propria bacheca) è piaciuto a 355 persone ed ha ricevuto 90 commenti quasi tutti favorevoli e arrabbiati. Nella discussione che segue, Ferrero afferma ancora: «Fazio è un simpatico sdoganatore del politically correct. Ho visto la trasmissione con Tronchetti Provera - "oo sccpioone" e mi è bastato». Intendendo, evidentemente, il politically correct nella concezione italiana:  essere garbati e acritici nei confronti del potere.

Soltanto un compagno ha scritto: «condivido ma, mi piacerebbe sapere chi pubblica a nome di Ferrero: questo non è certo lo stile del segretario di Rifondazione». In effetti, una questione di stile c'è. Di stile e di temperamento. Posso dire che su di me, volgarità e aggressività verbale non esercitano una grande attrazione. Si possono e si devono dire cose vere, comprensibili e incisive, senza prendere la scorciatoia dell'insulto. L'autonomia si fa valere anche nel linguaggio. Il modo in cui parli, anche quando definisci gli altri, dice chi sei tu. Perchè imitare la Lega? Conoscendo un po' Paolo Ferrero, mi sembra di vedere qui la sua testa cercare di imitare un pancia. Nell'era dei talk-show, dominata dal celodurismo, dalla volgarità e dalla maleducazione forzaleghista, è passata l'idea che il linguaggio insultante e umorale sia vincente, mentre la sinistra quando parla non si capisce

Eppure, leader vincenti e ascendenti, come Togliatti e Berlinguer parlavano in modo educato, corretto, e anche colto. Non si sarebbero mai espressi così, rivolgendosi a Valletta o a Romiti o a chiunque. Ne si sarebbero espressi così Lucio Magri, Sergio Garavini, Fausto Bertinotti. Forse si sarebbero espressi così Mario Capanna e Giovanni Russo Spena, leader di Democrazia Proletaria, piccolo partito della sinistra radicale degli anni '80, da cui Ferrero in fondo proviene. Ma non avrebbe parlato così neppure il Paolo Ferrero ministro della solidarietà sociale. Il modo in cui parli dice anche se, quale e quanta responsabilità hai. Se conti qualcosa o non conti nulla. Non c'è nulla di male ad essere in minoranza fino ad essere un piccolo, piccolissimo partito extraparlamentare. C'è qualcosa di male quando inizi a comportarti come un piccolo, piccolissimo, irrilevante partito, che punta sul chiasso e la demagogia per farsi notare un po' (smentita leghista permettendo). In questo ruolo, Paolo Ferrero risulta esteticamente stonato.

Ma vediamo più in dettaglio, perchè secondo Ferrero, Marchionne fa schifo:
«L'assenza di altri produttori di auto in Italia è stata perseguita con attenzione nel corso degli anni proprio dalla Fiat. Ricordo ancora quando a metà degli anni 80 si discusse la ford potesse comprare l'alfa romeo e la fiat fece di tutto per impedirlo. Adesso Marchionne sta facendo una doppia porcheria: Lui ha preso i soldi da Obama e sposta degli USA le produzioni ad alto valore aggiunto (a partire da auto ibrida). Poi sta vedendo se in Serbia riesce a produrre quasi a gratis le auto. Da questo punto di vista Marchionne stà demolendo il mercato perchè è lui che tira in basso i costi, agendo in completo sovvenzionamento sia in USA che in Serbia. Un vero e proprio assistito. A partire da questa situazione stà giocando a Poker. Se riesce tira giù salari e diritti in italia sfasciando il quadro constituzionale e democratico in cui ci muoviamo. Se non riesce ha la scusa per abbandonare l'Italia (dove fa 600.000 vetture, ben poca cosa) e spostare in un posto maggiormente sovvenzionato o con costo del lavoro più basso. In una situazione in cui in Germania producono 5 milioni di auto pagando i lavoratori 2500 euro al mese, io penso che Marchionne fa schifo in quanto ammanta di antipolitica e di pura tecnicalità quella che è una gigantesca operazione politica non dettata da problemi di mercato ma dalla volontà di demolire i diritti dei lavoratori in Italia e di avere facili guadagni come impresa. E' l'emblema del raider che la globalizzazione neoliberista ha generalizzato nella finanza e che lui applica alla produzione. Un essere amorale che guadagna tanto più distrugge diritti, civiltà, sicurezza di vita. In confronto un militare fa un mestiere moralmente irreprensibile, perchè almeno il rischio è reciproco, mentre Marchionne ha licenza di distruggere ma lui non è toccabile. Un esempio di grande potere privo di responsabilità. Se non è schifo questo io non so più cosa è lo schifo». (Facebook, 25 ott)

lunedì 25 ottobre 2010

La Tav incrina la sinistra in Piemonte

Perchè la sinistra in Piemonte alle regionali del 2010 non ha replicato la vittoria delle regionali del 2005?

Abbiamo visto che la presenza di liste irregolari nella coalizione di centrodestra sono una parte della spiegazione. Roberto Cota vince su Mercedes Bresso con 9.372 voti di scarto. Le liste contestate ottengono complessivamente 76.188. Per la precisione: I Verdi Verdi per Cota 33.411 voti (1,76%) lista contestata per aver indotto in confusione l'elettore; Partito dei Pensionati 27.797 voti (1,46%) lista contestata per essersi presentata con le firme false; Al Centro con Scanderebech 12.154 voti (0,64%), lista contestata per non aver presentato le firme, avvalendosi del fatto di essere stata promossa da un consigliere regionale, lo stesso Scanderebech, però fuoriuscito dal suo gruppo di appartenenza, l'Udc; Lista Consumatori 2.826 voti (0,14%), contestata per la stessa ragione della lista di Scanderebech. Solanto il ricorso per i Verdi Verdi è stato respinto dal Tar. Rimangono 42.777 voti attribuiti a liste di dubbia legittimità. Quasi cinque volte di più dei 9.372 voti di vantaggio di Cota.

Tuttavia, annullando o redistribuendo questi voti come stava facendo il riconteggio disposto dal Tar, otterremmo anche per Bresso una vittoria di stretta misura, ben differente dalla vittoria limpida e netta del 2005, quando Bresso prevalse su Ghigo con 90.361 voti di scarto.

Cosa è successo in questi cinque anni? Perchè il PD è arrivato a dubitare dell'opportunità di ricandidare Mercedes Bresso per un secondo mandato, accarezzando l'idea di puntare sul sindaco di Torino Sergio Chiamparino? La discussione nel PD sembra considerare due aspetti. 1) L'immagine del personaggio. Chiamparino avrebbe più appeal di Bresso e anche un profilo più moderato, meno "laicista", più adatto a guidare una coalizione con l'Udc. 2) La tendenza generale. Il pendolo elettorale si sarebbe spostato da sinistra a destra un po' in tutta Italia, specie nel nord, quindi anche in Piemonte.

I risultati elettorali confermano questa lettura?

Il confronto tra Bresso e Chiamparino possiamo farlo solo per la città di Torino, ma si tratta di un confronto disomogeneo, poichè misura il consenso dei due candidati in anni diversi e per elezioni amministrative diverse. Quella per l'elezione a Sindaco di Torino del 2006, in cui Chiamparino ottiene 307.913 voti, pari al 66,6% su 737.520 elettori di cui 64,7% votanti. Quella per l'elezione di Presidente della Regione Piemonte nel 2010, in cui Bresso ottiene 241.816 voti pari al 55,30% su 455.363 votanti pari al 64,11% degli aventi diritto al voto. Dunque, Chiamparino otterrebbe nella città di Torino 66 097 in più di Bresso. Tuttavia, la regola del pendolo potrebbe valere anche per lui, e tale scarto di voti essersi eroso nel corso di questi quattro anni. Nel 2005 a Torino, Bresso prese 289.171 voti pari al 58,80% su 521.781 votanti e 743.973 elettori. Appena un anno prima delle elezioni comunali, sempre considerando la disomogeneità del confronto, lo scarto tra Chiamparino e Bresso è solo di 18.742 voti. Non è dato sapere invece quale potrebbe essere il confronto tra i due, nel resto della Provincia di Torino e nelle altre Province del Piemonte.

