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martedì 30 novembre 2010

Parole sporche: "Il ricatto"


Lorenzo Guadagnucci racconta come si forma un immaginario xenofobo attraverso l'uso di parole sporche: Clandestino, extracomunitario, vu cumprà, nomade, zingaro, che sarebbero da mettere all'indice nella comunicazione.

Un pensiero sbagliato si esprime in parole sbagliate e l'uso di parole sbagliate dà forma ad un pensiero sbagliato. Le due cose, secondo me, sono legate.

A volte questo uso è specifico. Penso a come Pierferdinando Casini, ospite ad Annozero (11.11.2010), ha definito la protesta degli immigrati di Brescia saliti sulla gru per rivendicare il permesso di soggiorno dopo aver pagato i contributi convinti da uno dei tanti annunci del governo poi smentiti di potersi regolarizzare. Lo ha definito: "ricatto". La parola è adeguata per descrivere la protesta?  A me sembra proprio di no.

Io ti ricatto, se minaccio di farti un danno, a meno che tu non faccia quel che ti chiedo. Minaccio un tuo diritto per estorcerti qualcosa che non corrisponde al tuo dovere. Gli immigrati sulla gru hanno minacciato i diritti di qualcuno? No. Hanno soltanto difeso i propri. Non è dovere dello stato garantire la regolarità del lavoro e dunque dei rapporti contrattuali? Garantire uno status giuridico ad ogni lavoratore? Ad ogni persona?Secondo me, si. Quindi con una protesta, è stato chiesto qualcosa che corrisponde ad un dovere. Ed è stato chiesto facendo violenza su se stessi. Solo per poter essere presi in considerazione. Mettendo a repentaglio la propria vita, la propria incolumità. Se non avevano intenzione di buttarsi giù, certo potevano cadere.

Se questo è un ricatto, allora qualsiasi protesta, sciopero, sciopero della fame, è un ricatto. I curdi che si danno fuoco davanti alle ambasciate turche o direttamente in Turchia per chiedere il riconoscimento della propria nazionalità, sono dei ricattatori. E' plausibile?

Piuttosto vedrei un ricattatore in Marchionne, quando dice: io ti tolgo il lavoro (che è un diritto) se tu non lavori al ritmo che dico io, rinunciando ai tuoi diritti sindacali e costituzionali (rinuncia che non è un dovere).Ma guarda caso, in questo caso Casini sta con Marchionne.

Figli, il disagio relativo


Ammesso (e non concesso) che il figlio nato da una cinquantenne sia disagiato relativamente al figlio nato da una trentenne, lo è solo relativamente. Ma questo è vero per il figlio di qualsiasi genitore appartenente ad una categoria svantaggiata relativamente ad una non svantaggiata. Lo stesso concetto di svantaggio è qui relativo.

Così, a parità di condizioni,

  • il figlio di un povero è disagiato relativamente a quello di un ricco;
  • il figlio di un immigrato relativamente a quello di un autoctono;
  • il figlio di un malato relativamente a quello di uno sano;
  • il figlio di un meridionale relativamente a quello di un settentrionale,
  • il figlio di un nero relativamente a quello di un bianco,
  • il figlio di un ebreo relativamente a quello di un gentile,
  • il figlio di un single relativamente a quello di una coppia,
  • il figlio di un precario relativamente a quello di un lavoratore titolare,

e via dicendo.

La maggior parte dei figli non nasce in un mondo agiato. Ed è sicuramente più disagiata di quanto potrà mai esserlo, per esempio, il figlio della Nannini.

L'età più bella

Quali siano le età più belle dipende dalla vita di ciascuno. Ad ogni età si può dare il proprio contributo e quando diventiamo carenti in un aspetto, miglioriamo in un altro. Non saprei dire a 44 anni quali limiti ho rispetto a quando ne avevo 20. L'età della giovinezza è quella dei vent'anni. Poi, solo perchè la vita si è spostata in avanti, arriviamo a definire giovani i trentenni o addirittura i quarantenni. E perciò, se un genitore non può programmare di assistere un figlio fin quasi alla mezza età, è meglio che ci rinunci. Ma resta un mistero capire come questo figlio assistito fino alla mezza età, possa diventare a sua volta genitore da giovane.

Secondo me, per sostenere un punto di vista generale (il rifiuto del genitore anziano) si valorizza un solo aspetto (la prestanza fisica) esagerandolo, fino a definire un modello che, nella realtà, non corrisponde neanche ai genitori giovani, i quali raramente sono campioni di atletica, calciatori di serie A o anche soltanto ginnasti dilettanti. Quando ai giardini o sulle piste ciclabili vedo qualcuno fare footing, di solito è una persona di mezza età.

Se fossi costretto ad affidare mio figlio a qualcun altro, non credo sceglierei un atleta. Vorrei un filosofo. Una persona dotata di empatia, capace di raccontare le favole, di ascoltare, parlare, interpretare di giocare (ma i giochi dei bambini sono quelli che si fanno sul tavolo o sulla moquette o ai giardinetti soprattutto con sabbia, paletta e secchielli, i giochi sportivi si fanno poi con gli amici). Una persona che ha molta disponibilità di tempo. Che capisca di alimentazione. Che sappia guardare i programmi giusti in TV. Che sappia gestire il computer e Internet. Cercherei di affidarlo ad una persona matura. Quale che sia la sua età.

Per come è organizzata la nostra vita sociale, è molto facile che genitori giovani debbano spesso affidare i figli a qualcun altro. Magari ai nonni! Che diventano i veri educatori.

mercoledì 6 ottobre 2010

Burqa vietato, paternalismo velato


Il burqa e il niqab non mi piacciono. A leggere le proposte di divieto però, quasi quasi mi viene voglia di indossarli. Si tratta in genere di posizioni speculari a quelle degli ayatollah. La differenza tra uno stato laico e democratico e uno fondamentalista non può stare nell'obbligo che impone: 1) Toglilo! 2) Mettilo! Ma nella tutela dei diritti e delle libertà individuali: "Vestiti come ti pare". Più in generale, penso che questa del burqa, sia una inutile e controproducente disputa identitaria, ufficialmente velata dalla tutela della sicurezza e della dignità della donna.

L'obbligo di rendersi riconoscibile va bene. Quando io porto la sciarpa sul viso o il passamontagna, non nego, quando è necessario, di scoprirmi il volto. Questo obbligo già c'è: in Italia, esiste una legge, la 152/1975, che vieta di coprirsi il volto, senza giustificato motivo. Ma c’è anche un pronunciamento del Consiglio di Stato secondo cui una persona può indossare il velo per motivi religiosi, culturali e le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo di tale persona di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione della copertura. E ciò mi sembra più che sufficiente.

Poi, posso pensare che indossare il burqa è schiavitù. E camminare sui tacchi a spillo una tortura. Ma non posso deciderlo per altre persone. Secondo me, il divieto indiscriminato di indossare un qualsiasi tipo di abbigliamento è inconstituzionale.

L'imposizione del velo integrale e di qualsiasi altra cosa è inaccettabile e va comunque perseguita, senza esitazioni di sorta. Per questo vale, l'art. 610 del codice penale: "Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni. La pena è aumentata se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339."

