martedì 19 ottobre 2010

Sulla pena di morte

Esistono contro la pena di morte ragioni di ordine filosofico, morale, religioso (non scientifico, dunque) che negano allo stato la legittimità di disporre di una vita umana e considerano la pena capitale inumana, ingiusta e incivile.

E' un principio che ha la sua dignità. E, ci mancherebbe, lo si può esprimere con pieno diritto. Come si può esprimere il principio opposto secondo cui l'eliminazione fisica di coloro che hanno messo gravemente a repentaglio la sicurezza e la convivenza civile sia una giusta punizione, una garanzia per il futuro, un deterrente per altri potenziali criminali, e magari, perchè no, una giusta vendetta.

Tuttavia, il dibattito sulla pena di morte, non è solo dibattito di principi. Dietro le varie opinioni, vi sono anche considerazioni e valutazioni di ordine pratico, diciamo politico.

Vi sono governi, partiti che sostengono la pena di morte unicamente per la sua funzione demagogica: simboleggia, rassicura, fa percepire, la durezza, l'intransigenza dello stato contro il crimine, poi con quali risultati poco importa.

Viceversa, vi sono governi e movimenti che si oppongono alla pena capitale per via della sua inutilità.

  • Non produce una diminuzione dei crimini più gravi. Pare anzi il contrario.
  • Lo stato dispone comunque di mezzi meno cruenti per neutralizzare e rendere inoffensivi i criminali più pericolosi (fino all'ergastolo).
  • Infine, in caso di errore giudiziario, l'eliminazione fisica del condannato è irrimediabile e irrisarcibile in modo totale.

Queste sono le ragioni, prevalentemente di ordine pratico, non solo morale, per cui nelle democrazie (non tutte) la pena di morte è stata progressivamente abolita. Permane invece negli stati totalitari, non solo e non tanto in opposizione al crimine, quanto come arma contro l'opposizione politica e la diserzione militare.

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E' la pena di morte, data la sua gravità, che deve dimostrare la sua utilità ai fini della deterrenza. Questa dimostrazione, al momento, non esiste.

Quello che sappiamo è che nei paesi dove esiste la pena capitale, il tasso del numero degli omicidi è superiore a quello dei paesi abolizionisti. E sappiamo anche che nei paesi che hanno abolito la pena di morte, nel periodo successivo all'abolizione non si è verificato un aumento degli omicidi. Nè tale aumento si è verificato nei periodi di sospensione delle esecuzioni là dove la pena di morte è stata comunque mantenuta. Anzi, talvolta, dopo l'abolizione (o la sospensione) il tasso di omicidi è persino diminuito.

Possiamo inoltre facilmente supporre che gli omicidi premeditati sono progettati nella convinzione, non tanto di scontare una pena più o meno mite, quanto di non essere scoperti e catturati. Se l'identità di una percentuale elevata di autori di omicidi resta sconosciuta, l'entità della pena alla quale dovrebbero essere condannati è irrilevante, dal punto di vista della deterrenza.

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La pena capitale è più misericordiosa dell'ergastolo? Non ho elmenti nè per affermarlo, nè per negarlo. Credo, comunque, siano molti di più i condannati a morte che chiedono la grazia, che non gli ergastolani che richiedono di essere uccisi. Tuttavia, non comprendo la logica secondo cui chi merita di essere giustiziato per avere commesso un delitto odioso dovrebbe con ciò meritare un po' più di misericordia rispetto ad una pena più dura, da infliggere invece a chi abbia commesso un delitto meno grave.

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In generale, penso che al carcere dovrebbero essere destinati solo gli autori di delitti, destinando a pene alternative gli autori di reati minori. Questo risolverebbe il problema della sovrappopolazione, dei costi, e favorirebbe una migliore gestione della popolazione carceraria rimasta.

Naturalmente vi saranno sempre detenuti senza speranza di riabilitazione, così come vi saranno sempre malati incurabili (che nel frattempo però curiamo), senza che questo debba essere vissuto come una sconfitta di sistema.

Ultima questione, riguardo ai costi. Per ottenere risparmi significativi, bisognerebbe far fuori un bel po' di gente, mica qualcuno una volta ogni tanto, come è nella prassi della pena capitale. Ma è proprio vero che la pena di morte costa meno della detenzione? Negli Stati Uniti pare di no.

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E' un fatto che la pena di morte venga applicata soprattutto, se non esclusivamente, dalle dittature, con l'eccezione degli Stati Uniti. E da nessuna parte è dimostrato che essa eserciti un effettivo deterrente verso i criminali ed una effettiva funzione di sicurezza dei cittadini. Dunque, di questo istituto sfugge l'utilità pratica, tant'è che anche coloro che la ripropongono sembrano essere mossi solo da una questione di principio. Ideologica o talvolta psicologica.

Storicamente, l'alternativa al carcere è la punizione corporale. A ben pensarci, così come l'ergastolo è l'estrema punizione carceraria, la pena capitale è l'estrema punizione corporale. Allora, tirando tutte le somme del tuo ragionamento, qui non c'è da ripristinare solo la pena di morte, ma tutto il resto. Se la pena capitale è meglio dell'ergastolo, le cento bastonate, le cento frustate, il taglio delle mani, degli arti, della lingua, delle orecchie, insomma la legge del taglione, sarà meglio delle pene detentive intermedie. Nelle società povere, sul carcere si è sempre risparmiato così.

