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giovedì 11 novembre 2010

Italia-Libia, governo battuto sui diritti umani

Il governo va sotto: 274 a 261. Futuro e Libertà ha votato insieme alle opposizioni (Pd, Udc, Italia dei Valori) una mozione del deputato radicale Matteo Mecacci nel quale ci si limita a chiedere che il governo «solleciti» Tripoli a ratificare la Convenzione Onu sui rifugiati e a riaprire l´ufficio delle Nazioni Unite per garantire agli immigrati respinti un rispetto minimo dei diritti umani. Una revisione del Trattato resa urgente anche da quanto accaduto al peschereccio mitragliato da una delle sei motovedette regalate proprio dal nostro paese alla Libia.

Ignazio La Russa e Fabrizio Chicchito attaccano i finiani a cui attribuiscono «la responsabilità del ritorno dei barconi e dei clandestini». Il ministro degli Esteri Frattini arriva a dire che per colpa di Fli l'´Italia esce dal solco della politica Ue nei confronti di Tripoli «aprendo le porte a tutti» («in realtà il mancato rispetto dei diritti umani è proprio l´ostacolo principale per un accordo Ue-Libia», ricorda il pd Sandro Gozi).

Una ritorsione propagandistica, quella del Pdl, che di fatto ammette l'impossibilità di respingere gli sbarchi in collaborazione con la Libia senza violare i diritti umani e l'indifferenza del governo in questa materia: il rispetto dei diritti umani non è una priorità, nè una precondizione.

I giornali si concentrano sul significato politico del voto - la maggioranza non c'è più - l'avvio della crisi di governo e della campagna elettorale, dando per scontata la strumentalità dell'oggetto del contendere oppure lasciandolo sullo sfondo. Bisogna però ricordare di cosa si tratta.

Centinaia, forse migliaia di persone richiedenti asilo intercettate nelle acque del Mediterraneo e deportate forzatamente in Libia senza valutare la loro situazione individuale e il loro bisogno di protezione internazionale. Recluse per mesi, alcuni per anni, nel centro di detenzione di Misratah e in altri centri del paese in condizioni ancora peggiori. Sovraffollamento, nessun rispetto della privacy, servzi sanitari insufficienti, costretti a dormire sul pavimento. Maltrattati con pene corporali e torture inflitte dalla polizia libica. Espulsi verso paesi in cui rischiano la tortura e la morte. La Libia non ha un sistema d'asilo funzionante ed ha espulso l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).


Riferimenti:
Amnesty - Visita in Italia del leader libico Muhammar Gheddafi - CS079: 09/06/2009

giovedì 21 ottobre 2010

Il multiculturalismo ha fallito?



Angela Merkel ha dichiarato fallito il multiculturalismo, parlando al congresso dei giovani CDU di Postdam. 

Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Citando le recenti parole del presidente tedesco Christian Wulff, Merkel ha detto che l’Islam è parte della Germania ma che, ha aggiunto, bisogna lavorare ancora molto sull’integrazione. Gli immigrati che vivono in Germania, ha detto il cancelliere, dovrebbero fare di più per integrarsi, compreso imparare il tedesco. Merkel ha comunque specificato che gli stranieri e gli extracomunitari sono ancora i ben accetti in Germania. «Non dovremmo però nemmeno dare l’impressione al mondo esterno che chi non è immediatamente in grado di parlare tedesco e chi non è cresciuto con il tedesco come prima lingua non sia il benvenuto. Faremmo un gravissimo danno al nostro paese». 

Questo discorso appare contradditorio e sconclusionato. Anche perchè fondato su concetti generici e ambigui. Cosa è il multiculturalismo? Cosa è il suo fallimento? Da cosa sarebbe dipeso? 

Dice la Merkel: «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità ha fallito, fallito completamente.» Ma, se l'aspettativa era quella di accogliere lavoratori stranieri solo temporaneamente, auspicando che poi se ne andassero, il tentativo di costruire una società multiculturale in cosa è consistito? E il suo fallimento da cosa è dato, dal fatto che quei lavoratori poi sono rimasti, magari anche in veste di disoccupati che pesano sul Welfare?

"Multiculturalismo" è una definizione che trova origine in Nordamerica negli anni '70 del secolo scorso proprio per definire la compresenza di razze, etnie, e culture diverse all'interno della società americana. (Utet, 2003) Il multiculturalismo può essere tante cose. Può essere soltanto il pluralismo culturale. Allora, dovremmo considerare multiculturale qualsiasi società nella quale convivano persone appartenenti a religioni e ideologie diverse. In senso antropologico abbiamo una sovrapposizione tra cultura e gruppo etnico. Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l'individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale. In tal caso, il multiculturalismo può essere inteso come multicomunitarismo, una società in cui convivono comunità separate e nella quale ogni individuo appartiene ed è fedele alla sua comunità. Oppure per multiculturalismo si può intendere la libertà degli individui di poter scegliere il proprio stile di vita a seconda della propria estrazione socio-culturale proprio in contrapposizione al multicomunitarismo (Fonte), dunque una società nella quale persone di origine diversa si mescolano tra loro.

Se l'aspettativa tedesca, come quella di altri paesi europei, era quella che gli stranieri venissero a svolgere il lavoro necessario e poi se ne tornassero a casa, è assai probabile che il modello multiculturale che si è andato costruendo sia stato quello multicomunitarista, dei separati in casa. Questo per volontà, non degli ospiti, ma degli ospitanti. Dunque, adesso è difficile dare la colpa agli immigrati, dire che dovrebbero fare di più per integrarsi.

In sintesi, si possono individuare tre modelli. 1) Si sta insieme separatamente. (multicomunitarismo). 2) Si sta insieme, ma tu diventi come me. (Assimilazione). 3) Si sta insieme, e insieme ci integriamo: tu diventi un po' come me, io un po' come te. Chi ha più filo da tessere, tesserà di più. (Integrazione). I tedeschi hanno lassisticamente praticato il primo (la prima legge sull'immigrazione è del 2004), ora sembrano puntare sul secondo.

Il fatto è che per un governo, un partito, un leader politico, è difficile fare un discorso sensato sull'immigrazione, se continuamente condizionato dai sondaggi, dalla prospettiva sempre prossima o immediata delle prossime elezioni, e dai saggi di intellettuali xenofobi e dotati di grande amplificazione mediatica.

Un recente sondaggio ha stimato che più del 50% della popolazione tedesca tollera poco i musulmani, il 10% pensa che il paese dovrebbe essere governato "da una mano ferma", più del 30% pensa che il proprio paese sia “sovrappopolato di stranieri” e che 16 milioni di persone tra immigrati e cittadini con origini straniere si siano trasferiti in Germania per usufruire delle migliori condizioni del welfare. Che, tuttavia, contribuiscono a mantenere. 

Ma questo è l'effetto della crisi economica. C'è in Germania, e non solo in Germania, una sciagurata tendenza a «etnicizzare» il conflitto sociale. Il demagogico lamento contro gli immigrati «che non si vogliono integrare» (come se dipendesse solo da loro), e pesano sui sistemi d'assistenza, è ricorrente, ma torna particolarmente utile in fasi di ristrettezza fiscale, quando i governi si accingono a risparmiare sul welfare. Per evitare effetti di solidarizzazione, meglio non parlare di «poveri» ma deviare l'attenzione sui migranti in fondo alla piramide: tanto bastonando loro si bastonano pure i tedeschi poveri. Solo questa voluta strategia della diversione, dalla questione sociale a quella etnica, spiega perché ci si accalori tanto sull'immigrazione, mentre non c'è assolutamente un'emergenza migratoria. Nel 2009 hanno lasciato la Germania 734000 persone, ne sono arrivate 721000: il saldo è negativo. E spiega perché un libro razzista di Thilo Sarrazin, ex membro del direttorio della Bundesbank - vi si sostiene che il quoziente d'intelligenza è prevalentemente ereditario e che quello degli emigrati turchi e arabi è basso - abbia venduto in un mese un milione di copie (Guido Ambrosino, il manifesto 19 ottobre 2010).

Thilo Sarrazin, membro del direttorio della Bundesbank ed ex ministro della città stato di Berlino, ha pubblicato un libro Deutschland schafft sich ab, “La Germania si distrugge da sola”, sostiene che gli immigrati musulmani presto supereranno in numero “la popolazione autoctona” perché fanno più figli. E scrive che dal momento che gli immigrati finora non hanno dato prova di essere particolarmente bravi a scuola, la Germania sarà condannata anche a diventare un paese meno intelligente. Dice anche che i musulmani non sono interessati all’integrazione, e insinua che preferiscano lavorare illegalmente piuttosto che pagare le tasse. Nei giorni scorsi i giornali tedeschi hanno dato ampio risalto ad alcune delle affermazioni più forti contenute nel suo libro.