Parte del vero o presunto migliore appeal di Chiamparino dovrebbe comunque scontare una difficoltà. Quella di dover difendere in campagna elettorale l'operato di una amministrazione regionale di cui però si è preferito non ricandidare il presidente.

L'idea che Chiamparino possa essere un candidato migliore si basa soprattutto su dati intuitivi. L'ex segretario pidiessino battuto da Alessandro Meluzzi nel collegio di Mirafiori nel 1994, ha ormai assunto un'altra caratura. L'effetto novità. E' un "destro" e può conquistare i voti moderati. Gode di buona stampa. E' un potenziale leader nazionale alternativo a Nichi Vendola. E' un sindaco apprezzato e stimato, forse il sindaco più popolare d'Italia, non è logorato da dieci anni di amministrazione cittadina. Neppure la Bresso lo era dopo dieci anni alla presidenza della Provincia torinese. Altri grandi sindaci però una volta passati al fronte regionale hanno subito sconfitte e declini. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari battuto sonoramente nel 2001 in Veneto da Giancarlo Galan. Antonio Bassolino amato e popolare sindaco di Napoli, divenuto presidente della Campania, è ormai percepito, a torto o a ragione, come uno dei peggiori governatori regionali. Fuori dalle grandi città rosse amministrare e reggere il consenso è più difficile.

Il pendolo elettorale nel 2010 si è spostato a destra anche in Piemonte?

Nel 2005, Mercedes Bresso raccoglieva 1.234.354 voti pari al 50,9% su 3.662.543 di cui il 71,4% votanti. Nel 2010. Bresso raccoglie 1.033.946 voti pari al 46,9% su 3.643.229 elettori di cui il 64,3% votanti. Perde 200.408 voti. Nel 2005, Enzo Ghigo, presidente uscente e candidato del centrodestra raccoglieva 1.143.993 voti pari al 47,1%. Nel 2010, Roberto Cota raccoglie 1.043.318 pari al 47,32%. Dunque anche la destra declina: perde 100.675 voti. Non vi è, da sinistra a destra, uno spostamento elettorale, ma un sorpasso in discesa (senza far la tara delle liste contestate, ovviamente). Mentre nel 2005 tutta la sinistra sosteneva Bresso e soltanto Ghigo subiva il disturbo di due liste alternative - La Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi (1%) e Alternativa Sociale di Ludovico Ellena (1%), nel 2010 entrambe le coalizioni devono fronteggiare la concorrenza di una lista alternativa. A destra, la Lega Padana di Renzo Rabellino (36.999 voti - 1,67%). A sinistra il Movimento Cinque Stelle di Davide Bono (90.086 voti - 4,08%).

Un'analisi dei flussi elettorali è offerta dalla Swg, da cui risulta che l'astensione prende 105 mila voti dalla destra e 91 mila dalla sinistra, i grillini prendono 25 mila voti dal centrodestra e 48 mila dal centrosinistra. Mentre lo scambio di voti tra destra e sinistra è in pareggio: 64 mila voti per uno. Determinante il Movimento Cinque Stelle.

Per una settimana hanno respinto l’accusa dell’entourage di Bresso: sono stati loro a consegnare il Piemonte a Cota. Si sono sforzati di tracciare i contorni del loro elettorato: «Non ci fossimo stati noi non avrebbero votato». I flussi elaborati da Swg in parte li smentiscono: dei 69 mila voti raccolti dai «grillini» appena 14 mila provengono dall’area del non voto. E gli altri? Pdl, Pd e Lega ne cedono 8 mila a testa; i Radicali 5 mila; la sinistra 3 mila; Udc e altri 2 mila. Ne restano 21 mila, ed è forse qui l’origine della Caporetto: i «grillini» li hanno sottratti all’Italia dei Valori. (La Stampa 4 aprile 2010)

In Piemonte, il Movimento di Grillo si è caratterizzato innanzitutto per l'opposizione alla Tav. E' questa, probabilmente, il punto debole della coalizione di Bresso. La destra non ha nessun punto programmatico che la metta in contraddizione con una parte della propria base elettorale. La sinistra ha la Tav, che la mette in contraddizione con l'opposizione sociale nella Val di Susa, che trova espressione in parte dello stesso Pd, in parte dell'Idv, nella sinistra radicale e nel nuovo Movimento di Beppe Grillo, che ha fatto quasi il pieno.

Sul nodo della Tav, è improbabile che Chiamparino possa essere più attraente di Bresso.

Riferimenti:
I giovani frenano l’astensionismo

sabato 23 ottobre 2010

Il PD sostiene Mercedes Bresso?

Ora che il Consiglio di Stato ha bloccato il riconteggio dei voti in Piemonte deciso dal Tar, il PD, mai davvero convinto del ricorso, sembra ritirare i remi in barca e lasciare sola nella sua battaglia "per la legalità" Mercedes Bresso. Alcuni esponenti del partito, tra cui si distingue il deputato Stefano Esposito, le muovono attacchi personali troppo insolenti e aggressivi per essere credibili. Una sconfitta elettorale, pur subita a causa di brogli, è una occasione per ridimensionare il candidato "perdente" e ricalibrare i rapporti di potere interni, anche attraverso modalità primitive. Per dei partiti ripiegati su se stessi le lotte intestine diventano più importanti delle competizioni elettorali.

La sentenza del Consiglio di Stato francamente mi dispiace, anche se può avere la sua fondatezza. Lasciava perplessi infatti anche la decisione del Tar di annullare le liste irregolari, ma di procedere al riconteggio, per salvare le schede con la croce sul nome del candidato presidente al fine di salvaguardare così l'effettiva volontà dell'elettore, nonostante la legge dica che il voto alla lista vale automaticamente come voto al candidato presidente. Tale dispositivo bocciato dal Consiglio di Stato voleva garantire fino in fondo il presidente in carica. Almeno, stando alle parole di Franco Bianchi, presidente del Tar: «Questa sentenza è un abbraccio a Cota, le liste erano irregolari, ci sarebbero stati gli estremi addirittura per inviare le carte in procura, ma abbiamo voluto predisporre il riconteggio per valutare fino in fondo quale sia stata la volontà dell’elettore» (La Stampa 30.07.2010).

Il riconteggio ha posto la questione se riassegnare la vittoria d'ufficio o annullare il voto e tornare alle urne. Mercedes Bresso è stata accusata di voler vincere a tavolino. In effetti, la Bresso in vantaggio nel riconteggio è stata possibilista e non si è dichiarata in modo netto per la ripetizione delle elezioni. Le va però concessa un'attenuante: quella di non aver avuto alle spalle un sostegno leale. Il suo partito, si è messo a discutere se e come rimpiazzarla. Magari con l'idea di candidare alla presidenza della Regione Sergio Chiamparino.

Roberto Cota ha vinto le elezioni regionali 2010 con 9 mila voti di vantaggio su Mercedes Bresso. Le liste contestate di Scanderebech e dei Consumatori hanno ottenuto 14 mila voti e la lista dei "Pensionati per Cota" 27 mila.

A denunciare la falsificazione delle firme della lista "Pensionati per Cota" di Michele Di Giovine, è stata la lista "Pensionati e invalidi" sostenitrice di Bresso. Sulla base di questa denuncia la magistratura ha iscritto Di Giovine nel registro degli indagati e avviato una inchiesta. Naturalmente la magistratura avvia una inchiesta in presenza di indizi di reato.

"L'indagine penale partita all'inizio di maggio, ha avuto già alcuni importanti riscontri: sarebbe infatti stata già affidata una perizia calligrafica per capire se, come i denuncianti sospettano, sia stato lo stesso Giovine ad apporre tutte o quasi le firme che autenticavano la lista. Un sospetto che sarebbe stato confermato anche dalle persone che chiamate a testimoniare avrebbero già in gran parte negato di essere state loro a mettere quelle firme". (Repubblica 5 giugno 2010)

"Molti di loro sono piuttosto anziani, anche ultranovantenni. Hanno firmato loro? E tutti nelle stesso luogo indicato dai verbali di presentazione della lista? È quello che sta cercando di accertare la magistratura attraverso una perizia calligrafica" (La Stampa 6 giugno 2010)

Bisogna però ricordare che esiste un precedente, secondo cui la falsificazione delle firme non è un reato penale. Un precedente che vede coinvolto lo stesso Di Giovine e non solo.

