Visualizzazione post con etichetta Afghanistan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Afghanistan. Mostra tutti i post

giovedì 5 agosto 2010

Afghanistan, il doppio gioco del Pakistan

Dalle carte di Wikileaks emerge che «il Pakistan, ostentatamente alleato degli Stati Uniti, ha permesso a funzionari dei suoi servizi segreti di incontrare direttamente i capi talebani in riunioni segrete per organizzare reti di gruppi militanti per combattere contro i soldati americani, e perfino per mettere a punto complotti per eliminare leader afghani». Dai file riservati emerge tra l'altro che «l'intelligence pakistana (Directorate for Inter-Services-Intelligence) lavorava al fianco di Al Qaeda per progettare attacchi» e «faceva il doppio gioco». (Corriere.it 26.07.2010).

A partire dalle rivelazioni di Wikileaks. il primo ministro britannico David Cameron ha esplicitamente chiesto al Pakistan di smetterla di esportare il terrorismo. «Dobbiamo essere molto chiari con il Pakistan» ha detto «non possiamo tollerare in nessun modo che questo paese continui a promuovere l’esportazione del terrorismo, che sia in India, in Afghanistan o da qualsiasi altra parte nel mondo». (Post.it 30 luglio 2010).

Alì Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, ha replicato dichiarando persa la guerra. Il presidente pakistano, Ali Zardari, in un'intervista al quotidiano francese Le Monde, dice che la comunità internazionale «a cui il Pakistan appartiene» sarebbe in procinto di «perdere la guerra contro i talebani». Le forze della coalizione, in particolare, starebbero fallendo «soprattutto perchè abbiamo perso la battaglia per conquistare i cuori e le menti». Zardari ha aggiunto che gli USA e la coalizione Nato hanno «sottostimato la situazione sul terreno» nel tormentato Paese. (Corriere.it 03.08.2010).

Come direbbe Fiamma Nirenstein, nessuna novità. Ma quale conseguenza se ne trae? La strategia Usa nella lotta al terrorismo e nelle relazioni con il Pakistan non cambia dopo l'esplosione della «bomba» Wikileaks. Lo ha precisato il capo di Stato maggiore Mike Mullen: non ci saranno conseguenze sulle relazioni con Islamabad, dopo che in parte dei 92mila resoconti di intelligence sulla guerra in Afghanistan svelati dal sito internet sono emersi elementi di collaborazione tra i servizi segreti pakistani (Isi) e i talebani. (Unità 27 luglio 2010). Dato che la storia è vecchia, colgo di nuovo l'occasione, per resuscitare un mio post dell'anno scorso.

* * *

Sono pacifista e perciò sono contro la guerra in Afghanistan, ma se fossi guerrafondaio, la guerra vorrei farla al Pakistan. Eventualità affiorata anche nella campagna elettorale di Obama, che da presidente ha portato i bombardamenti anche in territorio pachistano e dichiarato che l'India ha il diritto di difendersi.

Ha poco senso identificare il terrorismo con uno stato, se non per il fatto che potenze statuali tradizionali sono preparate solo per i conflitti simmetrici tra eserciti regolari e a questo schema cercano di ridurre e ricondurre anche i conflitti asimmetrici, ma nell'insensatezza lo stato da identificare con il terrorismo più e meglio di altri sarebbe certamente il Pakistan. I talebani sono una creatura dell'ISI, i servizi segreti pachistani. Le basi e i campi di addestramento della guerriglia talebana si trovano nel Waziristan (Pakistan del sud). L'esercito pachistano accompagna i guerriglieri talebani al confine afghano, con i suoi furgoni e, al loro rientro dalle incursioni, li va a riprendere.

Musharraf, pur se vittima illesa di alcuni tentativi di eliminazione fisica, da parte degli islamisti, ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo, se non di appoggio all'estremismo islamico in Pakistan. La presenza dei fondamentalisti, gli è servita per giustificare il regime militare contro i liberali e per combattere l'India in Kashmir, così come sostenere i talebani gli è servito per contendere l'Afghanistan al controllo dell'India, dell'Iran e dell'Uzbekistan, tradizionali sostenitori dell'Alleanza del nord. L'ultimo libro di Ahmed Rashid, Caos Asia, edito da Feltrinelli 2008 ed denuncia e documenta in modo dettagliato il doppiogiochismo, la complicità di Musharraf con il fondamentalismo islamico e l'acquiescienza dell'amministrazione Bush nei confronti di Musharraf.
(26 settembre 2009)

lunedì 2 agosto 2010

Afghanistan, tra Wikileaks e Nirenstein



Fiamma Nirenstein sa che la guerra è un inferno, anche se non usa la sua attività giornalistica per documentare e condividere questo sapere, né apprezza che lo facciano altri, per esempio Wikileaks, le cui rivelazioni non sarebbero uno scoop, perchè tanto già si sapeva che i raid Nato a caccia di terroristi uccidono i civili, che i droni spesso sbagliano bersaglio, che i servizi segreti del Pakistan aiutano i talebani, che i talebani buttano giù gli elicotteri americani con gli stessi missili terra aria ricevuti dagli Usa per cambattere i sovietici.