I teorici del fallimento del multiculturalismo dovrebbero però per una volta provare a reimpostare il loro discorso in positivo. Anzichè raccontarci il fallimento del multiculturalismo, potrebbero provare a raccontarci il successo del monoculturalismo. Portarci ad esempio società monoculturali armoniose, vincenti, modelli di successo. Nello spazio e nel tempo. Se la Germania multiculturale formatasi a partire dalla ricostruzione del dopoguerra è un fallimento, allora si potrà parlare di una precedente Germania migliore sul piano dell'autorealizzazione. Quale?

Riferimenti:
Angela Merkel: "La società multiculturale ha fallito"
«L’approccio multiculturale ha fallito»
Merkel says German multicultural society has failed

domenica 10 ottobre 2010

Il migliore amico di Israele

Il governo italiano di centrodestra si autodefinisce il "migliore amico di Israele" nelle le parole del suo stesso presidente: "Tutta la mia vita, prima come imprenditore, poi come presidente del Consiglio, e' stata improntata all'amore per la liberta'. Il popolo ebraico ha creato in Medio Oriente, con coraggio e perseveranza, uno Stato che e' un monumento alla democrazia. Israele e' un pezzo di Europa. Appartiene all'Occidente, crede nei valori di democrazia nei quali crediamo anche noi. Per questo sono sempre stato vicino a Israele, per questo da capo del governo ho cambiato la politica estera italiana, trasformando l'Italia nel migliore amico di Israele in Europa". Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, lo riconosce come tale e lo dice a chiare lettere: “Ammiro molto Silvio Berlusconi. Israele non ha un amico più grande di lui nella comunità internazionale”.

Eppure nel Partito delle libertà (Pdl) c'è il senatore Giuseppe Ciarrapico, che nell'intervenire al Senato nel dibattito sulla fiducia al governo, ha dato del traditore a Gianfranco Fini in questo modo: «Ella, signor Presidente, pensava che fosse casuale quel rinnegamento? No, era necessario, perché era stato impartito un ordine: non farci raggiungere i fatidici 316 voti. Non erano quindi rinnegati casuali, erano rinnegati mandati, erano rinnegati che avevano un compito da svolgere, signor Presidente; 35 parlamentari che non sarebbero stati eletti se non li avesse fatti eleggere lei e torneranno nell’ombra, come nell’ombra tornerà quella terza carica dello Stato che ella molto generosamente gli aveva affidato. Fonderà un partito, speriamo che abbia già ordinato le kippah con le quali si presenteranno, perché di questo si tratta: chi ha tradito una volta tradisce sempre, l’onorevole Fini può darsi pure che svolga una missione, ma è una missione tutta sua personale, se la tenga. Quando andremo a votare, perché andremo a votare vedremo quanti voti prenderà il transfuga Fini». La kippah, tradizionale copricapo degli ebrei, evidentemente citata come simbolo dei traditori. Fini come Giuda.

Si dirà che Ciarrapico è un caso limite, l'eccezione che conferma la regola, un elemento di folclore in una coalizione che rappresenta più di metà del paese. Un neo antisemita sul corpo sano del migliore amico di Israele. Forse non proprio l'unico. Alleato della Casa delle libertà nel 2006, con il Movimento Fiamma Tricolore, e probabile futuro alleato del Pdl, al posto di Fini, con la Destra di Storace, Luca Romagnoli il 23 febbraio 2006 intervistato da Corrado Formigli per Sky Tg24 afferma «Se le camere a gas sono mai esistite? Francamente non ho nessun mezzo per poter affermare o negare» suscitando la reazione indignata del presidente del parlamento europeo Josep Borrell e del mondo ebraico. Dunque, un neo negazionista. O quanto meno, molto possibilista.

Si dirà che sono personaggi minori. E quelli maggiori? Il 20 febbraio 1999, raccogliendo firme contro la legge Turco-Napolitano, Umberto Bossi parlava alla folla raccoltasi intorno al gazebo: «Lo scontro in atto è ormai chiaro» (...) «C'è il capitalismo individualista e mondialista americano, guidato da venti potentissimi banchieri ebrei di Wall Street. Dopo la nascita dell' Europa, questo capitalismo teme di perdere il proprio predominio sulla Francia, la Germania, l' Italia; e perciò ha deciso di indebolire e scardinare dalle fondamenta tutte le nazioni europee. Non può permettersi di perdere. Non ha scrupoli nè incertezze, e usa tutti i mezzi possibili. In primo luogo, l' immigrazione clandestina: Wall Street vuole esportare in Europa venti milioni di extracomunitari per corrompere il nostro sangue e la nostra economia. In secondo luogo, la droga, che viene dagli Stati Uniti. Basta vedere la guerra del Kossovo: gli americani si sbracciano contro Belgrado perché il Kossovo è la principale fabbrica di eroina nel mondo e gli americani non vogliono concorrenti. Noi, gente padana, stiamo con i serbi e Milosevic» (...) «Il capitalismo ebraico di Wall Street ha i suoi complici anche in Italia. Per esempio, i massoni, come Prodi, che fa parte dell' Aspen Institut. E io, io, intendo pubblicare tutti i nomi dei massoni, che difendono gli interessi ebraico-americani in Italia» (...)

Ma sono passati dieci anni, la Lega è rientrata nel centrodestra ed oggi ce l'ha soprattutto con gli islamici. E con i romani. Niente di più attuale? Ci sarebbe l'ultima barzelletta di Berlusconi, il migliore amico dello stato ebraico in persona: «Un ebreo racconta a un suo familiare... Ai tempi dei campi di sterminio un nostro connazionale venne da noi e chiese alla nostra famiglia di nasconderlo, e noi lo accogliemmo. Lo mettemmo in cantina, lo abbiamo curato, però gli abbiamo fatto pagare una diaria... E quanto era, in moneta attuale? Tremila euro... Al mese? No al giorno... Ah, però... Bè, siamo ebrei, e poi ha pagato perché aveva i soldi, quindi lasciami in pace... Scusa un'ultima domanda... tu pensi che glielo dobbiamo dire che Hitler è morto e che la guerra è finita?... Carina eh».

Solo una battuta, ma nulla rivela l'uomo come la sua barzelletta preferita. Lo disse Gramellini, però in riferimento alle battute sessiste del Cavaliere. Il fatto è che i razzismi non vanno mai soli e nell'Italia berlusconiana c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Osserva Bruno Segre: «Berlusconi, dunque, è uno dei migliori amici e sostenitori di Israele, ma è tale non perché Israele sia o si definisca “lo Stato degli ebrei” (...) fa parte ― assieme alla Francia di Sarkozy, all’Olanda e alla Danimarca ― di un nucleo di Paesi che reagiscono alle ‘infiltrazioni aliene’ con le espulsioni, con i respingimenti e con vari altri strumenti che la cultura dell’intolleranza li induce a utilizzare. Agli occhi (forse un po’ invidiosi) di Berlusconi, Israele appare non già come lo Stato pensato e creato in Palestina da ebrei in fuga dall’Europa razzista, bensì come il simbolico avamposto dell’“Occidente” alle prese con l’“accerchiamento islamico”: una sorta di efficiente sentinella avanzata, chiusa a riccio in difesa della propria integrità, impavida nel suo isolamento e capace, quando il caso lo richieda, di ricorrere senza troppi scrupoli a politiche muscolari e a rispondere al nemico colpo su colpo. E sull’altro versante non v’è dubbio che i principali esponenti politici della destra nazional-religiosa che stanno attualmente guidando Israele, preoccupati come sono di conservarsi la “profonda amicizia” di Berlusconi, guardino alla xenofobia, al disprezzo per le minoranze e anche a eventuali concessioni all’antisemitismo dell’Italia berlusconiana con benevola indifferenza». Ed io sono d'accordo con lui.

Le chiare motivazioni di un amico vero di Israele - Bruno Segre

giovedì 7 ottobre 2010

Geert Wilders a processo per odio razziale

Dovrebbe esistere una distinzione tra la censura morale e politica e quella giuridica. Se una data persona pensa molto male di una credenza fino ad equipararla al nazismo, perchè non dovrebbe essere libero di esprimere questa sua opinione? Stati, partiti, ideologie sono stati paragonati al nazismo. Perchè non una religione?

