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martedì 30 novembre 2010

Parole sporche: "Il ricatto"


Lorenzo Guadagnucci racconta come si forma un immaginario xenofobo attraverso l'uso di parole sporche: Clandestino, extracomunitario, vu cumprà, nomade, zingaro, che sarebbero da mettere all'indice nella comunicazione.

Un pensiero sbagliato si esprime in parole sbagliate e l'uso di parole sbagliate dà forma ad un pensiero sbagliato. Le due cose, secondo me, sono legate.

A volte questo uso è specifico. Penso a come Pierferdinando Casini, ospite ad Annozero (11.11.2010), ha definito la protesta degli immigrati di Brescia saliti sulla gru per rivendicare il permesso di soggiorno dopo aver pagato i contributi convinti da uno dei tanti annunci del governo poi smentiti di potersi regolarizzare. Lo ha definito: "ricatto". La parola è adeguata per descrivere la protesta?  A me sembra proprio di no.

Io ti ricatto, se minaccio di farti un danno, a meno che tu non faccia quel che ti chiedo. Minaccio un tuo diritto per estorcerti qualcosa che non corrisponde al tuo dovere. Gli immigrati sulla gru hanno minacciato i diritti di qualcuno? No. Hanno soltanto difeso i propri. Non è dovere dello stato garantire la regolarità del lavoro e dunque dei rapporti contrattuali? Garantire uno status giuridico ad ogni lavoratore? Ad ogni persona?Secondo me, si. Quindi con una protesta, è stato chiesto qualcosa che corrisponde ad un dovere. Ed è stato chiesto facendo violenza su se stessi. Solo per poter essere presi in considerazione. Mettendo a repentaglio la propria vita, la propria incolumità. Se non avevano intenzione di buttarsi giù, certo potevano cadere.

Se questo è un ricatto, allora qualsiasi protesta, sciopero, sciopero della fame, è un ricatto. I curdi che si danno fuoco davanti alle ambasciate turche o direttamente in Turchia per chiedere il riconoscimento della propria nazionalità, sono dei ricattatori. E' plausibile?

Piuttosto vedrei un ricattatore in Marchionne, quando dice: io ti tolgo il lavoro (che è un diritto) se tu non lavori al ritmo che dico io, rinunciando ai tuoi diritti sindacali e costituzionali (rinuncia che non è un dovere).Ma guarda caso, in questo caso Casini sta con Marchionne.

venerdì 12 novembre 2010

Caro xenofobo...

Dici di voler togliere la linfa vitale al potere, senza metterti contro il potere, mentre io farei il contrario. La linfa vitale sarebbero quelle persone che giungono qui da altri paesi ad ingrossare le file dell'esercito industriale di riserva, abbassando il costo del lavoro e favorirne lo sfruttamento.

Tu puoi fare questo? Tu chi sei? Un comune cittadino o gli xenofobi al governo? Se sei soltanto un comune cittadino, puoi fare ben poco, se non delegare il tuo consenso ad altri perchè facciano quello che vorresti. I tuoi referenti/rappresentanti sono il Pdl e la Lega. Questi tolgono la linfa vitale a qualcuno? No, la fanno solo girare. Le politiche xenofobe non servono per impedire che ci siano milioni di immigrati. Servono solo per impedire che siano sempre gli stessi. Servono per farli ruotare, in modo che lavorino per noi, senza avere i nostri diritti. Appoggiando queste politiche, appoggi il peggior dumping sociale.

Anch'io posso fare ben poco. E per di più delego il mio consenso a chi non riesce neppure a farsi eleggere in parlamento. Non vedo perciò cosa possa dipendere da me o dai miei rappresentati. Se tutto dipendesse da me, nel mio mondo ideale, nessuno avrebbe bisogno di emigrare. Se qualcosa dipendesse da me in questo mondo reale, potrei intervenire soltanto per correggere.

Una correzione è tale se va nel senso della praticabilità e dell'equilibrio. Una correzione non sarebbe tale se creasse ancora più squilibrio, cioè se creasse ancora più diseguaglianza di quella già esistente. Dunque, se ci sono gli immigrati, poveri, sfruttabili, facilmente ricattabili, l'unica correzione che riesco a vedere è quella di regolarizzarli, in modo che possano cercarsi legalmente un lavoro, avere un contratto, avere gli stessi diritti, così da diventare non concorrenti, ma alleati degli altri lavoratori. La differenza tra l’essere regolare e l’essere irregolare non è astratta. Il punto di partenza può essere lo stesso. Ma l’irregolare è condannato a restare sempre fermo al punto di partenza.

L'altra strada, quella del respingimento, predicata dagli xenofobi, in realtà pratica il turn over: il peggio. Sia per gli immigrati, sia per i lavoratori autoctoni. Inoltre è una misura squilibrante. Sia perchè aggrava la diseguaglianza. Sia perchè si immagina un mondo ideale nel senso dell'ingiustizia. Si, perchè non solo i giusti sono idealisti. Lo sanno essere anche gli ingiusti.

Ora, tu non sei esattamente un ingiusto (pur avendo molti tratti dello stronzo). Sei un razzista genuino, nel significato estensivo, xenofobo del termine. Sei uno a cui gli stranieri non piacciono. Ti attacchi a questo o a quell'argomento, ma la sostanza è che a te non va di vedere in giro neri e mediorientali e di sentir parlare romeno, albanese. E' una cosa che ti fa repulsione. Lo si capisce, non solo dalla disumanità con cui parli di quelle persone, senza neanche riconoscere che sono persone, ma dal modo in cui ti appassioni alle dispute simboliche. Uno che va dietro al divieto del burqa, del burkini, della costruzione di moschee e minareti, in realtà, del potere d'acquisto, del dumping, della disoccupazione, non gliene importa nulla. Un pretesto vale l'altro. Poi, può succederti di avere rapporti cordiali con i singoli. La xenofobia è una psico-ideologia. Non si materializza direttamente nei rapporti interpersonali, dove nella mente xenofoba si materializza invece l’eccezione: se tutti gli stranieri, i gay, gli ebrei, i comunisti, le donne, i meridionali, etc, etc... fossero come te!

