domenica 31 ottobre 2010

Fabio Fazio non intervista gli operai


Fabio Fazio non inviterà gli operai della Fiat a replicare all'intervista di Sergio Marchionne, ma Susanna Camusso, nuova segretaria generale della Cgil, per raccontare la prima volta di una donna alla guida della principale confederazione sindacale italiana. Meglio che niente, ma Camusso corrisponde a Marcegaglia, mentre l'amministratore delegato dovrebbe essere messo a confronto con i suoi operai o con i delegati sindacali dei suoi operai, magari proprio quelli licenziati per rappresaglia.

Un programma ha comunque il diritto di essere unilaterale. Pluralismo e par condicio devono emergere dal panorama complessivo dell'informazione e non necessariamente da una singola trasmissione. Peccato che, a parte Annozero, operai, impiegati, studenti, disoccupati, i soggetti sociali non abbiano quasi mai accesso alla possibilità di autorappresentarsi. Se e quando va bene, li rappresenta un partito, un sindacato, un'associazione. Imprenditori e manager, invece no, possono rappresentarsi in proprio, ed anche essere particolarmente ringraziati per aver concesso la propria presenza.

In questa unilateralità, il giornalista potrebbe almeno recitare la parte del diavolo ed esercitare un contraddittorio, invece di accompagnare cordialmente un monologo, magari preparandosi prima sull'argomento, in modo da riconoscere subito le inesattezze affermate dal proprio interlocutore. Per esempio, sempre parlando dell'intervista di Marchionne, quella secondo cui il sistema di pause introdotto a Pomigliano sarebbe già in vigore a Mirafiori. Oppure, quando l'ad ha dichiarato di essere un metalmeccanico, poteva ben starci una domanda sull'enorme differenza salariale tra un manager e un operaio, tanto da rendere di dubbio gusto quella battuta. Come osserva, Maurizio Landini segretario della Fiom, per stipendio Marchionne non è uno, ma 435 metalmeccanici.

Sarebbe stato interessante approfondire l'effettiva importanza dell'Italia per la Fiat. Marchionne ha dichiarato essere il nostro paese solo un peso per la sua azienda, poichè l'Italia non porterebbe un euro di utile, senza l'Italia la Fiat farebbe meglio, la Fiat resterebbe in Italia solo per responsabilità sociale e questo spiegherebbe niente di meno che la delocalizzazione all'incontrario della Panda da Tichy (Polonia) a Pomigliano (Italia). Passi non andare via, ma addirittura tornare. Perchè mai, se è così sconveniente? Inoltre, è proprio vero che l'Italia non porta utili. Pur lasciando da parte l'importante capitolo di agevolazioni, finanziamenti e incentivi - otto miliardi di euro in trent'anni - ci sarebbero i buoni bilanci (in attivo) di Ferrari, Iveco, Cnh, Sevel, e della stessa Fiat Auto per ciò che concerne le vendite in Italia, mentre va sotto nelle esportazioni all'estero.

E poi, quei dati sull'Italia - 118° posto su 139 per efficienza del lavoro ed è al 48° posto per la competitività del sistema industriale - da dove arrivano, come si sono formati e, soprattutto, da cosa dipendono? Forse dai lavoratori? Obietta, Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom, che sono i dati del Word economic forum, cioè l’associazione di padroni, banchieri e manager che si riunisce ogni anno a Davos in Svizzera, meeting contro il quale è nato il Social Forum.  Il 118° posto l’Italia lo riceve non per l’efficienza dei lavoratori, ma per l’efficienza del mercato del lavoro, cioè per la libertà delle imprese, e qui ci sarebbe molto da discutere, di assumere e anche licenziare. E’ un giudizio, naturalmente, ma se Marchionne avesse detto in televisione: “siamo tra gli ultimi per la possibilità di licenziare” non avrebbe fatto la stessa figura. Il 48° posto italiano per la competitività è la media di diversi fattori, per esempio il 101° posto dato al mercato finanziario e posizioni altrettanto basse per la giustizia fiscale, la corruzione, la competitività ambientale, la pubblica amministrazione, ma il 20° posto per costo del lavoro, il più virtuoso dei fattori. Forse Marchionne dovrebbe allora rivolgere la sua insoddisfazione prima di tutto al governo.

