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giovedì 21 ottobre 2010

Il multiculturalismo ha fallito?



Angela Merkel ha dichiarato fallito il multiculturalismo, parlando al congresso dei giovani CDU di Postdam. 

Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Citando le recenti parole del presidente tedesco Christian Wulff, Merkel ha detto che l’Islam è parte della Germania ma che, ha aggiunto, bisogna lavorare ancora molto sull’integrazione. Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Merkel ha comunque specificato che gli stranieri e gli extracomunitari sono ancora i ben accetti in Germania. «Non dovremmo però nemmeno dare l’impressione al mondo esterno che chi non è immediatamente in grado di parlare tedesco e chi non è cresciuto con il tedesco come prima lingua non sia il benvenuto. Faremmo un gravissimo danno al nostro paese». 

Questo discorso appare contradditorio e sconclusionato. Anche perchè fondato su concetti generici e ambigui. Cosa è il multiculturalismo? Cosa è il suo fallimento? Da cosa sarebbe dipeso? 

Dice la Merkel: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità ha fallito, fallito completamente.» Ma, se l'aspettativa era quella di accogliere lavoratori stranieri solo temporaneamente, auspicando che poi se ne andassero, il tentativo di costruire una società multiculturale in cosa è consistito? E il suo fallimento da cosa è dato, dal fatto che quei lavoratori poi sono rimasti, magari anche in veste di disoccupati che pesano sul Welfare?

"Multiculturalismo" è una definizione che trova origine in Nordamerica negli anni '70 del secolo scorso proprio per definire la compresenza di razze, etnie, e culture diverse all'interno della società americana. (Utet, 2003Il multiculturalismo può essere tante cose. Può essere soltanto il pluralismo culturale. Allora, dovremmo considerare multiculturale qualsiasi società nella quale convivano persone appartenenti a religioni e ideologie diverse. In senso antropologico abbiamo una sovrapposizione tra cultura e gruppo etnico. Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l'individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale. In tal caso, il multiculturalismo può essere inteso come multicomunitarismo, una società in cui convivono comunità separate e nella quale ogni individuo appartiene ed è fedele alla sua comunità. Oppure per multiculturalismo si può intendere la libertà degli individui di poter scegliere il proprio stile di vita a seconda della propria estrazione socio-culturale proprio in contrapposizione al multicomunitarismo (Fonte), dunque una società nella quale persone di origine diversa si mescolano tra loro.

Se l'aspettativa tedesca, come quella di altri paesi europei, era quella che gli stranieri venissero a svolgere il lavoro necessario e poi se ne tornassero a casa, è assai probabile che il modello multiculturale che si è andato costruendo sia stato quello multicomunitarista, dei separati in casa. Questo per volontà, non degli ospiti, ma degli ospitanti. Dunque, adesso è difficile dare la colpa agli immigrati, dire che dovrebbero fare di più per integrarsi.

In sintesi, si possono individuare tre modelli. 1) Si sta insieme separatamente. (multicomunitarismo). 2) Si sta insieme, ma tu diventi come me. (Assimilazione). 3) Si sta insieme, e insieme ci integriamo: tu diventi un po' come me, io un po' come te. Chi ha più filo da tessere, tesserà di più. (Integrazione). I tedeschi hanno lassisticamente praticato il primo (la prima legge sull'immigrazione è del 2004), ora sembrano puntare sul secondo.

Il fatto è che per un governo, un partito, un leader politico, è difficile fare un discorso sensato sull'immigrazione, se continuamente condizionato dai sondaggi, dalla prospettiva sempre prossima o immediata delle prossime elezioni, e dai saggi di intellettuali xenofobi e dotati di grande amplificazione mediatica.

Un recente sondaggio ha stimato che più del 50% della popolazione tedesca tollera poco i musulmani, il 10% pensa che il paese dovrebbe essere governato "da una mano ferma", più del 30% pensa che il proprio paese sia “sovrappopolato di stranieri” e che 16 milioni di persone tra immigrati e cittadini con origini straniere si siano trasferiti in Germania per usufruire delle migliori condizioni del welfare. Che, tuttavia, contribuiscono a mantenere. 