Ma facciamo finta che i tuoi discorsi si ispirino ad una qualche razionalità economica. E che tu voglia tenere a casa loro gli stranieri, per proteggere dalla concorrenza le categorie nostrane. Puoi seriamente immaginarti un mondo in cui alcuni popoli, la maggioranza, stanno fermi, ed altri popoli, i più ricchi, la minoranza, vanno dove vogliono? Puoi immaginarti una globalizzazione a senso unico? Gli ingiusti idealisti se la sono immaginata, però non funziona. Se tu porti le tue imprese a competere nelle praterie altrui, gli altri portano la manodopera a competere nella tua. Mi sembra il minimo. Non basta dire che i nostri imprenditori non devono assumere stranieri in Italia. Bisogna anche dire che non devono assumere stranieri all'estero. Non devono andare in Romania, nè in Cina, nè in Brasile. Da nessuna parte. Perchè se vanno da qualche parte, qualcuno da quella parte viene qui. Quarantamila imprenditori italiani in Romania? Centinaia di migliaia di lavoratori romeni in Italia. Funziona così. Sei consapevole che funziona così? Gli altri sono più poveri, ma non sono deficienti.

Allora, potresti usare la tua (immaginaria) razionalità economica, per capire che mondo vuoi. Che equilibrio vuoi tendenzialmente realizzare. Mi sembra che tu non voglia il socialismo. Quindi, vuoi un qualche modello di capitalismo. Un mondo globalizzato, liberale? O un mondo fatto di tante nazioni protezioniste e autarchiche: ciascuno sta a casa sua, produce a casa sua, commercia a casa sua, lavora a casa sua, studia a casa sua, va in vacanza a casa sua, etc. E poi valuta, se in questo mondo, nei nostri confini nazionali in cui nessuno mette il naso fuori da dentro nè dentro da fuori, staremmo meglio, saremmo più ricchi, con salari più alti e tutti felici di pagare i parrucchieri venti euro e gli idraulici dai 50 euro l'ora in sù.

giovedì 11 novembre 2010

Non possiamo più accogliere nessuno?

Per farmi intendere i limiti dell'accoglienza, mi è stato posto questo dilemma. Tu sei in ospedale, ti arrivano 6 persone morse da serpenti a sonagli. Tu hai solo 3 antidoti. Lo dai a 3 persone e le salvi, sacrificando le altre 3 (che potranno cercare fortuna negli altri 190 paesi della terra). Oppure lo dividi per tutti e sei e li lasci morire tutti?

La verità è che la risposta non la conosco. Dovrei trovarmi nella situazione, perchè sarebbe una scelta tremenda. Una scelta nella quale il dato razionale dovrebbe accordarsi con il dato intuitivo. Rispetto alla difficoltà di risoluzione, è come l'esempio del carello che corre sui binari davanti ad un bivio. Sul binario di destra ci sono cinque operai, su quello di sinistra ce n'è uno solo. Tu hai la mano sulla leva del cambio e puoi decidere la direzione del carrello, ma non puoi fare nulla per arrestarlo. Cosa fai? La maggioranzea delle persone risponde che devierà il carrello sul binario di sinistra, così morira un solo operaio. Poi però c'è la variante di questo dilemma. Il carello corre lungo un solo binario contro cinque operai. Sei su un ponte sopra il binario. Se riuscissi a buttare sul binario un macigno, fermeresti il carello. Ma sul ponte non c'è nessun macigno, nessun oggetto che possa fare da ostacolo, soltanto un uomo molto grosso che si sporge per vedere. Basterebbe una tua spinta per buttarlo giù sui binari e fermare il carello. Qui la maggioranza risponde che non butterebbe giù quell'uomo. Eppure è di nuovo e sempre la vita di uno contro la vita di cinque.

Come si vede non è una mera questione di ragioneria. Si può sempre dire che la vita di uno vale meno della vita di cinque? E se quell'uno fosse un bambino? Forse io, nella situazione del primo dilemma, darei la precedenza alle donne (se ve ne fossero), oppure ai più giovani. Oppure a quelli che hanno maggiore probabilità di salvarsi. Se li conosco, magari sceglierei in base al carattere. Non lo so. Di certo non sceglierei in base all'identità nazionale. Qualunque scelta dovessi fare, mi costerebbe enorme sofferenza e infiniti sensi di colpa. Dopo, non credo proprio andrei in giro a vantarmi di essere una persona pratica.

Ciò detto, questo dilemma messo in relazione al tema dell'accoglienza degli stranieri, corrisponde effettivamente alla realtà? Davvero le risorse sono limitate, è possibile solo dividerle e se sono poche qualcuno per forza deve rinunciare? E' socialmente sostenibile che rinunci la maggioranza del mondo? Noi viviamo nel mondo ricco, grande un quinto, che consuma per quattro quinti. Possiamo raccontarci di respingere il resto dell'umanità per poter sopravvivere: ai nostri livelli di consumo! E' un discorso moralista? Si, ma è indubbio che l'immigrazione sia un correttivo alle diseguaglianze e che la diseguaglianza, oltre un certo livello, sia anche una questione morale. Se si pensa di poter ragionare sui limiti dell'accoglienza e della condivisione, a maggior ragione bisogna ragionare sui limiti della diseguaglianza.

Italia-Libia, governo battuto sui diritti umani

Il governo va sotto: 274 a 261. Futuro e Libertà ha votato insieme alle opposizioni (Pd, Udc, Italia dei Valori) una mozione del deputato radicale Matteo Mecacci nel quale ci si limita a chiedere che il governo «solleciti» Tripoli a ratificare la Convenzione Onu sui rifugiati e a riaprire l´ufficio delle Nazioni Unite per garantire agli immigrati respinti un rispetto minimo dei diritti umani. Una revisione del Trattato resa urgente anche da quanto accaduto al peschereccio mitragliato da una delle sei motovedette regalate proprio dal nostro paese alla Libia.

Ignazio La Russa e Fabrizio Chicchito attaccano i finiani a cui attribuiscono «la responsabilità del ritorno dei barconi e dei clandestini». Il ministro degli Esteri Frattini arriva a dire che per colpa di Fli l'´Italia esce dal solco della politica Ue nei confronti di Tripoli «aprendo le porte a tutti» («in realtà il mancato rispetto dei diritti umani è proprio l´ostacolo principale per un accordo Ue-Libia», ricorda il pd Sandro Gozi).

