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sabato 13 novembre 2010

Irregolari (da regolarizzare), non clandestini


La parola "clandestino" rappresenta l'immigrato straniero come una persona che si è introdotta illegalmente nel paese e che vuole sfuggire all'identificazione. Questa rappresentazione corrisponde solo in minima parte alla realtà dell'immigrazione priva di permesso di soggiorno. La maggioranza è entrata nel paese regolarmente, circa tre quarti, e molti altri entrati irregolarmente hanno cercato di mettersi in regola. Di certo gli immigrati non salgono sulle gru per nascondersi meglio.

Settecentomila sono irregolari per le assurdità della legge Bossi-Fini, normativa in vigore dal 2003, che nessun altro paese europeo ha pensato bene di imitare e che oggi viene sconfessata persino da uno dei suoi due firmatari. Ovviamente Fini. La legge prevede che lo straniero possa entrare nel paese solo se già in possesso di un contratto di lavoro. Se uno straniero trova lavoro in Italia, oppure se perde il lavoro che ha e ne trova un altro, deve rientrare nel suo paese e aspettare di essere lì contattato dal suo datore di lavoro italiano, tramite ambasciata. Solo a quel punto può regolarizzarsi. Se ha la fortuna di rientrare nella quota del decreto flussi, deciso annualmente. Una quota di solito nettamente inferiore alle domande di assunzione.

Non importa se lo straniero ha un lavoro, se il suo datore è disposto a metterlo in regola, se entrambi non fanno del male a nessuno. Per questa legge capestro, lo straniero rimane irregolare, privo di diritti, esposto al ricatto di sfruttatori e criminali e sempre a rischio di essere arrestato, recluso nei CIE ed espulso. Chi ha concepito questa legge ha poi pure pensato di inventarsi il reato di immigrazione clandestina. Eppure le domande di regolarizzazione sono tutte lì, pendenti da anni al Ministero degli Interni.

giovedì 11 novembre 2010

Italia-Libia, governo battuto sui diritti umani

Il governo va sotto: 274 a 261. Futuro e Libertà ha votato insieme alle opposizioni (Pd, Udc, Italia dei Valori) una mozione del deputato radicale Matteo Mecacci nel quale ci si limita a chiedere che il governo «solleciti» Tripoli a ratificare la Convenzione Onu sui rifugiati e a riaprire l´ufficio delle Nazioni Unite per garantire agli immigrati respinti un rispetto minimo dei diritti umani. Una revisione del Trattato resa urgente anche da quanto accaduto al peschereccio mitragliato da una delle sei motovedette regalate proprio dal nostro paese alla Libia.

Ignazio La Russa e Fabrizio Chicchito attaccano i finiani a cui attribuiscono «la responsabilità del ritorno dei barconi e dei clandestini». Il ministro degli Esteri Frattini arriva a dire che per colpa di Fli l'´Italia esce dal solco della politica Ue nei confronti di Tripoli «aprendo le porte a tutti» («in realtà il mancato rispetto dei diritti umani è proprio l´ostacolo principale per un accordo Ue-Libia», ricorda il pd Sandro Gozi).

Una ritorsione propagandistica, quella del Pdl, che di fatto ammette l'impossibilità di respingere gli sbarchi in collaborazione con la Libia senza violare i diritti umani e l'indifferenza del governo in questa materia: il rispetto dei diritti umani non è una priorità, nè una precondizione.

I giornali si concentrano sul significato politico del voto - la maggioranza non c'è più - l'avvio della crisi di governo e della campagna elettorale, dando per scontata la strumentalità dell'oggetto del contendere oppure lasciandolo sullo sfondo. Bisogna però ricordare di cosa si tratta.

Centinaia, forse migliaia di persone richiedenti asilo intercettate nelle acque del Mediterraneo e deportate forzatamente in Libia senza valutare la loro situazione individuale e il loro bisogno di protezione internazionale. Recluse per mesi, alcuni per anni, nel centro di detenzione di Misratah e in altri centri del paese in condizioni ancora peggiori. Sovraffollamento, nessun rispetto della privacy, servzi sanitari insufficienti, costretti a dormire sul pavimento. Maltrattati con pene corporali e torture inflitte dalla polizia libica. Espulsi verso paesi in cui rischiano la tortura e la morte. La Libia non ha un sistema d'asilo funzionante ed ha espulso l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).


Riferimenti:
Amnesty - Visita in Italia del leader libico Muhammar Gheddafi - CS079: 09/06/2009

mercoledì 10 novembre 2010

Le culture cambiano

Non nego le differenze culturali tra un popolo e l'altro. Nego che siano statitiche. Nego che siano il principio di tutte le cose (sistema economico, politico, sociale), penso semmai il contrario. Nego che determinino inevitabilmente e irrimediabilmente l'identità di ogni individuo. Di conseguenza sono contrario a stabilire regole ad culturam.

Se i nostrani "teorici" del conflitto di civiltà, della esistenza delle faglie di civiltà, delle incompatibilità culturali provassero a definire la "cultura italiana", il concetto di "italianità", sarebbero poi i primi a volersene differenziare. Ma intanto sarebbe interessante conoscerla questa definizione: cosa è l'italianità? Come la definizione di qualsiasi altra identità culturale nazionale.

L'elezione di un gay al governo del paese è possibile in Italia e non, per esempio, in Aurabia Saudita. E questa sola diversa possibilità esprimerebbe tutta la differenza culturale tra due mondi. Ma anche in Italia, la nomina di un gay noto e dichiarato (poichè vi sarebbero i precedenti ignoti di Mariano Rumor e di Emilio Colombo) a presidente del consiglio è stata una cosa impossibile fino a ieri. Oggi sembra possibile, pure sull'onda di un altro evento esogeno straordinario, che fino a ieri sembrava impossibile: l'elezione di un nero alla presidenza degli Stati Uniti.

Se andiamo a riascoltare i primi commenti all'annuncio della candidatura di Obama, vedremo che non ci credeva nessuno. Le cose cambiano, le storie cambiano, i paesi cambiano, le persone cambiano.

L'universalismo xenofobo

Esiste un universalismo xenofobo. Capita, discutendo con un leghista o con qualsiasi persona ostile agli stranieri di citare il nostro passato di emigranti. Come a dire: non possiamo riversare sulle persone provenienti dall'est e dal sud del mondo, i pregiudizi, le discriminazioni, la violenza che subirono i nostri nonni immigrati in settentrione, o in Europa, in America, in Australia (ancora oggi nel Ticino contro i lombardi). Un'analogia morale che punta sull'identificazione nazionale. Non facciamo agli altri quel che non avremmo voluto fosse fatto a noi. Noi, italiani.

Ma ecco che gli italiani, messi a confronto in terra straniera con gli svizzeri, i tedeschi, i belgi, i francesi, gli americani, diventano simili ai marocchini, agli albanesi, ai romeni e perciò diversi dal nostro xenofobo autoctono. Egli, prima di essere italiano è un autoctono che si difende dagli stranieri. Nelle storie del passato, parteggia per i suoi simili. Non gli italiani, bensì gli autoctoni, compresi quelli anti-italiani.

Se esistono una identità, una cultura, non sono date dal legame di sangue, dallo stesso ceppo etnico, dalla comune credenza religiosa, ma dalla posizione in una gerarchia sociale e dal modo di relazionarsi con chi sta sopra e chi sta sotto. Xenofobi di tutto il mondo unitevi. Anzi, riunitevi e fatevi il vostro stato.

Citazioni omofobe


Nel post precedente, ho citato a memoria alcune battute, alcuni episodi di chiaro segno omofobo, aventi come protagonista una serie di esponenti di destra. Avessi fatto un minimo di ricerca avrei trovato un elenco di citazioni già bello e pronto sull'ottimo Metilparaben. Alcune - ahimé - anche di "sinistra".

E' molto vero, purtroppo, non è solo Berlusconi. Non per nulla si esprime come si esprime, pensando di avere la maggioranza dalla sua parte. Devo però dire che trovo forzato l'accostamento di alcune frasi, anche se negative, ad altre sotto il cappello della pura e semplice omofobia.

Un conto sono le opinioni espresse su un tema politico all'ordine del giorno, magari sollecitate da una precisa domanda a cui non ci si può sottrarre - e forse lo si preferirebbe - in cui si esprime un orientamento contrario all'adozione dei bambini e al matrimonio delle coppie omosessuali, per convinzione o per un presunto senso dell'opportunità, al fine di evitare un conflitto con i cattolici.