Diffido di una impostazione che vuole risolvere il problema mediante il rapporto tra culture differenti. 1) Ogni presunta cultura nel mondo è una realtà pluralista e conflittuale al suo interno. Nessuno è riducibile ad una cultura. 2) In uno stato laico, una cosa è la legge, un altra è la cultura (religione, filosofia, ideologia, etc.). Lo stato laico ti vieta di fare solo ciò che può nuocere al bene altrui e non si interessa dei significati delle tue manifestazioni "culturali". In uno stato laico e democratico siamo tutti cittadini uguali, non siamo padroni e ospiti. L'idea che le nostre leggi non bastino, che si debba fare una legge ad hoc contro il velo integrale, una legge sottoscritta dai rappresentanti dell'altra cultura è in sostanza un patto tra elite che sacrifica i diritti individuali, a favore delle prerogative delle "culture". Questo mi fa pensare che quando entriamo in rapporto con ciò che è diverso e sconosciuto, siamo noi a scoprirci poco integrati con la nostra cultura. Il burqa separa? Anche l'idea di vietare il velo integrale è una cosa che "ci separa". Tra "noi" e "loro", ma soprattutto tra "noi".

Se una donna vuole mettersi il velo integrale, per me deve poterselo mettere. Per me conta solo il suo diritto individuale e non mi importa nulla del fatto che i suoi capi tribù sottoscrivano i divieti dei nostri capi tribù. Esistono anche donne che si mettono il velo per libera scelta. Come ne esistono altre che si mettono tacchi e minigonna solo per dover compiacere il loro uomo o il loro capo. Basti pensare a come deve vestirsi una prostituta e a quanto essa sia realmente libera nella sua scelta di prostituirsi. Ma a nessun paladino della nostra cultura salta in mente di proporre il divieto preventivo di prostituirsi.

Quello che è inaccettabile è che una autorità pretenda di stabilire quando gli altri sono veramente liberi, capaci di intendere e di volere. Se usano la libertà secondo le aspettative dell'autorità illuminata, allora vuol dire che sono veramente liberi, in caso contrario l'autorità gli impone obblighi e divieti, finchè non si evolvono.

Le conseguenze pratiche di un divieto sarebbero del tutto irrilevanti se non controproducenti (alcune donne sarebbero maggiormente costrette a vivere recluse in casa). Come molte dispute simboliche, essa crea un clima di contrapposizione (anche tra "noi"), ma soprattutto una norma di questo tipo costituirebbe un vulnus autoritario e paternalistico nella nostra cultura giuridica.

Il confronto con l'infibulazione è fuorviante. L'infibulazione è una mutilazione fisica dei genitali praticata sulle bambine. Indossare il velo integrale non costituisce una mutilazione fisica, nè necessariamente una qualche forma di mutilazione psicologica inflitta a sé stessa. E le donne musulmane sono persone adulte, non sono bambine. Trattarle come fossero tali, questa sì, è una violenza psicologica. Più pertinente, il confronto con il divieto dei minareti in Svizzera.


Riferimenti:
"La mia opposizione a burqa e niqab" (Intervista a Sofia Ventura)
Ecco gli argomenti anti-velo (che non reggono) - Anna Elisabetta Galeotti
La questione del burqa in Europa - Sara Silvestri
Accessorio hijab - Elisa Pierandrei
Non facciamo di tutti i veli un burqa - Rosy Santella
Luoghi non comuni del mondo musulmano - Flavio Iannelli
Zaccaria (Pd): “Il disegno di legge ‘antiburqa’ è anticostituzionale”

martedì 5 ottobre 2010

L'integrazione degli zingari



Una parte delle autorità e dell’opinione pubblica sostiene che gli zingari nomadi non possono o non vogliono integrarsi nella nostra società sedentaria. La loro presenza non integrata è un problema. L’unica soluzione è negargli il permesso di restare con noi e cacciarli via.

Non ho dati recenti, ma sul finire degli anni '90 si calcolava che la frequenza scolastica media dei bambini zingari in Europa raggiungesse il 50% dei minori in età dell'obbligo, mentre in Italia si aggirava tra il 20 e il 30.%. Credo che oggi la situazione sia persino un po' migliorata. Questi dati dimostrano che molti zingari sono disponibili ad integrarsi. Un esempio importante è l'Ungheria. Un terzo della popolazione è zingara. A Budapest è zingaro un abitante su dieci. E non si tratta certo di persone che vivono nei campi nomadi o ai margini della società. Vanno a scuola, lavorano, vivono in appartamenti. Bisogna allora evitare le generalizzazioni. La maggioranza dei casi forse dà ragione (qui in Italia) a chi non crede nella possibilità di integrazione, ma la minoranza e l'esperienza di altri paesi, ci indica che esiste anche un'altra possibilità rispetto a ciò che molti di noi credono universale e inevitabile.

Quando parliamo di integrazione, dovremmo inoltre capire meglio di cosa parliamo, cosa vogliamo. Come ce le immaginiamo le persone disponibili ad integrarsi? Se ne facciamo il ritratto sospetto che ne venga fuori una persona già bella e integrata. E noi, come società autoctona, siamo ben integrati, con i nostri elevati livelli di abbandono scolastico, i nostri sfratti, la nostra disoccupazione, i nostri tossicodipendenti, le nostre fobie e nevrosi? Chissà che affrontando il tema dell'integrazione degli altri, non riusciamo ad integrare meglio anche noi stessi.

* * *

Se esiste una minoranza di zingari disponibile all'integrazione o già integrata, nulla vieta che questa componente possa ulteriormente ampliarsi. Questo poi, è solo un aspetto della questione. Bisogna inoltre vedere quanti e quali stati, a quale livello, abbiano effettivamente perseguito l'obiettivo dell'integrazione e con quali politiche. Vediamo che i dati sono diversi da stato a stato e che l'Italia in materia non è la prima della classe. I problemi possono essere anche opportunità.

Non esiste una parte del mondo in cui siano relegabili i nomadi. Cosa vuol dire "negargli il permesso di stare qui"? Spostarli da un'altra parte dove qualcun altro vorrà negargli lo stesso permesso. A cosa serve allontanare un campo nomadi verso il comune a sud, quando poi me ne ritrovo due, perchè il comune a nord a me confinante ha fatto la stessa cosa a mio danno? La reazione immediata per il risultato immediato, mi pare sia lo scavare una buca per coprirne un'altra.

Le esperienze sono tutte vere. Anche a me è successo di avere la casa scassinata dagli zingari e di subire un paio di scippi in centro. Però, mi è anche successo di fare amicizia con alcuni di loro e di ricevere aiuto, durante i turni notturni di vigilanza alla Festa dell'Unità e poi di Liberazione. Per mia suocera, l'esperienza con gli zingari è soprattutto quella degli allievi della sua scuola. Non pretendo affatto di contrapporre una generalizzazione positiva ad una generalizzazione negativa. Anzi, vorrei superare le generalizzazioni.

* * *

In un articolo di Giovanna Zincone, si pongono alcuni problemi. Uno in particolare: la trasformazione della nostra economia si è resa del tutto incompatibile con la loro, dando luogo ad un modello sempre meno attraente per gli altri e, forse, anche per noi stessi. L'evoluzione del nostro mondo ha tolto ogni spazio al loro, senza però diventare per loro più attraente. Di qui la difficoltà dell'integrazione. D'altra parte, da dove può cominciare una riflessione sull'integrazione se non dal modo di essere del modello integrante?

Il principio di integrazione che abbiamo in testa cosa implica? Che il nostro modo di essere costituisce il modello superiore, il progresso, il punto di arrivo più avanzato dell'umanità. Gli altri, se non sono sbagliati, sono per lo meno arretrati. Cosa è l'integrazione degli arretrati? Avanzare fino a raggiungergi, rimanendo appena un po' indietro, avere l'ambizione e l'orgoglio di diventare le nostre retrovie. Un tempo questa idea era condivisa anche dagli altri, perciò sembrava funzionare. Oggi, un po' meno. Qui è il problema culturale, si potrebbe dire, di "egemonia".