Una ritorsione propagandistica, quella del Pdl, che di fatto ammette l'impossibilità di respingere gli sbarchi in collaborazione con la Libia senza violare i diritti umani e l'indifferenza del governo in questa materia: il rispetto dei diritti umani non è una priorità, nè una precondizione.

I giornali si concentrano sul significato politico del voto - la maggioranza non c'è più - l'avvio della crisi di governo e della campagna elettorale, dando per scontata la strumentalità dell'oggetto del contendere oppure lasciandolo sullo sfondo. Bisogna però ricordare di cosa si tratta.

Centinaia, forse migliaia di persone richiedenti asilo intercettate nelle acque del Mediterraneo e deportate forzatamente in Libia senza valutare la loro situazione individuale e il loro bisogno di protezione internazionale. Recluse per mesi, alcuni per anni, nel centro di detenzione di Misratah e in altri centri del paese in condizioni ancora peggiori. Sovraffollamento, nessun rispetto della privacy, servzi sanitari insufficienti, costretti a dormire sul pavimento. Maltrattati con pene corporali e torture inflitte dalla polizia libica. Espulsi verso paesi in cui rischiano la tortura e la morte. La Libia non ha un sistema d'asilo funzionante ed ha espulso l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).


Riferimenti:
Amnesty - Visita in Italia del leader libico Muhammar Gheddafi - CS079: 09/06/2009

mercoledì 10 novembre 2010

Le culture cambiano

Non nego le differenze culturali tra un popolo e l'altro. Nego che siano statitiche. Nego che siano il principio di tutte le cose (sistema economico, politico, sociale), penso semmai il contrario. Nego che determinino inevitabilmente e irrimediabilmente l'identità di ogni individuo. Di conseguenza sono contrario a stabilire regole ad culturam.

Se i nostrani "teorici" del conflitto di civiltà, della esistenza delle faglie di civiltà, delle incompatibilità culturali provassero a definire la "cultura italiana", il concetto di "italianità", sarebbero poi i primi a volersene differenziare. Ma intanto sarebbe interessante conoscerla questa definizione: cosa è l'italianità? Come la definizione di qualsiasi altra identità culturale nazionale.

L'elezione di un gay al governo del paese è possibile in Italia e non, per esempio, in Aurabia Saudita. E questa sola diversa possibilità esprimerebbe tutta la differenza culturale tra due mondi. Ma anche in Italia, la nomina di un gay noto e dichiarato (poichè vi sarebbero i precedenti ignoti di Mariano Rumor e di Emilio Colombo) a presidente del consiglio è stata una cosa impossibile fino a ieri. Oggi sembra possibile, pure sull'onda di un altro evento esogeno straordinario, che fino a ieri sembrava impossibile: l'elezione di un nero alla presidenza degli Stati Uniti.

Se andiamo a riascoltare i primi commenti all'annuncio della candidatura di Obama, vedremo che non ci credeva nessuno. Le cose cambiano, le storie cambiano, i paesi cambiano, le persone cambiano.

martedì 8 settembre 2009

L'Italia che rifiuta l'asilo politico

La nostra Costituzione prevede il diritto d'asilo, ma i nostri governi si impegnano ogni anno per respingere migliaia di immigrati provenienti dal Mediterraneo, mentre giornali e televisioni enfatizzano gli sbarchi parlando di invasione. Dalle coste arriva solo il 5% dell'immigrazione, una percentuale piccola tuttavia molto visibile. I respingimenti provocano morte e sofferenza. L'impossibilità di giungere sulle nostre coste normalmente, induce i migranti ad affidarsi a precari gommoni offerti a prezzi esosi da trafficanti di esseri umani. Gli scafisti, per non farsi beccare a loro volta, caricano i migranti su imbarcazioni, sempre più piccole, istruiscono alla guida qualcuno dei passeggeri, e poi li abbandonano a se stessi, in partenza dalla Libia.

Le barche possono affondare, non essere soccorse dai pescherecci maltesi o italiani, essere respinte dalle motovedette e riaccompagnate in Libia, in violazione dei trattati internazionali. Come dice Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr: È vero che l’istituto del respingimento esiste nell’ordinamento italiano, ma è regolato dal Testo Unico sull’immigrazione che lo vieta nei confronti dei richiedenti asilo. Ma se noi rispediamo i rifugiati sulle coste libiche, li priviamo del loro diritto di fare domanda di asilo. L’Italia, inoltre, ha recepito l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che recita che "nessuno Stato contraente espellerà o respingerà i rifugiati verso confini di territori nei quali la loro vita o libertà potrebbero essere minacciate". Un principio che non ha limitazioni geografiche. In Libia i migranti sono reclusi in strutture paracarcerarie anche per moltissimo tempo, dove possono subire abusi, torture fino anche ad essere uccisi. Nella loro patria di origine, se riconsegnati - Eritrea, Somalia, Sudan, Congo, etc. - rischiano di essere perseguitati o arruolati a forza negli eserciti in guerra. Le donne in Nigeria, rimpatriate dall'Europa, rischiano la lapidazione.

Governi e opinione pubblica sanno tutto questo. I grandi quotidiani a volte danno voce alla xenofobia, altre volte denunciano il razzismo o empatizzano con gli stranieri: sanno che respingere i migranti, significa mettere a repentaglio la loro vita o restituirli ad una condizione miserabile e infernale. Eppure continuamo a respingerli. Questo parla di noi, della nostra identità e incide sulla nostra autostima collettiva. Come si sente un paese ricco, molto più ricco di tutta l'Africa messa insieme, nel risospingere persone disperate verso la fame, la dittatura, la guerra? Quelle stesse dittature e guerre che noi armiamo con il nostro traffico illegale di armi?