Ma questo è l'effetto della crisi economica. C'è in Germania, e non solo in Germania, una sciagurata tendenza a «etnicizzare» il conflitto sociale. Il demagogico lamento contro gli immigrati «che non si vogliono integrare» (come se dipendesse solo da loro), e pesano sui sistemi d'assistenza, è ricorrente, ma torna particolarmente utile in fasi di ristrettezza fiscale, quando i governi si accingono a risparmiare sul welfare. Per evitare effetti di solidarizzazione, meglio non parlare di «poveri» ma deviare l'attenzione sui migranti in fondo alla piramide: tanto bastonando loro si bastonano pure i tedeschi poveri. Solo questa voluta strategia della diversione, dalla questione sociale a quella etnica, spiega perché ci si accalori tanto sull'immigrazione, mentre non c'è assolutamente un'emergenza migratoria. Nel 2009 hanno lasciato la Germania 734000 persone, ne sono arrivate 721000: il saldo è negativo. E spiega perché un libro razzista di Thilo Sarrazin, ex membro del direttorio della Bundesbank - vi si sostiene che il quoziente d'intelligenza è prevalentemente ereditario e che quello degli emigrati turchi e arabi è basso - abbia venduto in un mese un milione di copie (Guido Ambrosino, il manifesto 19 ottobre 2010).

Thilo Sarrazin, membro del direttorio della Bundesbank ed ex ministro della città stato di Berlino, ha pubblicato un libro Deutschland schafft sich ab, “La Germania si distrugge da sola”, sostiene che gli immigrati musulmani presto supereranno in numero “la popolazione autoctona” perché fanno più figli. E scrive che dal momento che gli immigrati finora non hanno dato prova di essere particolarmente bravi a scuola, la Germania sarà condannata anche a diventare un paese meno intelligente. Dice anche che i musulmani non sono interessati all’integrazione, e insinua che preferiscano lavorare illegalmente piuttosto che pagare le tasse. Nei giorni scorsi i giornali tedeschi hanno dato ampio risalto ad alcune delle affermazioni più forti contenute nel suo libro.

I teorici del fallimento del multiculturalismo dovrebbero però per una volta provare a reimpostare il loro discorso in positivo. Anzichè raccontarci il fallimento del multiculturalismo, potrebbero provare a raccontarci il successo del monoculturalismo. Portarci ad esempio società monoculturali armoniose, vincenti, modelli di successo. Nello spazio e nel tempo. Se la Germania multiculturale formatasi a partire dalla ricostruzione del dopoguerra è un fallimento, allora si potrà parlare di una precedente Germania migliore sul piano dell'autorealizzazione. Quale?

Riferimenti:
Angela Merkel: "La società multiculturale ha fallito"
«L’approccio multiculturale ha fallito»
Merkel says German multicultural society has failed

venerdì 8 ottobre 2010

I Rom non sono nomadi

Un sondaggio online del Sole 24Ore mostra una ampia maggioranza, circa l'80%, solidale con la Francia contro l'Europa, nello scontro relativo all'espulsione dei Rom. Il presidente francese, in calo di consensi per la crisi economica e la sua politica sociale, ha puntato contro i Rom, per risalire la china nei sondaggi. Evidentemente, c'è riuscito conquistando anche i lettori del Sole 24 Ore. Non ho controllato sondaggi analoghi sui siti di altri quotidiani, ma è probabile che gli esiti non siano molto dissimili. In odor di campagna elettorale, Maroni in Italia si appresta ad imitare i colleghi d'Oltrealpe.

I campi nomadi possono naturalmente essere percepiti come un problema per la convivenza civile, ma questo problema è antico e non ha i caratteri dell'emergenza tale da richiedere un provvedimento urgente e indiscriminato. La normativa europea permette l'espulsione di un cittadino comunitario per motivi di sicurezza, ma nel caso di persone sprovviste dei mezzi per sostenersi l'allontanamento non costituisce divieto ad un successivo rientro. I Rom cacciati dalla Francia per essere rimpatriati in Romania faranno probabilmente un viaggio di andata e ritorno. Qualcuno farà tappa in Italia, come teme Alemanno, sindaco di Roma. La giostra degli sgomberi e delle espulsioni permette di ottenere consensi immediati allo sceriffo di turno, ma non risolve il problema, soltanto lo sposta da una casella all'altra, come nel gioco dell'Oca, per poi ritornare sempre alla casella di partenza.

La normativa europea vieta le espulsioni di massa, le deportazioni, i criteri di identificazione etnica per individuare i cittadini da espellere. Una direttiva del ministero degli interni francese rivolta ai prefetti individuava esplicitamente i Rom come oggetto dei provvedimenti espulsivi del governo. Ulteriore aggravante, la Francia ha estorto il consenso della Romania al reimpatrio, con il ricatto di opporre il veto all'adesione di quest'ultima al Trattato di Schengen.