D'altra parte, noi non viviamo il senso di alcun missione civilizzatrice. Non vogliamo affatto condividere il nostro modello, i nostri principi, il nostro benessere, con gli "arretrati". Al contrario, pensiamo che l'avanzata degli arretrati, la loro integrazione, metta a repentaglio quel che è nostro, perchè ce n'è appena per noi. Se tutti gli zingari ci dicessero: "Bene, ci avete convinto, vogliamo vivere come voi, avere una casa come la vostra (magari nel vostro condominio), un lavoro, come il vostro, la vostra scuola (per essere compagni di banco dei vostri figli), la vostra previdenza, la vostra assistenza sanitaria, la vostra democrazia, il vostro diritto di voto". Noi cosa risponderemmo? "Benvenuti cari, era ora, è da tanto che vi stiamo aspettando"? E’ questa la nostra speranza e aspettativa? O preferiamo sancire che gli zingari sono stronzi, con noi non hanno nulla a che fare e... stop? Stop, perchè impostato così il problema non ha soluzione, salvo i campi di concetramento.

* * *

Questa è la nostra idea di integrazione: il fatto che gli altri si adeguino a noi, perchè noi siamo meglio. Se ritenessimo di essere peggio, sorgerebbe tra noi un movimento che propone l'inverso. Talvolta succede, pur rimanendo nell'ambito del nostro mondo, come quando citiamo a modello altri paesi (l'America, l'Urss, la Scandinavia, etc.)

Noi non giudichiamo mai la nostra comunità. Al limite giudichiamo i nostri personaggi pubblici, i nostri partiti, i nostri stati, le nostre organizzazioni. Già l'idea che "noi" siamo una comunità è abbastanza estranea ai nostri principi. Quando parliamo di "noi" e "loro" fuoriusciamo dai nostri principi ed entriamo in una dimensione tribale.

Vanno condannati la diseguaglianza, il patriarcato, lo sfruttamento dei minori, ogni reato, non importa chi lo pratica. L'essere minoranza non ti giustifica, ma qui il paradigma è rovesciato: l'essere minoranza ti condanna. Anche se non hai fatto nulla, per il solo fatto di essere assimilabile a chi ha fatto qualcosa.

I pregiudizi si fanno largo quando nella società si avverte il bisogno di un capro espiatorio, in risposta ad un disagio di insicurezza sociale (perchè non c'è lavoro, il salario non basta, la casa è un miraggio o il luogo di attesa di uno sfratto, perchè il futuro, si immagina, peggio del presente).

Se i problemi si identificano con le comunità, l'impostazione del problema è tale da non avere soluzione. Si può solo eliminare la comunità con un genocidio oppure segregarla in campi di concentramento o bantustan, cosa che mal si concilierebbe con i nostri principi, almeno in casa nostra. Perciò da una decina d'anni, gli amministratori che affrontano il problema, si accontentano di sgomberare i campi, scambiandosi i rom da un comune all'altro. Un modo di affrontare i problemi che li riproduce, li aggrava, o per ben che vada, li lascia come sono.

(Sett - Ott, 2007)

giovedì 23 settembre 2010

Vespa, Avallone e il decolleté

Al premio letterario di Campiello, in diretta televisiva, Bruno Vespa ha invitato il cameraman a inquadrare il decolleté di Silvia Avallone.

Un'altra scrittrice vincitrice, Michela Murgia ha censurato l'episodio. Quale che sia la sua arte, una donna in televisione viene trattata come se fosse una velina a disposizione di tutti. Comportamento deplorevole anche nei confronti di una velina.

Le reazioni sfavorevoli a Michela Murgia si attestano su queste posizioni: 1) Vespa è stato inopportuno, ma non è il caso di farne un caso. Finanche la protagonista Silvia Avallone ha dichiarato qualcosa del genere. 2) Vespa è un uomo naturalmente attratto da un bel corpo femminile, se esprime il suo apprezzamento non gliene si può fare una colpa. 3) Silvia Avallone si è presentata sul palco con un vestito scollacciato. Evidentemente voleva essere vista e apprezzata. 4) Silvia Avallone non ha reagito male agli apprezzamenti di Vespa, perchè altri dovrebbero farle da tutrice?

Un caso diventa un caso quando rappresenta qualcosa di più grande che va oltre la sua contingenza. Il Vespa che magnifica pubblicamente le tette dell'Avallone è il conduttore di una televisione che per fare audience sfrutta intensivamente ed estensivamente tette e culi femminili. E' la televisione che ha ispirato il documentario "Il corpo delle donne". Vespa è anche il giornalista che fa riferimento a Silvio Berlusconi, l'uomo politico che attraverso battute, frequentazioni, selezioni e scandali, ha amplificato un dicorso pubblico sulla donna fondato su principi maschilisti e misogini. L'uso e il discorso pubblico sulla donna, nello spettacolo e nella politica, si innestano sulla società italiana, la più diseguale d'Europa nel rapporto tra i sessi. Dunque, se può essere considerata "normale" la battuta di Vespa, in questo contesto può altrettanto normalmente suscitare irritazione.

Se è naturale per un uomo manifestare la sua attrazione per una donna, non è civile manifestarla in qualsiasi modo e in qualsiasi occasione. Specie se l'uomo in questione ha la responsabilità di gestire una situazione, i rapporti tra le persone, il rispetto dei ruoli. Il ruolo di Silvia Avallone sul palco del Campiello non era quello della preda sessuale. Per valutare l'inopportunità di Bruno Vespa basta fare due prove inconfutabili: immaginare lo stesso tipo di apprezzamento rivolto a Silvia Avallone accompagnata dal suo fidanzato; oppure immaginare Bruno Vespa invitare il cameraman a inquadrare le tette di sua moglie. Improbabile, vero? In entrambi i casi, il confine del rispetto sarebbe chiaro anche all'estimatore molesto e ai suoi fans.

Nel modo di vestire di una donna possono esserci tante motivazioni, tanti significati. Non siamo autorizzati a presumerli dandoli per scontato come segnali di indistinta disponibilità. Può esserci l'adesione ad un modello, l'imperativo di piacere e di corrispondere alle aspettative maschili in astratto: una donna si veste così. Può essere il piacere di piacere a se stessa. Può essere il piacere di piacere a qualcuno in particolare. Tutte cose molto diverse dall'intendersi e darsi disponibile a chiunque porti i pantaloni. La cui richiesta di inquadrarne il pacco è immaginabile solo in una gag comica.

Allora ci facciamo tutori di Silvia Avallone? No, siamo solo commentatori critici di un fatto pubblico avvenuto di fronte a milioni di telespettatori. Anche a me piace guardare un bel decolleté, pur cercando di farlo con discrezione. E' naturale, ma proprio perchè naturale, perchè mai dovrei aver bisogno della sollecitazione di Bruno Vespa? Se questa arriva, la commento. Se assisto ad un comportamento che giudico discriminatorio, penso che l'offesa vada oltre la persona coinvolta al di là del suo modo di incassarla. Per quanto la strada sia in salita, è tempo che anche in Italia, il maschilismo in tutte le sue forme, inizi a fare i conti con una esplicita disapprovazione sociale.

E' tempo, dando tempo al tempo. "Ilary Blasi si è offesa perché le ho chiesto di mettersi la gonna a Porta a Porta? Faccio pubblica ammenda. Ma se invitiamo in trasmissione una showgirl pensiamo si vesta sbarazzina". (Bruno Vespa, Ansa 21 settembre).


mercoledì 22 settembre 2010

Genitori in tarda età

Diventare genitori in tarda età suscita è qualcosa che disorienta, anche se l'età media della genitorialità sta avanzando. Quando un caso balza agli onori della cronaca, come quello recente di Gianna Nannini, molti commenti sono sfavorevoli in base a vari argomenti: la violazione dei limiti della natura, l'egoismo come motivazione prevalente, la vecchiaia come impedimento per assistere i figli.