In linea di principio la penso così, pur considerando che quella equiparazione, anche volendo, non è mai puramente speculativa, perchè il nazismo è al bando dappertutto. Equiparare al nazismo equivale a voler mettere al bando. Chi dice, per esempio, che i comunisti sono come i nazisti, fosse per lui, i comunisti li metterebbe fuorilegge. Tuttavia, qualcuno lo dice e nessuno va sotto processo. Così come non vanno sottoprocesso quei comunisti che equiparano al nazismo i loro avversari, quando succede.

Il fatto è che la dimensione del sacro è meno gestibile di quella del politico. Specie se si innesta su un contesto di convivenze comunitarie separate. In un singolo paese, ma ormai persino nel villaggio globale. Ricordo il ministro Calderoli al Tg1 mostrare la maglietta con la vignetta su Maometto. Provocò manifestazioni di protesta in Libia, represse dalla polizia, con undici morti. Il Ministro dovette dimettersi. In una data situazione, certe "libere opinioni" sono come un fiammifero gettato in una Santa Barbara. Difficile teorizzare il principio giuridico che le vieta, ma è anche molto difficile gestire le conseguenze sociali al loro esprimersi. Resta da vedere se la sanzione giudiziaria dell'islamofobia avrà l'effetto di arginarla o di alimentarla ulteriormente, donandole persino la bandiera della libertà di espressione.

Riferimenti:
L'Islam è come il nazismo
Olanda: il deputato Wilders a processo per istigazione all'odio razziale
Olanda, a processo l'islamofobo Geert Wilders: ''Difendo libertà di espressione''

martedì 10 agosto 2010

Sinistra a fianco di Israele?

Sarebbe interessante capire a quali organizzazioni, pubblicazioni, autori, personalità politiche, Alan Krinsky attribuisce la demonizzazione di Israele. Parlare di sinistra, è troppo generico. In linea di principio, non credo che le persone di sinistra dovrebbero essere favorevoli o contrarie ad uno stato in quanto tale. Il giudizio non può che dipendere di volta in volta dalla politica dei governi. E quando uno stato è retto da un governo di destra, naturalmente non è sostenuto dall'opinione pubblica di sinistra.

Tutto l'articolo di Alan Krinsky, rimuove una questione fondamentale nel rapporto tra la Sinistra e Israele: la questione palestinese. Cioè, l'esistenza di oltre tre milioni di persone a cui non è concessa nè la possibilità di autodeterminarsi in un proprio stato, nè la cittadinanza israeliana, determinando così un apartheid di fatto. D'accordo, non è la cosa più grave del mondo, nè della storia dell'umanità, ma proprio perchè Israele è meglio dei suoi vicini, l'unica democrazia del Medio Oriente, si tratta di una pesante contraddizione. Nel dibattito pubblico, la contraddizione incide di più della cattiva coerenza.

La schiavitù era un istituto diffuso in tutte le civiltà del mondo antico, in tutte le città stato dell'antica Grecia. Ma nella narrazione storica, l'esistenza degli schiavi è principalmente ricordata in riferimento ad una città. Ogni volta che si parla di quella città, non si omette mai di dire che aveva gli schiavi. Non è Sparta, è Atene.

Proviamo a considerare che esistono anche opinioni diverse su cosa voglia dire sostenere Israele. Coloro che in passato sosteneva acriticamente l'Urss, hanno fatto un buon servizio alla causa del socialismo?  Poi, ci sono persone che hanno una migliore predisposizione a identificarsi in uno stato, in un partito, in una chiesa, in una organizzazione, e altre che si sentono un po' soffocate da questo tipo di identificazioni e perferiscono soltanto riconoscersi in alcuni principi. Altri ancora, condividendo lo stesso tipo di identificazione, ma identificandosi negli opposti, amano ritrovarsi insieme per giocare delle belle partite o delle guerre simulate.

Secondo me, in questo genere di discussioni c'è un eccesso di passione e di irrazionalità, tale da richiedere uno sforzo di distacco e di analisi critica. Un imperativo dovrebbe essere quello di identificare bene i soggetti di cui si parla e i loro comportamenti. Persone, gruppi, organizzazioni, istituzioni. Dire chi ha fatto cosa. Diversamente si agitano lenzuola, in un mondo in cui si crede ai fantasmi.

giovedì 5 agosto 2010

Afghanistan, il doppio gioco del Pakistan

Dalle carte di Wikileaks emerge che «il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segrete per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani». Dai file riservati emerge tra l'altro che «l'intelligence pakistana (Directorate for Inter-Services-Intelligence) lavorava al fianco di Al Qaeda per progettare attacchi» e «faceva il doppio gioco». (Corriere.it 26.07.2010).

A partire dalle rivelazioni di Wikileaks. il primo ministro britannico David Cameron ha esplicitamente chiesto al Pakistan di smetterla di esportare il terrorismo. «Dobbiamo essere molto chiari con il Pakistan» ha detto «non possiamo tollerare in nessun modo che questo paese continui a promuovere l’esportazione del terrorismo, che sia in India, in Afghanistan o da qualsiasi altra parte nel mondo». (Post.it 30 luglio 2010).

Alì Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, ha replicato dichiarando persa la guerra. Il presidente pakistano, Ali Zardari, in un'intervista al quotidiano francese Le Monde, dice che la comunità internazionale «a cui il Pakistan appartiene» sarebbe in procinto di «perdere la guerra contro i talebani». Le forze della coalizione, in particolare, starebbero fallendo «soprattutto perchè abbiamo perso la battaglia per conquistare i cuori e le menti». Zardari ha aggiunto che gli USA e la coalizione Nato hanno «sottostimato la situazione sul terreno» nel tormentato Paese. (Corriere.it 03.08.2010).

Come direbbe Fiamma Nirenstein, nessuna novità. Ma quale conseguenza se ne trae? La strategia Usa nella lotta al terrorismo e nelle relazioni con il Pakistan non cambia dopo l'esplosione della «bomba» Wikileaks. Lo ha precisato il capo di Stato maggiore Mike Mullen: non ci saranno conseguenze sulle relazioni con Islamabad, dopo che in parte dei 92mila resoconti di intelligence sulla guerra in Afghanistan svelati dal sito internet sono emersi elementi di collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani. (Unità 27 luglio 2010). Dato che la storia è vecchia, colgo di nuovo l'occasione, per resuscitare un mio post dell'anno scorso.

* * *

Sono pacifista e perciò sono contro la guerra in Afghanistan, ma se fossi guerrafondaio, la guerra vorrei farla al Pakistan. Eventualità affiorata anche nella campagna elettorale di Obama, che da presidente ha portato i bombardamenti anche in territorio pachistano e dichiarato che l'India ha il diritto di difendersi.

Ha poco senso identificare il terrorismo con uno stato, se non per il fatto che potenze statuali tradizionali sono preparate solo per i conflitti simmetrici tra eserciti regolari e a questo schema cercano di ridurre e ricondurre anche i conflitti asimmetrici, ma nell'insensatezza lo stato da identificare con il terrorismo più e meglio di altri sarebbe certamente il Pakistan. I talebani sono una creatura dell'ISI, i servizi segreti pachistani. Le basi e i campi di addestramento della guerriglia talebana si trovano nel Waziristan (Pakistan del sud). L'esercito pachistano accompagna i guerriglieri talebani al confine afghano, con i suoi furgoni e, al loro rientro dalle incursioni, li va a riprendere.

Musharraf, pur se vittima illesa di alcuni tentativi di eliminazione fisica, da parte degli islamisti, ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo, se non di appoggio all'estremismo islamico in Pakistan. La presenza dei fondamentalisti, gli è servita per giustificare il regime militare contro i liberali e per combattere l'India in Kashmir, così come sostenere i talebani gli è servito per contendere l'Afghanistan al controllo dell'India, dell'Iran e dell'Uzbekistan, tradizionali sostenitori dell'Alleanza del nord. L'ultimo libro di Ahmed Rashid, Caos Asia, edito da Feltrinelli 2008 ed denuncia e documenta in modo dettagliato il doppiogiochismo, la complicità di Musharraf con il fondamentalismo islamico e l'acquiescienza dell'amministrazione Bush nei confronti di Musharraf.
(26 settembre 2009)

mercoledì 4 agosto 2010

Iran, l'onda verde e le due Neda

Zahra Soltani confusa con Neda Agha-Soltan, subito dopo la sua uccisione, è stata usata dal regime iraniano, e da qualche suo simpatizzante in giro per il mondo, per dimostrare che quell'assassinio era falso. Oggi, Zahra Soltani ha lasciato l'Iran e ha trovato asilo politico in Germania. Poco dopo la repressione della protesta e i suoi tragici eventi, ebbi modo di partecipare a Torino ad un incontro con Samir Garshasbi della Comunità Iraniana, militante del Tudeh (partito comunista iraniano) e  feci un resoconto del suo intervento.