In verità, già lo sapeva il pubblico più informato, quello degli addetti ai lavori, dei lettori più attenti dei quotidiani, dei militanti pacifisti, ma non la più ampia opinione pubblica, quella più permeabile alla propaganda della versione ufficiale. L'impatto mediatico di Wikileaks, grazie anche alla collaborazione di media tradizionali come il New York Times e il Guardian, raggiunge questa più ampia opinione pubblica.

Esiste poi un tipo di rivelazione che, pur non scoprendo nulla, disinibisce la consapevolezza collettiva, una rivelazione già mitizzata in una celebre favola danese, "I vestiti nuovi dell'imperatore".

La fiaba parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Alcuni imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni.

I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all'imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L'imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l'imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché; come i suoi cortigiani prima di lui, anch'egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.

Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l'eleganza del sovrano. L'incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida: "ma non ha niente addosso!"; da questa frase deriverà la famosa frase fatta «Il re è nudo!»


Ora, non c'è motivo di fronte ad una guerra cruenta e inconcludente di continuare a rappresentarci un re condottiero dall'abbigliamento duro, ma efficace. Non lo era Bush, non lo è Obama. Spiace per il presidente democratico che, anche a ragion veduta, riscuote la simpatia di tutti i progressisti e pure di tanti pacifisti, ma far propria una «guerra giusta», senza disporre di una chiara ed effettiva strategia per vincerla, o peggio provando a mettere in scena una rappresentazione vittoriosa per potersi defilare salvando almeno la faccia, è stato forse il suo più grave errore politico, che si spera non gli costi la presidenza nelle elezioni del 2012.

Stringe il cuore, pensare al ritiro delle truppe e leggere le notizie dei talibani che minacciano di violenza e di morte le donne che studiano o lavorano o che sfigurano brutalmente Aisha una ragazza di 18 anni, che tenta si scappare di casa per sfuggire agli abusi della sua famiglia. Ma anche queste notizie ci parlano del fallimento della guerra. Succederebbero queste atrocità se andassimo via? Quel che è certo è che succedono mentre siamo lì.

* * *

In un articolo sulla situazione in Afghanistan, precedente alle elezioni dello scorso 20 agosto, Guido Rampoldi conclude citando Fawzia Koofi, la giovane vicepresidente del parlamento afghano, la quale dice: «L'unico argomento che può convincere sul serio i Taliban è un bombardiere americano». In Italia parrà incredibile, ma la Koofi è una femminista e milita nella sinistra.

A me sembra credibile. Se vivessi in Afghanistan, tanto più se fossi una donna, considererei mio amico qualsiasi nemico dei taliban. Non sono però sicuro che questo sia il punto di vista di tutta la sinistra e di tutto il femminismo afghano, per esempio dell'Associazione Rawa. Immagino, in Afghanistan, come in Italia, ci siano posizioni differenti rispetto alla presenza occidentale.

Tuttavia il bombardiere americano i taliban non li ha ancora convinti. Ricordo all'inizio della guerra, una intervista di non so più quale telegiornale a non so più quale militare o analista militare, forse Andrea Nativi, ma potrei sbagliarmi, al quale fu posta una domanda, formulata all'incirca così: "Gli americani si apprestano ad attaccare e occupare l'Afghanistan. Non andranno incontro alla stessa sorte dell'Urss?". L'analista (o il militare?) rispose sicuro e sorridente di no. Disse: "I sovietici invasero l'Afghanistan per restare, gli americani vogliono solo liberarlo dai taliban e da Al Qaeda, raggiunto l'obiettivo se ne andranno".

L'invasione sovietica dell'Afghanistan cominciò il 24 dicembre 1979 e terminò con il ritiro delle truppe dell'Urss il 2 febbraio 1989, durò in tutto poco più di nove anni. La guerra degli Stati Uniti in Afghanistan inizia nell'ottobre del 2001 ed è tuttora in corso, dopo più di otto anni. Forse è il momento di convincersi che i bombardieri da soli non sono convincenti.