Genitori per egoismo però si può essere ad ogni età, anche da giovani oppure a nessuna. Genitori limitati si può essere anche a venti, trent'anni, quando si è presi da se stessi, dal lavoro, dalla carriera, e non si ha ancora sufficiente maturità e disponibilità emotiva per empatizzare con i propri bambini, magari affidati ai nonni. La vita media si allunga e diventa impensabile viverne quasi meta nella condizione psicofisica dei vecchi e il nostro modo di vivere, vuoi per le difficoltà economiche, vuoi per le opportunità di carriera, non facilita la generazione dei figli da giovani. A cinquant'anni puoi iniziare ad essere un genitore, ma non un professionista. Senza possibiltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, i figli nella prima parte della vita sono rimandati a tempi migliori.

Allora, in attesa di alternative nell'organizzazione sociale, non è un male se la scienza medica interviene per forzare i limiti della natura in tarda età. Limiti che non sono poi così ristretti. Le donne vanno in menopausa in media all'età di 52 anni e gli uomini possono generare in teoria fino alla fine della loro vita. Gran parte della nostra esistenza, nel bene e nel male, è caratterizzata dall'intervento umano che modifica la natura, dalla gestione dell'ambiente a quella dei nostri corpi. Molti di noi, lasciati al corso della natura, sarebbero morti più di una volta. Lo stesso intervento umano è parte della natura. Quel che bisogna valutare è se tale intervento favorisce o danneggia la sopravvivenza.



giovedì 12 agosto 2010

Politicamente corretto

Il politicamente corretto viene spesso usato come un punching ball da chiunque dica di voler dichiarare verità scomode senza cautele di sorta. Esiste persino un libro di Gianni Minà titolato nel suo contrario: "Politicamente scorretto". Un libro che, nel suo frontespizio, dichiara di voler far conoscere notizie considerate scabrose e analizzarle secondo dati certi, contro una visione del mondo imposta attraverso i media dai poteri politici ed economici (...) un esercizio di controinformazione sugli avvenimenti più diversi e controversi del nostro tempo: dall'incontro con il subcomandante Marcos alla cronaca della repressione messa in atto da un segmento delle nostre forze dell'ordine al G8 di Genova nel 2001; dalle ipotesi sui meccanismi che hanno favorito gli attentati dell'11 settembre, alle rivelazioni del diplomatico Usa Wayne Smith sulla ripresa delle relazioni con Cuba che il presidente Jimmy Carter stava per firmare se non avesse perso le elezioni contro Ronald Reagan. Osservazioni spesso provocatorie, ma comprovate e mai smentite, che costituiscono uno strumento per comporre un quadro lucido del nostro tempo.

Perfetto. Ma tutto questo cosa c'entra con il titolo del libro? Il politicamente corretto, non vieta di dire la verità, anche se scomoda al potere, nè vieta di dire pane al pane, vino al vino. Vieta di dire "negro al negro, frocio al frocio". Ovvero di usare un linguaggio dispregiativo nei confronti di categorie tradizionalmente svantaggiate e discrminate.

Pur non essendo una questione di sintassi e grammatica, mi si obietta in una discussione che è preferibile dire la cosa giusta con le parole sbagliate, piuttosto che la cosa sbagliata con le parole giuste. Ma è tecnicamente possibile dire le cose giuste con le parole sbagliate? Certo che si, mi si risponde. Ad esempio: "Negri e bianchi sono uguali" è una cosa giusta detta con parole sbagliate. "Il sionismo è un'idologia razzista" è invece una cosa sbagliata detta con parole giuste.

Tuttavia, noi non siamo "negri". Per noi è facile archiviarla così. Se invece il termine dispregiativo toccasse noi, il messaggio ci apparirebbe quantomeno divergente. Eppure i neri, quando vogliono, si chiamano "negri" tra loro. Ma questo non vuol dire gradiscano essere chiamati così da un bianco.

Inoltre, le due frasi non sono paragonabili. Nella prima "negri" è un sostantivo (chi lo pronuncia presume sia universalmente condiviso), nella seconda "razzista" è un aggettivo (chi lo pronuncia sa che è solo il suo punto di vista). Nel primo caso, poi, oggetto della definizione dispregiativa è un gruppo umano, che non ha senso identificare con caratteristiche positive o negative. Nel secondo, una ideologia, che invece può essere giudicata o definita in modo positivo o negativo.

Anche razzista può essere sostantivo, ma in quanto "fautore del razzismo", nel caso non vi sarebbe discordia tra il mittente e il ricevente la definizione. Es. un conto è dire "comunisti" riferendosi ai militanti del partito comunista, un altro è dire "comunisti" riferendosi agli oppositori, ai magistrati, ai giornalisti, ai sindacalisti, etc. Nel primo caso è un sostantivo, nel secondo un aggettivo.

Riguardo la valenza dell'offesa (se razzista o non razzista), dipende da ciò che viene effettivamente offeso. Posso offenderti per qualcosa che ti è proprio e di cui tu sei responsabile, un fatto che hai commesso, una cosa che hai pensato, e da cui puoi potenzialmente emendarti. Posso offenderti per qualcosa che ti è proprio (innato) e di cui tu non sei responsabile e da cui non puoi emendarti. Il colore della tua pelle, dei tuoi capelli, dei tuoi occhi, il tuo orientamento sessuale, la tua etnia, una tua caratteristica fisica. Sei nataocosì e puoi morire soltanto così.

Il "politicamente corretto" è il rifiuto di questo secondo tipo di offesa. E' il definire l'altro rispettando la sua autodefinizione. Anche se in Italia (non so altrove), il politicamente corretto è stato inteso nel senso di non parlar mai male del presidente della repubblica o del papa.

Non si tratta tanto di essere duri o morbidi, quanto di parlare in modo circostanziato, il più possibile preciso, in riferimento a fatti e soggetti: dire chi ha fatto cosa. E poi dirne bene o dirne male. Se si usa un linguaggio generico e aggressivo nei confronti di appartenenze nazionali o religiose, ben che vada si è a rischio di fraintendimento. L'immunità da razzismo, antisemitismo, islamofobia, sessismo, omofobia, non è scontata per nessuno.

venerdì 30 luglio 2010

Faith Aiworo, espulsa dall'Italia, rischia la pena di morte in Nigeria




Faith Aiworo è una ragazza espulsa dall'Italia e rimpatriata in Nigeria, dove è stata arrestata ed ora rischia la pena di morte. E' un rischio comune a tante ragazze nigeriane rifugiate o vittime della tratta della prostituzione. Il caso è affiorato su alcuni organi di stampa, ma non è (ancora) diventato un caso mediatico, necessario a mettere in atto una mobilitazione che salvi la vita di Faith e che metta al riparo tante altre ragazze come lei.