Sono addolorato per il mancato sostegno della sinistra al movimento di protesta in Iran. Il presidio alla prefettura di Torino, il 23 giugno, ha visto la partecipazione del Partito democratico e di Cgil, Cisl e Uil, ma erano assenti i miei compagni, quelli con cui ho sempre fatto le battaglie, le manifestazioni per Gaza, per i palestinesi, contro la guerra. Addirittura, questi compagni, in Consiglio non hanno aderito agli ordini del giorno dove si parlava semplicemente dei diritti civili, principi della Rivoluzione francese, per paura – hanno detto – di sostenere la borghesia.

Vi cito la lettera di un nonno alla guida suprema del regime, Al Khamenei. Mio figlio Hassan è stato ucciso nel 1978, durante una manifestazione contro lo Scià. Mio nipote, figlio di Hassan, è stato ucciso durante le manifestazioni di questi giorni. Tu dici che i morti sono responsabilità di chi ha indetto manifestazioni non autorizzate. Ma anche le manifestazioni contro lo Scià non erano autorizzate ed io ho sempre pensato che la morte di mio figlio Hassan fosse responsabilità dello Scià. Come posso accettare, nel giudizio, due pesi e due misure?

I brogli elettorali non riguardano solo la contraffazione delle schede, ma anche il modo in cui si conquista il consenso. Ahmadinejad ha distribuito soldi senza fare decreti. Non ha mai fatto una riforma a favore del popolo. Ha liberalizzato il mercato del lavoro. Ha promesso, prima del voto, un aumento generalizzato delle pensioni, ma dopo il voto, il presidente dell’Istituto di previdenza (l’equivalente dell’INPS italiano) ha precisato che ad usufruire dell’aumento saranno solo le persone andate in pensione dopo il 21 marzo. L’aumento porta queste pensioni ad un valore equivalente a 190 euro mensili, a fronte di affitti che a Teheran e nelle città possono raggiungere un valore equivalente a 400-500 euro e molte famiglie dipendono da un reddito solo, a volte è proprio il reddito del pensionato. Il decreto sull’aumento, ha precisato ancora il presidente dell’Istituto di previdenza, vale solo per quest’anno. Per il prossimo, si vedrà.

Ahmadinejad ha promesso di portare i soldi del petrolio nelle tasche degli iraniani, ma intanto è diminuito il potere d’acquisto dei lavoratori. Molti lavoratori, per formare un reddito sufficiente, devono fare più lavori insieme, gli insegnanti bocciano per poi poter dare lezioni private a pagamento. Secondo l’Istituto di statistica (equivalente all’ISTAT italiano), pane, uova, pollo, frutta e verdura, subiscono rincari del 2-3% al mese. Su molte tavole, frutta e verdura sono proibite. Miliardi di dollari dei proventi del petrolio, sono spariti, non si sa che uso ne sia stato fatto.

Ahmadinejad si contrappone agli Usa e a Israele con una retorica incendiaria, ma i vertici israeliani hanno fatto il tifo per lui. Secondo Ha’aretz, Israele conosce Ahmadinejad e non si fida di Mousavi. La comunità ebraica iraniana ha avuto indicazione di votare Ahmadinejad. Con Ahmadinejad è più facile giustificare un conflitto militare.

Si può sperare, nel futuro dell’Iran, in una separazione tra religione e politica?

In principio, Khomeini riconosceva i diritti politici, anche quelli dei comunisti. Diceva: i comunisti pieno diritto di fare attività politica, finché non toccano le armi. Poi, Khomeini riunì i gruppi religiosi nel Partito della Repubblica Islamica. Attraverso le moschee riuscì a parlare a tutto il paese e acquisendo gradualmente tutte le leve del potere, eliminò via via alleati, avversari e dissidenti. Quello che è successo in Cile o in Argentina, rispetto a quello che è successo in Iran, è una barzelletta. I comunisti puntavano su tre forze: 1) i paesi socialisti; 2) il movimento operaio occidentale; 3) i movimenti di liberazione. Tutte e tre queste forze sono venute a mancare.

Le differenze tra città e campagna.

Vi è stato un esodo di massa dai villaggi, dalle campagne prossime al confine con l’Iraq, verso le città interne, per sfuggire ai bombardamenti di missili grandi come Tir. Così, le città interne sono diventate grandi città. 30 milioni di iraniani vivono in città e 20 milioni di giovani sono internauti. Per impedire la connessione a Internet, gli agenti del regime, salgono sui tetti per distruggere le paraboliche, a volte distruggono tutto l’impianto elettrico, molte famiglie sono rimaste senza l’aria condizionata. Molti studenti provengono dalle zone rurali e sono quelli che diventano i più attivisti. Dopo i primi arresti, ho partecipato ad una assemblea di studenti a Teheran e ascoltavo parlare tutti i dialetti. Il regime adotta metodi brutali per reprimere la protesta. In un video si vede un ragazzo denudato, pestato brutalmente e poi gettato nel bagagliaio di un’auto. La brutalità della repressione è un dato di questo regime, specie nelle zone dove tutti si conoscono.

(10 luglio 2009)

lunedì 2 agosto 2010

Afghanistan, tra Wikileaks e Nirenstein



Fiamma Nirenstein sa che la guerra è un inferno, anche se non usa la sua attività giornalistica per documentare e condividere questo sapere, né apprezza che lo facciano altri, per esempio Wikileaks, le cui rivelazioni non sarebbero uno scoop, perchè tanto già si sapeva che i raid Nato a caccia di terroristi uccidono i civili, che i droni spesso sbagliano bersaglio, che i servizi segreti del Pakistan aiutano i talebani, che i talebani buttano giù gli elicotteri americani con gli stessi missili terra aria ricevuti dagli Usa per cambattere i sovietici.

In verità, già lo sapeva il pubblico più informato, quello degli addetti ai lavori, dei lettori più attenti dei quotidiani, dei militanti pacifisti, ma non la più ampia opinione pubblica, quella più permeabile alla propaganda della versione ufficiale. L'impatto mediatico di Wikileaks, grazie anche alla collaborazione di media tradizionali come il New York Times e il Guardian, raggiunge questa più ampia opinione pubblica.

Esiste poi un tipo di rivelazione che, pur non scoprendo nulla, disinibisce la consapevolezza collettiva, una rivelazione già mitizzata in una celebre favola danese, "I vestiti nuovi dell'imperatore".

La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Alcuni imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all'imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L'imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l'imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; come i suoi cortigiani prima di lui, anch'egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.

Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l'eleganza del sovrano. L'incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida: "ma non ha niente addosso!"; da questa frase deriverà la famosa frase fatta «Il re è nudo!»


Ora, non c'è motivo di fronte ad una guerra cruenta e inconcludente di continuare a rappresentarci un re condottiero dall'abbigliamento duro, ma efficace. Non lo era Bush, non lo è Obama. Spiace per il presidente democratico che, anche a ragion veduta, riscuote la simpatia di tutti i progressisti e pure di tanti pacifisti, ma far propria una «guerra giusta», senza disporre di una chiara ed effettiva strategia per vincerla, o peggio provando a mettere in scena una rappresentazione vittoriosa per potersi defilare salvando almeno la faccia, è stato forse il suo più grave errore politico, che si spera non gli costi la presidenza nelle elezioni del 2012.

Stringe il cuore, pensare al ritiro delle truppe e leggere le notizie dei talibani che minacciano di violenza e di morte le donne che studiano o lavorano o che sfigurano brutalmente Aisha una ragazza di 18 anni, che tenta si scappare di casa per sfuggire agli abusi della sua famiglia. Ma anche queste notizie ci parlano del fallimento della guerra. Succederebbero queste atrocità se andassimo via? Quel che è certo è che succedono mentre siamo lì.