Altra cosa è esprimere gratuitamente e di propria iniziativa battute insultanti e dileggianti contro gli omosessuali, al fine di risvegliare, eccitare, e coalizzare intorno a se tutta la subcultura reazionaria e machista del paese.

giovedì 4 novembre 2010

L'omofobia di Berlusconi



Per trarsi d'impaccio dal Rubygate, Silvio Berlusconi ha dichiarato che "è meglio avere la passione per le ragazze che essere omosessuali". Che dire? Se fossi gay non me ne vergognerei. O meglio, cercherei di non vergognarmene, avendo la percezione che gran parte del contesto mi suggerisca il contrario, quanto meno di non ostentare. Ma finora sono stato solo eterosessuale e non mi sono posto il problema. Non avendo mai (per ora) vissuto nè ricercato esperienze omosessuali, non sono in grado di fare il confronto tra una situazione e l'altra, per dire quale sia meglio. Il presidente del consiglio ha molta più vita ed esperienza di me. Magari ha ragione e sa di cosa parla. Ma resta il fatto che quel che ha detto è inopportuno ed ha una forte valenza offensiva. Tra due cose, se una è meglio, l'altra è peggio. E' un giudizio di valore. Fosse pure fondato sull'esperienza personale, rimane troppo somigliante ad un pregiudizio. Il vecchio pregiudizio omofobo. Storico tratto identitario della destra tradizionale.

Un tempo erano i fascisti a distinguersi per battute omofobe. Storace, dì qualcosa di destra. E lui: "Ah froci!" Autoironico e azzeccato. Sempre Storace, stavolta serio, durante una rissa in parlamento, rivolto a Mauro Paissan (credo nel 1995): "Non toccarmi con le tue unghie da checca". Per commentare la bocciatura di Buttiglione a commissario europeo, nel 2004, Mirko Tremaglia dichiarò "Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza". Gianfranco Fini, quando ancora non era evoluto, proponeva di escludere gli omossessuali dall'insegnamento nella scuola elementare. Dibattendo con Luxuria, Alessandra Mussolini ebbe modo di esclamare: "Meglio fascista che frocio!". Di recente, Buttiglione ha filosofeggiato sull'essere  omosessuali oggettivamente e moralmente sbagliato: come non pagare le tasse. Un cantante a lui molto prossimo, Povia, cantò due anni fa a Sanremo, una canzone dedicata alla "cura" degli omosessuali: "Luca era gay". In un altra conferenza stampa, Berlusconi disse che "noi non siamo mica dell'altra parte". Il "trattamento Boffo", la campagna del Giornale di famiglia contro il Direttore dell'Avvenire era incentrata sulla presunta identità omosessuale della persona presa a bersaglio. Ecco, ho citato solo i fatti e le battute che  ricordo, senza fare alcuna ricerca. Diversamente, invece di scrivere il paragrafo di un post, potrei scrivere un intero blog. Questo è il background di buona parte della nostra destra. Il disprezzo per i gay, cioè per l'uomo che si fa donna, e dunque il disprezzo per la donna. Sessismo e omofobia a braccetto, nelle battute, nei modi di pensare, nello stile di vita.

Una linea di difesa consueta è quella di Vittorio Sgarbi: ormai le battute sui gay si possono fare, tanto la discriminazione non esiste più. Ma una volta si facevano proprio perchè c'era. Sarebbe come dire: dato che non ci sono più lo schiavismo e la segregazione, possiamo permetterci di essere razzisti, dato che non ci sono più i pogrom e le persecuzioni, possiamo permetterci di essere antisemiti, dato che non c'è più la discriminazione della donna, possiamo essere misogini. L'essere pari sostituito all'essere dispari come buon motivo per infierire. Pari o dispari, stessa solfa. D'altronde quel'infierire non è mai solo una conclusione, ma soprattutto un presupposto fondante, viene prima, è un pre-giudizio. Si cala a priori in qualsiasi mondo. 

Ma davvero non c'è più la discriminazione? Basti leggere le battute sopra citate. Gli eterosessuali in quanto tali si sono mai beccati qualcosa di simile? Si sono mai dovuti vergognare di fronte a se stessi, ai propri genitori, alla propria famiglia, nel rivelarsi? Sono mai stati dileggiati a scuola o dagli amici? Hanno mai avuto paura di camminare per mano con una ragazza, di abbracciarla, di baciarla, per il solo fatto che fosse una ragazza? Hanno mai subito un'aggressione per il loro orientamento sessuale? Un licenziamento? Si sono mai sentiti insultare da questo o quel personaggio pubblico e persino dal capo del governo? Questa differenza cosa è se non discriminazione?

Certo, l'omofobia berlusconiana non è odio e ostilità. E' un sentimento di disprezzo "leggero", ma pervasivo, fa da sottofondo, è un'atmosfera. Un disprezzo tacito, implicito, che può persino conciliarsi con la simpatia, come succede a molti di noi con gli animali domestici. Non gli riconosciamo la nostra stessa dignità, ma li amiamo e li proteggiamo. Allo stesso modo funzionano la misoginia e l'omofobia prevalenti. Un omosessuale può pure farmi da portavoce o da fenomeno di baraccone nelle mie televisioni, anzi ben venga. Poi se torna utile, in un paese tendenzialmente maschilista, l'omofobia posso usarla come collante, per richiamare a me e mobilitare quel che c'è di reazionario nel paese. L'omofobia come l'anticomunismo. Nichi Vendola, suo probabile antagonista alle prossime elezioni, materializza entrambi gli spettri. Una battuta calcolata dice Paolo Guzzanti. Più probabilmente un calcolo istintivo. A destra, almeno in questa destra berlusconiana, la testa e la pancia sembrano accordarsi naturalmente, senza trovarsi mai in contraddizione.


Riferimenti:

martedì 26 ottobre 2010

Si può dire che Marchionne fa schifo?

Su Facebook, Paolo Ferrero, segretario del Prc, ha dichiarato a caldo, domenica 24, ore 21,12, proprio mentre va in onda "Che tempo che fa": «Marchionne dice che non fa politica perchè fa il metalmeccanico. Falso. Lui fa il padrone ed è capace di una demagogia da far invidia a Berlusconi. Marchionne è un padrone di una azienda che vive sul fatto che lo stato italiano li ha riempiti di soldi. Marchionne fai schifo!» 

Nel merito il giudizio può essere condivisibile, ma lo è anche il modo in cui viene espresso? Sempre su Facebook, lo stesso Ferrero torna in argomento e ribadisce: «Qualche compagno si è scandalizzato perchè ho detto che Marchionne fa schifo. Qualche altro dice che dobbiamo essere più analitici.Io non penso che normalmente vadano usati gli insulti nei confronti degli avversari e ritengo necessario un solido impianto analitico. Ribadisco però che il tasso di malafede, di manipolazione e di demagogia che emerge dai discorsi di Marchionne chiede un giudizio netto. A me fa schifo.»

In verità, non si è scandalizzato praticamente nessuno. Il suo "stato" (così si chiama il messaggio che ciascun utente di Facebook può postare sulla propria bacheca) è piaciuto a 355 persone ed ha ricevuto 90 commenti quasi tutti favorevoli e arrabbiati. Nella discussione che segue, Ferrero afferma ancora: «Fazio è un simpatico sdoganatore del politically correct. Ho visto la trasmissione con Tronchetti Provera - "oo sccpioone" e mi è bastato». Intendendo, evidentemente, il politically correct nella concezione italiana:  essere garbati e acritici nei confronti del potere.

Soltanto un compagno ha scritto: «condivido ma, mi piacerebbe sapere chi pubblica a nome di Ferrero: questo non è certo lo stile del segretario di Rifondazione». In effetti, una questione di stile c'è. Di stile e di temperamento. Posso dire che su di me, volgarità e aggressività verbale non esercitano una grande attrazione. Si possono e si devono dire cose vere, comprensibili e incisive, senza prendere la scorciatoia dell'insulto. L'autonomia si fa valere anche nel linguaggio. Il modo in cui parli, anche quando definisci gli altri, dice chi sei tu. Perchè imitare la Lega? Conoscendo un po' Paolo Ferrero, mi sembra di vedere qui la sua testa cercare di imitare un pancia. Nell'era dei talk-show, dominata dal celodurismo, dalla volgarità e dalla maleducazione forzaleghista, è passata l'idea che il linguaggio insultante e umorale sia vincente, mentre la sinistra quando parla non si capisce. 

Eppure, leader vincenti e ascendenti, come Togliatti e Berlinguer parlavano in modo educato, corretto, e anche colto. Non si sarebbero mai espressi così, rivolgendosi a Valletta o a Romiti o a chiunque. Ne si sarebbero espressi così Lucio Magri, Sergio Garavini, Fausto Bertinotti. Forse si sarebbero espressi così Mario Capanna e Giovanni Russo Spena, leader di Democrazia Proletaria, piccolo partito della sinistra radicale degli anni '80, da cui Ferrero in fondo proviene. Ma non avrebbe parlato così neppure il Paolo Ferrero ministro della solidarietà sociale. Il modo in cui parli dice anche se, quale e quanta responsabilità hai. Se conti qualcosa o non conti nulla. Non c'è nulla di male ad essere in minoranza fino ad essere un piccolo, piccolissimo partito extraparlamentare. C'è qualcosa di male quando inizi a comportarti come un piccolo, piccolissimo, irrilevante partito, che punta sul chiasso e la demagogia per farsi notare un po' (smentita leghista permettendo). In questo ruolo, Paolo Ferrero risulta esteticamente stonato.