Ascolta la testimonianza del fidanzato raccolta oggi da Radio Cità del Capo

Ascolta il racconto dell’avvocato Alessandro Vitale da Radio Città del Capo

Leggi l’articolo sul sito dell’Associazione Migrare

Leggi l’articolo su la Repubblica Bologna

Segui il caso su Liquida

Leggi articolo su Carta

Leggi articolo su El Pais

Indirizzi a cui inviare un appello, una protesta

Interrogazioni parlamentari



di Giulia Pacifici - ROMA
DIRITTI - La giovane, residente a Bologna, è accusata di aver ucciso nel suo paese l'uomo che voleva violentarla
Rimpatriata in Nigeria, ora Faith rischia l'impiccagione
Espulsa martedì perché priva del permesso di soggiorno, Faith Aymoro è rinchiusa da ieri in un carcere di Abuja, la capitale della Nigeria, dove adesso rischia una condanna alla pena di morte. La sua colpa è quella di aver ucciso, tre anni fa, con un colpo alla testa il suo datore di lavoro che cercava di violentarla. «L'uomo apparteneva a una famiglia molto facoltosa, che ha tentato di tutto per farla condannare all'impiccagione» spiega l'avvocato Alessandro Vitale, che ha seguito il caso di Faith in Italia. Una vicenda che ha spinto la ragazza ventitreenne, incoraggiata dai genitori, a fuggire nel 2006 dalla Nigeria per raggiungere l'Italia. A Bologna conosce Egosa, anche lui straniero, i due si incontrano alla stazione e lui le offre ospitalità a casa sua. «Sono stato in Nigeria due volte, ho conosciuto la famiglia di Faith che mi ha raccontato tutta la sua storia» racconta il ragazzo. E' stato Egosa a telefonare alle autorità di Abuja e a scoprire che la ragazza è imprigionata lì in attesa del processo.
La situazione di Faith precipita due settimane fa, quando subisce un secondo tentativo di violenza da parte di un connazionale nella casa in cui vive a Bologna. Faith ferisce l'aggressore in maniera lieve ma i vicini, allarmati dalle urla, chiamano la polizia. Le forze dell'ordine conducono l'uomo in carcere e lei nel Cie di via Mattei, il centro di identificazione ed espulsione di Bologna, perché senza documenti e con due decreti di espulsione non eseguiti. Faith aveva avviato da un anno la pratica di regolarizzazione con la sanatoria per colf e badanti, aveva pagato 500 euro ed era in attesa di essere convocata della questura. Inutilmente. «Credo che l'Italia abbia commesso un crimine internazionale ad averla espulsa in Nigeria dove all'arrivo l'attende l'impiccagione», commenta l'avvocato Vitale. Il legale ha tentato tutto il possibile per evitare il rimpatrio, compresa una richiesta di soggiorno temporaneo per motivi di giustizia, affinché Faith potesse testimoniare contro il suo violentatore. Per questo ha anche inoltrato una richiesta di sospensiva al giudice di pace. L'ultimo tentativo è la richiesta di asilo presentata all'ufficio immigrazione di Bologna la mattina stessa del rimpatrio. Troppo tardi.

il manifesto 22 luglio 2010

di Shukri Said*
RIMPATRIATA IN NIGERIA
FAITH AIWORO RISCHIA LA PENA DI MORTE
L'art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea testualmente recita: «Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti». Questa Carta vincola irrevocabilmente lo Stato italiano, al pari degli altri Stati membri della Comunità, al suo rispetto, tanto più che la Costituzione, all'art. 2, impone alla Repubblica l'osservanza dei diritti inviolabili dell'uomo (tra cui quello alla vita) ed il successivo art. 10 impegna l'ordinamento a conformarsi alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
In un colpo solo, nel caso di Faith Aiworo, l'Italia è riuscita a violare la sua Costituzione e una Carta europea. Faith Aiworo è fuggita dalla Nigeria, a quanto si apprende dal suo avvocato Alessandro Vitale, dopo l'omicidio accidentale di colui che tentava di violentarla. Giunta irregolare in Italia, per due anni non ha trovato modo di ottenere un permesso di soggiorno, ma neppure è stata informata del diritto a conseguire l'asilo proprio perché, nel suo Paese, avrebbe rischiato la pena di morte. Finita nella Questura di Bologna a seguito di un altro tentativo di violenza, pur in pendenza della richiesta di asilo promossa dal suo difensore, è stata rapidamente espulsa e riaccompagnata in Nigeria dove è stata arrestata ed è in attesa della pena di morte per impiccagione.
Perché non hanno funzionato le regole fondamentali dello Stato italiano? E quante altre volte non funzionano? Probabilmente vi è un deficit nella cultura giuridica di coloro che si occupano di immigrazione che fa ritenere l'orizzonte normativo limitato alla legge Bossi-Fini ed in particolare alle sue regole sull'espulsione. Si finisce, così, col trascurare la gerarchia delle fonti del diritto che pone la Costituzione al di sopra di tutte le altre leggi che, intanto possono essere applicate, in quanto siano costituzionalmente orientate. Se, dunque, l'ordinamento italiano deve conformarsi ai trattati internazionali e tra questi è previsto il divieto di espellere uno straniero verso un Paese in cui rischia la pena di morte, le regole sull'espulsione della legge Bossi-Fini non possono essere applicate. Tanto meno in pendenza di una richiesta di asilo ed almeno fino a quando il procedimento per ottenerlo si sia concluso.
Al medesimo risultato, in ogni caso, arriva la logica anche senza voler scomodare il diritto. Tra l'espulsione verso un Paese in cui lo straniero rischia la pena di morte e l'attesa dell'esito del procedimento per la concessione dell'asilo, non può esservi libertà di scelta da parte della Questura: l'espulsione ha, infatti, un carattere di definitività tale da vanificare il procedimento relativo all'asilo destinato, magari, a concludersi positivamente, laddove non è vero il contrario.
La sovversione razionale, prima ancora che in diritto, dei due procedimenti che si sono sovrapposti, ha condotto l'Italia al coinvolgimento nel tragico destino di Faith Aiworo, sopratutto qualora la sua esecuzione dovesse avvenire. È questo è un risultato inaccettabile al quale le autorità hanno il dovere di sottrarre la collettività italiana alla quale è già stato ascritto il merito di aver conseguito la moratoria della pena di morte.
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Associazione Migrare

il manifesto 27 luglio 2010

giovedì 29 luglio 2010

Tutti gli uomini sono maschilisti?

La frase "Tutti gli uomini sono maschilisti" mi sembrava persuasiva. Condividerla, un tributo al senso autocritico.

Ora ci ho pensato meglio. E' invece un'affermazione insidiosa. Se non nelle intenzioni di chi la pronuncia, lo è nel suo effetto pratico. Non serve per aggravare il giudizio sugli uomini. Serve ad attenuare quello sui maschilisti.

Se tutti gli uomini lo sono, allora essere maschilisti è un dato oggettivo, naturale, intrinseco all'essere maschio. E se è così, con il maschilismo non si può far altro che convivere.

venerdì 16 luglio 2010

Velo integrale, libertà di scelta

Il velo integrale può essere l'una e l'altra cosa: una forma di oppressione (e in tal caso va perseguito l'oppressore); una libera scelta identitaria (e in tal caso va rispettata).

Una mia amica iraniana dice che lo stato laico e democratico (a differenza di quello teocratico e autoritario) non deve legiferare su quali e quanti centimetri di pelle il corpo di una donna deve tenere coperti o scoperti. Deve solo tutelare la libertà di vestirsi come si vuole.

In Italia, esiste una legge, la 152/1975, che vieta di coprirsi il volto. Ma c'è anche un pronunciamento del Consiglio di Stato secondo cui una persona può indossare il velo per motivi religiosi, culturali e le esigenze di pubblica sicurezza sono soddisfatte dal divieto di utilizzo in occasione di manifestazioni e dall’obbligo di tale persona di sottoporsi all’identificazione e alla rimozione della copertura.

Per me bisogna perseguire qualsiasi autorità pubblica o privata voglia imporre il velo alle donne.  Le norme per farlo esistono già. Nello stesso tempo bisogna evitare di mettere le donne tra l'incudine e il martello, costrette a scegliere tra la sanzione dello stato e quella del marito o dell'iman, così pure bisogna evitare di disconoscere la loro libertà di scelta.