In sintesi cosa decise il Tar.
I ricorsi presentati erano in tutto due. Il primo – quello più controverso e discusso – aveva al centro la lista di Michele Giovine, presentata grazie a 18 firme false su 19. Sulla lista è in corso anche un’inchiesta della magistratura: il TAR ha deciso di rinviare la relativa decisione all’autunno, fissando una nuova udienza per il 18 novembre.
Un altro ricorso aveva come obiettivi tre liste che sostenevano Cota: la lista dei “Verdi Verdi”, la lista “Al centro con Scanderebech” e la lista “Consumatori con Cota”. La prima era accusata di aver indotto gli elettori in confusione; la seconda era accusata di aver utilizzato il nome di Scanderebech, presidente del consiglio regionale con l’UdC per non raccogliere le firme, salvo poi uscire dall’UdC e sostenere Cota; la terza era quella dei “Consumatori per Cota”, con una simile contestazione.
Il TAR ha respinto l’istanza nei confronti dei “Verdi verdi” e ha accolto parzialmente l’istanza nei confronti delle altre due liste, disponendo che i voti che hanno ricevuto – più o meno 14 mila – dovranno essere ricontati e verificati. Sarà fondamentale capire quante schede portano la sola indicazione del voto alla lista e su quante invece l’indicazione di voto per il governatore della Lega è esplicito. Come avevamo scritto già qualche settimana fa, si tratta in ultima analisi del nodo da sciogliere: il voto per il candidato presidente, infatti, è distinto e separato da quello per le liste a questo collegate, tanto che gli elettori possono attribuire un voto disgiunto, scegliendo di votare un candidato presidente e poi una lista tra quelle che non sostengono il candidato che hanno votato. Dall’altra parte, però, chi vota soltanto la lista vede il suo voto estendersi automaticamente al candidato presidente collegato alla lista. (Il Post 16 luglio 2010)

Il Consiglio di Stato, annullando integralmente la sentenza del Tar, non ha sancito che le nuove liste, se promosse da un consigliere, possono presentarsi senza raccogliere le firme. Se così fosse, da adesso farebbero tutti così. Le motivazioni della sentenza in realtà non le conosciamo ancora e nel merito il Consiglio di Stato non si è ancora pronunciato, cioè non ha ancora detto se le liste contestate sono valide oppure no. Se vogliamo fare delle congetture sulla base di quanto è stato riportato dai giornali, possiamo prevedere un pronunciamento di questo tipo: una lista ammessa (a torto o a ragione) alle elezioni dall'organo preposto, ormai è valida. Il ricorso va fatto prima e non dopo le elezioni. Un po' come nel calcio: se anche la moviola certifica che l'arbitro si è sbagliato, questo non cambia il risultato della partita. Tuttavia, il dispositivo che sarà emesso ancora non si conosce e sarà comunque l'orientamento del Consiglio di Stato. Diverso da quello del Tar. Ergo sono possibili orientamenti diversi. L'orientamento della Cassazione potrà essere ancora diverso.
Nell’ordinanza, i giudici scrivono che il Consiglio di Stato «accoglie l’istanza cautelare, e per l’effetto sospende integralmente l’efficacia della sentenza impugnata». La causa, spiegano, è stata trattenuta in decisione anche per il merito. E in camera di consiglio è emersa la fondatezza dell’appello principale, quello presentato dai legali di Cota, e l’infondatezza degli appelli proposti dall’ex presidente della Regione Mercedes Bresso e dagli altri ricorrenti. La decisione di oggi ha quindi carattere sospensivo, mentre i ricorsi restano ancora da discutere nel merito. Alla fine poi, le parti potranno ulteriormente ricorrere in Cassazione. (La Stampa 19 ottobre 2010)
Ma di questa controversia, il centrosinistra non ha alcun motivo per precostituirsi un esito a lui sfavorevole. Non si tratta di condurre battaglie cieche, furibonde, feroci, folli, con tutta l'inflazione di aggettivi caricaturali che si sprecano in post e comunicati stampa. Si tratta di presentare i ricorsi e di lasciare che la magistratura faccia il suo corso.

Se sono state commesse irregolarità nelle presentazione delle liste e queste liste sono stati determinanti per la vittoria del centrodestra, chiedere l'invalidamento delle elezioni è un diritto e forse anche un dovere. Altrimenti, per quieto vivere, per compromesso, per favorire una "mediazione" (come disse la stessa Bresso), si è conniventi con l'illegalità. E non è solo una questione di principio, è anche una questione pratica, perchè una vittoria fraudolenta che la fa franca, è un precedente. Che non si vede perchè allora non dovrebbe ripetersi.

In presenza di ricorso, gli organi della Regione sono e restano nella pienezza dei loro poteri e possono svolgere le proprie funzioni. Un eventuale annullamento delle elezioni non avrebbe effetto retroattivo sugli atti della Regione. Quindi, non esiste nessuna buona ragione per "paralizzarsi".

Mi viene fatto notare su Facebook che in questa situazione diventa più difficile fare accordi con la maggioranza, tra cui la possibilità di preservare la presidenza dell'ATC. Io ho giudicato male la "mediazione" della Bresso, quando ritirò la firma al ricorso per essere confermata Presidente del comitato europeo delle Regioni. Non vedo per quale motivo dovrei invece giudicare bene la rinuncia ad accertare la regolarità del voto in cambio della presidenza dell'ATC o di altri enti. E' uno scambio immorale. Se ad essere stati paralizzati dai ricorsi sono gli inciuci tra maggioranza e opposizione, magari condotti pure sulla testa dei consiglieri regionali eletti, questo è solo un bene.

venerdì 22 ottobre 2010

Maricica, la giusta pena per il suo omicidio

Gli avvocati del Foro di Roma attaccano la decisione del gip e Alemanno che, con la morte dell'infermiera, aveva 'invocato' il carcere per l'aggressore. "La riprovazione sociale - si legge nella nota dei penalisti - meritevole del più rigoroso rispetto, si esprima con la irrogazione della pena, all'esito di un processo giusto ed equo: tutto il resto lo si lasci ai talk show, e a qualche sindaco in cerca di facili consensi". 
 Può darsi che i penalisti abbiano ragione. Che il reato di omicidio preterintenzionale non giustifichi la custodia cautelare, poichè - mi viene detto - questa fattispecie di reato non è gravissimo. Non mi pare però che il caso abbia suscitato particolare riprovazione sociale, mentre l'attenzione mediatica è concentrata piuttosto sul delitto di Avetrana. A parte le esternazioni del sindaco Alemanno, che non so quanto facile consenso potranno portargli.

All'epoca dell'omicidio Reggiani, quando l'assassino era un romeno, fu convocato d'urgenza un consiglio dei ministri, approvato in fretta e furia un pacchetto sicurezza, accusata la Romania di estradare verso l'Italia tutti i suoi delinquenti. Oggi, l'assassino è un italiano e si discute di pene alternative. Eppure Alessio Burtone è responsabile dell'uccisione di una persona e, mediante videoregistrazione, colto in flagrante. Parte della società ha reagito anche con gli applausi e gli inneggiamenti a lui rivolti mentre veniva portato via dalla polizia. Nulla del genere era immaginabile per la giovane romena che qualche anno fa colpì  e uccise con l'ombrello un'altra giovane donna. Anche quello fu un omicidio preterintenzionale. Ma non vi furono politici e penalisti accorsi a proporre pene alternative.

L'evocazione dei talk-show e dei processi televisivi di piazza è pertinente per altre situazioni. Nei casi di Marta Russo, del delitto di Cogne, di Garlasco, di Avetrana, vi è una incertezza su chi e come abbia commesso il delitto. In questo caso, invece vi può essere incertezza solo sul grado di intenzione offensiva. Voleva ucciderla? Voleva solo tramortirla? Non si è neanche posto il problema? Sta di fatto (ed è certo) che ha ucciso una persona. Intuitivamente, per me è un fatto gravissimo. Non è stata una tegola sfuggita a chi aggiustava un tetto, nè un incidente d'auto (omicidio colposo). Se non è gravissimo, dev'essere comunque molto grave. Roberto Spaccino uccise sua moglie Barbara Cicioni all'ottavo mese di gravidanza prendendola a pugni e provocandone un arresto cardiaco. Non fu un reato gravissimo? Non se n'è mai assunto la responsabilità, perchè ogni tanto uno scappellotto può scappare, e quella volta è solo scappato più forte.