Ma vediamo più in dettaglio, perchè secondo Ferrero, Marchionne fa schifo:
«L'assenza di altri produttori di auto in Italia è stata perseguita con attenzione nel corso degli anni proprio dalla Fiat. Ricordo ancora quando a metà degli anni 80 si discusse la ford potesse comprare l'alfa romeo e la fiat fece di tutto per impedirlo. Adesso Marchionne sta facendo una doppia porcheria: Lui ha preso i soldi da Obama e sposta degli USA le produzioni ad alto valore aggiunto (a partire da auto ibrida). Poi sta vedendo se in Serbia riesce a produrre quasi a gratis le auto. Da questo punto di vista Marchionne stà demolendo il mercato perchè è lui che tira in basso i costi, agendo in completo sovvenzionamento sia in USA che in Serbia. Un vero e proprio assistito. A partire da questa situazione stà giocando a Poker. Se riesce tira giù salari e diritti in italia sfasciando il quadro constituzionale e democratico in cui ci muoviamo. Se non riesce ha la scusa per abbandonare l'Italia (dove fa 600.000 vetture, ben poca cosa) e spostare in un posto maggiormente sovvenzionato o con costo del lavoro più basso. In una situazione in cui in Germania producono 5 milioni di auto pagando i lavoratori 2500 euro al mese, io penso che Marchionne fa schifo in quanto ammanta di antipolitica e di pura tecnicalità quella che è una gigantesca operazione politica non dettata da problemi di mercato ma dalla volontà di demolire i diritti dei lavoratori in Italia e di avere facili guadagni come impresa. E' l'emblema del raider che la globalizzazione neoliberista ha generalizzato nella finanza e che lui applica alla produzione. Un essere amorale che guadagna tanto più distrugge diritti, civiltà, sicurezza di vita. In confronto un militare fa un mestiere moralmente irreprensibile, perchè almeno il rischio è reciproco, mentre Marchionne ha licenza di distruggere ma lui non è toccabile. Un esempio di grande potere privo di responsabilità. Se non è schifo questo io non so più cosa è lo schifo». (Facebook, 25 ott)

lunedì 25 ottobre 2010

La Tav incrina la sinistra in Piemonte

Perchè la sinistra in Piemonte alle regionali del 2010 non ha replicato la vittoria delle regionali del 2005?

Abbiamo visto che la presenza di liste irregolari nella coalizione di centrodestra sono una parte della spiegazione. Roberto Cota vince su Mercedes Bresso con 9.372 voti di scarto. Le liste contestate ottengono complessivamente 76.188. Per la precisione: I Verdi Verdi per Cota 33.411 voti (1,76%) lista contestata per aver indotto in confusione l'elettore; Partito dei Pensionati 27.797 voti (1,46%) lista contestata per essersi presentata con le firme false; Al Centro con Scanderebech 12.154 voti (0,64%), lista contestata per non aver presentato le firme, avvalendosi del fatto di essere stata promossa da un consigliere regionale, lo stesso Scanderebech, però fuoriuscito dal suo gruppo di appartenenza, l'Udc; Lista Consumatori 2.826 voti (0,14%), contestata per la stessa ragione della lista di Scanderebech. Solanto il ricorso per i Verdi Verdi è stato respinto dal Tar. Rimangono 42.777 voti attribuiti a liste di dubbia legittimità. Quasi cinque volte di più dei 9.372 voti di vantaggio di Cota.

Tuttavia, annullando o redistribuendo questi voti come stava facendo il riconteggio disposto dal Tar, otterremmo anche per Bresso una vittoria di stretta misura, ben differente dalla vittoria limpida e netta del 2005, quando Bresso prevalse su Ghigo con 90.361 voti di scarto.

Cosa è successo in questi cinque anni? Perchè il PD è arrivato a dubitare dell'opportunità di ricandidare Mercedes Bresso per un secondo mandato, accarezzando l'idea di puntare sul sindaco di Torino Sergio Chiamparino? La discussione nel PD sembra considerare due aspetti. 1) L'immagine del personaggio. Chiamparino avrebbe più appeal di Bresso e anche un profilo più moderato, meno "laicista", più adatto a guidare una coalizione con l'Udc. 2) La tendenza generale. Il pendolo elettorale si sarebbe spostato da sinistra a destra un po' in tutta Italia, specie nel nord, quindi anche in Piemonte.

I risultati elettorali confermano questa lettura?

Il confronto tra Bresso e Chiamparino possiamo farlo solo per la città di Torino, ma si tratta di un confronto disomogeneo, poichè misura il consenso dei due candidati in anni diversi e per elezioni amministrative diverse. Quella per l'elezione a Sindaco di Torino del 2006, in cui Chiamparino ottiene 307.913 voti, pari al 66,6% su 737.520 elettori di cui 64,7% votanti. Quella per l'elezione di Presidente della Regione Piemonte nel 2010, in cui Bresso ottiene 241.816 voti pari al 55,30% su 455.363 votanti pari al 64,11% degli aventi diritto al voto. Dunque, Chiamparino otterrebbe nella città di Torino 66 097 in più di Bresso. Tuttavia, la regola del pendolo potrebbe valere anche per lui, e tale scarto di voti essersi eroso nel corso di questi quattro anni. Nel 2005 a Torino, Bresso prese 289.171 voti pari al 58,80% su 521.781 votanti e 743.973 elettori. Appena un anno prima delle elezioni comunali, sempre considerando la disomogeneità del confronto, lo scarto tra Chiamparino e Bresso è solo di 18.742 voti. Non è dato sapere invece quale potrebbe essere il confronto tra i due, nel resto della Provincia di Torino e nelle altre Province del Piemonte.

Parte del vero o presunto migliore appeal di Chiamparino dovrebbe comunque scontare una difficoltà. Quella di dover difendere in campagna elettorale l'operato di una amministrazione regionale di cui però si è preferito non ricandidare il presidente.

L'idea che Chiamparino possa essere un candidato migliore si basa soprattutto su dati intuitivi. L'ex segretario pidiessino battuto da Alessandro Meluzzi nel collegio di Mirafiori nel 1994, ha ormai assunto un'altra caratura. L'effetto novità. E' un "destro" e può conquistare i voti moderati. Gode di buona stampa. E' un potenziale leader nazionale alternativo a Nichi Vendola. E' un sindaco apprezzato e stimato, forse il sindaco più popolare d'Italia, non è logorato da dieci anni di amministrazione cittadina. Neppure la Bresso lo era dopo dieci anni alla presidenza della Provincia torinese. Altri grandi sindaci però una volta passati al fronte regionale hanno subito sconfitte e declini. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari battuto sonoramente nel 2001 in Veneto da Giancarlo Galan. Antonio Bassolino amato e popolare sindaco di Napoli, divenuto presidente della Campania, è ormai percepito, a torto o a ragione, come uno dei peggiori governatori regionali. Fuori dalle grandi città rosse amministrare e reggere il consenso è più difficile.

Il pendolo elettorale nel 2010 si è spostato a destra anche in Piemonte?

Nel 2005, Mercedes Bresso raccoglieva 1.234.354 voti pari al 50,9% su 3.662.543 di cui il 71,4% votanti. Nel 2010. Bresso raccoglie 1.033.946 voti pari al 46,9% su 3.643.229 elettori di cui il 64,3% votanti. Perde 200.408 voti. Nel 2005, Enzo Ghigo, presidente uscente e candidato del centrodestra raccoglieva 1.143.993 voti pari al 47,1%. Nel 2010, Roberto Cota raccoglie 1.043.318 pari al 47,32%. Dunque anche la destra declina: perde 100.675 voti. Non vi è, da sinistra a destra, uno spostamento elettorale, ma un sorpasso in discesa (senza far la tara delle liste contestate, ovviamente). Mentre nel 2005 tutta la sinistra sosteneva Bresso e soltanto Ghigo subiva il disturbo di due liste alternative - La Democrazia Cristiana di Gianfranco Rotondi (1%) e Alternativa Sociale di Ludovico Ellena (1%), nel 2010 entrambe le coalizioni devono fronteggiare la concorrenza di una lista alternativa. A destra, la Lega Padana di Renzo Rabellino (36.999 voti - 1,67%). A sinistra il Movimento Cinque Stelle di Davide Bono (90.086 voti - 4,08%).

Un'analisi dei flussi elettorali è offerta dalla Swg, da cui risulta che l'astensione prende 105 mila voti dalla destra e 91 mila dalla sinistra, i grillini prendono 25 mila voti dal centrodestra e 48 mila dal centrosinistra. Mentre lo scambio di voti tra destra e sinistra è in pareggio: 64 mila voti per uno. Determinante il Movimento Cinque Stelle.