Come nel caso della prostituzione. E' doveroso perseguire gli sfruttatori. Magari i clienti, ma non le prostitute. E anche se dispiace, accettare che una donna scelga liberamente di prostituirsi.

giovedì 15 luglio 2010

Desiderio nero

Dà da pensare, un uomo che uccide la sua donna e poi torna a cantare, a esibirsi in pubblico, come se nulla fosse stato.

L'autore di opere va distinto dall'autore di crimini. Dipende dal crimine commesso. Alcuni crimini sono più tollerati di altri. Perciò sono più diffusi.  E meno penalizzati. Anche ad un pubblico di fans spetta la responsabilità di  scegliere come comportarsi: se esprimere rifiuto o accettazione sociale, nei confronti della star che ha sbagliato.

Io lo faccio e non lo faccio. Non trovo una regola precisa, nè una distinzione assoluta tra l'arte e la vita. Può starci che ci si goda pubblicamente la musica di un artista e nello stesso tempo si ricordi cosa ha fatto. Sarebbe strano, persino inquietante, condividere in pubblico una canzone dei Noir Desir, senza neanche un commento che ricordasse l'assassinio di Marie Trintignant, perchè il fatto è recente, perchè lui non ha pagato, perchè è ancora troppo presto per metabolizzarlo.

I genitori, i parenti, gli amici di Marie, sono ancora vivi. Nei locali pubblici, nelle stazioni dei metrò, alla radio o chissà dove, a loro potrà capitare, è capitato, involontariamente di ascoltare la musica, l'arte, i testi dell'assassino della loro cara. A volte, ci ho pensato, identificandomi in loro.

Poi c'è il contesto, il significato sociale di un crimine o di un comportamento tendenzialmente criminoso. Oggi mi sento di apprezzare Wagner anche se era un antisemta. Ma non potrei apprezzarlo in mezzo ai pogrom o in una qualsiasi situazione caratterizzata dalla persecuzione o dalla discriminazione degli ebrei. Nè potrei apprezzare l'arte di un cantante connivente con la mafia o con la camorra in terra di mafia o di camorra. O un artista responsabile di crimini razziali in un contesto xenofobo.

Mi chiedo se il crimine commesso da Bertrand Cantat non abbia, in rapporto alla  violenza contro le donne, questo stesso significato sociale.


P.s. C'è una intervista di Lea Melandri sull'ondata di violenza contro le donne, pubblicata sul Secolo XIX in edicola oggi. L'articolo è illustrato con una foto di Bertrand Cantat al momento del suo arresto.

mercoledì 23 giugno 2010

1.898.000 stranieri occupati in Italia

Nel 2009 c'erano 1.898.000 stranieri occupati in Italia (vedi box sotto). Posti di lavoro che avrebbero potuto essere occupati da italiani solo in parte.

L'idea che gli immigrati costituiscano una minaccia per l'occupazione scende in tre anni dal 34,3 al 25,6%. E dal 41,5 al 51,3% (sondaggio Demos & Pi, aprile 2010) l'idea che gli immigrati costituiscano una risorsa per la nostra economia. Da notare che ciò avviene nonostante la più grave crisi economico-finanziaria dal dopoguerra.

La vicenda di Pomigliano è la dimostrazione evidente che la concorrenza tra lavoratori stranieri avviene indipendentemente dall'immigrazione. La Fiat può ricattare i lavoratori italiani giocando l'alternativa dei lavoratori polacchi di Tichy, pagati 580 euro al mese. Lavoratori che restano a "casa loro" come piace agli xenofobi di "casa nostra". Paradossalmente, se quei lavoratori emigrassero in Italia la loro concorrenza sarebbe meno insidiosa, poichè neanche da irregolari verrebbero pagati così poco.

A dire che il lavoro straniero non è in concorrenza con il lavoro degli italiani è uno studio della Banca d'Italia. La presenza degli stranieri crea occupazione per gli italiani: mediatori culturali, istruttori, insegnanti. Avremmo meno cattedre senza gli scolari e gli alunni stranieri. Le colf straniere permettono a molte donne italiane di lavorare. "(...) l’afflusso di lavoratori stranieri «impiegati con mansioni tecniche ed operaie può aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative che richiedono qualifiche più elevate, maggiormente rappresentate tra gli italiani»". Il lavoro degli stranieri produce ricchezza. 146 miliardi di euro l'anno. Ricchezza che a sua volta crea posti di lavoro.

Le rimesse degli stranieri che ammontano a circa 6-7 miliardi sono parte del loro salario. Sono soldi che si sono guadagnati onestamente e costituiscono il più valido aiuto per i paesi di provenienza, determinando in questo modo un argine alla futura immigrazione. Polemizzare contro le rimesse è miope proprio da un punto di vista xenofobo, se non fosse che il punto di vista xenofobo non può essere altro che miope.

Nel 2009 c'erano 1.898.000 stranieri occupati in Italia. Lo conferma la rilevazione della forza lavoro fatta dall'Istat. L'anno scorso, inoltre, c'è stato un forte aumento degli stranieri in cerca di occupazione: dai 162mila del 2008 si è passati ai 239mila del 2009, cioè 77mila disoccupati in più nell'arco di dodici mesi.

Questi stranieri si sono iscritti ai centri per l'impiego in modo da ottenere il permesso di soggiorno “per attesa occupazione”. Hanno solo sei mesi di tempo per trovare un nuovo lavoro: in caso contrario diventeranno irregolari. Cosa che puntualmente sta succedendo a molti di loro. Non esagera chi sostiene che dal settembre del 2008 potrebbero aver perso il posto più di 90mila lavoratori stranieri: una parte consistente dei nuovi disoccupati causati dalla crisi in Italia. Il fatto che molti siano impiegati in uno dei settori più colpiti, l'edilizia, la precarietà dei contratti di lavoro e l'obbligo per legge di iscriversi nei centri per l'impiego possono spiegare perché gli immigrati (oggi il 7,5 per cento della forza lavoro del paese) rappresentino oltre il 12 per cento delle persone in cerca di occupazione.

Ma c'è un altro aspetto importante che differenzia i lavoratori stranieri da quelli italiani: il destino dei contributi previdenziali. I lavoratori stranieri, sia quelli che restano in Italia sia quelli che tornano nei paesi d'origine, non conoscono bene la normativa e in pochi hanno presentato la domanda di riscossione. Quindi non vedranno un centesimo, e quei soldi resteranno in buona parte in Italia nelle casse dell'Inps.

Tito Boeri
Internazionale 18 giugno 2010

martedì 22 giugno 2010

Massimo Fini, misoginia colta sul Fatto

Se uno insulta gli ebrei è un antisemita. Se uno insulta i neri è un razzista. Se uno insulta i gay è un omofobo. Se uno invece insulta le donne, mal che gli vada è un "provocatore" con il "senso dell'umorismo", magari pure intelligente. Uno che ha diritto di parola e lo esercita liberamente sfidando l'impopolarità. Un rematore controcorrente che affronta a viso aperto tutti i torti inflitti agli originali e agli incompresi. Specie quando si mettono a divulgare i più triti luoghi comuni. Così è, nel consueto repertorio dell’indulgenza e della bonaria tolleranza nei confronti del maschilismo, sdoganato ed edulcorato da iperbole e battute, dalla sensazione di giocare alla guerra dei sessi, alla lotta dei cuscini, magari su un altro pianeta senza violenza e discriminazione sessuale.