Vi è incertezza se la responsabilità in un omicidio non è dimostrata, se si procede per esclusione di ipotesi, se esistono opinioni controverse. Se la certetezza del giudice è solo la sua e di chi lo sostiene. Nel nostro caso invece nessuno dubita nè sulla identità di chi ha ucciso nè di come lo abbia fatto.La differenza di gravità nei casi di omicidio mi fa pensare ad una diversa gradazione della pena carceraria, fermo restando il fatto che quella pena deve essere inflitta. Si parla di giustizialismo, ma intanto in Italia il tempo medio di reclusione per un responsabile di omicidio è di appena otto anni. La valutazione della gravità di un reato è anche collegata al bene che viene leso. Quanto vale la vita di una donna romena?

Con ciò non penso che le obiezioni all'arresto siano tutte razziste. Ve ne sono anche di sinceramente garantiste, di persone impegnate  sostenere questo principio fino al punto di esserlo controintuitivamente. Io invece mi sento impegnato solo fino al punto prima. Quando percepisco che principio e intuito vanno in contraddizione, avverto che c'è qualcosa che non va. Come pure non andrebbe se fossero le uniche due cose conciliabili. Sono straconvinto che Alberto Stasi sia colpevole. Ma io non l'ho visto e non esiste la prova definitiva. Per quanto mi addolori, riconosco che è giusto che egli non sia condannato.

Riferimenti:
Colpita con un pugno nel metrò
Alessio Burtone viene prelevato dai carabinieri - YouTube
Maricica, shock in Romania per gli applausi a Alessio Burtone

giovedì 21 ottobre 2010

Il multiculturalismo ha fallito?



Angela Merkel ha dichiarato fallito il multiculturalismo, parlando al congresso dei giovani CDU di Postdam. 

Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Citando le recenti parole del presidente tedesco Christian Wulff, Merkel ha detto che l’Islam è parte della Germania ma che, ha aggiunto, bisogna lavorare ancora molto sull’integrazione. Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Merkel ha comunque specificato che gli stranieri e gli extracomunitari sono ancora i ben accetti in Germania. «Non dovremmo però nemmeno dare l’impressione al mondo esterno che chi non è immediatamente in grado di parlare tedesco e chi non è cresciuto con il tedesco come prima lingua non sia il benvenuto. Faremmo un gravissimo danno al nostro paese». 

Questo discorso appare contradditorio e sconclusionato. Anche perchè fondato su concetti generici e ambigui. Cosa è il multiculturalismo? Cosa è il suo fallimento? Da cosa sarebbe dipeso? 

Dice la Merkel: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità ha fallito, fallito completamente.» Ma, se l'aspettativa era quella di accogliere lavoratori stranieri solo temporaneamente, auspicando che poi se ne andassero, il tentativo di costruire una società multiculturale in cosa è consistito? E il suo fallimento da cosa è dato, dal fatto che quei lavoratori poi sono rimasti, magari anche in veste di disoccupati che pesano sul Welfare?

"Multiculturalismo" è una definizione che trova origine in Nordamerica negli anni '70 del secolo scorso proprio per definire la compresenza di razze, etnie, e culture diverse all'interno della società americana. (Utet, 2003Il multiculturalismo può essere tante cose. Può essere soltanto il pluralismo culturale. Allora, dovremmo considerare multiculturale qualsiasi società nella quale convivano persone appartenenti a religioni e ideologie diverse. In senso antropologico abbiamo una sovrapposizione tra cultura e gruppo etnico. Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l'individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale. In tal caso, il multiculturalismo può essere inteso come multicomunitarismo, una società in cui convivono comunità separate e nella quale ogni individuo appartiene ed è fedele alla sua comunità. Oppure per multiculturalismo si può intendere la libertà degli individui di poter scegliere il proprio stile di vita a seconda della propria estrazione socio-culturale proprio in contrapposizione al multicomunitarismo (Fonte), dunque una società nella quale persone di origine diversa si mescolano tra loro.

Se l'aspettativa tedesca, come quella di altri paesi europei, era quella che gli stranieri venissero a svolgere il lavoro necessario e poi se ne tornassero a casa, è assai probabile che il modello multiculturale che si è andato costruendo sia stato quello multicomunitarista, dei separati in casa. Questo per volontà, non degli ospiti, ma degli ospitanti. Dunque, adesso è difficile dare la colpa agli immigrati, dire che dovrebbero fare di più per integrarsi.

In sintesi, si possono individuare tre modelli. 1) Si sta insieme separatamente. (multicomunitarismo). 2) Si sta insieme, ma tu diventi come me. (Assimilazione). 3) Si sta insieme, e insieme ci integriamo: tu diventi un po' come me, io un po' come te. Chi ha più filo da tessere, tesserà di più. (Integrazione). I tedeschi hanno lassisticamente praticato il primo (la prima legge sull'immigrazione è del 2004), ora sembrano puntare sul secondo.

Il fatto è che per un governo, un partito, un leader politico, è difficile fare un discorso sensato sull'immigrazione, se continuamente condizionato dai sondaggi, dalla prospettiva sempre prossima o immediata delle prossime elezioni, e dai saggi di intellettuali xenofobi e dotati di grande amplificazione mediatica.

Un recente sondaggio ha stimato che più del 50% della popolazione tedesca tollera poco i musulmani, il 10% pensa che il paese dovrebbe essere governato "da una mano ferma", più del 30% pensa che il proprio paese sia “sovrappopolato di stranieri” e che 16 milioni di persone tra immigrati e cittadini con origini straniere si siano trasferiti in Germania per usufruire delle migliori condizioni del welfare. Che, tuttavia, contribuiscono a mantenere. 

Ma questo è l'effetto della crisi economica. C'è in Germania, e non solo in Germania, una sciagurata tendenza a «etnicizzare» il conflitto sociale. Il demagogico lamento contro gli immigrati «che non si vogliono integrare» (come se dipendesse solo da loro), e pesano sui sistemi d'assistenza, è ricorrente, ma torna particolarmente utile in fasi di ristrettezza fiscale, quando i governi si accingono a risparmiare sul welfare. Per evitare effetti di solidarizzazione, meglio non parlare di «poveri» ma deviare l'attenzione sui migranti in fondo alla piramide: tanto bastonando loro si bastonano pure i tedeschi poveri. Solo questa voluta strategia della diversione, dalla questione sociale a quella etnica, spiega perché ci si accalori tanto sull'immigrazione, mentre non c'è assolutamente un'emergenza migratoria. Nel 2009 hanno lasciato la Germania 734000 persone, ne sono arrivate 721000: il saldo è negativo. E spiega perché un libro razzista di Thilo Sarrazin, ex membro del direttorio della Bundesbank - vi si sostiene che il quoziente d'intelligenza è prevalentemente ereditario e che quello degli emigrati turchi e arabi è basso - abbia venduto in un mese un milione di copie (Guido Ambrosino, il manifesto 19 ottobre 2010).

Thilo Sarrazin, membro del direttorio della Bundesbank ed ex ministro della città stato di Berlino, ha pubblicato un libro Deutschland schafft sich ab, “La Germania si distrugge da sola”, sostiene che gli immigrati musulmani presto supereranno in numero “la popolazione autoctona” perché fanno più figli. E scrive che dal momento che gli immigrati finora non hanno dato prova di essere particolarmente bravi a scuola, la Germania sarà condannata anche a diventare un paese meno intelligente. Dice anche che i musulmani non sono interessati all’integrazione, e insinua che preferiscano lavorare illegalmente piuttosto che pagare le tasse. Nei giorni scorsi i giornali tedeschi hanno dato ampio risalto ad alcune delle affermazioni più forti contenute nel suo libro.