Se il governo è di destra, con tanto di ministri leghisti, è facile pensare che si tratti di brutti ceffi, xenofobi, razzisti, criminali. E quel governo non fa nulla per nasconderlo, anzi si esibisce con dichiarazioni, atti dimostrativi e leggi contro gli immigrati, pronti a rovinare la vita a decine, centinaia di persone, per farsi uno spot pubblicitario: il respingimento di un gommone, l'incriminazione di cinque sopravvissuti, le passerelle con Gheddafi, il nostro nuovo guardiacoste.

Ma l'accordo con Gheddafi, anche se poi non applicato, fu fatto dal Governo Prodi e a legittimare gli sbarchi è Piero Fassino, il responsabile esteri del PD, ultimo segretario dei DS, che vuole istituire in Libia l'ufficio di collocamento per i richiedenti asilo in Italia. Sono xenofobi, razzisti, criminali anche loro? Possibile lo siano tutti? In questa lettura c'è un nucleo di verità, ma anche qualcosa che non funziona. C'è qualcosa che viene prima della crudeltà, del cinismo, del razzismo, dell'egoismo di una civiltà declinante - siamo ricchi ma non tutti e non abbiamo la percezione che lo saremo ancora e sempre di più - qualcosa di molto più opaco e sbiadito, di meno pretenzioso. E' l'agire in assenza di un contesto, di una analisi complessiva, di un quadro generale. L'idea che la politica abbia un compito amministrativo molto limitato, molto pragmatico, e non possa farsi carico dei problemi del mondo. Adesso c'è da coprire questa buca, per farlo occorre scavarne un'altra.

martedì 25 agosto 2009

Eritrei, 73 morti dopo gli accordi con Gheddafi

Un barcone di profughi eritrei ha vagato nelle acque del Mediterrano per venti giorni. Settantatré persone sono morte. I superstiti hanno raccontato di aver incontrato varie imbarcazioni, senza ricevere soccorso.

Il governo italiano ha messo in dubbio la versione dei profughi, ha scaricato tutta la responsabilità sulle autorità maltesi e poi ha attaccato la UE di non fare niente e di lasciare sola l'Italia di fronte al dramma dei profughi.

Tuttavia, la tragedia è avvenuta nel quadro delle politiche di respingimento dei migranti. Si dichiara ogni volta di voler contrastare la tratta illegale degli esseri umani, si mettono verbalmente nel mirino gli scafisti, ma poi non si cambia nulla. Si conferma l'intenzione di respingere i migranti e l'accordo con la Libia di Gheddafi per impedire ai migranti di partire.

Ma la politica dei respingimenti ha portato gli scafisti ad abbandonare i migranti a se stessi in imbarcazioni sempre più piccole, magari stracariche di persone disperate in fuga dalla fame e dalla guerra, mentre l'unica politica che può stroncare la tratta è quella di permettere ai migranti di raggiungere le nostre coste con barche normali, le stesse che prenderemmo noi per raggiungere un paese del Maghreb.

Le politiche di contrasto dell'immigrazione sono ingiuste, illegittime, inutili e controproducenti, talvolta anche criminali, e possono finire in tragedia.

L'accordo con Gheddafi costa cinque miliardi di euro. Gli stessi soldi possono essere spesi meglio, per accogliere dignitosamente chi fugge da condizioni di vita disastrate. Sono tanti, ma non sono i numeri di una invasione. L'Italia ospita un decimo dei rifugiati della Germania e all'aumento degli sbarchi sulle coste siciliane è corrisposta una diminuzione complessiva degli sbarchi in Puglia e su tutte le altre coste italiane.

Un anno, 4 mesi e 21 giorni, viaggio dalla morte all'Italia (Ezio Mauro)


ITALIA-LIBIA


Un Trattato per chiudere con i danni di guerra e fermare i barconi carichi di immigrati

Finora era stata un'estate insolitamente piatta sul fronte degli sbarchi di migranti. Dai primi di maggio, quando - con l'avvio dei respingimenti e dei pattugliamenti delle motovedette cedute all'Italia dalla Libia - è diventato operativo l'accordo siglato tra i due Italia e Libia nel dicembre del 2007, gli arrivi a Lampedusa si sono praticamente azzerati, fino alla ripresa degli ultimi giorni. I numeri del Viminale parlano di 7.567 arrivi nel 2009 (la quasi totalità avvenuta prima della metà di maggio) contro i 17.485 del 2008. A Lampedusa lo scorso anno sono sbarcati in 14.905, contro i 2.548 del 2009. Dati, sottolineano al ministero, che indicano il funzionamento degli accordi siglati con la Libia, nonostante la ripresa di giovedì. Proprio dal Paese nordafricano parte la grande maggioranza dei flussi diretti verso la Sicilia. L'accordo tra i due Paesi era stato siglato il 29 dicembre 2007 a Tripoli dall'allora ministro dell'Interno, Giuliano Amato e dal ministro degli Esteri libico, Abdurraham Mohamed Shalgam. Il piano, messo a punto dopo un lungo e riservato negoziato, non è però entrato nella fase operativa finché non è avvenuta - nello scorso febbraio - la ratifica parlamentare del Trattato di amicizia siglato dal premier Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi il 30 agosto 2008. Il programma contro le partenze di migranti è contenuto nell'articolo 19 del Trattato. Tra le novità più rilevanti del piano firmato da Amato, i pattugliamenti congiunti davanti alle coste del Paese nordafricano. Per questa attività l'Italia ha ceduto alla Libia sei unità navali della Guardia di finanza. Roma, prevede sempre l'accordo, darà una mano a Tripoli anche nel controllo degli sterminati confini meridionali della Libia, da dove premono masse di disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà dell'Africa subsahariana. Sarà infatti Finmeccanica a fornire una rete di controllo satellitare per monitorare le frontiere di sabbia. L'Italia coprirà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% - indica il Trattato di amicizia - Roma e Tripoli chiederanno all'Ue di farsene carico.

il manifesto 22 agosto 2009

sabato 22 novembre 2008

Xenofobia di stato

Corteo a Roma contro il razzismo

Le leggi sull'immigrazione e le relative procedure hanno la funzione di governare il fenomeno, non di infliggere vessazioni inutili, per capitalizzare la xenofobia in consenso elettorale e per mantenere gli immigrati in una condizione di clandestinità al fine di sfruttarli meglio, come avviene nelle norme in discussione in parlamento nell'ambito del disegno di legge sulla sicurezza, con l'intento ufficiale di arginare i flussi.