* * *

In un articolo sulla situazione in Afghanistan, precedente alle elezioni dello scorso 20 agosto, Guido Rampoldi conclude citando Fawzia Koofi, la giovane vicepresidente del parlamento afghano, la quale dice: «L'unico argomento che può convincere sul serio i Taliban è un bombardiere americano». In Italia parrà incredibile, ma la Koofi è una femminista e milita nella sinistra.

A me sembra credibile. Se vivessi in Afghanistan, tanto più se fossi una donna, considererei mio amico qualsiasi nemico dei taliban. Non sono però sicuro che questo sia il punto di vista di tutta la sinistra e di tutto il femminismo afghano, per esempio dell'Associazione Rawa. Immagino, in Afghanistan, come in Italia, ci siano posizioni differenti rispetto alla presenza occidentale.

Tuttavia il bombardiere americano i taliban non li ha ancora convinti. Ricordo all'inizio della guerra, una intervista di non so più quale telegiornale a non so più quale militare o analista militare, forse Andrea Nativi, ma potrei sbagliarmi, al quale fu posta una domanda, formulata all'incirca così: "Gli americani si apprestano ad attaccare e occupare l'Afghanistan. Non andranno incontro alla stessa sorte dell'Urss?". L'analista (o il militare?) rispose sicuro e sorridente di no. Disse: "I sovietici invasero l'Afghanistan per restare, gli americani vogliono solo liberarlo dai taliban e da Al Qaeda, raggiunto l'obiettivo se ne andranno".

L'invasione sovietica dell'Afghanistan cominciò il 24 dicembre 1979 e terminò con il ritiro delle truppe dell'Urss il 2 febbraio 1989, durò in tutto poco più di nove anni. La guerra degli Stati Uniti in Afghanistan inizia nell'ottobre del 2001 ed è tuttora in corso, dopo più di otto anni. Forse è il momento di convincersi che i bombardieri da soli non sono convincenti.

Forse una guerra può essere giusta, può essere una guerra di civilizzazione, forse una democrazia si può esportare. Però, al prezzo dell'investimento di grandi risorse. Si possono conquistare le anime e le menti degli abitanti locali, se si evitano le stragi di civili, ma questo vuol dire impiegare molti più soldati ed esporli maggiormente al rischio di essere uccisi. Si possono ricostruire le scuole, gli ospedali, le infrastrutture civili, un apparato amministrativo, giudiziario. Si possono portare l'acqua potabile, l'elettricità, le fognature in ogni casa. Si possono creare fabbriche e posti di lavoro, si può sviluppare l'agricoltura in alternativa alla coltivazione dell'oppio. Si può comprare tutto l'oppio per la nostra produzione di morfina. Ma questo richiede molti soldi, una sorta di Piano Marshall.

La guerra in Afghanistan è fallita sul piano militare perchè è fallita sul piano della ricostruzione nazionale, mai davvero perseguita dall'amministrazione Bush, che ha subito abbandonato l'attenzione al fronte afghano, per concentrarsi sull'Iraq, dove poi ha commesso gli stessi errori. Può adesso Obama rimediare? Possono rimediare gli Stati Uniti e l'Europa alle prese con la crisi finanziaria globale? Può a questo rimedio, partecipare l'Italia, un paese il cui governo, la cui opinione pubblica vanno nel panico se qualche centinaio di disperati sbarca a Lampedusa? Non a caso, a invocare il ritorno a casa è il partito xenofobo della Lega Nord.

* * *

Secondo Fiamma Nirenstein, «La questione è se questa guerra deve essere combattuta o abbandonata, consapevoli del fatto che non c’è esercito occidentale che non cerchi di evitare le perdite civili. Se si insiste a chiedere perché non ci si riesce, la risposta sarà alla fine non più: «farò del mio meglio» ma: «perché non è possibile». Sarà scritto nero su bianco nei libri di strategia, diverrà teoria della guerra. È questo che cercano Wikileaks e i suoi amici?»

Intanto però, è la simulazione ad essere prescritta nero su bianco dal manuale di controinsurrezione (Coin) in uso alle forze armate statunitensi, aggiornato quattro anni fa dal generale David Petraus, capo del comando centrale. Laddove prescrive la centralità di «affermare la narrativa Coin» in questo genere di conflitti, influenzando i media. Il manuale prescrive «una guerra di percezioni, condotta usando continuamente i mezzi di informazione». Direttiva echeggiata dal comandante sul campo McChrystal: «Questa è tutta una guerra di percezioni. E' tutta nelle menti dei partecipanti. Parte del nostro compito è convincere noi stessi e i nostri partner afghani che si può fare». Insomma, per vincere bisogna crederci. Ma per crederci non è necessario vincere sul terreno, basta «affermare la nostra narrativa». Il generale come spin doctor. E se la recita non sarà sufficiente a vestire la ritirata da trionfo, almeno serva a passarla per pareggio (Limes, 2/2010, pag. 8).

Prima ancora che cinico e crudele, è ingenuo pensare di risolvere il conflitto con i raid della Nato e i Droni che vanno a caccia di terroristi e, inevitabilmente, uccidono anche i civili, seminando odio tra la popolazione, così come è ingenuo credere che ci credano gli americani. Come scrive Lucio Caracciolo, noi italiani stiamo in Afghanistan per far un piacere agli Usa e gli Usa ci stanno solo perchè nella loro conflittualità interna, non hanno ancora trovato il modo di stabilire la responsabilità della sconfitta, come indica il licenziamento di Mc Chrystal e la sua sostituzione con David Petraus.

Un'altra importante rivelazione di Wikileaks è data dal fatto che esistono militari e ufficiali disposti a fornire informazioni e documenti segreti, perchè frustrati nella loro impresa e impegnati in una lotta per l'attribuzione di colpe e responsabilità. A tal proposito, vi è da far notare agli imbavagliatori di casa nostra, che l'inchiesta penale promossa dal Pentagono sulla pubblicazione dei documenti segreti, non riguarda in nessun modo Julian Assange e Wikileaks, il sito che ha pubblicato i files, condannato solo moralmente dal ministro della difesa Robert Gates, ma solo i responsabili della fuga di notizie all'interno dell'esercito, tra cui il principale indagato Bradley Manning.

martedì 13 luglio 2010

Sakineh, firma per salvarla dalla lapidazione

Una petizione internazionale chiede di essere firmata per poter salvare Sakineh Mohammadi-Ashtiani, una donna iraniana di 43 anni, madre di due figli e vedova.

Le autorità iraniane l'hanno accusata di adulterio durante il matrimonio (una relazione illecita con due uomini) e l'hanno costretta a confessare con 99 frustate, quindi l'hanno condannata a morte mediante lapidazione, nel maggio 2006. Una pratica barbara: la vittima deve essere sotterrata in modo da lasciar spuntare dal terreno solo la testa. Le pietre che le possono essere lanciate contro devono essere appuntite e taglienti, ma non talmente grandi da poterle infliggere immediatamente la morte. E' quanto previsto dall'articolo 104 del codice penale iraniano.

Durante il processo, Sakineh ha ritrattato la confessione estorta con la fustigazione e negato l'accusa di adulterio. Su cinque giudici, due l'hanno ritenuta innocente in mancanza delle necessarie prove di adulterio a suo carico. Gli altri tre, tra cui il presidente del tribunale, l'hanno ritenuta colpevole sulla base della "conoscenza del giudice", una disposizione della legge iraniana che consente ai giudici di esprimere il loro giudizio soggettivo e verosimilmente arbitrario di colpevolezza anche in assenza di prove certe e decisive. Oggi è detenuta nel braccio della morte nel carcere di Tabriz, nord-ovest dell'Iran.

A seguito della mobilitazione internazionale delle ultime settimane contro la sua esecuzione, l'Ambasciata iraniana a Londra ha rilasciato una dichiarazione l'8 luglio 2010, affermando che la condanna di Sakineh Mohammadi Ashtiani non sarebbe stata eseguita tramite lapidazione. Tuttavia, la sua posizione legale non è chiara, dal momento che il suo avvocato non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sulla commutazione della sua condanna a morte. Inoltre, il governo ritiene che cedere sotto la pressione internazionale sia un errore, perchè ciò invita ad esercitare una pressione ancora maggiore. La campagna internazionale è stata censurata su quotidiani, agenzie e canali televisivi in Iran.

Secondo Mina Ahadi, che dirige il comitato internazionale contro la lapidazione e la pena di morte, solo la pressione internazionale può contribuire a salvarla. Come ha detto Ahadi alla CNN: "Legalmente è finita. E' un fatto compiuto. Sakineh può essere lapidato in qualsiasi minuto".