Per una settimana hanno respinto l’accusa dell’entourage di Bresso: sono stati loro a consegnare il Piemonte a Cota. Si sono sforzati di tracciare i contorni del loro elettorato: «Non ci fossimo stati noi non avrebbero votato». I flussi elaborati da Swg in parte li smentiscono: dei 69 mila voti raccolti dai «grillini» appena 14 mila provengono dall’area del non voto. E gli altri? Pdl, Pd e Lega ne cedono 8 mila a testa; i Radicali 5 mila; la sinistra 3 mila; Udc e altri 2 mila. Ne restano 21 mila, ed è forse qui l’origine della Caporetto: i «grillini» li hanno sottratti all’Italia dei Valori. (La Stampa 4 aprile 2010)

In Piemonte, il Movimento di Grillo si è caratterizzato innanzitutto per l'opposizione alla Tav. E' questa, probabilmente, il punto debole della coalizione di Bresso. La destra non ha nessun punto programmatico che la metta in contraddizione con una parte della propria base elettorale. La sinistra ha la Tav, che la mette in contraddizione con l'opposizione sociale nella Val di Susa, che trova espressione in parte dello stesso Pd, in parte dell'Idv, nella sinistra radicale e nel nuovo Movimento di Beppe Grillo, che ha fatto quasi il pieno.

Sul nodo della Tav, è improbabile che Chiamparino possa essere più attraente di Bresso.

Riferimenti:
I giovani frenano l’astensionismo

sabato 23 ottobre 2010

Il PD sostiene Mercedes Bresso?

Ora che il Consiglio di Stato ha bloccato il riconteggio dei voti in Piemonte deciso dal Tar, il PD, mai davvero convinto del ricorso, sembra ritirare i remi in barca e lasciare sola nella sua battaglia "per la legalità" Mercedes Bresso. Alcuni esponenti del partito, tra cui si distingue il deputato Stefano Esposito, le muovono attacchi personali troppo insolenti e aggressivi per essere credibili. Una sconfitta elettorale, pur subita a causa di brogli, è una occasione per ridimensionare il candidato "perdente" e ricalibrare i rapporti di potere interni, anche attraverso modalità primitive. Per dei partiti ripiegati su se stessi le lotte intestine diventano più importanti delle competizioni elettorali.

La sentenza del Consiglio di Stato francamente mi dispiace, anche se può avere la sua fondatezza. Lasciava perplessi infatti anche la decisione del Tar di annullare le liste irregolari, ma di procedere al riconteggio, per salvare le schede con la croce sul nome del candidato presidente al fine di salvaguardare così l'effettiva volontà dell'elettore, nonostante la legge dica che il voto alla lista vale automaticamente come voto al candidato presidente. Tale dispositivo bocciato dal Consiglio di Stato voleva garantire fino in fondo il presidente in carica. Almeno, stando alle parole di Franco Bianchi, presidente del Tar: «Questa sentenza è un abbraccio a Cota, le liste erano irregolari, ci sarebbero stati gli estremi addirittura per inviare le carte in procura, ma abbiamo voluto predisporre il riconteggio per valutare fino in fondo quale sia stata la volontà dell’elettore» (La Stampa 30.07.2010).

Il riconteggio ha posto la questione se riassegnare la vittoria d'ufficio o annullare il voto e tornare alle urne. Mercedes Bresso è stata accusata di voler vincere a tavolino. In effetti, la Bresso in vantaggio nel riconteggio è stata possibilista e non si è dichiarata in modo netto per la ripetizione delle elezioni. Le va però concessa un'attenuante: quella di non aver avuto alle spalle un sostegno leale. Il suo partito, si è messo a discutere se e come rimpiazzarla. Magari con l'idea di candidare alla presidenza della Regione Sergio Chiamparino.

Roberto Cota ha vinto le elezioni regionali 2010 con 9 mila voti di vantaggio su Mercedes Bresso. Le liste contestate di Scanderebech e dei Consumatori hanno ottenuto 14 mila voti e la lista dei "Pensionati per Cota" 27 mila.

A denunciare la falsificazione delle firme della lista "Pensionati per Cota" di Michele Di Giovine, è stata la lista "Pensionati e invalidi" sostenitrice di Bresso. Sulla base di questa denuncia la magistratura ha iscritto Di Giovine nel registro degli indagati e avviato una inchiesta. Naturalmente la magistratura avvia una inchiesta in presenza di indizi di reato.

"L'indagine penale partita all'inizio di maggio, ha avuto già alcuni importanti riscontri: sarebbe infatti stata già affidata una perizia calligrafica per capire se, come i denuncianti sospettano, sia stato lo stesso Giovine ad apporre tutte o quasi le firme che autenticavano la lista. Un sospetto che sarebbe stato confermato anche dalle persone che chiamate a testimoniare avrebbero già in gran parte negato di essere state loro a mettere quelle firme". (Repubblica 5 giugno 2010)

"Molti di loro sono piuttosto anziani, anche ultranovantenni. Hanno firmato loro? E tutti nelle stesso luogo indicato dai verbali di presentazione della lista? È quello che sta cercando di accertare la magistratura attraverso una perizia calligrafica" (La Stampa 6 giugno 2010)

Bisogna però ricordare che esiste un precedente, secondo cui la falsificazione delle firme non è un reato penale. Un precedente che vede coinvolto lo stesso Di Giovine e non solo.

In sintesi cosa decise il Tar.
I ricorsi presentati erano in tutto due. Il primo – quello più controverso e discusso – aveva al centro la lista di Michele Giovine, presentata grazie a 18 firme false su 19. Sulla lista è in corso anche un’inchiesta della magistratura: il TAR ha deciso di rinviare la relativa decisione all’autunno, fissando una nuova udienza per il 18 novembre.
Un altro ricorso aveva come obiettivi tre liste che sostenevano Cota: la lista dei “Verdi Verdi”, la lista “Al centro con Scanderebech” e la lista “Consumatori con Cota”. La prima era accusata di aver indotto gli elettori in confusione; la seconda era accusata di aver utilizzato il nome di Scanderebech, presidente del consiglio regionale con l’UdC per non raccogliere le firme, salvo poi uscire dall’UdC e sostenere Cota; la terza era quella dei “Consumatori per Cota”, con una simile contestazione.
Il TAR ha respinto l’istanza nei confronti dei “Verdi verdi” e ha accolto parzialmente l’istanza nei confronti delle altre due liste, disponendo che i voti che hanno ricevuto – più o meno 14 mila – dovranno essere ricontati e verificati. Sarà fondamentale capire quante schede portano la sola indicazione del voto alla lista e su quante invece l’indicazione di voto per il governatore della Lega è esplicito. Come avevamo scritto già qualche settimana fa, si tratta in ultima analisi del nodo da sciogliere: il voto per il candidato presidente, infatti, è distinto e separato da quello per le liste a questo collegate, tanto che gli elettori possono attribuire un voto disgiunto, scegliendo di votare un candidato presidente e poi una lista tra quelle che non sostengono il candidato che hanno votato. Dall’altra parte, però, chi vota soltanto la lista vede il suo voto estendersi automaticamente al candidato presidente collegato alla lista. (Il Post 16 luglio 2010)

Il Consiglio di Stato, annullando integralmente la sentenza del Tar, non ha sancito che le nuove liste, se promosse da un consigliere, possono presentarsi senza raccogliere le firme. Se così fosse, da adesso farebbero tutti così. Le motivazioni della sentenza in realtà non le conosciamo ancora e nel merito il Consiglio di Stato non si è ancora pronunciato, cioè non ha ancora detto se le liste contestate sono valide oppure no. Se vogliamo fare delle congetture sulla base di quanto è stato riportato dai giornali, possiamo prevedere un pronunciamento di questo tipo: una lista ammessa (a torto o a ragione) alle elezioni dall'organo preposto, ormai è valida. Il ricorso va fatto prima e non dopo le elezioni. Un po' come nel calcio: se anche la moviola certifica che l'arbitro si è sbagliato, questo non cambia il risultato della partita. Tuttavia, il dispositivo che sarà emesso ancora non si conosce e sarà comunque l'orientamento del Consiglio di Stato. Diverso da quello del Tar. Ergo sono possibili orientamenti diversi. L'orientamento della Cassazione potrà essere ancora diverso.
Nell’ordinanza, i giudici scrivono che il Consiglio di Stato «accoglie l’istanza cautelare, e per l’effetto sospende integralmente l’efficacia della sentenza impugnata». La causa, spiegano, è stata trattenuta in decisione anche per il merito. E in camera di consiglio è emersa la fondatezza dell’appello principale, quello presentato dai legali di Cota, e l’infondatezza degli appelli proposti dall’ex presidente della Regione Mercedes Bresso e dagli altri ricorrenti. La decisione di oggi ha quindi carattere sospensivo, mentre i ricorsi restano ancora da discutere nel merito. Alla fine poi, le parti potranno ulteriormente ricorrere in Cassazione. (La Stampa 19 ottobre 2010)
Ma di questa controversia, il centrosinistra non ha alcun motivo per precostituirsi un esito a lui sfavorevole. Non si tratta di condurre battaglie cieche, furibonde, feroci, folli, con tutta l'inflazione di aggettivi caricaturali che si sprecano in post e comunicati stampa. Si tratta di presentare i ricorsi e di lasciare che la magistratura faccia il suo corso.