La Francia non è l'unico paese a comportarsi così. Altri agiscono alla chetichella. La Ue denuncia di avere investito 20 miliardi di euro per i Rom, dal 2003 ad oggi, fondi spesi poco e male dai vari governi europei. Ricordo una intervista di un amministratore comunale italiano, il quale diceva che l'integrazione dei Rom è possibile, ma non conviene, perchè costa soldi e non porta voti. In termini elettorali sono molto più redditizi gli sgomberi.

Questa politica lassista nei confronti dei Rom, interrotta di tanto in tanto da picchi emergenzialisti, è corrisposta da una convinzione molto diffusa nell'opinione pubblica: i Rom sono nomadi e i nomadi sono irriducibilmente refrattari alla società sedentaria. Una convinzione condivisa sia da chi disprezza parassitismo, sporcizia e ruberie, sia da chi idealizza la peculiare libertà degli zingari e vuole persino preservarla.

Ma il nomadismo dei Rom non è la causa delle persecuzioni, delle discriminazioni, degli sgomberi, della mancata integrazione. Ne è, al contrario, l'effetto. I Rom non sono nomadi per natura o per cultura, ma sono costretti ad esserlo da chi non è disposto a fare nulla per integrarli. I Rom dell'est europeo emigrati dalla Romania o fuggiti dalle guerre balcaniche, in larga maggioranza vivevano in case, andavano a scuola e avevano un lavoro. Giunti ai nostri uffici stranieri per chiedere una sistemazione adeguata, si sono sentiti rispondere di appoggiarsi ai campi nomadi già esistenti. Anche in Italia, il 40% dei Rom vive in una casa e la grande maggioranza dei seminomadi sogna una vita stabile e sedentaria. Ma il ministro Maroni rassicura la sua base: per i Rom sgomberati a Milano, niente case popolari.

Opera Nomadi

(...) lo smantellamento dei campi nomadi, l'unica via per una piena integrazione. Massimo Converso ricorda che "moltissimi rom romeni e bulgari sono entrati silenziosamente in case in affitto, grazie ai soldi che guadagnano lavorando. Sono in case in affitto, non popolari. Di loro non parla nessuno perché l'integrazione c'è già stata". E smentisce l'accusa di essere responsabile dell'equazione "rom uguale nomade": "Abbiamo certificato che oggi sono solo tre i gruppi che vivono in condizioni di seminomadismo: sono i rom kalderasha, i sinti giostrai e i camminanti siciliani. Opera nomadi non ha cambiato nome perché è un ente morale, e quando è nato, nel '63, in Italia i rom erano quasi tutti nomadi".
4 settembre 2010 - www.repubblica.it


Riferimenti:
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 1 di 3
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 2 di 3
Rom bastardo: inchiesta su razzismo in Italia - Parte 3 di 3
Perché i rom sono nomadi?
Nomadi sarete voi
Bruxelles e la paura del contagio. "Fermiamo l'asse Francia-Italia"
I nemici del diritto europeo
Rom, questione comune
"In Romania non c'è futuro basta con le discriminazioni"
Il dirottamento di una nazione
Sulle deportazioni dei Rom dalla Francia. Oltre la cittadinanza comunitaria
Duri o buonisti l'equivoco sui rom
Rom, l’Economist: «I ‘pionieri’ delle deportazioni sono stati gli italiani»
Altro che zingari
Neppure noi vogliamo campi rom
«I cani, le urla e poi il silenzio: quella notte, ad Auschwitz, quando uccisero tutti i rom»

lunedì 7 luglio 2008

Viva la Spagna

La Spagna ci ha superato nel PIL, ci ha battuti agli europei, e poi ha vinto la coppa. E' stata un modello, prima con Aznar, per la destra, poi con Zapatero per la sinistra. Ospita e integra più immigrati e più cittadini romeni di noi. Chissà cosa fa si che un paese sia più dinamico di un altro, e la Spagna più dinamica di noi. Forse un punto di partenza più basso, dopo anni di franchismo, oggi il più vivace dei socialismi. Come che sia, viva la Spagna. Pur con tutti i suoi limiti, mi fa invidia l'immagine vincente di Zapatero e del Psoe, se penso alla nostra sinistra, quella maanchista del PD e quella in sfacelo di Rifondazione.

domenica 15 giugno 2008

L'Irlanda boccia il Trattato di Lisbona

Il referendum irlandese ha bocciato il Trattato di Lisbona. Il "No" ha vinto con il 53,4% dei voti, contro il 46,6 del "Sì". Gli elettori che hanno votato contro il trattato europeo sono stati 862.415, mentre a favore si sono espressi 752.451 irlandesi. L'affluenza è stata di poco superiore al 50% degli aventi diritto.

