mercoledì 6 ottobre 2010

Burqa vietato, paternalismo velato


Il burqa e il niqab non mi piacciono. A leggere le proposte di divieto però, quasi quasi mi viene voglia di indossarli. Si tratta in genere di posizioni speculari a quelle degli ayatollah. La differenza tra uno stato laico e democratico e uno fondamentalista non può stare nell'obbligo che impone: 1) Toglilo! 2) Mettilo! Ma nella tutela dei diritti e delle libertà individuali: "Vestiti come ti pare". Più in generale, penso che questa del burqa, sia una inutile e controproducente disputa identitaria, ufficialmente velata dalla tutela della sicurezza e della dignità della donna.

L'obbligo di rendersi riconoscibile va bene. Quando io porto la sciarpa sul viso o il passamontagna, non nego, quando è necessario, di scoprirmi il volto. Questo obbligo già c'è: in Italia, esiste una legge, la 152/1975, che vieta di coprirsi il volto, senza giustificato motivo. Ma c’è anche un pronunciamento del Consiglio di Stato secondo cui una persona può indossare il velo per motivi religiosi, culturali e le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo di tale persona di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione della copertura. E ciò mi sembra più che sufficiente.

Poi, posso pensare che indossare il burqa è schiavitù. E camminare sui tacchi a spillo una tortura. Ma non posso deciderlo per altre persone. Secondo me, il divieto indiscriminato di indossare un qualsiasi tipo di abbigliamento è inconstituzionale.

L'imposizione del velo integrale e di qualsiasi altra cosa è inaccettabile e va comunque perseguita, senza esitazioni di sorta. Per questo vale, l'art. 610 del codice penale: "Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339."

Diffido di una impostazione che vuole risolvere il problema mediante il rapporto tra culture differenti. 1) Ogni presunta cultura nel mondo è una realtà pluralista e conflittuale al suo interno. Nessuno è riducibile ad una cultura. 2) In uno stato laico, una cosa è la legge, un altra è la cultura (religione, filosofia, ideologia, etc.). Lo stato laico ti vieta di fare solo ciò che può nuocere al bene altrui e non si interessa dei significati delle tue manifestazioni "culturali". In uno stato laico e democratico siamo tutti cittadini uguali, non siamo padroni e ospiti. L'idea che le nostre leggi non bastino, che si debba fare una legge ad hoc contro il velo integrale, una legge sottoscritta dai rappresentanti dell'altra cultura è in sostanza un patto tra elite che sacrifica i diritti individuali, a favore delle prerogative delle "culture". Questo mi fa pensare che quando entriamo in rapporto con ciò che è diverso e sconosciuto, siamo noi a scoprirci poco integrati con la nostra cultura. Il burqa separa? Anche l'idea di vietare il velo integrale è una cosa che "ci separa". Tra "noi" e "loro", ma soprattutto tra "noi".

Se una donna vuole mettersi il velo integrale, per me deve poterselo mettere. Per me conta solo il suo diritto individuale e non mi importa nulla del fatto che i suoi capi tribù sottoscrivano i divieti dei nostri capi tribù. Esistono anche donne che si mettono il velo per libera scelta. Come ne esistono altre che si mettono tacchi e minigonna solo per dover compiacere il loro uomo o il loro capo. Basti pensare a come deve vestirsi una prostituta e a quanto essa sia realmente libera nella sua scelta di prostituirsi. Ma a nessun paladino della nostra cultura salta in mente di proporre il divieto preventivo di prostituirsi.

Quello che è inaccettabile è che una autorità pretenda di stabilire quando gli altri sono veramente liberi, capaci di intendere e di volere. Se usano la libertà secondo le aspettative dell'autorità illuminata, allora vuol dire che sono veramente liberi, in caso contrario l'autorità gli impone obblighi e divieti, finchè non si evolvono.

Le conseguenze pratiche di un divieto sarebbero del tutto irrilevanti se non controproducenti (alcune donne sarebbero maggiormente costrette a vivere recluse in casa). Come molte dispute simboliche, essa crea un clima di contrapposizione (anche tra "noi"), ma soprattutto una norma di questo tipo costituirebbe un vulnus autoritario e paternalistico nella nostra cultura giuridica.

Il confronto con l'infibulazione è fuorviante. L'infibulazione è una mutilazione fisica dei genitali praticata sulle bambine. Indossare il velo integrale non costituisce una mutilazione fisica, nè necessariamente una qualche forma di mutilazione psicologica inflitta a sé stessa. E le donne musulmane sono persone adulte, non sono bambine. Trattarle come fossero tali, questa sì, è una violenza psicologica. Più pertinente, il confronto con il divieto dei minareti in Svizzera.


Riferimenti:
"La mia opposizione a burqa e niqab" (Intervista a Sofia Ventura)
Ecco gli argomenti anti-velo (che non reggono) - Anna Elisabetta Galeotti
La questione del burqa in Europa - Sara Silvestri
Accessorio hijab - Elisa Pierandrei
Non facciamo di tutti i veli un burqa - Rosy Santella
Luoghi non comuni del mondo musulmano - Flavio Iannelli
Zaccaria (Pd): “Il disegno di legge ‘antiburqa’ è anticostituzionale”

Nessun commento:

Posta un commento