Se sono state commesse irregolarità nelle presentazione delle liste e queste liste sono stati determinanti per la vittoria del centrodestra, chiedere l'invalidamento delle elezioni è un diritto e forse anche un dovere. Altrimenti, per quieto vivere, per compromesso, per favorire una "mediazione" (come disse la stessa Bresso), si è conniventi con l'illegalità. E non è solo una questione di principio, è anche una questione pratica, perchè una vittoria fraudolenta che la fa franca, è un precedente. Che non si vede perchè allora non dovrebbe ripetersi.

In presenza di ricorso, gli organi della Regione sono e restano nella pienezza dei loro poteri e possono svolgere le proprie funzioni. Un eventuale annullamento delle elezioni non avrebbe effetto retroattivo sugli atti della Regione. Quindi, non esiste nessuna buona ragione per "paralizzarsi".

Mi viene fatto notare su Facebook che in questa situazione diventa più difficile fare accordi con la maggioranza, tra cui la possibilità di preservare la presidenza dell'ATC. Io ho giudicato male la "mediazione" della Bresso, quando ritirò la firma al ricorso per essere confermata Presidente del comitato europeo delle Regioni. Non vedo per quale motivo dovrei invece giudicare bene la rinuncia ad accertare la regolarità del voto in cambio della presidenza dell'ATC o di altri enti. E' uno scambio immorale. Se ad essere stati paralizzati dai ricorsi sono gli inciuci tra maggioranza e opposizione, magari condotti pure sulla testa dei consiglieri regionali eletti, questo è solo un bene.

mercoledì 13 ottobre 2010

Scandali, la Repubblica non è il Giornale

Il Giornale di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti rivendica di essere come la Repubblica di Eugenio Scalfari e Ezio Mauro. Il trattamento Boffo equivalente alla campagna delle dieci domande. Equivalenza sostenuta anche da terze parti, a destra come a sinistra, in aree più o meno contigue al Cavaliere: Mario Sechi, Fabrizio Rondolino, Antonio Polito, Piero Sansonetti, Pier Luigi Battista. Lo ha detto esplicitamente Daniela Santanché ad Annozero, a commento delle pressioni di Nicola Porro su Renato Arpisella, adetto stampa di Emma Marcegaglia: "Vogliamo ricordare tutte le porcate che Repubblica ha fatto a Berlusconi?"

Come tutte le equiparazioni, anche questa può sostenersi su alcune somiglianze reali. Entrambi trattano di scandali, comportamenti illegali o immorali che coinvolgono un personaggio pubblico. Entrambi, a partire dalla notizia, costruiscono una campagna, che vuole monopolizzare l'attenzione, mediante enfasi ed insistenza, per settimane e mesi, anche quando non ci sarebbe molto da aggiungere. Entrambe hanno una motivazione politica, ma già qui cominciano le differenze.

Fa un effetto diverso vedere un giornale di opposizione mettere nel mirino esponenti del governo, a partire dal premier, e un giornale di area governativa mettere nel mirino esponenti dell'opposizione o anche soltanto critici nei confronti del governo. L'informazione dovrebbe svolgere una funzione di controllo sul potere politico, ma quando questa è schierata con il potere politico, la sua natura cambia, diventa uno strumento di controllo sull'opposizione al potere politico. Diventa uno strumento del governo.

In parte ciò è inevitabile, specie in Italia, dove tutti i grandi giornali sono proprietà di editori, che sono anche imprenditori e finanzieri, con interessi politici diretti o indiretti. Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Espresso-Repubblica è la tessera numero uno del Partito democratico. Tuttavia, De Benedetti è rimasto un imprenditore e tra il Pd e Repubblica esiste un rapporto dialettico di reciproco condizionamento. Il gruppo dirigente del Pds/Ds/Pd tante volte è stato accusato di essere eterodiretto da Repubblica, specie Achille Occhetto e Walter Veltroni.

Le cose cambiano un bel po' quando l'imprenditore editore è anche capo di una fazione, capo del governo, datore di lavoro dei giornalisti, proprietario della televisione commerciale, controllore della Rai, un uomo di potere capace di influenzare la nomina (o le dimissioni) dei direttori dei principali quotidiani. Proprietario della principale casa editrice del paese, la Mondadori, da cui dipende la distribuzione di molta carta stampata.

Dovrebbe fare un effetto diverso anche il differente peso degli scandali denunciati. Nel caso di Silvio Berlusconi, della P3, dei ministri e degli uomini a lui legati, abbiamo veri e propri capi di imputazione relativi a corruzione, malversazione, associazione mafiosa. Nel caso degli avversari, dei critici, dei dissidenti di Berlusconi abbiamo scandali minori o del tutto inesistenti. La casa di Montecarlo, la cucina Scavolini, l'omossessualità di un direttore, il modo di camminare e i calzini di un giudice che attende il suo turno dal barbiere (quel giudice, Mesiano, che ha emesso la sentenza sul lodo Mondadori). Fatti privati opposti a fatti di rilevanza pubblica.

Da Noemi Letizia a Patrizia D'Addario, anche quello delle escort è uno scandalo minore? Può darsi, anche solo considerando i processi in corso del suo protagonista. C'era molto altro sui cui si può concentrare di più e meglio l'attenzione. E' comunque, uno scandalo di rilevanza pubblica. Non solo perchè mostra il costume e lo stile di vita del capo del governo, la sua concezione della donna, ma anche perchè ha qualcosa a che vedere con l'induzione e il favoreggiamento della prostituzione, la ricompensa di questa con risorse pubbliche: voli su aerei di stato, ospitalità in una sede del governo, quale è per decreto Palazzo Grazioli, candidature istituzionali, posti in Rai. Non solo avventure e scappatelle, ma l'edificazione di un sistema, quello che Paolo Guzzanti chiama "Mignottocrazia", quello che Veronica Lario ha chiamato "ciarpame politico". Infine, non da ultimo, il mettersi, il capo del governo di uno stato libero e sovrano, in una posizione di ricattabilità. Ce n'è abbastanza per giustificare una inchiesta del principale giornale di opposizione, in una democrazia.

Diverso è il metodo di lavoro. Capita una notizia, la pubblico. Sospetto qualcosa, vado a cercare le notizie, se le trovo le pubblico. Magari ne faccio un uso politico, strumentale, parziale, enfatico, ma questo fa parte della natura del giornale politico. Diverso è raccogliere le notizie e metterle da parte per tirarle fuori al momento opportuno. Riattualizzare notizie vecchie solo perchè gettano discredito. O pubblicare vere e proprie bufale a scopo diffamatorio e poi, una volta ottenuto l'effetto, magari chiedere scusa. E fare questo a scopo punitivo, magari facendolo precedere da avvertimenti pubblici e privati, al fine, come dice la Marcegaglia, di coartare la volontà delle persone. Mettere sul piatto la possibile pubblicazione di notizie per ottenere dal malcapitato protagonista qualcosa in cambio, la sua condiscendenza nei confronti del governo, così come, secondo il paragone fatto da Marco Travaglio, il fotografo Fabrizio Corona metteva sul piatto la pubblicazione di foto sconvenienti per ottenere soldi dai personaggi fotografati.

Diversa è anche la filosofia che ispira il modo di lavorare. I giornalisti di Repubblica, come quelli di Annozero, del Fatto quotidiano, sono dei moralizzatori. Essi sono contro Berlusconi proprio per le cose che pubblicano contro di lui. Non per nulla vengono definiti "giustizialisti", "mozzaorecchie" e via dicendo. Epiteti denigratori che però alludono anche alla convinzione del denigrato. I giornalisti del Giornale non vogliono moralizzare un bel nulla, vogliono spuntare le armi ai moralizzatori, dimostrare che sono, siamo tutti uguali, perchè tutti abbiamo una macchia, uno scheletro nell'armadio, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. E' il fantuttismo che emette una generale chiamata di correo per predicare omertà.

Per indurre negli avversari un effetto simile a quello riassunto in una celebre battuta di un politico americano, se non ricordo male Adlai Ewing Stevenson, che diceva ad un candidato rivale: "Le propongo un patto: lei la smette di dire bugie sul mio conto, io la smetto di dire la verità sul suo".