In effetti, Marchionne parla anche al governo che non ha una politica industriale e non sostiene gli investimenti come gli Usa per la Chrysler o la Ue per gli stabilimenti in Serbia. Ma le proposte dell'ad riguardano l'organizzazione del lavoro, la riduzione delle pause, la metrica del lavoro (l'ottenere la miglior prestazione fisica e mentale di un operaio in un minuto), la limitazione del diritto di sciopero e della retribuzione della malattia per contrastare l'assenteismo. Si tratta della limitazione di diritti costituzionali. Il diritto di sciopero è individuale e non può disporne un contratto collettivo. L'assenteismo è già in calo e dal 2008 si è ridotto al 3,7%. Marchionne parla degli operai che si assentano per vedere le partite di coppa il mercoledì, ma se questo realmente succede è possibile che vi sia un tacito accordo con i capi. A Termini Imerese durante i mondiali, fece notizia un giorno di sciopero per poter vedere la partita. Sui giornali la vicenda fu rappresentata così e lo stesso ad colse la palla al balzo per denunciare l'assenteismo, ma la possibilità di guardare le partite dell'Italia ai mondiali era inclusa nel contratto. Punto disdetto unilateralmente dall'azienda, perciò lo sciopero. Perciò, prima di denunciare i propri dipendenti come fannulloni, l'azienda dovrebbe considerare che tipi di accordi sottoscrive, formalmente e tacitamente. Forse che la Fiat non preferisce i tifosi ai sindacalizzati?

Ma soprattutto, un intervistatore adeguato avrebbe chiesto a Marchionne, come fanno gli stabilimenti italiani a non essere sottoutilizzati, se 22 mila lavoratori sono in cassa integrazione. E in che modo la riduzione delle pause e la limitazione dei diritti renderebbe più appetibili le auto Fiat rispetto alle auto straniere sullo stesso mercato italiano (solo tre auto vendue su dieci sono Fiat). E se si produce la Panda, se la Fiat continua ad essere specializzata nella costruzione di auto piccole, come può accorciare le distanze con gli altri grandi costruttori europei specializzati nella costruzione di auto di fascia medio-alto, quelle sulle quali si guadagna di più? Senza questa prospettiva, come possono i salari italiani allinearsi a quelli dei paesi vicini, come promesso dall'ad, cioè aumentare dal 30 all'80 per cento? Secondo Luciano Gallino, l'utilizzazione degli impianti potrebbe salire se si concentrasse la produzione in due, tre grandi stabilimenti, per ridurre drasticamente i chilometri che ogni pezzo deve percorrere prima di arrivare dove viene montato. Già, ma fin dagli anni '80 la frammentazione della produzione fu decisiva anche per la frammentazione e quindi l'indebolimento della classe operaia e del sindacato.

Riferimenti:
Ecco tutta la verità su quanto guadagna la Fiat in Italia (Andrea Malan, Sole24Ore 25.10.2010)
La Fiat e il modello Pomigliano. Un carteggio Ichino-Leonardi (Davide Orecchio, Rassegna 25.10.2010)
Produttività, da 4 a 8 mila esuberi per stare al passo con gli stranieri (Paolo Griseri, Repubblica 26.10.2010)

2 commenti:

  1. Marchionne fa il suo lavoro di manager; ma la Cgil fa il suo lavoro di sindacato?

    La strategia globale di Marchionne e quella italiana della CGIL

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  2. Anche tra manager esistono opinioni diverse sul giusto modo di fare quel mestiere.
    Cesare Romiti: «A Marchionne dico: i sindacati? Li puoi battere, non dividere»

    Il confronto è impari. Per difendere efficacemente i lavoratori, la Cgil dovrebbe essere un sindacato sovranazionale, magari nel quadro di una statualità sovranazionale.

    Tuttavia, se Marchionne resta in Italia e addirittura delocalizza al contrario, avrà pure il suo tornaconto, e dunque anche per i sindacati nazionali qualche margine di trattativa c’è, senza dover per forza accettare un “prendere o lasciare”. E, nonostante il ricatto, il 40% dei lavoratori non ha preso.

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