martedì 2 novembre 2010

Cinque milioni di immigrati regolari

Secondo l'edizione 2010 del dossier Caritas sull'immigrazione, gli immigrati regolari, i "nuovi italiani" sono arrivati ad essere cinque milioni. Venti volte di più quelli presenti nel 1990. Numeri crescenti che vengono contrapposti da parte xenofoba ai dati della nostra disoccupazione. Se abbiamo l'8,5 per cento di disoccupato, se è senza lavoro un giovane su quattro, perchè tanti immigrati, non c'è un conflitto oggettivo tra gli ultimi arrivati e gli ultimi della nostra autoctona scala sociale?

Milioni di disperati esistono nel mondo e sono già messi in concorrenza nel mercato del lavoro con salari da fame, attraverso le delocalizzazioni. Il fatto che una parte migri verso il mondo ricco, ridimensiona questo fenomeno. Un immigrato nel mondo ricco è comunque pagato meglio di quanto lo sarebbe se fosse assunto dalla stessa azienda nel suo paese d'origine. Quindi, dumping ridotto. Ancora meglio se regolarizzato. Invece per quel che riguarda i mestieri che non si possono delocalizzare in certe zone d'Italia c'è persino carenza di manodopera. Senza contare che gli immigrati ci hanno salvati da una profonda recessione, dal fallimento dell'Inps, e da un irreversibile declino demografico. Con ciò, occupando, ma anche creando nuovi posti di lavoro.

Già Bankitalia l'anno scorso aveva smentito l'idea che esistesse prevalentemente un rapporto di concorrenzialità tra lavoratori italiani e stranieri e dimostrato invece esserci una complementarietà. Empiricamente si può osservare che ad un'aumento costante della manodopera immigrata non è corrisposto un aumento della disoccupazione, bensì un andamento oscillante. Nel 1990 il tasso di disoccupazione era sostanzialmente uguale a quello odierno. Si porta intorno all'11 per cento tra il 1994 e il 2002, per scendere fin sotto il 6 per cento nel 2006 e risalire poi, negli anni della crisi, all'8,2 di oggi. Dopo il 2002-2003, la diminuzione del tasso di disoccupazione fu favorita anche dalla regolarizzazione di massa di 700 mila immigrati. Attualmente i lavoratori irregolari, accumulatisi in conseguenza delle norme capestro della Bossi-Fini sono tornati ad essere quasi un milione. Una nuova ipotetica sanatoria farebbe di nuovo flettere all'ingiù il tasso di disoccupazione.

Molti nostri disoccupati sono lavoratori in nero. Un quarto dei disoccupati è giovane e in varia misura può contare sul sostegno della propria famiglia originaria, almeno finchè non si estinguono i redditi fissi e le pensioni calcolate con il sistema retributivo. Per i disoccupati di mezza età è molto difficile convertirsi a nuovi mestieri. Gli operai non scendono dai tetti delle loro proteste a difesa del posto di lavoro per andare a fare i panettieri.

La disoccupazione dipende dal ciclo economico. La legge può intervenire solo per favorire una tendenza anticiclica o per ammortizzare la crisi. Se immagino provvedimenti di questa natura, li immagino avendo come controparte governo e imprenditori e non altri lavoratori, altri disoccupati, un po' più "sfigati" di noi. Immagino misure di questo tipo: Abolizione dei contratti atipici, investimenti e assunzioni pubbliche, collocamento pubblico, redistribuzione del reddito, con forte imposta progressiva sui redditi alti, i patrimoni, le rendite, reintroduzione di un meccanismo di indicizzazione dei salari, introduzione di un reddito sociale o di cittadinanza.

L'idea di dare la precedenza ai disoccupati italiani è impraticabile nel quadro dell'Unione europea. Dare la precedenza ai cittadini dell'Unione europea, come hanno fatto gli inglesi, non ci risolverebbe grandi problemi. Mentre gli inglesi si misurano con gli extracomunitari pakistani, noi ci misuriamo soprattutto con i comunitari romeni.  Però, la misura se anche lecita avrebbe un significato discriminatorio. Alzerebbe a livello europeo lo slogan leghista "prima noi poi gli altri". Forse sarebbe pure in contraddizione con lo spirito della nostra Costituzione, che all'art. 3 recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Certo, la legge inglese è nel complesso migliore di quella italiana, perchè non pretende che uno straniero giunga nel paese e possa risiedervi solo avendo già un contratto di lavoro in tasca.

Si obietta, che l'articolo 3 della Costituzione si riferisce ai soli cittadini italiani e non agli immigrati privi di cittadinanza. E' una interpretazione restrittiva, secondo me non conforme al senso di quel dettato che vuole invece essere antidiscriminatorio. L'art. 3 è preceduto dall'art. 2 il quale afferma: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". Quindi, non è vero che le persone prive di cittadinanza possiamo discriminarle a piacimento.

Dati certi requisiti, uguali per tutti, tu puoi accedere o non accedere ad un diritto. Se accedi, accedi come tutti gli altri. Se puoi votare, il tuo voto è uguale al voto di tutti gli aventi diritto. Oppure non puoi votare, come per esempio tutti coloro i quali non abbiano raggiunto la maggiore età. Idem per l’accesso al lavoro. O puoi accedere o non puoi accedere. Non succede che puoi accedere, ma un po’ meno degli altri. La cittadinanza, o è un requisito, come per l’accesso ai concorsi pubblici; o non lo è, come nell’accesso alle assunzioni private. Perciò, in punto di diritto, mi sembra controversa la questione di intendere la cittadinanza come requisito di precedenza. Specie se la diversa posizione rispetto alla cittadinanza va a coincidere con una differenza di nazionalità.


Riferimenti:
5 milioni di nuovi italiani: il dossier Caritas Migrantes (Liquida, 26.10.2010)

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