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lunedì 12 luglio 2010

Il saluto di Nelson Mandela



Una bella immagine di Nelson Mandela che saluta il pubblico di Olanda-Spagna, finale dei mondiali di Sudafrica 2010.

Olanda-Spagna

Tra i più simpatici commentatori sportivi, con la sua faccia somigliante a Macchianera, anche Marino Bartoletti può sbagliare. Vedeva la Spagna troppo narcisa e piena di sé, sempre davanti allo specchio a domandarsi chi era la più bella del reame. Lei sarebbe tornata a casa, le altre sarebbero andate avanti. La Spagna è tornata a casa con la coppa del mondo, matando le altre a colpi di 1 a 0, fino a infilzare l'ultima Olanda con Iniesta all'11° del secondo tempo supplementare.

Una partita dura, tesa, nervosa, non bella, al di sotto della spettacolare e divertente finalina Germania-Uruguay (3-2). Per la diversa posta in gioco, il primato mondiale, e per la tattica scelta e imposta dall'Olanda che, inferiore alla Spagna, ha cercato soprattutto di inibirne il gioco, chiudendo gli spazi e commettendo un sacco di falli, costati agli arancioni, sei ammonizioni e una espulsione. Ha fatto di più di quel che ci si aspettava e ha perso la sua terza finale. Questa volta, meritatamente.

Derubata nel 1974 dalla Germania e nel 1978 dall'Argentina, l'Olanda era la squadra rivelazione degli anni '70, il Brasile d'Europa, la migliore del mondo, forza, fantasia e spettacolo, tale da conquistare anche il tifo di chi solitamente non tifava per le squadre germaniche e nordeuropee, come me che ho sempre preferito il calore, l'entusiamo, la generosità delle sudamericane.

Stasera l'Olanda pareva invece un ibrido tra l'Italia di Sacchi del 1994, che uccideva la finale per non essere messa sotto dal Brasile e poi perdeva ai rigori, e l'Uruguay falloso degli anni '60. A proposito, nel 2010, bello anche l'Uruguay di Forlan. E bella anche la Spagna campione del mondo. Peccato sia mancata la sfida con il Brasile, la prova definitiva per dimostrare di essere davvero la più forte del mondo.

sabato 26 giugno 2010

Italia-Slovacchia

L'Italia eliminata dalla Slovacchia mi è parsa una squadra con la psicologia all'incontrario. Una squadra normale che va sotto di un goal, lotta per rimontarlo. Se poi ad un quarto d'ora dalla fine prende un secondo goal, lo percepisce come un colpo di grazia, pensa sia finita, si deprime, si rassegna e si arrende. Quando gli slovacchi hanno segnato il 2 a 0, il telecronista ha detto "ormai è finita". A quel punto è iniziato di tutto. Gli azzurri, che per un ora e un quarto sono rimasti imbambolati, immobili e scoordinati sotto un recuperabile 1 a 0, dopo il secondo goal subito si sono svegliati ed hanno lottato per pareggiare, come se potessero farcela. E ci sono quasi riusciti. Hanno realizzato tre goal in un quarto d'ora, di cui uno annullato per presunto fuori gioco. Ne hanno preso un altro molto facile al 90°. Che tutti dicono da oratorio con una azione partita da rimessa laterale. Ma questo forse può essere compreso per una squadra tutta concentrata sulla porta avversaria, che pure dopo quel 3 a 1 all'ultimo minuto non ha smesso di lottare nei tempi di recupero. Ed ha segnato, ed è andata per un pelo nuovamente in goal un istante prima il fischio dell'arbitro decretasse la fine della partita (e del mondiale per l'Italia). Quell'ultimo quarto d'ora, su tre brutte partite, è stato come quella condizione di miglioramento, quasi di benessere, che precede l'esalazione dell'ultimo respiro.