I teorici del fallimento del multiculturalismo dovrebbero però per una volta provare a reimpostare il loro discorso in positivo. Anzichè raccontarci il fallimento del multiculturalismo, potrebbero provare a raccontarci il successo del monoculturalismo. Portarci ad esempio società monoculturali armoniose, vincenti, modelli di successo. Nello spazio e nel tempo. Se la Germania multiculturale formatasi a partire dalla ricostruzione del dopoguerra è un fallimento, allora si potrà parlare di una precedente Germania migliore sul piano dell'autorealizzazione. Quale?

Riferimenti:
Angela Merkel: "La società multiculturale ha fallito"
«L’approccio multiculturale ha fallito»
Merkel says German multicultural society has failed

mercoledì 20 ottobre 2010

Dobbiamo lavorare di più?

La manifestazione della Fiom contro il modello Pomigliano è andata molto bene, nonostante gli allarmismi di Roberto Maroni, sui quali ho la stessa opinione di Piero Ricca, che rievoca il ministro della paura.

Sergio Marchionne, la Confindustria, il Governo, affermano, piuttosto genericamente, che i tempi sono cambiati e che nell'era della globalizzazione non possono più valere le rigidità degli anni '70.

Ma non è mai esistita un'epoca in cui gli imprenditori non abbiano cercato di aumentare lo sfruttamento dei lavoratori con tutta la flessibilità possibile, per trarne maggior profitto. Sono esistite epoche, nelle quali, ci sono riusciti meno e, a denti stretti, hanno dovuto accettare limitazioni contrattuali e legislative, senza peraltro riceverne danno, concentrandosi allora su altri versanti per meglio competere: l'innovazione di processo e di prodotto. Viceversa, la competizione agita sullo sfruttamento impigrisce la formazione e la ricerca, prime voci ad essere tagliate nei bilanci aziendali.

Il leit motiv imprenditoriale della nuova era, predicato tante volte da Berlusconi, ma anche da Luca Cordero di Montezemolo e, in ultimo dalla presidentessa dei giovani industriali, Federica Guidi, è "Dobbiamo tutti lavorare di più". Verrebbe da chiedere: "Ma se questa è l'esigenza, perchè licenziate?" I licenziamenti sono una riduzione del tempo di lavoro. Come spiegava tempo fa, Strauss Khan, l'aumento della produttività, in conseguenza dell'innovazione tecnologica, riduce il tempo di lavoro, il quale può assumere due forme: quella della disoccupazione e quella della redistribuzione dei tempi di lavoro, mediante riduzione di orario. Era ministro del governo Jospin, quello delle 35 ore settimanali.

La questione, infatti, non è lavorare di più, ma redistribuire il lavoro e aumentare la produttività. La disputa non è nuova e già nel 2006, in merito ad un confronto tra Epifani e Montezemolo su quanto lavorano gli italiani, l'Istat diffuse i dati in materia, da cui risultava che gli americani lavorano più di noi: 1824 ore annue contro le 1699 degli italiani. Ma quelle 1699 ore lavorative annue medie, sono di più della media dell’Europa a 25 (1606) e molto di più dell’Europa a 15 (1571). Molto di più di Francia e Germania.

In Italia orari lunghi
ma meno produzione del resto d’Europa

(...) Nella hit parade il primo posto è per la Grecia (1787 ore) seguita - nell’ordine - dalla Gran Bretagna (1730), dall’Italia (1699) e dall’Irlanda (1697).
Un’altra classifica Eurostat ci dice anche quante ore si lavori in media a settimana, e anche qui la graduatoria vede i nostri vicini greci tra i più zelanti, con 41,9 ore, seguiti dall’Austria (38,7), la Spagna (38,6), il Portogallo 38,4) e poi noi (38,1). La Francia e la Germania - per restare a quei paesi citati nel dibattito di Varese - sono rispettivamente a 36,8 e 36,9 ore settimanali.
Un focus va fatto - semmai - non tanto sul quanto si lavora, ma sulla produttività. Anche qui ci viene in soccorso Eurostat con riferimenti chiaramente leggibili: posto 100 il valore della produttività oraria media dell’Europa a 15, la Germania ha un numero indice pari a 106, la Francia sfiora i 118, l’Olanda 116, il Belgio 128. Noi - per contro - siamo a 92, la rampante Spagna a 88 e la laboriosa Grecia a 71.
Senza dire - ed è ancora il Rapporto Istat a testimoniarlo - che il costo del lavoro da noi è di gran lunga inferiore a quello della Francia (9 mila euro l’anno in meno) e soprattutto della Germania (inferiore di 14 mila euro). Resta forte - invece - il divario con gli Stati Uniti, come sottolineato dal leader di Confindustria. (...)

martedì 19 ottobre 2010

Sulla pena di morte

Esistono contro la pena di morte ragioni di ordine filosofico, morale, religioso (non scientifico, dunque) che negano allo stato la legittimità di disporre di una vita umana e considerano la pena capitale inumana, ingiusta e incivile.

E' un principio che ha la sua dignità. E, ci mancherebbe, lo si può esprimere con pieno diritto. Come si può esprimere il principio opposto secondo cui l'eliminazione fisica di coloro che hanno messo gravemente a repentaglio la sicurezza e la convivenza civile sia una giusta punizione, una garanzia per il futuro, un deterrente per altri potenziali criminali, e magari, perchè no, una giusta vendetta.

Tuttavia, il dibattito sulla pena di morte, non è solo dibattito di principi. Dietro le varie opinioni, vi sono anche considerazioni e valutazioni di ordine pratico, diciamo politico.

Vi sono governi, partiti che sostengono la pena di morte unicamente per la sua funzione demagogica: simboleggia, rassicura, fa percepire, la durezza, l'intransigenza dello stato contro il crimine, poi con quali risultati poco importa.

Viceversa, vi sono governi e movimenti che si oppongono alla pena capitale per via della sua inutilità.

  • Non produce una diminuzione dei crimini più gravi. Pare anzi il contrario.
  • Lo stato dispone comunque di mezzi meno cruenti per neutralizzare e rendere inoffensivi i criminali più pericolosi (fino all'ergastolo).
  • Infine, in caso di errore giudiziario, l'eliminazione fisica del condannato è irrimediabile e irrisarcibile in modo totale.

Queste sono le ragioni, prevalentemente di ordine pratico, non solo morale, per cui nelle democrazie (non tutte) la pena di morte è stata progressivamente abolita. Permane invece negli stati totalitari, non solo e non tanto in opposizione al crimine, quanto come arma contro l'opposizione politica e la diserzione militare.

* * *

E' la pena di morte, data la sua gravità, che deve dimostrare la sua utilità ai fini della deterrenza. Questa dimostrazione, al momento, non esiste.

Quello che sappiamo è che nei paesi dove esiste la pena capitale, il tasso del numero degli omicidi è superiore a quello dei paesi abolizionisti. E sappiamo anche che nei paesi che hanno abolito la pena di morte, nel periodo successivo all'abolizione non si è verificato un aumento degli omicidi. Nè tale aumento si è verificato nei periodi di sospensione delle esecuzioni là dove la pena di morte è stata comunque mantenuta. Anzi, talvolta, dopo l'abolizione (o la sospensione) il tasso di omicidi è persino diminuito.

Possiamo inoltre facilmente supporre che gli omicidi premeditati sono progettati nella convinzione, non tanto di scontare una pena più o meno mite, quanto di non essere scoperti e catturati. Se l'identità di una percentuale elevata di autori di omicidi resta sconosciuta, l'entità della pena alla quale dovrebbero essere condannati è irrilevante, dal punto di vista della deterrenza.

* * *

La pena capitale è più misericordiosa dell'ergastolo? Non ho elmenti nè per affermarlo, nè per negarlo. Credo, comunque, siano molti di più i condannati a morte che chiedono la grazia, che non gli ergastolani che richiedono di essere uccisi. Tuttavia, non comprendo la logica secondo cui chi merita di essere giustiziato per avere commesso un delitto odioso dovrebbe con ciò meritare un po' più di misericordia rispetto ad una pena più dura, da infliggere invece a chi abbia commesso un delitto meno grave.