(Luglio 2007)

Il costo della pena di morte
di Claudio Giusti
(...) La pena di morte americana costa enormemente di più del mantenimento di un condannato per 40 lunghi anni di carcere. E’ opinione comune, e facilmente dimostrabile, che ogni esecuzione costi al contribuente americano molti milioni di dollari in più (dieci?) di quanto costerebbe una condanna a vita.
Lo studio più accreditato sull’argomento è stato compiuto all’Università Duke (N.C.) da Cook e Slawson, secondo i quali la differenza fra casi capitali e casi non capitali è di 2.160.000 dollari, ma la realtà è ben più costosa.
Secondo il Sacramento Bee la California spende per la pena di morte 90 milioni di dollari all’anno, e questo dal 1982. Visto che da allora ci sono state undici esecuzioni, questo significa che ognuna di esse è costata 250 milioni di dollari (Los Angeles Times 6 marzo 2005)
La Florida secondo il Palm Beach Post (04.01.2000), ha speso 24 milioni di dollari per ognuna delle sue esecuzioni, mentre i quotidiani degli stati non abolizionisti sono pieni di articoli che lamentano l’altissimo costo della pena di morte.
La spiegazione di questi costi micidiali sta soprattutto nella maggiore lunghezza e complessità del processo pena di morte rispetto ad un processo normale. La preparazione del processo è lunghissima ed ha costi alti anche se non conosciuti, ad esempio occorrono indagini più lunghe e più accurate (o almeno occorrerebbero). Bisogna selezionare un Grand Jury e le mozioni pre-trial preparate dalla difesa possono essere moltissime. Una percentuale altissima di procedimenti si conclude con un patteggiamento. Se poi si arriva al processo vero e proprio la selezione della giuria può durare settimane. Il processo (che però è a volte di una rapidità sconvolgente) è di norma molto più lungo di un processo normale perché prevede, nel caso di dichiarazione di colpevolezza, una seconda fase (sentencing), a volte lunga, in cui si dibatte se è il caso o meno di uccidere il condannato.
Secondo il Death Penalty Focus of California
http://www.worldpolicy.org/ la differenza dei costi fra un processo normale ed uno capitale è questa;
il costo dell’avvocato della Difesa passa da 160.000 dollari a 386.000,
le investigazioni per la difesa da 5.000 a 48.000 e lo stesso avviene per quelle dell’Accusa,
il Procuratore passa da 320.00 a 772.000 (sempre il doppio della Difesa),
il costo della Corte da 82.00 a 506.000 e quello della prigione da 55.000 a 137.000.
Così abbiamo un processo pena di morte che costa 1.897.000 dollari contro i 627.000 di un processo normale.
La differenza di ben 1.270.000 dollari deve poi essere moltiplicata per quattro-cinque volte, perché solo in un caso su quattro o cinque l’Accusa riesce ad ottenere la condanna a morte.
Così al termine del processo abbiamo un condannato che è già costato almeno cinque milioni di dollari. A questo punto iniziano i costi degli appelli sia statali che federali. Spesso i processi vengono annullati a causa dei gravi errori e delle gravi scorrettezze dell’accusa. Il costo del nuovo processo, che a volte si conclude con l’assoluzione o con una condanna alla prigione, fa ulteriormente lievitare i costi. Bisogna inoltre considerare costi occulti, come l’intasamento che gli Appelli, obbligatori, alle Corti Supreme di ogni Stato creano nei confronti dei casi normali. I casi pena di morte sono il 3%, ma portano via il 50% del tempo di quelle Corti.
Al momento attuale penso sia una stima estremamente moderata parlare del costo medio di dieci milioni di dollari per ogni esecuzione. Ne consegue che le 1.000 esecuzioni sono costate al contribuente americano dieci miliardi di dollari. Dollari che sarebbero serviti per mettere più poliziotti nelle strade, più criminali in prigione, più pazzi al sicuro.
L’aneddotica è particolarmente divertente ed istruttiva.
Per pagarsi la pena di morte gli Stati e le Contee sono costretti a licenziare poliziotti o a non assumerli per mancanza di fondi, a rilasciare anzitempo delinquenti condannati, a non riparare ponti, a non aprire biblioteche pubbliche e ad alzare le tasse. Ci sono stati casi in cui funzionari di contea sono stati incarcerati perché si rifiutavano di pagare le salate parcelle dovute ad un processo pena di morte.
In Mississippi due Contee hanno fatto fare un controllo dei confini per decidere dove fosse avvenuto un delitto e chi dovesse accollarsi le spese del processo
C’è però un costo su cui gli Stati tendono a risparmiare: quello degli avvocati difensori. Questo ha un effetto devastante sulla giustizia americana.
22 settembre 2005

Riferimenti:
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La pena di morte è un deterrente? - Claudio Giusti

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