L'idea secondo cui accogliamo più immigrati di quelli che possiamo ospitare e questa sproporzione sarebbe all'origine del razzismo e della xenofobia, è fuorviante. Lo sviluppo economico determina quali sono i paesi di emigrazione e i paesi di immigrazione. Non succede per equivoco. Nel momento in cui lo sviluppo economico di un paese non è più in grado di assorbire manodopera immigrata, cessa di essere una meta di attrazione. Chi di noi vorrebbe migrare in un posto dove non troverebbe lavoro, casa, assistenza? Gli uomini si sono sempre spostati o per sfuggire ad una cattiva sorte o perchè attratti da una sorta migliore. Le migrazioni sono la conseguenza di guerre, dittature, carestie, povertà. In un mondo diseguale è naturale che uomini e donne dei paesi più poveri cerchino di migrare nei paesi più ricchi. La migrazione è un correttivo della diseguaglianza. E non va sempre male per chi deve accogliere, anzi spesso va bene, perchè i migranti nei paesi ricchi, con il loro lavoro, concorrono alla produzione di ulteriore ricchezza. Succede anche nelle migrazioni interne: il miracolo economico italiano negli anni '60 è stato possibile con le migrazioni dal sud al nord. Ogni grande migrazione porta con sè paure, incomprensioni, conflitti, e razzismi, perchè una parte della società accogliente è chiusa. E nel conflitto ci si schiera.

L'antisemitismo, l'omofobia, la misoginia dipendono dal fatto che gli ebrei, gli omosessuali, le donne non trovano lavoro e si mettono a delinquere? Sappiamo bene che il razzismo è un pregiudizio, una forma di ostilità irrazionale che prescinde dal contesto. Corrisponde al bisogno di prendere a calci qualcuno quando ci si sente complessivamente insicuri, quando si ha paura di qualcosa che sfugge. Per gli xenofobi, qualunque cosa facciano, gli immigratii sbagliano. Se non hanno casa, lavoro, se non vanno a scuola, determinano degrado ed emarginazione e questo non va bene. Se invece hanno casa, lavoro, vanno a scuola, e magari si curano nei nostri ospedali e ambulatori, anche questo non va bene, perchè sottraggono risorse a noi (poco importa se ne producono molte di più). Mai sentito degli immigrati che ci portano via il lavoro?

In Italia non esiste il problema di far entrare più gente di quanta riusciamo ad accoglierne: continuamo ad essere, tra i grandi paesi europei, quello con il minor numero di immigrati, sia regolari, sia clandestini, in rapporto alla popolazione autoctona. I nostri "clandestini" non sono solo poveracci che non trovano lavoro e tentano di sopravvivere con attività illegali. I nostri clandestini sono lavoratori che chiedono di essere regolarizzati ed hanno datori di lavoro che vogliono regolarizzarli. Ma il governo non li regolarizza, perchè vuol far valere il primato della sua legge che prevede norme capestro per la regolarizzazione, e un decreto che stabilisce flussi di ingresso ridicoli in rapporto alla domanda di lavoro. Non lo dice la Caritas, il manifesto, o Rifondazione comunista. Lo dice la Confindustria. Facciamo entrare in Italia 65 mila immigrati l'anno (secondo il decreto flussi) a fronte di una richiesta di 200-300 mila lavoratori. Quindi programmiamo centinaia di migliaia di clandestini e siamo arrivati ad averne oltre 650 mila. Occupati, ma irregolari. Su questi, oggi il governo, secondo le proposte della Lega, si appresta a decidere ulteriori vessazioni, prima fra tutte l'impossibilità di trasferire parte dei propri risparmi alle famiglie.

Ma poniamo il caso anche di immigrati che il lavoro non ce l'hanno, poichè può succedere anche a loro di perderlo. La maggior parte arriva in Italia con un permesso di lavoro regolare, ma poi gli succede di venire licenziata. Può, come tutti noi cercarsi un altro lavoro? No, secondo la legge deve subito tornarsene nel proprio paese e solo da lì può sperare di trovare un'altra occupazione. Dunque spendendo soldi per il viaggio, perdendo molto tempo, e precludendosi molte possibilità di nuove assunzioni. Data l'assurdità della legge, questa non viene rispettata. Ora, secondo le nuove proposte, se l'immigrato si ammala e tenta di curarsi, il medico sarebbe obbligato a denunciare il suo stato di irregolarità. Cosa farà secondo te l'immigrato per sottrarsi a questo rischio? Eviterà di curarsi. Poi, sempre i signori che fanno queste proposte, lanciano l'allarme (ormai da 15 anni) che associa gli immigrati al diffondersi di nuove e vecchie malattie. Questa è la razionalità della nostra politica sull'immigrazione. Ecco i nostri clandestini (grazie alla Bossi-Fini).

Il blocco per due anni, serve per produrre nuovi clandestini. A stracciare le condizioni di lavoro non sono gli immigrati in quanto tali, ma il lavoro in nero. La Cgil di Treviso è stata sconfessata dalla Cgil regionale del Veneto e anche dalla direzione nazionale. La Cgil chiede la regolarizzazione di chi ha già un lavoro. La stessa Confindustria, dichiara che: "Sì, la domanda di manodopera straniera è calata, ma il problema non è il blocco dei flussi, bensì la riforma del meccanismo degli ingressi, troppo macchinoso".

