sabato 13 novembre 2010

Irregolari (da regolarizzare), non clandestini


La parola "clandestino" rappresenta l'immigrato straniero come una persona che si è introdotta illegalmente nel paese e che vuole sfuggire all'identificazione. Questa rappresentazione corrisponde solo in minima parte alla realtà dell'immigrazione priva di permesso di soggiorno. La maggioranza è entrata nel paese regolarmente, circa tre quarti, e molti altri entrati irregolarmente hanno cercato di mettersi in regola. Di certo gli immigrati non salgono sulle gru per nascondersi meglio.

Settecentomila sono irregolari per le assurdità della legge Bossi-Fini, normativa in vigore dal 2003, che nessun altro paese europeo ha pensato bene di imitare e che oggi viene sconfessata persino da uno dei suoi due firmatari. Ovviamente Fini. La legge prevede che lo straniero possa entrare nel paese solo se già in possesso di un contratto di lavoro. Se uno straniero trova lavoro in Italia, oppure se perde il lavoro che ha e ne trova un altro, deve rientrare nel suo paese e aspettare di essere lì contattato dal suo datore di lavoro italiano, tramite ambasciata. Solo a quel punto può regolarizzarsi. Se ha la fortuna di rientrare nella quota del decreto flussi, deciso annualmente. Una quota di solito nettamente inferiore alle domande di assunzione.

Non importa se lo straniero ha un lavoro, se il suo datore è disposto a metterlo in regola, se entrambi non fanno del male a nessuno. Per questa legge capestro, lo straniero rimane irregolare, privo di diritti, esposto al ricatto di sfruttatori e criminali e sempre a rischio di essere arrestato, recluso nei CIE ed espulso. Chi ha concepito questa legge ha poi pure pensato di inventarsi il reato di immigrazione clandestina. Eppure le domande di regolarizzazione sono tutte lì, pendenti da anni al Ministero degli Interni.

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