Riferimenti:
Belpietro VS Mauro sul caso Berlusconi - Letizia (Ballarò 26/05/09)
Pubblico-privato: dieci domande a Berlusconi
Giorgio Stracquadanio: ‘Per lui ci vuole il trattamento-Boffo’
Le prime pagine del Giornale su Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo - Antonello Piroso
Il caso Boffo, ovvero delle "informative" per disinformati
Quell’editoriale di Cicchitto sulle pagine di “Repubblica” - Piero Sansonetti
Lo strano caso del giudice Mesiano - Beppe Grillo
Responssabilità e ricatti - Massimo Giannini
Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere - Giuseppe D'Avanzo
Marcegaglia-il Giornale, l’audio delle intercettazioni

domenica 10 ottobre 2010

Il migliore amico di Israele

Il governo italiano di centrodestra si autodefinisce il "migliore amico di Israele" nelle le parole del suo stesso presidente: "Tutta la mia vita, prima come imprenditore, poi come presidente del Consiglio, e' stata improntata all'amore per la liberta'. Il popolo ebraico ha creato in Medio Oriente, con coraggio e perseveranza, uno Stato che e' un monumento alla democrazia. Israele e' un pezzo di Europa. Appartiene all'Occidente, crede nei valori di democrazia nei quali crediamo anche noi. Per questo sono sempre stato vicino a Israele, per questo da capo del governo ho cambiato la politica estera italiana, trasformando l'Italia nel migliore amico di Israele in Europa". Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, lo riconosce come tale e lo dice a chiare lettere: “Ammiro molto Silvio Berlusconi. Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità internazionale”.

Eppure nel Partito delle libertà (Pdl) c'è il senatore Giuseppe Ciarrapico, che nell'intervenire al Senato nel dibattito sulla fiducia al governo, ha dato del traditore a Gianfranco Fini in questo modo: «Ella, signor Presidente, pensava che fosse casuale quel rinnegamento? No, era necessario, perché era stato impartito un ordine: non farci raggiungere i fatidici 316 voti. Non erano quindi rinnegati casuali, erano rinnegati mandati, erano rinnegati che avevano un compito da svolgere, signor Presidente; 35 parlamentari che non sarebbero stati eletti se non li avesse fatti eleggere lei e torneranno nell’ombra, come nell’ombra tornerà quella terza carica dello Stato che ella molto generosamente gli aveva affidato. Fonderà un partito, speriamo che abbia già ordinato le kippah con le quali si presenteranno, perché di questo si tratta: chi ha tradito una volta tradisce sempre, l’onorevole Fini può darsi pure che svolga una missione, ma è una missione tutta sua personale, se la tenga. Quando andremo a votare, perché andremo a votare vedremo quanti voti prenderà il transfuga Fini». La kippah, tradizionale copricapo degli ebrei, evidentemente citata come simbolo dei traditori. Fini come Giuda.

Si dirà che Ciarrapico è un caso limite, l'eccezione che conferma la regola, un elemento di folclore in una coalizione che rappresenta più di metà del paese. Un neo antisemita sul corpo sano del migliore amico di Israele. Forse non proprio l'unico. Alleato della Casa delle libertà nel 2006, con il Movimento Fiamma Tricolore, e probabile futuro alleato del Pdl, al posto di Fini, con la Destra di Storace, Luca Romagnoli il 23 febbraio 2006 intervistato da Corrado Formigli per Sky Tg24 afferma «Se le camere a gas sono mai esistite? Francamente non ho nessun mezzo per poter affermare o negare» suscitando la reazione indignata del presidente del parlamento europeo Josep Borrell e del mondo ebraico. Dunque, un neo negazionista. O quanto meno, molto possibilista.

Si dirà che sono personaggi minori. E quelli maggiori? Il 20 febbraio 1999, raccogliendo firme contro la legge Turco-Napolitano, Umberto Bossi parlava alla folla raccoltasi intorno al gazebo: «Lo scontro in atto è ormai chiaro» (...) «C'è il capitalismo individualista e mondialista americano, guidato da venti potentissimi banchieri ebrei di Wall Street. Dopo la nascita dell' Europa, questo capitalismo teme di perdere il proprio predominio sulla Francia, la Germania, l' Italia; e perciò ha deciso di indebolire e scardinare dalle fondamenta tutte le nazioni europee. Non può permettersi di perdere. Non ha scrupoli nè incertezze, e usa tutti i mezzi possibili. In primo luogo, l' immigrazione clandestina: Wall Street vuole esportare in Europa venti milioni di extracomunitari per corrompere il nostro sangue e la nostra economia. In secondo luogo, la droga, che viene dagli Stati Uniti. Basta vedere la guerra del Kossovo: gli americani si sbracciano contro Belgrado perché il Kossovo è la principale fabbrica di eroina nel mondo e gli americani non vogliono concorrenti. Noi, gente padana, stiamo con i serbi e Milosevic» (...) «Il capitalismo ebraico di Wall Street ha i suoi complici anche in Italia. Per esempio, i massoni, come Prodi, che fa parte dell' Aspen Institut. E io, io, intendo pubblicare tutti i nomi dei massoni, che difendono gli interessi ebraico-americani in Italia» (...)

Ma sono passati dieci anni, la Lega è rientrata nel centrodestra ed oggi ce l'ha soprattutto con gli islamici. E con i romani. Niente di più attuale? Ci sarebbe l'ultima barzelletta di Berlusconi, il migliore amico dello stato ebraico in persona: «Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese? No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh».

Solo una battuta, ma nulla rivela l'uomo come la sua barzelletta preferita. Lo disse Gramellini, però in riferimento alle battute sessiste del Cavaliere. Il fatto è che i razzismi non vanno mai soli e nell'Italia berlusconiana c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Osserva Bruno Segre: «Berlusconi, dunque, è uno dei migliori amici e sostenitori di Israele, ma è tale non perché Israele sia o si definisca “lo Stato degli ebrei” (...) fa parte ― assieme alla Francia di Sarkozy, all’Olanda e alla Danimarca ― di un nucleo di Paesi che reagiscono alle ‘infiltrazioni aliene’ con le espulsioni, con i respingimenti e con vari altri strumenti che la cultura dell’intolleranza li induce a utilizzare. Agli occhi (forse un po’ invidiosi) di Berlusconi, Israele appare non già come lo Stato pensato e creato in Palestina da ebrei in fuga dall’Europa razzista, bensì come il simbolico avamposto dell’“Occidente” alle prese con l’“accerchiamento islamico”: una sorta di efficiente sentinella avanzata, chiusa a riccio in difesa della propria integrità, impavida nel suo isolamento e capace, quando il caso lo richieda, di ricorrere senza troppi scrupoli a politiche muscolari e a rispondere al nemico colpo su colpo. E sull’altro versante non v’è dubbio che i principali esponenti politici della destra nazional-religiosa che stanno attualmente guidando Israele, preoccupati come sono di conservarsi la “profonda amicizia” di Berlusconi, guardino alla xenofobia, al disprezzo per le minoranze e anche a eventuali concessioni all’antisemitismo dell’Italia berlusconiana con benevola indifferenza». Ed io sono d'accordo con lui.

Le chiare motivazioni di un amico vero di Israele - Bruno Segre

venerdì 24 settembre 2010

Stracquadanio e il legittimo prostituirsi per far carriera

Giorgio Clelio Stracquadanio, ex portaborse di Tiziano Maiolo ed oggi intellettuale di punta del Partito delle libertà, nel rispondere alla denuncia dell'onorevole finiana Angela Napoli, ha dichiarato: "È assolutamente legittimo che per fare carriera ognuno di noi utilizzi quel che ha, l'intelligenza o la bellezza che siano. È invece sbagliato pensare che chi è dotato di un bel corpo sia necessariamente un cretino. Oggi la politica ha anche una dimensione pubblica. Ci si presenta anche fisicamente agli elettori. Dire il contrario è stupido moralismo". Ergo per fare carriera prostituirsi è legittimo. Una interpretazione forzata? Ma no: "Se anche una deputata o un deputato facessero coming out e ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lizza - insiste Stracquadanio ospite di klauscondicio- non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato".

In effetti, nelle puttane che vogliono fare carriera non c'è poi molto di male. Invece c'è molto di male nei puttanieri che vogliono fare la selezione.

Ma devo anche segnalare l'osservazione di un mio conoscente virtuale, che mi è parsa molto arguta. La riporto con le sue parole: "C'è una macroscopica falla nel ragionamento (squallido) dell "onorevole". La bellezza e' un valore, come l'intelligenza, e' vero. Ma eleggere un uomo o una donna intelligente non e' un premio alla dote, è un modo per mettere al servizio dello stato una qualita' di una persona. Mettere in parlamento una bella o un bello perche' ti concede i suoi favori significa mettere quella dote non a vantaggio dello stato ma del capo partito. Lui ci guadagna e il popolo ci rimette".

La fuoriuscita di Stacquadanio, oltre che rivelare la sua concezione del rapporto tra i sessi, rivela molto anche sulla sua concezione privatistica delle istituzioni. E della democrazia. Si fa carriera non per consenso popolare ma per asservimento ad un potente. E il potente, o un suo portavoce, ci dice che non c'è niente di male.