La sospensione della condanna è riferita dall'agenzia stampa iraniana Irna, citando fonti vicine alla corte. "Anche se il giudizio è definitivo e applicabile, il verdetto è stato sospeso per ragioni umanitarie e per ordine del capo dell'autorità giudiziaria e quindi al momento non sarà eseguito", la dichiarazione di Malek Ajdar Sharifi, responsabile per la provincia dell'Azerbaigian orientale.

Facendo appello per un aiuto alla comunità internazionale, sua figlia, Farideh, 16 anni, e il figlio, Sajad, 20 anni, hanno detto: 'Per favore, contribuite a porre fine a questo incubo e non lasciate che lo trasformino in una realtà. Aiutaci a salvare nostra madre. '

Il responsabile dell'ufficio dei Diritti umani a Teheran, Mohammad Javad Larijiani, ha annunciato che condanne di questo tipo "verranno attentamente riviste e probabilmente cambiate". Larijiani è il fratello di Alì Larijiani, il conservatore presidente del Parlamento di Teheran, che però è su posizioni duramente critiche nei confronti del presidente Ahmadinejad.

In Iran la lapidazione viene reintrodotta nel 1983 a seguito della Rivoluzione Islamica  sciita, con la ratifica del Codice Penale Islamico. I giuristi iraniani concordano sulla impossibilità pressoché totale di comminare la pena di lapidazione in base alle condizioni imposte dal fiqh. Inoltre, a causa dell’opposizione interna e internazionale il governo e il sistema giudiziario hanno imposto una serie di moratorie sulla pratica, nel 2002 e nel 2008. Ciononostante, la lapidazione ha continuato ad essere una pena legale e ad essere praticata in taluni casi.

La lapidazione è prevista per il reato di "adulterio durante il matrimonio". Almeno cinque uomini e una donna sono stati lapidati dal 2002. Nel gennaio 2009, il portavoce della magistratura, Ali Reza Jamshidi, ha confermato che due esecuzioni per lapidazione erano state effettuate nel dicembre 2008 e ha definito senza alcun valore la direttiva sulla moratoria, sostenendo che i giudici potevano ignorarla.

Ma non è solo l’Iran ad uccidere a colpi di pietre: Afhganistan, Yemen, Nigeria, Somalia, Pakistan ma anche Arabia Saudita ed Emirati arabi, sono moltissimi i paesi che mantengono questa pratica considerata tradizionale e funzionale al controllo delle donne.

Nel giugno 2009, il Comitato per le questioni legali e giuridiche del parlamento iraniano (Majles) ha raccomandato l'eliminazione della clausola che consente la lapidazione dalla nuova versione del codice penale attualmente in discussione in Parlamento.


Riferimenti:
http://freesakineh.org
http://www.amnesty.it/pena_di_morte_Iran_lapidazione_adulterio
http://www.amnesty.it/Iran-timori-per-prigionieri-nel-braccio-della-morte
http://www.huffingtonpost.com/2010/07/08/sakineh-mohammadi-ashtian_n_638950.html
http://www.articolo21.org/1459/notizia/iran-il-caso-di-sakineh-condannata-e-poi-graziata.html
http://www.guardian.co.uk/world/2010/jul/12/iran-sakineh-mohammadi-ashtiani-stoned-death
http://www.internazionale.it/home/?p=25556

domenica 4 luglio 2010

I panni sporchi di famiglia

Ai tempi della guerra fredda si diceva Salvador e si rispondeva Polonia. O viceversa. Si era divisi tra est e ovest, ma si era uniti nel rinfacciare all'altro quel che si perdonava a se stessi. Un modulo fondato sul diversivo e sull'ipocrisia. Sempre attuale. Appartiene a molte fazioni e a tutte le componenti faziose di ognuna. Fa pandan con l'idea che i panni sporchi si lavano in famiglia (per non lavarli mai), mentre quelli degli altri si pretende siano lavati alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti.

Poco tempo dopo la strage sulla Freedom Flotilla, lessi su Facebook lo stato di un seguace di Francesco Rutelli. Diceva: se qualcuno è a conoscenza di qualche manifestazione pacifista per esprimere sdegno per l'impiccagione di un bambino di 7 anni da parte dei Talebani in Afghanistan, me lo faccia sapere. Nessuno ne era a conoscenza.

In verità le manifestazioni non si fanno solo per testimonianza ma anche e soprattutto per chiedere qualcosa a qualcuno: il proprio governo, sistema di alleanze, stato guida. Nel caso del bambino impiccato, la controparte, l'interlocutore, il soggetto a cui esprimere, chiedere qualcosa, doveva essere identificato nei talebani, con i quali siamo in guerra. E la cosa ha poco senso. Come quando le manifestazioni di regime di qualche stato etico o autoritario si rivolgono al nemico. Non è politica, è propaganda.

Pochi giorni dopo, un aereo della Nato lanciando una bomba su una casa nel distretto di Musakhlen, in Afghanistan, uccideva una madre e quattro dei suoi figli. Stavolta, oltre alla manifestazione pacifista, mancava pure la richiesta provocatoria di farne una.

La richiesta di concentrarsi su quanto brutto, sporco e cattivo è il nemico, se la son vista recapitare i dissidenti sovietici, i radical democratici americani, i liberali arabi, i pacifisti israeliani. Persone che affermando principi universali si battono per applicarli prima di tutto in casa loro. Come è naturale che sia. Come lo è nella vita quotidiana. Se avessimo un violento in casa, sarebbe la nostra prioritaria preoccupazione e non ci faremmo distrarre da quel che avviene nelle case altrui.

Provo molta ammirazione per le persone che trasferiscono in politica questa naturale predisposizione. Come per l'autore di questa lettera.

sabato 3 luglio 2010

Cuba, no all'embargo (e alla negazione del dissenso)

Guillermo Fariñas, reporter e dissidente cubano, è in sciopero della fame da quattro mesi, e le sue condizioni di salute si stanno aggravando. Il sistema di repressione legale alla liberta' d'espressione in vigore a Cuba ha generato sull'isola un clima di paura tra giornalisti, dissidenti e attivisti, sottoposti al rischio di arresti e persecuzioni arbitrarie da parte delle autorita'. Lo denuncia Amnesty International.

Forse, la diffusione di queste due notizie rientra nella campagna di aggressione politico mediatica in atto contro la rivoluzione cubana condotta dalla destra neoconservatrice statunitense ed europea volta ad impedire la normalizzazione dei rapporti con Cuba, ovvero la fine dell'embargo. Ne parla un ordine del giorno di solidarietà con Cuba da parte della Direzione del Prc, votato il 29 aprile scorso quasi all'unanimità, con un solo astenuto.

Non conosco il nome del compagno astenuto. Condivido la sua posizione. L'embargo è ingiusto e va rimosso. L'attenzione mediatica è strumentale e sproporzionata rispetto a quanto viene dedicato ad altre situazioni, come il golpe in Honduras, ma non c'è motivo di assumere un atteggiamento uguale e contrario. Le notizie sono vere e la violazione dei diritti umani, civili e politici nel regime di Fidel Castro, una realtà. Riconoscerlo e denunciarlo, può rendere solo più credibile la lotta all'embargo e la solidarietà con Cuba.

venerdì 25 giugno 2010

Gilad Shalit: Colosseo, Duomo e Mole a luci spente

Il Colosseo a luci spente, emulato dal Duomo di Milano e dalla Mole di Torino per ricordare il quarto anniversario del rapimento di Gilad Shalit è in sè una iniziativa giusta. Anche se contestata da gruppi filopalestinesi come Infopal, l'ISM Italia, e il Forum Palestina e, in questo quadro, dispiace e lascia perplessi il tono provocatorio specie nella frase conclusiva, di un articolo del Manifesto. I diritti umani sono universali e valgono per tutti, anche per un soldato israeliano prigioniero, ma usato come ostaggio, di cui si ignorano le condizioni di detenzione. Inverificabili da parte della Croce Rossa e da qualsiasi organizzazione umanitaria.

Anzichè contrapporsi alla manifestazione, bisogna farne valere le implicazioni. Proprio perchè i diritti umani sono universali, la liberazione di un soldato, non è un assoluto in nome del quale si possa fare un embargo o una guerra. Hamas al quale ci si rivolge è un legittimo interlocutore. Le centinaia di palestinesi illegalmente sequestrati e detenuti in via amministrativa meritano la stessa attenzione. La soluzione sta in uno scambio di prigionieri.