E' il caso di Massimo Fini che ha scritto due articoli sulle donne e il femminismo, pubblicati sul Fatto Quotidiano. «Donne, guaio senza soluzione», «Due al prezzo di uno».

Un giornale democratico e (persino) di sinistra non dà spazio al razzismo e all'antisemitismo. Però, almeno nel caso del Fatto Quotidiano, dà tranquillamente spazio alla misoginia. Massimo Fini, evidentemente, ha le idee che si merita, ma Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Furio Colombo, Bruno Tinti, che mai convivrebbero con il disprezzo verso gli ebrei e verso i neri, convivono serenamente sulle stesse colonne con il disprezzo verso le donne. Come mai?

Nel merito, può ben valere la risposta di Pietro Gomez, scritta per quietare le proteste, ma la sua conclusione è ipocrita. Non è in discussione la libertà di espressione in rete dove pullalano decine di siti tardo e neomaschilisti e una infinità di pubblicazioni di destra, ma la linea editoriale del Fatto Quotidiano. Non abbiamo mai letto e non credo leggeremo mai su questo giornale, per provocazione o libera espressione, articoli favorevoli a Berlusconi, al conflitto di interessi, alla convivenza con la mafia, allo scudo fiscale, al condono edilizio, al bavaglio ai giornalisti, alle sanzioni agli editori, nè sfavorevoli all'indipendenza della magistratura, alle inchieste giudiziarie sugli imputati eccellenti, alla lotta all'evasione fiscale. Non li leggeremo, perchè il Fatto Quotidiano ha appunto la sua linea editoriale. La quale, evidentemente, non comprende l'antisessimo e il principio della pari dignità tra uomini e donne, se non come optional (l'opinione di Peter Gomez contro quella di Massimo Fini).

domenica 31 agosto 2008

La violenza è un rapporto di potere

La violenza è prima di tutto un rapporto di potere. La violenza la praticano i forti contro i deboli. E' così nel rapporto tra gli stati, tra le etnie, tra le classi, tra gli individui, ed anche tra i sessi. Poi, questa pratica viene espulsa da sè e collocata in un altrove: nell'arretramento culturale, nel disagio sociale, nella pazzia. E' il rifiuto di ammettere che è normale e ci coinvolge direttamente.

Lo facciamo per la guerra. Apparteniamo a popoli che seminano da cinquemila metri d'altezza bombe a grappolo, uranio impoverito, fosforo, napalm, agente orange, etc. Ma consideriamo barbarie e inciviltà il machete balcanico, i tagliagola fondamentalisti, i kamikaze palestinesi, le lapidazioni etc. Lo facciamo nel rapporto con gli stranieri. Abbiamo una criminalità organizzata che controlla un quarto del territorio e pulisce il suo denaro sporco a Piazza Affari e nelle grandi banche. Abbiamo un sistema di trasporti e di attività produttive che falcidia migliaia di persone ogni anno, ma per noi l'illegalità e l'insicurezza sono gli immigrati, gli zingari. Lo facciamo per i rifiuti tossici. Dal nord li spediamo al sud, e poi disprezziamo i napoletani perchè affogano nell'immondizia.

Lo facciamo anche per la violenza sulle donne. Che collochiamo nel passato, in Pakistan, o nelle sacche della nostra emarginazione e del nostro arretramento culturale. Eppure, a parte la polemica politica, se Bush muove guerra e violenza contro l'Afghanistan e l'Iraq, noi non pensiamo che sia un disagiato mentale. E infatti, si guarda bene dal muovere guerra contro la Russia o contro la Cina. Nella scelta della guerra e in quella della pace tiene conto dei rapporti di forza. Secondo questo criterio, agiscono anche i bulli della banda del muretto: rispettano il più forte, infieriscono sul più debole. E in tal modo, creano e consolidano una gerarchia del potere. Così fanno gli uomini nei confronti delle donne. Forse vi è qualche caso, ma in genere non si ha notizia di operai che usino violenza contro le donne manager, o impiegati contro donne capo-ufficio e direttrici, o studenti contro professoresse, o soldati contro donne sergente, tenente, capitano. Ritardati, disagiati, analfabeti, mica scemi. In "Travolti da un insolito destino" lui si permette violenza contro di lei, solo quando diventano naufraghi in un'isola deserta. Con tutto il rispetto e l'importanza da riconoscere alla cura, all'educazione, e alla cultura, la questione per ridurre la violenza è quella di ridurre, non tanto lo squilibrio mentale (che va sempre bene) quanto lo squilibrio (di potere) tra i sessi.

In un libretto titolato "l'arte di conoscere se stessi" sono raccolti vari aforismi di Arthur Schopenauer. Ce n'è uno che spiega bene il rapporto tra il principio morale e il principio reale e la causa della violenza. «Non è possibile tenere le donne entro i limiti della ragione se non incutendo loro paura, ma nel matrimonio è necessario tenerle entro questi limiti perchè si condividono con loro le cose migliori che si hanno, anche se così si perde in felicità e amore ciò che si guadagna in autorità. In questo modo si spiega, per esempio, perchè in Inghilterra la metà di tutti i delitti capitali sia commessa tra coniugi

(31 agosto 2008)

giovedì 14 agosto 2008

Piccole borghesie (reazionarie)

Palude Brabbia (Varese)In Italia non è mai esistita una polarizzazione netta Borghesia vs Proletariato. Quando ancora era riconosciuta l'esistenza delle classi, vi era un'ampia area di ceto medio, e l'alleanza con i ceti medi, ha sempre assillato la sinistra e il Partito comunista, trovando soluzione solo nelle regioni rosse.  Negli anni Ottanta si parlava di "ceti emergenti", su cui puntava il craxismo vincente. Con la globalizzazione degli anni '90 e con l'approssimarsi della recessione negli anni 2000, quei ceti, prima simbolo di rampantismo e modernità, oggi rappresentano l'arretratezza e le debolezze strutturali del paese: l'estrema frammentazione del tessuto produttivo, che non permette l'innovazione e la crescita, tante piccole piccolissime imprese che nascono e muoiono, tanti padroncini e liberi professionisti, artigiani, commercianti, che vivono di supersfruttamento, autosfruttamento e, se possono, evitano di pagare le tasse. Ex lavoratori che si sono messi in proprio, non per amore del rischio, nè perchè attratti dalla prospettiva della scalata sociale, anche se qualcuno un po' di soldi magari li ha fatti, ma perchè obbligati a farsi imprenditori di se stessi, in seguito ad un licenziamento ed alla possibilità di trovare un nuovo lavoro, qualcosa si sono dovuti inventare ed oggi sono, si sentono proprietari, anche se hanno profitti pari o poco superiori a quelli di un normale salario.