Qui è la novità. E' il nuovo della cultura berlusconiana. Che di "cattivo" non ha mai inventato nulla, ma ha inventato un atteggiamento che fin dai tempi di Dallas e Dinasty, rovescia i disvalori in valori. Certe cose si sono sempre fatte, ma sempre pensando che fossero male. Arrivano i berlusconiani e ti dicono invece che non c'è niente di male, anzi c'è pure del bene. E' morale evadere le tasse, è lecito prostituirsi per fare carriera, etc.

Forse il nome di Stracquadanio resterà indelebilmente legato a questa sua dichiarazione. Un po' come il nome di Ghedini alla battuta sull'utilizzatore finale. Ma non è detto, poichè egli è un grande dichiaratore, ha già un bel curriculum e ancora molta carriera davanti a sé.

Prese di posizione e controversie

Stracquadanio è anche noto per alcune sue prese di prosizione che hanno generato controversie e polemiche; ha avuto scontri verbali, tra gli altri, con il vicedirettore dell'Unità, Gianni Barbacetto e Marco Lillo de Il Fatto Quotidiano, Milena Gabanelli, l'attuale presidente del Cda della Rai, Paolo Garimberti, oltre a Luigi Amicone, direttore di Tempi, periodico di Comunione e Liberazione[7].

Intervista ad Il Fatto Quotidiano Il 20 novembre 2009 ha rilasciato un'intervista a Il Fatto Quotidiano in cui ha dichiarato[8]:
  • Un partito dev’essere monolitico per definizione. Se uno non è d’accordo con Berlusconi se ne va
  • alla domanda "Non è giusto che gli elettori scelgano gli eletti?": "Certo che no. Si illudono che le persone contino qualcosa".
  • Noi siamo a favore delle leggi ad personam. Sono serissimo. Non servono a difendere il cittadino Berlusconi, ma il suo ruolo politico, scelto dagli elettori.
  • sull'editto bulgaro: "Non l’ho condiviso. La lista doveva essere più lunga"
Insulti ad una giornalista dell'Unità Il 27 luglio 2010, durante una conferenza stampa di Denis Verdini su caso P3, interrompe ed insulta Claudia Fusani, giornalista dell'Unità al grido di "Cazzate, lei dice cazzate"[7][9]

Invocazione del trattamento Boffo per Fini Il 31 luglio 2010 ha invocato contro Gianfranco Fini il trattamento Boffo, riferendosi alla vicenda di dossier falsi pubblicati da Il Giornale che aveva portato alle dimissioni del direttore. [10][9]

Contro le proteste dei residenti de L'Aquila Il 7 luglio 2010, in concomitanza delle proteste a Roma dei residenti dell'Aquila per l'immobilismo del governo, ha affermato in Senato che "quella era una città che stava morendo, indipendentemente dal terremoto ed il terremoto ne ha certificato la morte civile". Il Terremoto dell'Aquila del 2009 ha provocato un totale di 308 vittime[7]. Il sindaco dell'Aquila Massimo Cialente ha sporto querela[11].

Contro i cassintegrati della Vynils Intervistato su Rai3 sul caso della crisi industriale della Vynils, il 5 settembre 2010 ha risposto ad un cassintegrato che aveva criticato l'inattività del governo: "Macché, la colpa è del fatto che fate lavorazioni troppo care". La conduttrice Bianca Berlinguer l'ha richiamato: "Ma lei sa di che parla?"[7].

A favore della prostituzione in politica A seguito della denuncia di Angela Napoli sulla prostituzione di alcune colleghe politiche in cambio di cariche pubbliche[12], ha dichiarato: "È assolutamente legittimo che per fare carriera ognuno di noi utilizzi quel che ha, l'intelligenza o la bellezza che siano. È invece sbagliato pensare che chi è dotato di un bel corpo sia necessariamente un cretino. Oggi la politica ha anche una dimensione pubblica. Ci si presenta anche fisicamente agli elettori. Dire il contrario è stupido moralismo".[13][14]



Riferimenti:
Stracquadanio: "Legittimo usare corpo se si vuole fare carriera in politica"
Se si usa il proprio corpo per fare carriera (Corrado Augias)
La carriera delle donne e la voglia di reagire (Corrado Augias)
Il moralista (Sabina Ambrogi)
Speriamo non sia femmina (Ida Dominijanni)

La classe dirigente? “Una questione di tette” (Intervista a Paolo Guzzanti)

mercoledì 1 settembre 2010

Lo stato dell'identità

I musulmani devono dissociarsi dal terrorismo islamista, gli ebrei dalle guerre e dalle rappresaglie di Israele, altrimenti non si può dar torto a chi li considera complici? Gli si dà torto lo stesso, tuttavia si può comunque ragionare intorno al modo più opportuno di far fronte a quel torto, a come evitare di prestargli alibi. Chiedere ai musulmani di dissociarsi dal terrorismo islamico, non è in linea di principio una cosa sbagliata. Dipende con quale intenzione lo si fa, in quale modo, per ottenere esattamente che cosa, e a quali precisi interlocutori ci si rivolge. Ovvio che se la richiesta è animata da autoritarismo, islamofobia, inquisizione, è da respingere. Nè ha senso rivolgere la richiesta a singoli individui i quali si caratterizzano solo per la conduzione di una normale vita quotidiana. Nè può essere adeguato pretendere la sottoposizione ad atti simbolici (giuramenti, condanne). Però, nel momento in cui il terrorismo si legittima con l’islam, può avere un senso rivolgersi alla società civile islamica, per chiedere di delegittimare il terrorismo. Quindi, rivolgendosi alle comunità, alle associazioni, i cui scopi sono di rappresentanza, per capire se e quale contributo possono dare, secondo la loro volontà, disponibilità, sensibilità, orientamento. Questo secondo me è legittimo. Questo in parte già avviene. Avviene anche spontaneamente, perchè nell’islam vi è già (non da oggi) una conflittualità interna, un contenzioso identitario. Come anche un complesso di legittimazione. La richiesta di delegittimare il terrorismo viene prima di tutto dall'interno dell'islam.

Qualcosa del genere avveniva tra i comunisti. Di fronte al terrorismo delle Brigate Rosse, la posizione del PCI non era quella di un qualsiasi altro partito. Il PCI, nella lotta al terrorismo combatteva non solo contro i terroristi, ma anche per la difesa della propria identità e della propria legittimazione, poichè quelli agivano in nome del comunismo. Disse Alessandro Natta, dirigente storico, esponente del fronte del No alla Bolognina, che fu quella l’unica volta che pensò seriamente al cambio del nome.

Un’altra analogia, più pertinente al rapporto tra ebrei e Israele è il rapporto tra i comunisti e l’Unione sovietica. Faccio subito salva una differenza: ebrei si nasce, comunisti si diventa e se ne è responsabili. Tuttavia, tante dinamiche sono somiglianti. Abbiamo uno stato che realizza un ideale e che si ammanta di una identità ideologica. In un primo tempo è l’ideologia a dare una identità allo stato, ma successivamente è lo stato a determinare quella identità ideologica, a dare cioè una identità, un senso all’ideologia. (l’Urss come Israele). Abbiamo organizzazioni che nei vari paesi si ispirano all’ideologia di quello stato e di conseguenza ne difendono la ragion di stato. Sono, nei vari paesi, i rappresentanti di quello stato. (I partiti comunisti come le comunità ebraiche). Abbiamo correnti politiche avversarie che usano gli errori, i difetti, gli atti condannabili di quello stato, come proprio principale argomento di battaglia. (L’anticomunismo come l’antisemitismo). Abbiamo un’autopercezione comune allo stato e ai suoi rappresentati nei vari paesi, che si sentono accerchiati dal resto del mondo, sempre nel mirino di una propaganda avversa che monopolizza l’informazione. Abbiamo i dissidenti, gli eretici, gli oppositori interni al movimento, che vedono negli errori, nei difetti, negli atti condannabili dello stato, il punto di maggior debolezza, esposto all’iniziativa degli avversari (I comunisti antistalinisti come gli ebrei antisionisti). Entrambi giudicati al soldo del nemico, quinta colonna interna, utili idioti, etc.

I nemici certamente usavano il legame di ferro con l’Urss per delegittimare i comunisti, ma tanti amici e potenziali alleati, consigliavano, chiedevano ai comunisti di smarcarsi da quel legame, finchè all’interno stesso del partito si fece strada questa posizione, anche per senso di opportunità.Resta da ve dere quante speranze ha l’impresa di essere compiuta. Per me, nessuna. Una cosa è delegittimare le BR o Al Qaeda, altra cosa è delegittimare uno stato, il quale riceve, ma soprattutto dà identità. Finita l’Urss è finito anche il comunismo, e si è sciolto anche il più diverso e autonomo dei partiti comunisti occidentali, perchè in tutto il mondo, l’Urss era, fra tutte, la cosa più importante del comunismo, che dava un senso a tutto l’insieme. Israele è una funzione simile nei confronti dell’ebraismo. E’ la sua cosa più importante, che dà un senso a tutto il resto. Qui, la penso come Amos Luzzatto: “Israele non serve per darci la sicurezza, serve per darci una identità”. E nella contrapposizione identitaria, la chiesa, lo stato, l’istituzione vince sempre. Se si può si riforma, altrimenti prima o dopo crolla e trascina con sè tutto il resto.