* * *

In generale, penso che al carcere dovrebbero essere destinati solo gli autori di delitti, destinando a pene alternative gli autori di reati minori. Questo risolverebbe il problema della sovrappopolazione, dei costi, e favorirebbe una migliore gestione della popolazione carceraria rimasta.

Naturalmente vi saranno sempre detenuti senza speranza di riabilitazione, così come vi saranno sempre malati incurabili (che nel frattempo però curiamo), senza che questo debba essere vissuto come una sconfitta di sistema.

Ultima questione, riguardo ai costi. Per ottenere risparmi significativi, bisognerebbe far fuori un bel po' di gente, mica qualcuno una volta ogni tanto, come è nella prassi della pena capitale. Ma è proprio vero che la pena di morte costa meno della detenzione? Negli Stati Uniti pare di no.

* * *

E' un fatto che la pena di morte venga applicata soprattutto, se non esclusivamente, dalle dittature, con l'eccezione degli Stati Uniti. E da nessuna parte è dimostrato che essa eserciti un effettivo deterrente verso i criminali ed una effettiva funzione di sicurezza dei cittadini. Dunque, di questo istituto sfugge l'utilità pratica, tant'è che anche coloro che la ripropongono sembrano essere mossi solo da una questione di principio. Ideologica o talvolta psicologica.

Storicamente, l'alternativa al carcere è la punizione corporale. A ben pensarci, così come l'ergastolo è l'estrema punizione carceraria, la pena capitale è l'estrema punizione corporale. Allora, tirando tutte le somme del tuo ragionamento, qui non c'è da ripristinare solo la pena di morte, ma tutto il resto. Se la pena capitale è meglio dell'ergastolo, le cento bastonate, le cento frustate, il taglio delle mani, degli arti, della lingua, delle orecchie, insomma la legge del taglione, sarà meglio delle pene detentive intermedie. Nelle società povere, sul carcere si è sempre risparmiato così.

(Luglio 2007)

Il costo della pena di morte
di Claudio Giusti
(...) La pena di morte americana costa enormemente di più del mantenimento di un condannato per 40 lunghi anni di carcere. E’ opinione comune, e facilmente dimostrabile, che ogni esecuzione costi al contribuente americano molti milioni di dollari in più (dieci?) di quanto costerebbe una condanna a vita.
Lo studio più accreditato sull’argomento è stato compiuto all’Università Duke (N.C.) da Cook e Slawson, secondo i quali la differenza fra casi capitali e casi non capitali è di 2.160.000 dollari, ma la realtà è ben più costosa.
Secondo il Sacramento Bee la California spende per la pena di morte 90 milioni di dollari all’anno, e questo dal 1982. Visto che da allora ci sono state undici esecuzioni, questo significa che ognuna di esse è costata 250 milioni di dollari (Los Angeles Times 6 marzo 2005)
La Florida secondo il Palm Beach Post (04.01.2000), ha speso 24 milioni di dollari per ognuna delle sue esecuzioni, mentre i quotidiani degli stati non abolizionisti sono pieni di articoli che lamentano l’altissimo costo della pena di morte.
La spiegazione di questi costi micidiali sta soprattutto nella maggiore lunghezza e complessità del processo pena di morte rispetto ad un processo normale. La preparazione del processo è lunghissima ed ha costi alti anche se non conosciuti, ad esempio occorrono indagini più lunghe e più accurate (o almeno occorrerebbero). Bisogna selezionare un Grand Jury e le mozioni pre-trial preparate dalla difesa possono essere moltissime. Una percentuale altissima di procedimenti si conclude con un patteggiamento. Se poi si arriva al processo vero e proprio la selezione della giuria può durare settimane. Il processo (che però è a volte di una rapidità sconvolgente) è di norma molto più lungo di un processo normale perché prevede, nel caso di dichiarazione di colpevolezza, una seconda fase (sentencing), a volte lunga, in cui si dibatte se è il caso o meno di uccidere il condannato.
Secondo il Death Penalty Focus of California
http://www.worldpolicy.org/ la differenza dei costi fra un processo normale ed uno capitale è questa;
il costo dell’avvocato della Difesa passa da 160.000 dollari a 386.000,
le investigazioni per la difesa da 5.000 a 48.000 e lo stesso avviene per quelle dell’Accusa,
il Procuratore passa da 320.00 a 772.000 (sempre il doppio della Difesa),
il costo della Corte da 82.00 a 506.000 e quello della prigione da 55.000 a 137.000.
Così abbiamo un processo pena di morte che costa 1.897.000 dollari contro i 627.000 di un processo normale.
La differenza di ben 1.270.000 dollari deve poi essere moltiplicata per quattro-cinque volte, perché solo in un caso su quattro o cinque l’Accusa riesce ad ottenere la condanna a morte.
Così al termine del processo abbiamo un condannato che è già costato almeno cinque milioni di dollari. A questo punto iniziano i costi degli appelli sia statali che federali. Spesso i processi vengono annullati a causa dei gravi errori e delle gravi scorrettezze dell’accusa. Il costo del nuovo processo, che a volte si conclude con l’assoluzione o con una condanna alla prigione, fa ulteriormente lievitare i costi. Bisogna inoltre considerare costi occulti, come l’intasamento che gli Appelli, obbligatori, alle Corti Supreme di ogni Stato creano nei confronti dei casi normali. I casi pena di morte sono il 3%, ma portano via il 50% del tempo di quelle Corti.
Al momento attuale penso sia una stima estremamente moderata parlare del costo medio di dieci milioni di dollari per ogni esecuzione. Ne consegue che le 1.000 esecuzioni sono costate al contribuente americano dieci miliardi di dollari. Dollari che sarebbero serviti per mettere più poliziotti nelle strade, più criminali in prigione, più pazzi al sicuro.
L’aneddotica è particolarmente divertente ed istruttiva.
Per pagarsi la pena di morte gli Stati e le Contee sono costretti a licenziare poliziotti o a non assumerli per mancanza di fondi, a rilasciare anzitempo delinquenti condannati, a non riparare ponti, a non aprire biblioteche pubbliche e ad alzare le tasse. Ci sono stati casi in cui funzionari di contea sono stati incarcerati perché si rifiutavano di pagare le salate parcelle dovute ad un processo pena di morte.
In Mississippi due Contee hanno fatto fare un controllo dei confini per decidere dove fosse avvenuto un delitto e chi dovesse accollarsi le spese del processo
C’è però un costo su cui gli Stati tendono a risparmiare: quello degli avvocati difensori. Questo ha un effetto devastante sulla giustizia americana.
22 settembre 2005

Riferimenti:
A 1562 persone piace questo elemento
La pena di morte è un deterrente? - Claudio Giusti

lunedì 18 ottobre 2010

Annozero, la sospensione di Masi, l'appello di Santoro

Vignetta di Vauro querelata da Mauro Masi
Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha sospeso Annozero per dieci giorni, per punire Michele Santoro, reo di averlo mandato in diretta a quel paese. Per la precisione, gli ha dedicato un vaffanculo, durante l'anteprima della trasmissione del 23 settembre, puntata con una media di 4.874.000 spettatori (19,63% di share), il secondo programma più visto della serata dopo “I Cesaroni” (19,76% di share).

La punizione decisa da Mauro Masi è stata reputata da parte del Presidente della Rai, Paolo Garimberti, un atto sproporzionato. Secondo la mia modesta e irrilevante opinione, direi anche e soprattutto fuori luogo. Il vaffa di Santoro era con tutta evidenza, non un invettiva a freddo, nè un'offesa personale, quanto l'emulazione del verso esclamativo di Beppe Grillo rivolto alla classe politica. Persino edulcorato dalla sostituzione di "culo" con "bicchiere".

Tuttavia, può capitare che ad una battuta si reagisca in modo pedestre e si facciano valere regole e sanzioni contro il responsabile di una violazione. In questo caso però la sanzione si abbatte non solo sul reo, ma anche sul suo pubblico, che viene privato di due puntate del suo programma preferito, sull'azienda stessa che così rinuncia agli introiti pubblicitari e al successo di share per due settimane, e quei lavoratori precari che sono pagati a puntata, come è stato notato in studio da Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani e dallo stesso Santoro, il quale ha rivolto un appello al suo pubblico. Ed è poi ricorso all'arbitrato, ottenendo una sospensione del provvedimento punitivo. Per cui Annozero continuerà ad andare in onda.