Ad attrarre immigrazione è l'offerta di lavoro, non l'offerta di permessi di soggiorno. Per l'immigrato è già una conquista migliorare la propria condizione rispetto alla situazione da cui proviene. Negli altri paesi europei, per regolarizzarsi è sufficiente avere un lavoro. E non per questo arrivano un milione di nuovi immigrati al mese. La Bossi-Fini esiste solo in Italia. Con i risultati che abbiamo visto. La perdita del potere d'acquisto è data proprio dal lavoro nero, dalle centinaia di migliaia di immigrati, che il governo rifiuta di regolarizzare. E magari lo rifiuta proprio per questo. Alla fine, razzismo e xenofobia servono, non per bloccare e respingere immigrati, ma per tenerli in una condizione di clandestinità, al fine di sfruttarli meglio, sottopagarli, e mediante questa concorrenza sleale, deprimere anche le condizioni del lavoro regolare.

venerdì 19 settembre 2008

Sul giovane di colore ucciso a sprangate

Fino ad oggi i media hanno amplificato episodi di criminaltà che vedevano per protagonista uno straniero nella parte dell'aggressore e un italiano nella parte della vittima. Oggi si inizia a dare spazio anche a notizie in cui le parti sono invertite. Sul piano del completamento dell'informazione, non vedo come ci si possa lamentare. Si tratta di due modi di informare specularmente allarmistici e strumentali? E se si, chi denuncia la strumentalità oggi, perchè non lo ha fatto ieri? Al contrario, ieri si è fatto più volte divulgatore di notizie ed emergenze urlate e strillate.

Come che sia, l'utilizzo delle notizie a me non sembra uguale. Le notizie che hanno per protagonista negativo uno straniero sono state usate per costruire una immagine negativa degli stranieri. Un romeno aggredisce, ergo i romeni sono aggressori, ergo vanno decisi provvedimenti contro i romeni. La responsabilità individuale si trasforma in colpa collettiva di un intero gruppo e provvedimenti evocati o decisi consistono in punizioni collettive. Abbiamo visto dopo l'omicidio Reggiani, una giunta comunale mettersi a sgomberare i campi rom, e un governo riunirsi d'urgenza e decretare per facilitare l'espulsione dei romeni. Oggi, di fronte all'assassinio di un ragazzo di colore ad opera di due italiani, assistiamo a qualcosa di simile? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Una giunta, un governo si riuniscono d'urgenza? Decidono provvedimenti contro un soggetto collettivo? Contro i baristi? Contro i milanesi? Qualcuno invoca qualcosa del genere? Nulla di tutto questo, anzi pare già un azzardo l'idea del sindaco Moratti di partecipare ai funerali. Quando si tratta di noi, della nostra tribù, è chiaro e lampante che confondere la colpa di un individuo con la colpa di un gruppo, è una cosa fuori del mondo, una follia che suscita anche indignazione.

Si discute semplicemente se nel delitto vi sia una matrice razzista. E la si riconduce alla responsabilità individuale di chi ha compiuto il delitto. Entrambi gli autori sono reo-confessi, anche rispetto agli insulti razzisti che hanno pronunciato mentre uccidevano. E' interessante osservare come chi ha responsabilità di governo, a cominciare dal presidente del consiglio, si affanni con sicumera a negare la presenza nell'omicidio di Abba di qualsiasi connotato razzistico. Cosa si teme, che il razzismo faccia una brutta figura? O ci si sente in qualche modo chiamati in causa, per le proprie politiche un po' legiferate e molto dichiarate? Il razzismo di cui si parla non è una teoria, una ideologia a cui si aderisce consapevolmente. E' una subcultura, un atteggiamento, un istinto, qualcosa che agisce nei meandri della nostra mente, nel nostro subconscio, di cui magari ci vergognamo anche quando ci accorgiamo che affiora, e che comunque neghiamo sempre.

Manifestazione degli studenti a Milano
Si può vedere la causa prima che ha scatenato la reazione dei due negozianti nel furto (di una scatola di biscotti) o nell'espasperazione per aver subito prima altri furti, ma anche se fosse, per far traboccare fino al delitto il vaso dell'esasperazione, anche una sola goccia di razzismo può essre stata sufficiente. E probabilmente lo è stata. Il pm, nel suo atto di accusa ha sgomberato il campo da tale questione, ritenendola probabilmente controversa, e ha parlato di omicidio volontario per "futili motivi". Per "futili motivi" si uccide una vita che a cui si attribuisce  poco o nessun valore.

Ora, ammesso e riconosciuto che ci muoviamo su una linea di confine molto labile, quello che ci interessa, sul piano del dibattito pubblico è la responsabilità pubblica, per quello che le compete. I media, l'autorità politica, che lo vogliano o no, fanno pedagogia, contribuiscono a formare un senso comune. Con la loro informazione, le loro dichiarazioni, le loro leggi, insegnano, trasmettono valori, delineano un modello sociale e una morale pubblica. Cosa ci insegnano rispetto agli stranieri? Che siamo uguali o che siamo diversi? E se siamo diversi come si può sfuggire al giudizio di una differenza di valore? Per entrambi vale la stessa legge o un diritto binario? Per entrambi vale la presunzione di innocenza o per una parte (quella straniera) la presunzione di colpevolezza? E poi cosa ci insegnano rispetto alla proprietà? Che vale di più o di meno della vita umana? Cosa ci insegnano rispetto alla giustizia? E' lecito o no farsi giustizia da sé? C'è differenza oppure no tra legittima difesa e vendetta? Cosa è implicito nella legittimazione delle ronde o nell'estensione del concetto di legittima difesa alla difesa della proprietà? Non c'è nessun automatismo, ma in situazioni labili, che agiscono su confini labili, questo modo di pensare, questo sistema valoriale, elevato a governo, cosa costituisce, una remora o un incentivo? Se stai in bilico, da che parte ti fa cadere?