Di fronte al conflitto mediorientale il compito dei pacifisti in Europa e nel mondo non è quello di assumere acriticamente il punto di vista di una fazione belligerante, di tifare per la vittoria dell'uno e la sconfitta dell'altro, bensì quello di appoggiare ogni iniziativa volta alla pace e alla giustizia in una prospettiva di convivenza su basi di pari dignità e pari diritti tra i due popoli.

Di promuovere e sollecitare le iniziative che mancano, invece di negare quelle che ci sono. Di cogliere l'opportunità di interloquire, di aprire un dibattito, di superare la parzialità, l'unilateralismo, piuttosto che inscenare un copione predeterminato in cui, anche sul piano verbale si emula la guerra e ci si conferma nella propria identità senza essere di alcun aiuto ad israeliani e palestinesi. Il pacifismo può e deve presentarsi così.

martedì 8 settembre 2009

L'Italia che rifiuta l'asilo politico

La nostra Costituzione prevede il diritto d'asilo, ma i nostri governi si impegnano ogni anno per respingere migliaia di immigrati provenienti dal Mediterraneo, mentre giornali e televisioni enfatizzano gli sbarchi parlando di invasione. Dalle coste arriva solo il 5% dell'immigrazione, una percentuale piccola tuttavia molto visibile. I respingimenti provocano morte e sofferenza. L'impossibilità di giungere sulle nostre coste normalmente, induce i migranti ad affidarsi a precari gommoni offerti a prezzi esosi da trafficanti di esseri umani. Gli scafisti, per non farsi beccare a loro volta, caricano i migranti su imbarcazioni, sempre più piccole, istruiscono alla guida qualcuno dei passeggeri, e poi li abbandonano a se stessi, in partenza dalla Libia.

Le barche possono affondare, non essere soccorse dai pescherecci maltesi o italiani, essere respinte dalle motovedette e riaccompagnate in Libia, in violazione dei trattati internazionali. Come dice Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr: È vero che l’istituto del respingimento esiste nell’ordinamento italiano, ma è regolato dal Testo Unico sull’immigrazione che lo vieta nei confronti dei richiedenti asilo. Ma se noi rispediamo i rifugiati sulle coste libiche, li priviamo del loro diritto di fare domanda di asilo. L’Italia, inoltre, ha recepito l’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che recita che "nessuno Stato contraente espellerà o respingerà i rifugiati verso confini di territori nei quali la loro vita o libertà potrebbero essere minacciate". Un principio che non ha limitazioni geografiche. In Libia i migranti sono reclusi in strutture paracarcerarie anche per moltissimo tempo, dove possono subire abusi, torture fino anche ad essere uccisi. Nella loro patria di origine, se riconsegnati - Eritrea, Somalia, Sudan, Congo, etc. - rischiano di essere perseguitati o arruolati a forza negli eserciti in guerra. Le donne in Nigeria, rimpatriate dall'Europa, rischiano la lapidazione.

Governi e opinione pubblica sanno tutto questo. I grandi quotidiani a volte danno voce alla xenofobia, altre volte denunciano il razzismo o empatizzano con gli stranieri: sanno che respingere i migranti, significa mettere a repentaglio la loro vita o restituirli ad una condizione miserabile e infernale. Eppure continuamo a respingerli. Questo parla di noi, della nostra identità e incide sulla nostra autostima collettiva. Come si sente un paese ricco, molto più ricco di tutta l'Africa messa insieme, nel risospingere persone disperate verso la fame, la dittatura, la guerra? Quelle stesse dittature e guerre che noi armiamo con il nostro traffico illegale di armi?

Se il governo è di destra, con tanto di ministri leghisti, è facile pensare che si tratti di brutti ceffi, xenofobi, razzisti, criminali. E quel governo non fa nulla per nasconderlo, anzi si esibisce con dichiarazioni, atti dimostrativi e leggi contro gli immigrati, pronti a rovinare la vita a decine, centinaia di persone, per farsi uno spot pubblicitario: il respingimento di un gommone, l'incriminazione di cinque sopravvissuti, le passerelle con Gheddafi, il nostro nuovo guardiacoste.

Ma l'accordo con Gheddafi, anche se poi non applicato, fu fatto dal Governo Prodi e a legittimare gli sbarchi è Piero Fassino, il responsabile esteri del PD, ultimo segretario dei DS, che vuole istituire in Libia l'ufficio di collocamento per i richiedenti asilo in Italia. Sono xenofobi, razzisti, criminali anche loro? Possibile lo siano tutti? In questa lettura c'è un nucleo di verità, ma anche qualcosa che non funziona. C'è qualcosa che viene prima della crudeltà, del cinismo, del razzismo, dell'egoismo di una civiltà declinante - siamo ricchi ma non tutti e non abbiamo la percezione che lo saremo ancora e sempre di più - qualcosa di molto più opaco e sbiadito, di meno pretenzioso. E' l'agire in assenza di un contesto, di una analisi complessiva, di un quadro generale. L'idea che la politica abbia un compito amministrativo molto limitato, molto pragmatico, e non possa farsi carico dei problemi del mondo. Adesso c'è da coprire questa buca, per farlo occorre scavarne un'altra.

martedì 25 agosto 2009

Eritrei, 73 morti dopo gli accordi con Gheddafi

Un barcone di profughi eritrei ha vagato nelle acque del Mediterrano per venti giorni. Settantatré persone sono morte. I superstiti hanno raccontato di aver incontrato varie imbarcazioni, senza ricevere soccorso.

Il governo italiano ha messo in dubbio la versione dei profughi, ha scaricato tutta la responsabilità sulle autorità maltesi e poi ha attaccato la UE di non fare niente e di lasciare sola l'Italia di fronte al dramma dei profughi.

Tuttavia, la tragedia è avvenuta nel quadro delle politiche di respingimento dei migranti. Si dichiara ogni volta di voler contrastare la tratta illegale degli esseri umani, si mettono verbalmente nel mirino gli scafisti, ma poi non si cambia nulla. Si conferma l'intenzione di respingere i migranti e l'accordo con la Libia di Gheddafi per impedire ai migranti di partire.

Ma la politica dei respingimenti ha portato gli scafisti ad abbandonare i migranti a se stessi in imbarcazioni sempre più piccole, magari stracariche di persone disperate in fuga dalla fame e dalla guerra, mentre l'unica politica che può stroncare la tratta è quella di permettere ai migranti di raggiungere le nostre coste con barche normali, le stesse che prenderemmo noi per raggiungere un paese del Maghreb.

Le politiche di contrasto dell'immigrazione sono ingiuste, illegittime, inutili e controproducenti, talvolta anche criminali, e possono finire in tragedia.

L'accordo con Gheddafi costa cinque miliardi di euro. Gli stessi soldi possono essere spesi meglio, per accogliere dignitosamente chi fugge da condizioni di vita disastrate. Sono tanti, ma non sono i numeri di una invasione. L'Italia ospita un decimo dei rifugiati della Germania e all'aumento degli sbarchi sulle coste siciliane è corrisposta una diminuzione complessiva degli sbarchi in Puglia e su tutte le altre coste italiane.