Forse, davvero, non è una bella notizia. Forse, qualunque cosa sia questa Europa, è meglio che nasca, con tutto il suo deficit di democrazia e di politica sociale. Che nasca e diventi uno stato federale. Poi, nel suo ambito, si lotterà per democratizzarne sempre più le istituzioni e ricostruire un autentico Welfare universale, cioè per affermare obiettivi che all'interno dei confini nazionali sembrano sempre più velleitari.

Forse. Ma fa uno strano effetto leggere sul giornale, sulla progressista Repubblica, che 862.415 irlandesi hanno giocato un brutto scherzo a 500 milioni di Europei. Oppure leggere le dichiarazioni del nostro presidente, Giorgio Napolitano: «Non si può ora neppure immaginare di ripartire da zero. Né si può pensare che la decisione di poco più della metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell’1% della popolazione dell’Unione possa arrestare l’indispensabile, ed oramai non più procrastinabile, processo di riforma. L’iter delle ratifiche dovrà andare avanti fino a raggiungere in tempi brevi la soglia dei 4 quinti, perché il Consiglio europeo possa subito dopo, secondo l’articolo 48 del nuovo Trattato, prendere le sue decisioni».

Meno dell'1% della popolazione. Ma il resto della popolazione, in realtà cosa ne pensa? Perchè la ratifica del Trattato di Lisbona stava procedendo stato per stato nei parlamenti. Cosa sarebbe successo in altrettanti referendum popolari? Come mai si è preferito evitarli? Il popolo può certo sbagliare, ma per impedirglielo, gli si può sequestrare la decisione e gettare su questo sequestro le basi della costruzione europea?

venerdì 6 giugno 2008

La Spagna xenofoba come l'Italia?

Alle giuste accuse di razzismo e xenofobia mosse dal governo spagnolo all'Italia, la destra italiana è solita replicare rispedendo l'accusa al mittente: la Spagna contro i migranti sarebbe più violenta e razzista dell'Italia. Si veda questo post di Magdi Allam. Si vedano però anche i dati che pubblica sull'immigrazione nello stato iberico. I clandestini sono 1.105.000 contro i 650 mila in Italia.

E' vero che la politica spagnola sui migranti ha aspetti discutibili e condannabili, come quella di qualsiasi paese europeo: i cpt, le espulsioni e i respingimenti violenti, specie nell'enclave spagnola di Melilla, fortificata e periodicamente presa d'assalto dai migranti dell'area sub-sahariana, la moratoria nei confronti dei lavoratori dell'est.

Ma la Spagna svolge anche una politica di cooperazione e di aiuti finanziari ai paesi africani di emigrazione: ha triplicato il budget per la cooperazione, portandolo a 700 milioni di euro; fornisce sostegno legale, formazione (con la costruzione di scuole professionali nel campo dell’edilizia, dell’agricoltura, della pesca, del turismo, del catering) e quote di emigrazione legale. Insomma, oltre al bastone, anche la carota (vedi articolo).

L'intensificazione della lotta al lavoro nero è stata accompagnata da un ampliamento dei canali per l'ingresso nel mercato del lavoro anche utilizzando la possibilità del lavoro stagionale. "In Spagna non è indispensabile che uno straniero ottenga il permesso di soggiorno prima di cominciare a svolgere un'attività lavorativa sia autonoma che dipendente. Il titolo infatti serve solo a convalidare il proprio diritto a risiedere sul territorio nazionale" (scheda).

"Dal 2004 in Spagna vige una nuova legge sull'immigrazione assai più liberale della precedente. Non che gli spagnoli siano teneri con i clandestini, ma il sistema iberico tende a favorire chi si comporta bene e lavora e il governo ha abbandonato una strada di generale criminalizzazione dell'immigrato. Anche di quello clandestino. In Spagna infatti la legge prevede per tutti, anche per i clandestini, l'iscrizione all'anagrafe; questo comporta una serie di benefici (tra cui la consegna di una tessera sanitaria) che li spinge ad iscriversi" (articolo).

E per favorire il ritorno in patria degli immigrati, Zapatero propone di concedere loro l’intero salario di disoccupazione liquidato in contanti (articolo). Nella regione di Madrid, un cittadino su sei è immigrato e grazie agli immigrati il pil spagnolo, dal 2000 al 2006, è aumentato del 38%.