Dal punto di vista della gerarchia sociale, stanno appena sopra i lavoratori dipendenti, potrebbero esserne gli alleati naturali, contro la globalizzazione neoliberista, contro la grande borghesia, le grandi banche, talvolta infatti si sente parlare Tremonti come se fosse Bertinotti. Eppure questo mondo pulviscolare non è amico dei valori collettivi, nella competizione semmai aderisce ad un individualismo esasperato, ad un egoismo sociale ai limiti della civiltà, rancoroso contro chi sta sopra, l'aristocrazia borghese delle grandi famiglie del capitalismo italiano,  la tecnocrazia europea, l'euro (rimpiangono, se esportatori, la svalutazione della lira) ma anche contro chi sta sotto: i precari, i migranti, gli zingari, i diversi, e ovviamente, contro la politica, il parlamento, i sindacati, i partiti, la sinistra, i comunisti. E' impossibile determinare una maggioranza di sinistra nel paese, senza una modificazione della struttura sociale, nel senso della sua semplificazione (semplificazione che finora si è tentato di agire, con scarso successo, nella sovrastruttura della rappresentanza istituazionale) o senza conquistare una parte decisiva di questi ceti. Una questione tanto antica quanto irrisolta. Irrisolta anche dal partito democratico che vanta una vocazione maggioritaria imitando la destra. Non esistono solo padroni e operai, infatti esiste anche un'ampia e plurale piccola borghesia (reazionaria quando teme di proletarizzarsi) la cui analisi più approfondita è forse il Saggio sulle classi sociali, di Sylos Labini, che risale però al 1974.

martedì 17 giugno 2008

L'ultimo arrivato

E' soltanto l'ultimo arrivato e di solito gli chiediamo di adeguarsi a noi, di aspettare, di avere conoscenza e familiarità con le nostre cose, di diventare simile a noi, di integrarsi. In parte è auspicabile, ma quanta fretta di liquidare il suo punto di vista, non ancora inquinato da cattive abitudini. Il suo è un punto di osservazione importante, forse il più importante. Un'occasione di rigenerazione per tutti noi, o almeno di rinnovamento, o forse semplicemente di correzione. Il suo giudizio è, per noi, una prova di presentabilità.

A casa nostra, pensiamo spesso, siamo padroni noi. E tolleriamo (non sempre) tra le mura domestiche, la presenza dei nostri parenti prossimi. E tutti insieme tolleriamo il letto sfatto, la tavola da sparecchiare, il pavimento da spazzare, l'immondizia lasciata sul balcone, i pantaloni e la camicia gettati sul divano, la polvere sulla libreria, il rubinetto che gocciola. Proviamo a sistemare, con calma, a scaricarci il compito l'un l'altro, soprattutto lui a lei, per riceverne in cambio qualche rimbrotto. Ma tutto questo lo tolleriamo. Rimaniamo in pigiama o in vestaglia.

Soltanto di fronte all'ospite, il nostro disordine, le nostre mancanze casalinghe, diventano intollerabili. Riordiniamo tutto in fretta e furia, piuttosto non lo invitiamo oppure, se proprio dobbiamo e nulla possiamo, allora ci prodighiamo in mille scuse. Il suo modo di vederci per noi è importante, più importante di come ci vede la moglie o il marito, o un amico intimo, perchè il suo modo di vederci ci indica quanto siamo presentabili. E' il punto di vista dell'ultimo arrivato. Che lo riconosciamo o no, vale in ogni luogo che pensiamo come "casa nostra". Perciò, quando ci chiudiamo in un gruppo, ci esponiamo costantemente ad una pessima figura. Un'altra prova? Pensate a quanto ci sentiamo inadeguati di fronte ad un neonato, per eccellenza l'ultimo arrivato.

sabato 7 giugno 2008

La vendetta del bullo

Da ragazzo, un mio amico raccontava le sue disavventure di "primino". I più grandi, delle quarte, delle quinte, a scuola facevano i bulli con lui: lo prendevano in giro, lo insultavano, lo picchiavano, gli tiravano la scopa in testa quando era nel gabinetto, e gli mettevano la testa sotto l'acqua. Lo raccontava tra il sadico e il masochistico. Se ne lamentava, ma pure lo accettava, come fossero le regole della vita. E poi concludeva: "Il prossimo anno, con i nuovi primini, mi vendicherò! Ah, se mi vendicherò!".

A me sembrava un po' idiota e un po' vigliacco: riceve danno dai più grandi e pensa di vendicarsi sui più piccoli. Che senso ha? Invece, è un senso comune diffuso e compensatorio, un modello di incivile convivenza. I meridionali sono stati (e sono ancora) oggetto di razzismo, e a loro volta fanno gli zelanti razzisti verso gli extracomunitari. Il principale, il caporeparto tratta male il dipendente e questo rientra a casa e tratta male la moglie e i figli. Uno stato più forte ne reprime uno più debole, il suo regime reprimerà i dissidenti o le minoranze interne: Saddam che gasa i curdi o Milosevic che rastrella i Kosovari dopo i bombardamenti degli americani. L'olocausto fu anche questo: lo sterminio degli ebrei, quando ormai la Germania nazista aveva perso la seconda guerra mondiale. E poi la stessa vicenda dell'immigrazione sionista in Medio Oriente, sfuggita prima ai pogrom, poi alla Shoah, nella realizzazione del suo progetto di stato a danno dei palestinesi, sembra iscriversi nello stesso corollario.

Ordini di grandezza del tutto diversi, ma con una filosofia compensatoria comune. Una storia intesa come un succedersi di bullismi individuali, sociali, di stato, che di volta in volta elegge il suo capro espiatorio, collocando l'individuo, il gruppo, la società su un piano inclinato in fondo al quale si trova una qualche forma di fascismo.

giovedì 5 giugno 2008

Il razzismo antimeridionale

E' già successo con l'immigrazione meridionale al nord, forse anche in modo più estremo. A Torino, fuori dai palazzi vi erano cartelli con su scritto: "non si affitta ai meridionali". Vi erano progettisti di case da destinare all'alloggio della manodopera del sud, che in periferia facevano i nuovi appartamenti con il soffitto più basso di tre metri, perchè tanto "i meridionali sono bassi di statura". "Napoli" era un insulto ancora più diffuso di "terrone" ed era il modo in cui mia nonna di Venaria chiamava me, ogni volta che da bambino facevo qualcosa di sbagliato. La Stampa di Torino enfatizzava di fatti di cronaca nera, segnalando sempre l'identità regionale (calabrese, napoletana, pugliese, siciliana) degli autori di furti, scippi, rapine.

I meridionali non piacevano per il loro dialetto, per il loro fare chiassoso, perchè stendevano la biancheria fuori dai balconi sulla strada, perchè facevano "casino", erano maleducati, non avevano voglia di lavorare. Ma anche perchè lavoravano tante ore, a basso costo, non erano sindacalizzati, si facevano sfruttare, abbassavano i diritti di tutti, non avevano professionalità, erano il nuovo operaio massa nella fabbrica fordista, in concorrenza con l'operaio di mestiere piemontese. Ma c'era la grande fabbrica che funzionava pure come integratore sociale, c'era il sindacato e il partito comunista che orientavano all'alleanza tra lavoratori contro la vera controparte, quella padronale, che accumulava profitti, ma non redistribuiva risorse.

Nell'autunno caldo del 1969, furono proprio gli operai meridionali a rilanciare la lotta, gli scioperi, l'occupazione, a riportare la questione operaia al centro della città, conquistare la previdenza retributiva e l'istituto del consiglio di fabbrica, a riscattare la sconfitta degli operai settentrionali del 1955. La lotta per i diritti del nuovo operaio massa meridionale, ha fatto avanzare i diritti di tutti.

Ad una prima fase in cui i nuovi arrivati sono disponibili ad essere supersfruttati, facendo una sorta di concorrenza sleale, può seguire uno sviluppo, in cui la presa di coscienza e la lotta per i propri diritti fa avanzare i diritti di tutti. Perciò, quello che occorre non è l'impossibile respingimento dello straniero, che non fa altro che ricacciarlo e mantenerlo nell'illegalità, proprio nella condizione che lo rende ricattabile e sfruttabile, sleale concorrente del lavoratore a contratto, ma la sua possibile integrazione e regolarizzazione. Un lavoratore straniero regolarizzato è alleato di tutti i lavoratori. I lavoratori rumeni in sciopero alla Renault si battono per l'aumento del salario di tutti i lavoratori della Renault. I lavoratori stranieri regolarizzati producono nuova ricchezza per tutti.