Un anno, 4 mesi e 21 giorni, viaggio dalla morte all'Italia (Ezio Mauro)


ITALIA-LIBIA


Un Trattato per chiudere con i danni di guerra e fermare i barconi carichi di immigrati

Finora era stata un'estate insolitamente piatta sul fronte degli sbarchi di migranti. Dai primi di maggio, quando - con l'avvio dei respingimenti e dei pattugliamenti delle motovedette cedute all'Italia dalla Libia - è diventato operativo l'accordo siglato tra i due Italia e Libia nel dicembre del 2007, gli arrivi a Lampedusa si sono praticamente azzerati, fino alla ripresa degli ultimi giorni. I numeri del Viminale parlano di 7.567 arrivi nel 2009 (la quasi totalità avvenuta prima della metà di maggio) contro i 17.485 del 2008. A Lampedusa lo scorso anno sono sbarcati in 14.905, contro i 2.548 del 2009. Dati, sottolineano al ministero, che indicano il funzionamento degli accordi siglati con la Libia, nonostante la ripresa di giovedì. Proprio dal Paese nordafricano parte la grande maggioranza dei flussi diretti verso la Sicilia. L'accordo tra i due Paesi era stato siglato il 29 dicembre 2007 a Tripoli dall'allora ministro dell'Interno, Giuliano Amato e dal ministro degli Esteri libico, Abdurraham Mohamed Shalgam. Il piano, messo a punto dopo un lungo e riservato negoziato, non è però entrato nella fase operativa finché non è avvenuta - nello scorso febbraio - la ratifica parlamentare del Trattato di amicizia siglato dal premier Silvio Berlusconi e da Muhammar Gheddafi il 30 agosto 2008. Il programma contro le partenze di migranti è contenuto nell'articolo 19 del Trattato. Tra le novità più rilevanti del piano firmato da Amato, i pattugliamenti congiunti davanti alle coste del Paese nordafricano. Per questa attività l'Italia ha ceduto alla Libia sei unità navali della Guardia di finanza. Roma, prevede sempre l'accordo, darà una mano a Tripoli anche nel controllo degli sterminati confini meridionali della Libia, da dove premono masse di disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà dell'Africa subsahariana. Sarà infatti Finmeccanica a fornire una rete di controllo satellitare per monitorare le frontiere di sabbia. L'Italia coprirà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% - indica il Trattato di amicizia - Roma e Tripoli chiederanno all'Ue di farsene carico.

il manifesto 22 agosto 2009

sabato 8 novembre 2008

Obama presidente Usa


Obama e la famiglia sul palco del Grant Park di Chicago dove ha fatto il suo discorso della vittoria (Afp)


In molti abbiamo gioito per la vittoria di Obama e nonostante fosse attesa, nel momento in cui davvero si è realizzata ce ne siamo stupiti. Al suo annuncio, alla sua marcia trionfale, ci siamo gradualmente abituati, ma sempre proiettandola in un al di là ancora da venire. Poi ci siamo vergognati per i commenti di Gasparri, subito surclassato dall'umorismo di Berlusconi. Senza stupircene. Sappiamo che in America e nel mondo occidentale all'incredulità gioiosa corri-sponde anche un po' di tristezza incredula, perchè un nero presidente non è ancora un fatto compiutamente normale. E', come è stato scritto da Timoty Garton Ash, la scrittura delle ultime righe dell'ultimo capitolo della storia americana, piuttosto che le prime di un capitolo nuovo. Di qui l'incertezza di quel che sarà la sua presidenza, di se e quanto deluderà le aspettative, prospettiva ritenuta dalla maggior parte dei commentatori inevitabile, dato il mito che si è creato intorno a lui, negli Stati Uniti e soprattutto nel resto del mondo. Per Lucio Caracciolo, considerando i guai in cui l'America è invischiata, dalla due guerre in Iraq e in Afghanistan, alla crisi finanziaria, il nuovo presidente dovrà occuparsi in primo luogo degli interessi del suo paese e solo se potrà, proverà ad occuparsi anche dei nostri, perciò saremo i primi probabili delusi.

Ma chissà. Il realismo tante volte si limita a proiettare nel futuro la realtà del presente. Se torniamo indietro di un anno e mezzo, troviamo un senatore dell'Illinois sconosciuto a cui venivano attribuite possibilità irrilevanti di spuntarla nelle primarie contro Hillary Clinton, il vero scontro in cui si è giocato la presidenza. Io stesso ricordo di aver pensato ad una impresa simile a quella di Jesse Jackson nel 1984, che arrivò terzo dietro a Walter Mondale e a Gary Hart e poi nel 1988, secondo dietro Dukakis. Pensavo, sarà comunque importante sostenerlo, che prenda più voti possibile, per i rapporti di forze interni al partito democratico e poi, chissà, forse un posto come vice si può sperare. D'altra parte era rivoluzionaria anche l'ipotesi di una donna primo presidente. E si, in questa occasione i democratici hanno avuto l'imbarazzo della scelta tra due candidature simbolicamente eccezionali. Ma ha prevalso l'outsider, non la candidata dell'estabilisment.

Per capire cosa potrà accadere in futuro, forse è importante capire cosa è accaduto fino ad ora, cioè come è successo, cosa ha determinato la vittoria di Obama. Il personaggio, le sue qualità personali, il suo essere secchione, vigoroso energico, formidabile lavoratore e organizzatore? Il suo programma? Il suo essere afroamericano "non rivendicativo"? Il suo essere nuovo, interprete del cambiamento, dopo anni di conservazione e restaurazione? La disastrosa presidenza Bush? Il rifiuto delle dinastie? L'opposizione alla guerra in Iraq? L'inizio della crisi economica e finanziaria? Il formarsi di un nuovo blocco sociale nella società americana? L'incidenza di qualcosa che non c'era mai stato prima e che già aveva reso verosimile la candidatura di Howard Dean, nel 2004, ovvero: internet,? Abbiamo in mente un po' tutte queste motivazioni e in certa misura c'entrano tutte, ma cosa sia stato davvero determinante, forse ci sfugge. Secondo Nicholas Negroponte, così come si disse che Kennedy vinse grazie alla televisione, oggi si potrebbe dire che Obama ha vinto grazie a YouTube. Invece, per Naomi Klein, decisivo è stato il crollo di Wall Street, che ha neutralizzato la rimonta di McCain dopo la scelta della vice, Sarah Palin.

martedì 30 settembre 2008

Colonia, il divieto della manifestazione antislamica

Colonia, contromanifestazione antirazzista
A Colonia, le autorità tedesche hanno vietato una manifestazione anti-islamica, attivamente contrastata dalla mobilitazione delle forze democratiche. In Italia, manifestazioni di questo tipo, sia pure a dimensione locale, si svolgono normalmente. Si pensi alla Lega che invade i terreni adibiti alla costruzione delle moschee, con i maiali. Tali manifestazioni andrebbero vietate? E il divieto entrerebbe in contraddizione con la libertà di espressione? Inibire ai razzisti di manifestare e di manifestarsi è in contraddizione con la democrazia? E' giusto porsi il problema, e porselo ogni volta, ma alla fine la mia risposta è no: le manifestazioni si fanno per i diritti propri, di una parte, di tutti, non contro i diritti di qualcuno. Si possono contestare i privilegi, ma non i diritti. Gli operai scioperano e manifestano per l'aumento dei propri salari. Immaginatevi se scioperassero e manifestassero per chiedere la diminuzione dei redditi o l'aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Se ogni gruppo agisse gli strumenti della partecipazione contro gli altri, sarebbe sempre a rischio la convivenza.

Ci sono diritti che entrano in conflitto con altri diritti. E in quel caso bisogna scegliere, ed è lecito manifestare a favore di una precedenza. In America è un diritto armarsi, tuttavia la pistola può essere uno strumento di difesa, ma anche di minaccia e il diritto a possederne una può violare il diritto alla incolumità e alla vita di altri. Dove circolano più armi, ci sono più omicidi, perciò si manifesta per disarmare. I satanisti non si limitano a pregare. Commettono violenza, uccidono. Perciò, nessuno immagina di fornirgli un luogo dove poterlo fare. Ma la preghiera nelle moschee con tutto questo non c'entra nulla, non fa del male a nessuno, non toglie nulla a nessuno. La laicità non è l'assenza di luoghi di culto, o luoghi di culto per una religione sola. La laicità è libertà religiosa per tutti. Se qualcuno manifesta contro i miei diritti, io voglio poter manifestare contro la sua manifestazione. Se bisogna ammettere ogni manifestazione, allora bisogna ammettere anche le contromanifestazioni ed essere capaci di gestire l'ordine pubblico. Secondo me, ammettere solo le manifestazioni positive, è molto più razionale, salvo diversa valutazione di opportunità.

In fondo, è una contraddizione anche rivendicare la libertà di espressione, per negare la libertà di culto. Eppure la Costituzione riconoscere anche questa libertà, dice che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 Cost.) e dice anche che: "Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività" (art. 20 Cost.). Infatti, se una manifestazione è legittima, allora in linea di principio è anche legittimo soddisfarne la rivendicazione. Se è lecito manifestare contro le moschee, allora è anche lecito chiudere le moschee o inibirne l'edificazione. Ergo: è lecito vietare o limitare per una o più religioni la libertà di culto, la quale è comunque una manifestazione del pensiero, quindi attiene alla libertà di espressione. Se è lecito vietare o limitare la libertà di culto, è lecito vietare o limitare qualsiasi libertà. Anche quella di manifestare. Fissare i limiti della libertà di espressione, è in definitiva una questione politica: dipende dalla scelta di chi si vuole tenere fuori. Io preferisco l'esclusione chi vuole escludere.