Il costo di Annozero è interamente coperto dalla pubblicità mandata in onda durante il programma, in ogni puntata Annozero porta all’azienda tra gli 80 e i 100 mila euro di utili di raccolta pubblicitaria.

Quella di Masi, dunque, non è proprio una bomba intelligente. D'altra parte, il direttore generale della Rai non si muove secondo criteri manageriali funzionali agli interessi economici, culturali e di successo dell'azienda che dirige. Risponde invece a criteri politici. E' la scoperta dell'acqua calda, ma è sempre opportuno ribadirlo e denunciarlo. Il provvedimento punitivo di Masi, più che dal "vaffanculo" di Santoro, è stato provocato dai tanti "vaffanculo" che il Direttore generale deve aver ricevuto dal Presidente del Consiglio, per non essere mai riuscito ad ottenere la chiusura di Annozero.

L'appello di Michele Santoro

Cari amici, vi ringrazio per le adesioni al mio appello che sono già migliaia, ma dobbiamo ottenere il massimo del risultato. Quindi vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet inviandole contemporaneamente a questi indirizzi:
annozerodevecontinuare@yahoo.it
segreteriapresidenza@rai.it

Il primo indirizzo è molto importante per avere il quadro completo delle adesioni raccolte. Potete utilizzare la formula seguente o un'altra con le stesse caratteristiche:
"Gentile presidente Paolo Garimberti, i sottoscritti abbonati Rai chiedono di non essere puniti al posto di Santoro e che Annozero continui ad andare in onda regolarmente."
Vi prego di seguire queste semplici raccomandazioni e di far girare la nostra sottoscrizione usando la rete perché è l'unica opportunità che possiamo gestire con le nostre forze.

Un abbraccio
Michele Santoro
Riferimenti:
Annozero - La Libertà - L'introduzione di Michele Santoro 23 Settembre 2010
Annozero - L'Appello - L'introduzione di Michele Santoro 14 Ottobre 2010
Raiperunanotte - Intercettazioni: Berlusconi - AGCOM, G. Innocenzi 1a parte
Raiperunanotte - Intercettazioni: Berlusconi - AGCOM G. Innocenzi, 2a parte
Raiperunanotte - Intercettazioni: Berlusconi - AGCOM G. Innocenzi e Masi, 3a parte
Michele Santoro reintegrato in Rai - Tribunale sentenza 2737/05 del 15/02/2005
Vaf/Dichiarazioni
Masi querela Vauro per una vignetta
Record di ascolti ad Annozero, bloccata la sospensione

domenica 17 ottobre 2010

Crimini sceneggiati come fiction

Federica Sciarelli mi piace molto, la trovo simpatica, brava, professionale, da sempre una delle migliori giornaliste della Rai e, insieme a Bianca Berlinguer, il più bel volto del Tg3. A Chi l'ha visto? però ha sbagliato. Comunicare in diretta la confessione di Michele Misseri sull'omicidio di Sarah Scazzi davanti alla madre Concetta Serrano è stato a dir poco inadeguato. Anche nell'ipotesi in cui la madre fosse stata preparata e informata, quella scena resta comunque una brutta rappresentazione.

Aldo Grasso dice che non si potevano spegnere le telecamere, non si poteva non dare la notizia in diretta, nel momento in cui si presentava. Ma l'evento non era del tutto imprevedibile, lo zio era già sospettato e sotto interrogatorio da molte ore. L'organizzazione della trasmissione avrebbe dovuto tener conto dei possibili, probabili risvolti, per evitare la situazione che poi si è verificata. Si poteva evitare di avere i genitori di Sarah ospiti in diretta. Di averli in collegamento proprio dalla casa dell'assassino. Anche in quella situazione si poteva effettuare una breve interruzione per allontanare la madre. 

Massimo Gramellini ha tacciato di ipocrisia i telespettatori che si sono indignati, ma non hanno spento la TV. Il programma, non l'ho visto il 6 ottobre, solo questa sera ho preso visione dei relativi video su YouTube. Se l'avessi visto, non credo avrei spento. Immagino ci avrei messo un po' a capire cosa stava esattamente capitando. Una volta capito, avrei voluto averne adeguata cognizione: della notizia e del modo in cui veniva comunicata. In tal modo avrei contribuito allo share e a tutto il sistema che regge quello spettacolo? Forse si. Misurate con questo metro le mie azioni - da quello che mangio a quello che compro a come viaggio - sono indirettamente corresponsabili di molti altri disastri. Non credo però sia questa una buona ragione per imbalsamare il senso critico. Il gran seguito della puntata era naturale perchè il caso di Sarah Scazzi era già da diversi giorni l'argomento più seguito sui media e persino oggetto di un appello del Presidente della Repubblica. I telespettatori - ce ne sono di ogni tipo, tra quelli che hanno seguito Chi l'ha visto? come tra quelli che hanno seguito altri programmi - non sono responsabili del modo in cui si struttura una tramissione.

Il delitto di Avetrana ha rilanciato il crimine nei titoloni di prima pagina, nelle aperture dei telegiornali, su carta e su web; ha invaso edizioni ordinarie e straordinarie dei talk show e, di conseguenza, ha riaperto il dibattito sul quanta cronaca nera informa l'opinione pubblica. Una interessante inchiesta di Ilvo Diamanti riferisce che:
nel primo semestre del 2010, il Tg1 ha dedicato ai "fatti criminali" 431 notizie: circa l'11% di quelle presentate nell'edizione di prima serata. Uno spazio maggiore rispetto a quello riservato allo stesso tipo di notizie dagli altri principali notiziari (pubblici) europei. In dettaglio: l'8% la BBC, il 4% TVE (Spagna) e France 2, il 2% ARD (Germania). Va precisato, per chiarezza, che il tasso di crimini in Italia non è superiore a quello degli altri Paesi europei considerati. Semmai, un po' più basso. E aggiungiamo, per correttezza, che il TG5 mostra un andamento pressoché identico al TG1. Da ciò l'impressione - e anche qualcosa di più - che il crimine costituisca una passione mediatica nazionale. D'altronde, come abbiamo già mostrato altre volte, in queste pagine, c'è un legame stretto, in Italia, tra la percezione sociale e la rappresentazione mediale. Occorre, peraltro, evitare di ricondurre alla politica la responsabilità intera - comunque, prevalente - di questa tendenza. La politica, sicuramente, c'entra, visto l'intreccio inestricabile che la lega ai media e soprattutto alla televisione, pubblica e privata. (E l'enfasi sulla criminalità aiuta, certamente, a contenere la crescente preoccupazione sollevata da altri problemi. Per primo: la disoccupazione).
Repubblica, il giornale che pubblica l'inchiesta di Diamanti, fa la stessa cosa. L'arresto di Sabrina Misseri, in prima pagina, sovrasta ogni altra notizia, persino l'inchiesta romana su Berlusconi e figlio per evasione fiscale, mentre un altra notizia che vede vittima della violenza omicida una infermiera romena, Maricica Hahaianu, non compare nemmeno.

Il punto non è quanta informazione, ma quale. Anche la pagina politica, nel dare spazio a tante interviste e dichiarazioni inutili, nel farsi megafono di urla, insulti, pettegolezzi e diffamazioni, nel rappresentare la superficie degli eventi, è eccessiva e fa appunto dire che nei nostri giornali c'è troppa politica, mentre in verità ce n'è troppo poca.

Un importante funzionario di polizia disse tempo fa in una intervista al Venerdì di Repubblica, che il fatto di parlare molto di una certa tipologia di crimine, ne favorisce la denuncia. Se si parla molto di stupri, più stupri vengono denunciati e così via. Rompere il silenzio sulla violenza privata, sui sopprusi, le vessazioni, le molestie, le violenze che avvengono entro le mura domestiche, è un bene. Se il tutto non viene ridotto ad una fiction e se - concordo con Ilvo Diamanti - si mettono a tema e approfondiscono i problemi sociali che costituiscono la condizione favorevole di reati e delitti.