lunedì 25 agosto 2008

Agli immigrati diamo il buon esempio

Oltre a favorire le regolarizzazioni, potremmo fare ancora molte cose per migliorare la situazione e il rapporto con gli immigrati. Concedere il diritto di voto (almeno nelle elezioni amministrative). Questo ridimensionerebbe le speculazioni elettorali, politiche e governative sul razzismo e la xenofobia e indurrebbe la classe politica a provvedimenti più lungimiranti per l'accoglienza e l'integrazione degli immigrati. Evitare di usare l'allarmismo per vendere i giornali e guadagnare audience nei programmi di informazione televisiva Questo ridurrebbe le fobie dell'opinione pubblica. Migliorare il rispetto indigeno della legalità. Vogliamo integrare gli immigrati, ma siamo sicuri di volere davvero che gli immigrati diventino come noi? Il paese della mafia, della corruzione, dello stragismo impunito, che prende le impronte agli zingarelli? Imprenditori che non rispettano i diritti sindacali, le norme ambientali, le norme sulla sicurezza, che non vogliono pagare i contributi; che non vogliono fare i contratti; commercianti e liberi professionisti che evadono il fisco, non rilasciano la fattura, nè gli scontrini, che fanno la cresta sul prezzo; politici corrotti e operatori privati corruttori. Mettiamoci anche qualche lavoratore fannullone. Abbiamo un governo il cui primo atto è stato approvare una legge per garantire l'impunità del suo presidente e mezzo paese che gli concede consenso, non malgrado questo, ma proprio per questo, perchè si identifica, perchè spera di usufruire di qualche briciola di impunità e illegalità anche per sé. Come diceva il mio fruttivendolo: so che rubano e li voto perchè così posso rubare anch'io. Da chi prende esempio, l'immigrato che arriva? Che ambiente trova? Davvero gli è richiesto rispetto e onestà per potersi inserire? Si straparla di stupri. Facciamo finta che gli immigrati siano tutti stupratori, cosa possiamo dirgli? Di prendere esempio dai mariti italiani? Di comportarsi bene nei vicoli di notte, così come si comportano i nostri uomini in camera da letto? O i nostri datori di lavoro con le loro dipendenti? Forse, sarebbe meglio il contrario.

domenica 24 agosto 2008

Più immigrati e meno reati

Dal 1992 ad oggi, la presenza dei migranti in Italia è aumentata del 600%. L'andamento dei reati invece è diminuito, come si può leggere nella tabella qui di fianco a destra. Perciò, la convinzione secondo cui più immigrati comportino più criminalità, è solo l'indicatore di un notevole aumento del razzismo. Non so dire, in quale percentuale.

Gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero (cfr. Pino Arlacchi). Si riferisce che gli stranieri sono il 39% dei denunciati per violenza sessuale. Ma solo il 9% delle donne denuncia la violenza sessuale e il 70% delle vittime lo sono dei mariti e sono mogli di nostri connazionali. Dunque, si tratta del 39% di un 9%.

Liberazione 3 novembre 2007
Così come, gli immigrati ci sostituiscono, in parte, nei lavori più umili di ogni attività: nei cantieri, negli ospedali, nelle famiglie, così avviene nelle attività criminose. Tuttavia, con il passare degli anni gli stessi immigrati hanno partecipato alla diminuzione dei reati. Prendiamo il dato del reato più grave, l'omicidio. Dal 1988, le denunce per omicidio a carico di stranieri sono aumentate di 5,3 volte, ma gli stranieri sono aumentati di 6,25 volte. Quindi, in proporzione al numero degli stranieri, nel corso degli anni, le denunce sono diminuite. Nel complesso, allora, anche gli stranieri partecipano alla diminuzione del numero dei reati.

Inoltre, come ammettono le statistiche istat, e i rapporti del ministero dell'interno, gli immigrati regolari delinquono in proporzione nella stessa misura degli italiani. Il problema riguarda gli irregolari, ed è perciò legato alla loro condizione di irregolarità. Soprattutto nei primi sei mesi di permanenza. Da qui, l'esigenza di una politica che favorisca la regolarizzazione. La politica opposta, quella della chiusura, del respingimento, della caccia allo straniero, ha come effetto quello di costringere i migranti nella clandestinità e di farne così massa di reclutamento per la criminalità organizzata.

giovedì 29 maggio 2008

La percezione xenofoba dell'insicurezza

"Più stranieri denunciati per reato ma si tratta per l'80% di clandestini. Secondo il Rapporto Annuale dell'Istat il tasso di devianza dei regolari è solo del 2%, di poco superiore a quello dei cittadini italiani" (Repubblica 28 maggio 2008). Gli immigrati delinquono come gli italiani. Eccedono i clandestini, per la loro condizione di povertà e difatti commettono per lo più "reati contro la proprietà (soprattutto borseggio, furto di automobile o in appartamento".

La percezione di una parte della società italiana è smentita dai dati di realtà. Non è la prima volta. Dal 1993 a oggi, ad un aumento dell'immigrazione non è corrisposto un aumento dei reati. Sono diminuiti i delitti più gravi, gli omicidi, ma anche i reati minori, furti e scippi (vedi tabella). L'emergenza crimini è un imbroglio, lo dice il Viminale (Liberazione 3 novembre 2007).

Lo spiega Pino Arlacchi in una intervista a "Rosso di sera ": "Nel 1992 in Italia c’erano pochissimi stranieri: 648mila permessi di soggiorno, pari allo 0,6 per cento della popolazione. Francia e Germania avevano già una percentuale 10 volte superiore. Anche se raddoppiamo la cifra italiana per includere i clandestini, il numero degli immigrati era il più basso d’Europa. Nel 2004 gli immigrati in Italia erano diventati 2 milioni 200mila, pari al 3,9 per cento della popolazione. Un aumento del 550 per cento (...) Abbiamo recuperato in soli 14 anni parte del gap con il resto dell’Europa. Restiamo sempre al di sotto del 5,6 per cento della Francia e dell’ 8,9 per cento di popolazione straniera della Germania, ma il cambiamento è stato enorme. Lo scossone alla società italiana dato da un ingresso così rapido di stranieri avrebbe potuto far saltare molti equilibri. Sarebbero potuti nascere grandi ghetti a ridosso delle maggiori città, e si sarebbe potuta verificare un’ esplosione di disagio e di criminalità giovanile, e di terrorismo pure. (...) Bene. E’ successo l’esatto opposto. La criminalità grave, quella violenta, che si esprime nel numero degli omicidi, o nelle rapine che finiscono con il morto, è diminuita regolarmente lungo tutto questo periodo e fino adesso. Per la precisione, gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero".

Se i fatti sono duri a morire la percezione non è da meno. Si teorizza apertamente, anche nel partito democratico, che è la percezione quella che conta. Una rinuncia unilaterale all'esercizio critico - che dovrebbe essere il compito della sinistra - se consideriamo la percezione essere "ideologia come falsa coscienza" (Nichi Vendola, Torino 23 maggio, sala GAM).

