mercoledì 20 ottobre 2010

Dobbiamo lavorare di più?

La manifestazione della Fiom contro il modello Pomigliano è andata molto bene, nonostante gli allarmismi di Roberto Maroni, sui quali ho la stessa opinione di Piero Ricca, che rievoca il ministro della paura.

Sergio Marchionne, la Confindustria, il Governo, affermano, piuttosto genericamente, che i tempi sono cambiati e che nell'era della globalizzazione non possono più valere le rigidità degli anni '70.

Ma non è mai esistita un'epoca in cui gli imprenditori non abbiano cercato di aumentare lo sfruttamento dei lavoratori con tutta la flessibilità possibile, per trarne maggior profitto. Sono esistite epoche, nelle quali, ci sono riusciti meno e, a denti stretti, hanno dovuto accettare limitazioni contrattuali e legislative, senza peraltro riceverne danno, concentrandosi allora su altri versanti per meglio competere: l'innovazione di processo e di prodotto. Viceversa, la competizione agita sullo sfruttamento impigrisce la formazione e la ricerca, prime voci ad essere tagliate nei bilanci aziendali.

Il leit motiv imprenditoriale della nuova era, predicato tante volte da Berlusconi, ma anche da Luca Cordero di Montezemolo e, in ultimo dalla presidentessa dei giovani industriali, Federica Guidi, è "Dobbiamo tutti lavorare di più". Verrebbe da chiedere: "Ma se questa è l'esigenza, perchè licenziate?" I licenziamenti sono una riduzione del tempo di lavoro. Come spiegava tempo fa, Strauss Khan, l'aumento della produttività, in conseguenza dell'innovazione tecnologica, riduce il tempo di lavoro, il quale può assumere due forme: quella della disoccupazione e quella della redistribuzione dei tempi di lavoro, mediante riduzione di orario. Era ministro del governo Jospin, quello delle 35 ore settimanali.

La questione, infatti, non è lavorare di più, ma redistribuire il lavoro e aumentare la produttività. La disputa non è nuova e già nel 2006, in merito ad un confronto tra Epifani e Montezemolo su quanto lavorano gli italiani, l'Istat diffuse i dati in materia, da cui risultava che gli americani lavorano più di noi: 1824 ore annue contro le 1699 degli italiani. Ma quelle 1699 ore lavorative annue medie, sono di più della media dell’Europa a 25 (1606) e molto di più dell’Europa a 15 (1571). Molto di più di Francia e Germania.

In Italia orari lunghi
ma meno produzione del resto d’Europa

(...) Nella hit parade il primo posto è per la Grecia (1787 ore) seguita - nell’ordine - dalla Gran Bretagna (1730), dall’Italia (1699) e dall’Irlanda (1697).
Un’altra classifica Eurostat ci dice anche quante ore si lavori in media a settimana, e anche qui la graduatoria vede i nostri vicini greci tra i più zelanti, con 41,9 ore, seguiti dall’Austria (38,7), la Spagna (38,6), il Portogallo 38,4) e poi noi (38,1). La Francia e la Germania - per restare a quei paesi citati nel dibattito di Varese - sono rispettivamente a 36,8 e 36,9 ore settimanali.
Un focus va fatto - semmai - non tanto sul quanto si lavora, ma sulla produttività. Anche qui ci viene in soccorso Eurostat con riferimenti chiaramente leggibili: posto 100 il valore della produttività oraria media dell’Europa a 15, la Germania ha un numero indice pari a 106, la Francia sfiora i 118, l’Olanda 116, il Belgio 128. Noi - per contro - siamo a 92, la rampante Spagna a 88 e la laboriosa Grecia a 71.
Senza dire - ed è ancora il Rapporto Istat a testimoniarlo - che il costo del lavoro da noi è di gran lunga inferiore a quello della Francia (9 mila euro l’anno in meno) e soprattutto della Germania (inferiore di 14 mila euro). Resta forte - invece - il divario con gli Stati Uniti, come sottolineato dal leader di Confindustria. (...)

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