Riferimenti:
Chi l'ha visto - diretta tv - ritrovamento corpo Sara Scazzi (parte 1).avi
Sarah Scazzi ritrovata morta: i genitori informati in diretta tv a "Chi l'ha visto" 2/2
Si può staccare la spina dall'orrore? - Aldo Grasso
La macchina del dolore - Massimo Gramellini
Enrico Mentana difende Federica Sciarelli
L'assassino è fra noi, chi l'ha visto? - Ilvo Diamanti
Cara Televisione dacci la nostra ansia quotidiana - Ilvio Diamanti
La morte di Maricica Hahaianu: voi dove avreste pubblicato la notizia?

mercoledì 13 ottobre 2010

Scandali, la Repubblica non è il Giornale

Il Giornale di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti rivendica di essere come la Repubblica di Eugenio Scalfari e Ezio Mauro. Il trattamento Boffo equivalente alla campagna delle dieci domande. Equivalenza sostenuta anche da terze parti, a destra come a sinistra, in aree più o meno contigue al Cavaliere: Mario Sechi, Fabrizio Rondolino, Antonio Polito, Piero Sansonetti, Pier Luigi Battista. Lo ha detto esplicitamente Daniela Santanché ad Annozero, a commento delle pressioni di Nicola Porro su Renato Arpisella, adetto stampa di Emma Marcegaglia: "Vogliamo ricordare tutte le porcate che Repubblica ha fatto a Berlusconi?"

Come tutte le equiparazioni, anche questa può sostenersi su alcune somiglianze reali. Entrambi trattano di scandali, comportamenti illegali o immorali che coinvolgono un personaggio pubblico. Entrambi, a partire dalla notizia, costruiscono una campagna, che vuole monopolizzare l'attenzione, mediante enfasi ed insistenza, per settimane e mesi, anche quando non ci sarebbe molto da aggiungere. Entrambe hanno una motivazione politica, ma già qui cominciano le differenze.

Fa un effetto diverso vedere un giornale di opposizione mettere nel mirino esponenti del governo, a partire dal premier, e un giornale di area governativa mettere nel mirino esponenti dell'opposizione o anche soltanto critici nei confronti del governo. L'informazione dovrebbe svolgere una funzione di controllo sul potere politico, ma quando questa è schierata con il potere politico, la sua natura cambia, diventa uno strumento di controllo sull'opposizione al potere politico. Diventa uno strumento del governo.

In parte ciò è inevitabile, specie in Italia, dove tutti i grandi giornali sono proprietà di editori, che sono anche imprenditori e finanzieri, con interessi politici diretti o indiretti. Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Espresso-Repubblica è la tessera numero uno del Partito democratico. Tuttavia, De Benedetti è rimasto un imprenditore e tra il Pd e Repubblica esiste un rapporto dialettico di reciproco condizionamento. Il gruppo dirigente del Pds/Ds/Pd tante volte è stato accusato di essere eterodiretto da Repubblica, specie Achille Occhetto e Walter Veltroni.

Le cose cambiano un bel po' quando l'imprenditore editore è anche capo di una fazione, capo del governo, datore di lavoro dei giornalisti, proprietario della televisione commerciale, controllore della Rai, un uomo di potere capace di influenzare la nomina (o le dimissioni) dei direttori dei principali quotidiani. Proprietario della principale casa editrice del paese, la Mondadori, da cui dipende la distribuzione di molta carta stampata.

Dovrebbe fare un effetto diverso anche il differente peso degli scandali denunciati. Nel caso di Silvio Berlusconi, della P3, dei ministri e degli uomini a lui legati, abbiamo veri e propri capi di imputazione relativi a corruzione, malversazione, associazione mafiosa. Nel caso degli avversari, dei critici, dei dissidenti di Berlusconi abbiamo scandali minori o del tutto inesistenti. La casa di Montecarlo, la cucina Scavolini, l'omossessualità di un direttore, il modo di camminare e i calzini di un giudice che attende il suo turno dal barbiere (quel giudice, Mesiano, che ha emesso la sentenza sul lodo Mondadori). Fatti privati opposti a fatti di rilevanza pubblica.

Da Noemi Letizia a Patrizia D'Addario, anche quello delle escort è uno scandalo minore? Può darsi, anche solo considerando i processi in corso del suo protagonista. C'era molto altro sui cui si può concentrare di più e meglio l'attenzione. E' comunque, uno scandalo di rilevanza pubblica. Non solo perchè mostra il costume e lo stile di vita del capo del governo, la sua concezione della donna, ma anche perchè ha qualcosa a che vedere con l'induzione e il favoreggiamento della prostituzione, la ricompensa di questa con risorse pubbliche: voli su aerei di stato, ospitalità in una sede del governo, quale è per decreto Palazzo Grazioli, candidature istituzionali, posti in Rai. Non solo avventure e scappatelle, ma l'edificazione di un sistema, quello che Paolo Guzzanti chiama "Mignottocrazia", quello che Veronica Lario ha chiamato "ciarpame politico". Infine, non da ultimo, il mettersi, il capo del governo di uno stato libero e sovrano, in una posizione di ricattabilità. Ce n'è abbastanza per giustificare una inchiesta del principale giornale di opposizione, in una democrazia.

Diverso è il metodo di lavoro. Capita una notizia, la pubblico. Sospetto qualcosa, vado a cercare le notizie, se le trovo le pubblico. Magari ne faccio un uso politico, strumentale, parziale, enfatico, ma questo fa parte della natura del giornale politico. Diverso è raccogliere le notizie e metterle da parte per tirarle fuori al momento opportuno. Riattualizzare notizie vecchie solo perchè gettano discredito. O pubblicare vere e proprie bufale a scopo diffamatorio e poi, una volta ottenuto l'effetto, magari chiedere scusa. E fare questo a scopo punitivo, magari facendolo precedere da avvertimenti pubblici e privati, al fine, come dice la Marcegaglia, di coartare la volontà delle persone. Mettere sul piatto la possibile pubblicazione di notizie per ottenere dal malcapitato protagonista qualcosa in cambio, la sua condiscendenza nei confronti del governo, così come, secondo il paragone fatto da Marco Travaglio, il fotografo Fabrizio Corona metteva sul piatto la pubblicazione di foto sconvenienti per ottenere soldi dai personaggi fotografati.

Diversa è anche la filosofia che ispira il modo di lavorare. I giornalisti di Repubblica, come quelli di Annozero, del Fatto quotidiano, sono dei moralizzatori. Essi sono contro Berlusconi proprio per le cose che pubblicano contro di lui. Non per nulla vengono definiti "giustizialisti", "mozzaorecchie" e via dicendo. Epiteti denigratori che però alludono anche alla convinzione del denigrato. I giornalisti del Giornale non vogliono moralizzare un bel nulla, vogliono spuntare le armi ai moralizzatori, dimostrare che sono, siamo tutti uguali, perchè tutti abbiamo una macchia, uno scheletro nell'armadio, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. E' il fantuttismo che emette una generale chiamata di correo per predicare omertà.

Per indurre negli avversari un effetto simile a quello riassunto in una celebre battuta di un politico americano, se non ricordo male Adlai Ewing Stevenson, che diceva ad un candidato rivale: "Le propongo un patto: lei la smette di dire bugie sul mio conto, io la smetto di dire la verità sul suo".


Riferimenti:
Belpietro VS Mauro sul caso Berlusconi - Letizia (Ballarò 26/05/09)
Pubblico-privato: dieci domande a Berlusconi
Giorgio Stracquadanio: ‘Per lui ci vuole il trattamento-Boffo’
Le prime pagine del Giornale su Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo - Antonello Piroso
Il caso Boffo, ovvero delle "informative" per disinformati
Quell’editoriale di Cicchitto sulle pagine di “Repubblica” - Piero Sansonetti
Lo strano caso del giudice Mesiano - Beppe Grillo
Responssabilità e ricatti - Massimo Giannini
Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere - Giuseppe D'Avanzo
Marcegaglia-il Giornale, l’audio delle intercettazioni