Da una inchiesta del Censis di alcuni anni fa emergeva che la sicurezza era la prima preoccupazione degli italiani, o comunque una delle prime. Agli intervistati che così rispondevano, si domandava poi da cosa traessero la loro convinzione, perchè si sentivano insicuri. Risposta prevalente: da quel che leggiamo sui giornali e da quel che vediamo in televisione. Non da esperienza diretta.

Qui c'è una prima responsabilità, per ragioni politiche, per pregiudizio o per vendere di più: i media dedicano molto spazio, anche in modo enfatico, alla cronaca nera, in particolare a quella che ha per protagonisti cattivi gli stranieri (non tutti, ma solo quelli provenienti da alcune aree del mondo, l'est, il sud) e di conseguenza creano un clima ansiogeno e una immagine negativa dello straniero, verso cui si catalizzano i sentimenti xenofobi.

Una seconda responsabilità è data dal fatto che alcuni partiti sfruttano l'insicurezza a fini elettorali, sovrapponendosi, ma anche incentivando gli allarmismi mediatici. Una ricerca di Luca Ricolfi dimostrava che la paura è stata più forte negli anni 1996-2001, quando l'opposizione di destra ne faceva un'arma di battaglia contro i governi dell'Ulivo, mentre è scesa negli anni 2001-2006, quando l'opposizione di centrosinistra non ne faceva un'arma di battaglia contro il governo Berlusconi, ed è nuovamente risalita negli anni 2006-2008, quando nuovamente la destra tornata all'opposizione ha ripreso a farne un vessillo. Se questo trend prosegue, possiamo prevedere che nel prossimo futuro, con la destra un'altra volta al governo, la paura diminuirà, poichè la propaganda e l'informazione saranno più tranquille, almeno per quanto riguarda la responsabilità della politica. Anche il rapporto Istat 2007 lo conferma: "nel Rapporto Istat si analizza anche la percezione dei cittadini italiani dal 1993: la quota di famiglie che percepiscono un rischio di criminalità elevato ha toccato un minimo nel 2003, per poi crescere e arrivare al 35 per cento tra il 2006 e il 2007. L'aumento massimo, del 10 per cento, dal 1993 si è registrato nel Nord-Est. Se si considera solo l'anno scorso, l'incremento più forte si è registrato nel Nord-Ovest, dove la quota di famiglie 'preoccupate' è passata dal 33 al 38,4 per cento."

Ma ci sono altri due elementi che concorrono ad un aumento della percezione di insicurezza.

1) Il vivere soli, isolati, in territori sradicati, dove le persone non si conoscono, non vivono legami associativi, non conoscono i luoghi, persino i nomi delle vie vicino casa propria, nelle grandi città, nei quartieri di periferia. Un territorio sconosciuto è un territorio nemico.
2) La crisi economica, la paura di essere licenziati o di non poter accedere al lavoro, avere un reddito insufficiente per mantenersi, l'essere benestanti, ma avendo dinnanzi a sè una prospettiva di impoverimento. Questo stato crea una condizione di insicurezza e di angoscia strutturale che poi può incanalarsi contro un capro espiatorio privilegiato (l'immigrato) e contagiare il senso comune generale.

Abbiamo sentito, in una recente puntata di Annozero, le interviste ad alcuni cittadini (nel nord-est) esprimere la propria avversione alla eccessiva presenza degli immigrati, qualificati come invasori, per il solo fatto di doverli vedere, anche se non comportano alcun problema di sicurezza o di ordine pubblico.

Una parte della società italiana tende alla xenofobia e al razzismo perchè ha una paura irrazionale degli immigrati, ma anche perchè forse non ne ha abbastanza, perchè in fondo gli immigrati sono un soggetto debole, un facile capro espiatorio e la loro demonizzazione risulta funzionale alla loro ricattabilità. Gli immigrati clandestini come forza lavoro corrispondono perfettamente a tutti i requisiti di flessibilità, bassi salari, zero tasse e contribuiti.

Non c'è discorso razionale o caritatevole che tenga. Gli immigrati concorrono in misura sempre più importante alla formazione del nostro PIL ed ai fatturati di tante aziende. Se si organizzassero e incrociassero le braccia, se minacciassero sul serio il nostro benessere, allora ci farebbero veramente paura e a quel punto non ci permetteremmo più di essere razzisti.

mercoledì 28 maggio 2008

Reato di immigrazione clandestina

Sulla Stampa del 26 maggio, un bell''articolo di Bruno Tinti, Procuratore aggiunto della Repubblica di Torino, autore del libro "Toghe rotte", spiega perchè l'introduzione del reato di immigrazione clandestina sia inapplicabile.

In tema di lotta all'immigrazione clandestina, da molti anni, durezza e inapplicabilità delle leggi e delle ordinanze procedono insieme. Capita anche di vedere che il governo più duro (quello della Bossi-Fini, altra legge inapplicabile) è quello che fa le sanatorie più grandi. (Vedi scheda - Sole 24 Ore, 12 maggio 2008).

E' la doppiezza della xenofobia istituzionale. Specchietti per allodole razziste e pratiche (per quanto discutibili) di integrazione. Gli immigrati, clandestini e non, al paese servono. Costano sette miliardi di euro, ma ne producono 122. Senza di loro l'Italia sprofonderebbe nella recessione. L'ideale è averli senza diritti, appunto clandestini. Giusto l'effetto del razzismo e dei decreti flussi che stabiliscono soglie di accesso a 170 mila ingressi a fronte di 700 mila domande.

Si dice sempre più spesso, anche da parte dei "democratici" (i sindaci sceriffo delle amministrazioni di centrosinistra), che importa poco se delitti e reati diminuiscono o non aumentano, quello che conta è la percezione della gente e questa va nel senso di un aumento della sensazione di insicurezza. Se è così dal lato dei cittadini, dal lato del governo può essere diverso? Evidentemente no, e allora quel che conta non sono leggi efficaci per soluzioni reali, ma leggi simboliche che offrano la percezione di una soluzione (dura) contro la percezione di un nemico esterno. Queste percezioni si alimentano a vicenda e danno assuefazione, come le droghe, così che al giro successivo è richiesta una dose più forte della precedente. Fino a quando, fino a dove?