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Quale che sia la realtà di riferimento, quasi sempre abbiamo a che fare con realtà plurali. Anche il comunismo lo è stato, così come lo è ciò che ne resta. Oggi in Italia abbiamo almeno cinque partiti che si richiamano al comunismo, più varie sigle minore, divise in varie correnti al loro interno. E ciascun gruppo, ma anche ciascun singolo, inteviene dicendo quel che secondo lui i comunisti devono o non devono fare. Pena questa o quella catastrofe. Anche se non se ne accorge nessuno, ma qualche volta si, questi interventi vengono fatti anche in spazi pubblici. Ma succede così in tutte le aree politico culturali. Per cui c'è sempre qualcuno che dice cosa devono fare i laici, i cattolici, i liberali, i riformisti, gli ambientalisti, etc. A volte il discorso è interno, a volte è pronunciato all'esterno ma rivolto all'interno, a volte è indirizzato all'interno per parlare all'esterno. Tipo la lettera aperta. Ti scrivo un lettera aperta perchè in realtà voglio che la leggano tutti. Poi se la leggi anche tu tanto meglio. Si fa solo per ciò che riguarda la politica interna? Dipende. L'interesse nazionale può entrare in gioco anche in politica estera. Oppure, la concezione di chi si pronuncia è quella cosmopolita internazionalista, per cui non c'è sostanziale soluzione di continuità tra politica interna e politica estera. I comunisti si sono sempre fatti i fatti loro oltre i confini nazionali. Per cui il tal partito del tal paese criticava il partito fratello per la sua politica interna, perchè troppo dura, perchè troppo morbida. Il PCI veniva sempre interrogato sull'Urss. E a sua volta ribatteva interrogando sugli Usa.

Gli ebrei non si sentono rappresentanti di Israele? Questo io non lo so. Posso dire che gli ebrei che conosco io, prevalentemente in rete, si comportano come se lo fossero. Simpatizzano, solidarizzano, si identificano. Posso fare una ipotesi. Vi sono persone che vivono la propria identità nella sfera privata e altre che la vivono e la proiettano nella sfera pubblica. Secondo me, questi ultimi si caratterizzano quasi sempre per una presa di posizione a favore o contro Israele. Generalmente a favore. E per me, è un loro sacrosanto diritto. Tuttavia, insieme con questo e proprio per questo, esiste il diritto di interloquire. Data una intervista come questa dal primo rappresentante della Comunità ebraica, io mi permetto di interloquire. Che può significare: consentire, dissentire, obiettare, suggerire, etc. A me, personalmente, non interessa che la Comunità ebraica si pronunci su Israele, più di quanto possa interessarmi il pronunciamento di chiunque altro, però nel momento in cui lo fa, nel momento in cui anzi è lei a chiedere a me di farlo, mi pronuncio anch'io, critico e commento. Eventualmente, indico pure un'alternativa. Non si tratta di un intervento che irrompe in un quadro dove ciascuno si fa tranquillamente gli affari suoi. Il quadro è quello in cui i rappresentanti delle Comunità ebraiche vanno dai sindaci a chiedere di illuminare il loro più importante monumento per richiedere il rilascio dell'unico prigioniero israeliano in mani palestinesi. Semmai considero illusorio il discorso che chiede agli ebrei di dissociarsi da Israele per non alimentare l'antisemitismo. Data una forte identità politico, nazionale, territoriale, dell'ebraismo, a 60 anni dalla fondazione di Israele, non c'è dissociazione che tenga. Se anche si realizzasse l'euroebraismo (come l'eurocomunismo), l'eventuale futura sconfitta di Israele cadrebbe comunque sulla testa di tutti gli ebrei, così come il muro di Berlino è caduto sulla testa di tutti i comunisti e forse di tutte le sinistre, quali che fossero le distinzioni e le dissociazioni. Infatti, facevo il tifo per la Perestroijka.

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Non ritengo di avere paragonato una identità (etnico)religiosa ad una  identità politica. Ho proposto una analogia nel rapporto tra comunisti e Urss e tra ebrei e Israele. Lo stato cattolico, la patria del socialismo, lo stato ebraico, la repubblica islamica, sono concetti somiglianti. Vi è una entità statuale e vi è una identità che la qualifica, una identità ideologica o religiosa. Capisco che all’essere ebrei si attribuisce anche un connotato etnico. Loro stessi se lo attribuiscono (tutti?) nell’autopercezione di essere un popolo. Credo questa sia una questione irrisolta. Un ebreo iracheno è della stessa etnia di un ebreo americano? Tuttavia, anche l’attributo di una identità etnica ad uno stato può avere un significato simile a quello dell’identità ideologica o religiosa, nel momento in cui vuole avere significato escludente.

Se al di fuori degli stati “identitari”, negli altri paesi, si formano comunità che si richiamano all’identità di quegli stati, o che comunque hanno la stessa identità di quegli stati, secondo me, tali comunità stabiliscono rapporti analoghi. Così come una identità ideologica, religiosa, etnica, o di altra definizione può costituire il fondamento (anche solo mitico) di uno stato, può allo stesso modo costituire il fondamento di una associazione e di una attività politica. Si può essere militanti etnici, religiosi, ideologici, etc. per rappresentare nello spazio pubblico quella specifica identità. Viceversa, è possibile avere una identità politica e non fare politica. Ho le mie idee, dò il mio voto, ma non ne parlo con nessuno.

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E' lecito citare l'antisemitismo per orientare gli ebrei (quelli impegnati nel dibattito politico, quelli che si danno o che ricevono una funzione di rappresentanza)? Dipende. “Ebrei” è una espressione onnicomprensiva dell’insieme degli ebrei. Ma questo genere di espressioni si usa per comodità espositiva. Si fa lo stesso nei confronti di qualsiasi insieme, dai cattolici alle donne. I cattolici devono rispettare la laicità dello stato, le donne devono uscire dal silenzio, etc. L’importante è che l’interlocuzione sia corretta e non offensiva. Insomma, dipende sempre da chi fa che cosa, come, perchè, quando e in quale situazione. Il giusto principio è un criterio per orientarsi nel mondo, al fine di dare il giusto giudizio. Non è il giudizio già bello e pronto.

Cito ad esempio, due modalità. Una vuole ragionare dal punto di vista dell’interlocutore. Sua preoccupazione è l’antisemitismo. Lui sostiene le sue idee proprio in opposizione all’antisemitismo. Difendere Israele serve a difendere la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo. Gli si può far notare (se lo si pensa) che proprio questa sua posizione determina una condizione favorevole all’antisemitismo, poichè confonde gli ebrei con Israele inducendo in confusione anche gli oppositori di Israele. Un’altra modalità vuole semplicemente usare un argomento polemico. Tu mi dici che la mia critica ad Israele è antisemitismo? Io ti dico che è la tua difesa di Israele a favorire l’antisemitismo.

Sono queste, modalità interlocutorie legittime, come pure è legittimo ritenere che l’antisionismo non si confonderà con l’antisemitismo solo se gli ebrei saranno capaci di non confondersi con Israele. Legittime, non vuol dire necessariamente giuste. Dato il pluralismo del mondo ebraico, esisterà sempre una sua parte a fianco di Israele. E dato l’ineliminabile principio di proprietà transitiva in larga parte dell’umano modo di pensare, essa sarà sufficiente per coinvolgere tutti gli altri. La stessa identità ebraica della più importante delle istituzione ebraiche sarebbe a questo proposito sufficiente, nell’ipotesi irrealistica di una diaspora ebraica compattamente antagonista allo stato ebraico. L’ebreo che si dissocia può salvarsi dall’antisemitismo “politico”, ma non da quello che crede nei protocolli dei savi di sion o che lo accusa di deicidio. Inoltre, l’ebreo che si dissocia dallo stato ebraico, può sempre poi associarsi a qualcos’altro di “sbagliato”. L’anticomunismo infierisce anche sul presidente degli Stati Uniti quando fa una timida riforma sanitaria imperniata sul principio del “pubblico”.

mercoledì 25 agosto 2010

Su alcune reazioni alla morte di Cossiga

Un mio conoscente mi raccontò che quando morì Craxi brindò per la sua scomparsa. Non avevo una grande stima di Craxi, ma quell’affermazione mi infastidì.

La stessa cosa la sto provando in questi giorni leggendo e sentendo i commenti rivolti a Cossiga.

Per quanto io possa disprezzare idee e comportamenti di qualcuno, non riesco a gioire per la sua morte o vedere la sua morte come una forma di giustizia (naturale o divina) per la dubbia condotta.

Con questo non voglio dire che la morte riabilita o fa dimenticare le nefandezze condotte in vita dall’individuo, anzi... ma acclamare la morte la vedo come una mancanza di rispetto della propria e altrui dignità umana.