martedì 5 ottobre 2010

L'integrazione degli zingari



Una parte delle autorità e dell’opinione pubblica sostiene che gli zingari nomadi non possono o non vogliono integrarsi nella nostra società sedentaria. La loro presenza non integrata è un problema. L’unica soluzione è negargli il permesso di restare con noi e cacciarli via.

Non ho dati recenti, ma sul finire degli anni '90 si calcolava che la frequenza scolastica media dei bambini zingari in Europa raggiungesse il 50% dei minori in età dell'obbligo, mentre in Italia si aggirava tra il 20 e il 30.%. Credo che oggi la situazione sia persino un po' migliorata. Questi dati dimostrano che molti zingari sono disponibili ad integrarsi. Un esempio importante è l'Ungheria. Un terzo della popolazione è zingara. A Budapest è zingaro un abitante su dieci. E non si tratta certo di persone che vivono nei campi nomadi o ai margini della società. Vanno a scuola, lavorano, vivono in appartamenti. Bisogna allora evitare le generalizzazioni. La maggioranza dei casi forse dà ragione (qui in Italia) a chi non crede nella possibilità di integrazione, ma la minoranza e l'esperienza di altri paesi, ci indica che esiste anche un'altra possibilità rispetto a ciò che molti di noi credono universale e inevitabile.

Quando parliamo di integrazione, dovremmo inoltre capire meglio di cosa parliamo, cosa vogliamo. Come ce le immaginiamo le persone disponibili ad integrarsi? Se ne facciamo il ritratto sospetto che ne venga fuori una persona già bella e integrata. E noi, come società autoctona, siamo ben integrati, con i nostri elevati livelli di abbandono scolastico, i nostri sfratti, la nostra disoccupazione, i nostri tossicodipendenti, le nostre fobie e nevrosi? Chissà che affrontando il tema dell'integrazione degli altri, non riusciamo ad integrare meglio anche noi stessi.

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Se esiste una minoranza di zingari disponibile all'integrazione o già integrata, nulla vieta che questa componente possa ulteriormente ampliarsi. Questo poi, è solo un aspetto della questione. Bisogna inoltre vedere quanti e quali stati, a quale livello, abbiano effettivamente perseguito l'obiettivo dell'integrazione e con quali politiche. Vediamo che i dati sono diversi da stato a stato e che l'Italia in materia non è la prima della classe. I problemi possono essere anche opportunità.

Non esiste una parte del mondo in cui siano relegabili i nomadi. Cosa vuol dire "negargli il permesso di stare qui"? Spostarli da un'altra parte dove qualcun altro vorrà negargli lo stesso permesso. A cosa serve allontanare un campo nomadi verso il comune a sud, quando poi me ne ritrovo due, perchè il comune a nord a me confinante ha fatto la stessa cosa a mio danno? La reazione immediata per il risultato immediato, mi pare sia lo scavare una buca per coprirne un'altra.

Le esperienze sono tutte vere. Anche a me è successo di avere la casa scassinata dagli zingari e di subire un paio di scippi in centro. Però, mi è anche successo di fare amicizia con alcuni di loro e di ricevere aiuto, durante i turni notturni di vigilanza alla Festa dell'Unità e poi di Liberazione. Per mia suocera, l'esperienza con gli zingari è soprattutto quella degli allievi della sua scuola. Non pretendo affatto di contrapporre una generalizzazione positiva ad una generalizzazione negativa. Anzi, vorrei superare le generalizzazioni.

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In un articolo di Giovanna Zincone, si pongono alcuni problemi. Uno in particolare: la trasformazione della nostra economia si è resa del tutto incompatibile con la loro, dando luogo ad un modello sempre meno attraente per gli altri e, forse, anche per noi stessi. L'evoluzione del nostro mondo ha tolto ogni spazio al loro, senza però diventare per loro più attraente. Di qui la difficoltà dell'integrazione. D'altra parte, da dove può cominciare una riflessione sull'integrazione se non dal modo di essere del modello integrante?

Il principio di integrazione che abbiamo in testa cosa implica? Che il nostro modo di essere costituisce il modello superiore, il progresso, il punto di arrivo più avanzato dell'umanità. Gli altri, se non sono sbagliati, sono per lo meno arretrati. Cosa è l'integrazione degli arretrati? Avanzare fino a raggiungergi, rimanendo appena un po' indietro, avere l'ambizione e l'orgoglio di diventare le nostre retrovie. Un tempo questa idea era condivisa anche dagli altri, perciò sembrava funzionare. Oggi, un po' meno. Qui è il problema culturale, si potrebbe dire, di "egemonia".

D'altra parte, noi non viviamo il senso di alcun missione civilizzatrice. Non vogliamo affatto condividere il nostro modello, i nostri principi, il nostro benessere, con gli "arretrati". Al contrario, pensiamo che l'avanzata degli arretrati, la loro integrazione, metta a repentaglio quel che è nostro, perchè ce n'è appena per noi. Se tutti gli zingari ci dicessero: "Bene, ci avete convinto, vogliamo vivere come voi, avere una casa come la vostra (magari nel vostro condominio), un lavoro, come il vostro, la vostra scuola (per essere compagni di banco dei vostri figli), la vostra previdenza, la vostra assistenza sanitaria, la vostra democrazia, il vostro diritto di voto". Noi cosa risponderemmo? "Benvenuti cari, era ora, è da tanto che vi stiamo aspettando"? E’ questa la nostra speranza e aspettativa? O preferiamo sancire che gli zingari sono stronzi, con noi non hanno nulla a che fare e... stop? Stop, perchè impostato così il problema non ha soluzione, salvo i campi di concetramento.

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Questa è la nostra idea di integrazione: il fatto che gli altri si adeguino a noi, perchè noi siamo meglio. Se ritenessimo di essere peggio, sorgerebbe tra noi un movimento che propone l'inverso. Talvolta succede, pur rimanendo nell'ambito del nostro mondo, come quando citiamo a modello altri paesi (l'America, l'Urss, la Scandinavia, etc.)

Noi non giudichiamo mai la nostra comunità. Al limite giudichiamo i nostri personaggi pubblici, i nostri partiti, i nostri stati, le nostre organizzazioni. Già l'idea che "noi" siamo una comunità è abbastanza estranea ai nostri principi. Quando parliamo di "noi" e "loro" fuoriusciamo dai nostri principi ed entriamo in una dimensione tribale.

Vanno condannati la diseguaglianza, il patriarcato, lo sfruttamento dei minori, ogni reato, non importa chi lo pratica. L'essere minoranza non ti giustifica, ma qui il paradigma è rovesciato: l'essere minoranza ti condanna. Anche se non hai fatto nulla, per il solo fatto di essere assimilabile a chi ha fatto qualcosa.

I pregiudizi si fanno largo quando nella società si avverte il bisogno di un capro espiatorio, in risposta ad un disagio di insicurezza sociale (perchè non c'è lavoro, il salario non basta, la casa è un miraggio o il luogo di attesa di uno sfratto, perchè il futuro, si immagina, peggio del presente).

Se i problemi si identificano con le comunità, l'impostazione del problema è tale da non avere soluzione. Si può solo eliminare la comunità con un genocidio oppure segregarla in campi di concentramento o bantustan, cosa che mal si concilierebbe con i nostri principi, almeno in casa nostra. Perciò da una decina d'anni, gli amministratori che affrontano il problema, si accontentano di sgomberare i campi, scambiandosi i rom da un comune all'altro. Un modo di affrontare i problemi che li riproduce, li aggrava, o per ben che vada, li lascia come sono.

(Sett - Ott, 2007)

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