Forse una guerra può essere giusta, può essere una guerra di civilizzazione, forse una democrazia si può esportare. Però, al prezzo dell'investimento di grandi risorse. Si possono conquistare le anime e le menti degli abitanti locali, se si evitano le stragi di civili, ma questo vuol dire impiegare molti più soldati ed esporli maggiormente al rischio di essere uccisi. Si possono ricostruire le scuole, gli ospedali, le infrastrutture civili, un apparato amministrativo, giudiziario. Si possono portare l'acqua potabile, l'elettricità, le fognature in ogni casa. Si possono creare fabbriche e posti di lavoro, si può sviluppare l'agricoltura in alternativa alla coltivazione dell'oppio. Si può comprare tutto l'oppio per la nostra produzione di morfina. Ma questo richiede molti soldi, una sorta di Piano Marshall.

La guerra in Afghanistan è fallita sul piano militare perchè è fallita sul piano della ricostruzione nazionale, mai davvero perseguita dall'amministrazione Bush, che ha subito abbandonato l'attenzione al fronte afghano, per concentrarsi sull'Iraq, dove poi ha commesso gli stessi errori. Può adesso Obama rimediare? Possono rimediare gli Stati Uniti e l'Europa alle prese con la crisi finanziaria globale? Può a questo rimedio, partecipare l'Italia, un paese il cui governo, la cui opinione pubblica vanno nel panico se qualche centinaio di disperati sbarca a Lampedusa? Non a caso, a invocare il ritorno a casa è il partito xenofobo della Lega Nord.

* * *

Secondo Fiamma Nirenstein, «La questione è se questa guerra deve essere combattuta o abbandonata, consapevoli del fatto che non c’è esercito occidentale che non cerchi di evitare le perdite civili. Se si insiste a chiedere perché non ci si riesce, la risposta sarà alla fine non più: «farò del mio meglio» ma: «perché non è possibile». Sarà scritto nero su bianco nei libri di strategia, diverrà teoria della guerra. È questo che cercano Wikileaks e i suoi amici?»

Intanto però, è la simulazione ad essere prescritta nero su bianco dal manuale di controinsurrezione (Coin) in uso alle forze armate statunitensi, aggiornato quattro anni fa dal generale David Petraus, capo del comando centrale. Laddove prescrive la centralità di «affermare la narrativa Coin» in questo genere di conflitti, influenzando i media. Il manuale prescrive «una guerra di percezioni, condotta usando continuamente i mezzi di informazione». Direttiva echeggiata dal comandante sul campo McChrystal: «Questa è tutta una guerra di percezioni. E' tutta nelle menti dei partecipanti. Parte del nostro compito è convincere noi stessi e i nostri partner afghani che si può fare». Insomma, per vincere bisogna crederci. Ma per crederci non è necessario vincere sul terreno, basta «affermare la nostra narrativa». Il generale come spin doctor. E se la recita non sarà sufficiente a vestire la ritirata da trionfo, almeno serva a passarla per pareggio (Limes, 2/2010, pag. 8).

Prima ancora che cinico e crudele, è ingenuo pensare di risolvere il conflitto con i raid della Nato e i Droni che vanno a caccia di terroristi e, inevitabilmente, uccidono anche i civili, seminando odio tra la popolazione, così come è ingenuo credere che ci credano gli americani. Come scrive Lucio Caracciolo, noi italiani stiamo in Afghanistan per far un piacere agli Usa e gli Usa ci stanno solo perchè nella loro conflittualità interna, non hanno ancora trovato il modo di stabilire la responsabilità della sconfitta, come indica il licenziamento di Mc Chrystal e la sua sostituzione con David Petraus.

Un'altra importante rivelazione di Wikileaks è data dal fatto che esistono militari e ufficiali disposti a fornire informazioni e documenti segreti, perchè frustrati nella loro impresa e impegnati in una lotta per l'attribuzione di colpe e responsabilità. A tal proposito, vi è da far notare agli imbavagliatori di casa nostra, che l'inchiesta penale promossa dal Pentagono sulla pubblicazione dei documenti segreti, non riguarda in nessun modo Julian AssangeWikileaks, il sito che ha pubblicato i files, condannato solo moralmente dal ministro della difesa Robert Gates, ma solo i responsabili della fuga di notizie all'interno dell'esercito, tra cui il principale indagato Bradley Manning.