Peccato che la medesima prova potrebbe essere portata a sostegno della tesi secondo cui Israele stesso non ha alcuna intenzione di restituire i territori in cambio di una pace giusta, e tanto meno permettere su di essi la costituzione di uno stato palestinese, dato che sui suoi testi scolastici le cartine geografiche mostrano lo stato ebraico dal Mediterraneo al Giordano, senza lacuna linea verde (i confini armistiziali del 1949). Le concessioni di cui si parla sono in realtà diritti, atti dovuti. Vengono invece trattate come premi: incentivi per smettere il terrorismo o di consolazione dopo una sconfitta definitiva, per via militare. Premi, naturalmente, di diversa proporzione, rispetto ai diritti, così come le briciole rispetto alle fette di torta.
Quel che preoccupa in questa visione è l'indeterminatezza del concetto di «sconfitta militare». «Qualunque mezzo torni utile a raggiungere questo scopo va utilizzato». Per esempio? I palestinesi sono sotto occupazione in Cisgiordania e in stato di assedio a Gaza, subiscono incursioni militari in cui muoiono a decine e centinaia. Sono sottoposti ad un embargo economico da parte di Usa, Europa e Israele, perchè hanno eletto democraticamente il governo «sbagliato». Le loro infrastrutture sono distrutte. I loro ministri e leader politici possono essere arrestati e uccisi in qualsiasi momento. Migliaia tra loro sono prigionieri in Israele in detenzione amministrativa. Cosa manca per la «sconfitta militare»? Quale capitolazione dovrebbero firmare? E come possono firmarla all'unanimità? «Bisogna disarmarli tutti», proclama Pipes, ma ad una «pace» ingiusta non vi sarà sempre qualcuno che si ribella? Ai tempi di Oslo, Hamas non rappresentava quasi nessuno.
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