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martedì 12 agosto 2008

Impresa e lavoro: un conflitto d'interessi

le imprese si sono prese tutta la tortaSe si denunciano le condizioni di lavoro dei precari, dei lavoratori, l'essere costretti al lavoro anche se malati, gli orari troppo lunghi, i salari troppo bassi, i rischi per la sicurezza, l'età pensionabile che aumenta, si può ottenere dalla controparte una risposta sconcertante, una risposta che suona così: "anche noi!" Anche noi andiamo al lavoro malati, anche noi lavoriamo ben più di otto ore, anche noi possiamo morire e farci male sul lavoro, e di andare in pensione neppure ci pensiamo. Anche noi ci sacrifichiamo tanto, anzi ci sacrifichiamo più di tutti, quindi per favore, sacrificatevi un po' anche voi.

Per molti imprenditori è vero, è questa è una loro libera scelta: scelgono con passione di sacrificarsi per il profitto, investono sulla propria impresa tutto il loro tempo, la loro energia, la loro creatività. E' il loro modo di autorealizzarsi. Però, in qualsiasi giorno possono decidere che il mal di testa, la febbre, hanno la precedenza. Al limite, possono decidere persino che la partita di calcio ha la precedenza. Sono valutazioni che riguardano il confronto con se stessi, magari con un socio che ha un potere pari al loro, ma non con qualcuno che ha potere su di loro fino al punto da poterli mettere alla porta. La differenza con il dipendente è palese, tanto più se il dipendente è precario. E' persino banale dirlo, scriverlo. E però, rinunciando ad esprimere una tale banalità, la vulgata secondo cui non esiste, non solo la lotta di classe, ma neppure un oggettivo contrasto di interessi, resta senza replica.

Veltroni e MontezemoloMontezemolo chiama i suoi dipendenti di "collaboratori". Lo fa in televisione, sui giornali, e nessuno lo contraddice, nessuno gli spiega che non è vero, che quel suo modo di definire chi lavora per lui, ai suoi ordini, è una ipocrisia. E, nessuno ha contraddetto Veltroni, quando in difesa delle candidature di Matteo Colannino e Massimo Calearo nelle liste del PD, in rappresentanza della Confindustria, si è messo a predicare che imprenditori e lavoratori, nel 2000, hanno gli stessi interessi. Chissà, perchè nel 2000 si e nel '900 no. In ogni caso, i padroni lo predicano dal '700.

C'è bisogno di essere vetero-marxisti-leninisti, per trovarsi in dissenso con questo "comune sentire" di centrodestra e di centrosinistra? Io non credo, e ricordo che un economista liberale, che scriveva sul quotidiano di via Solferino e oggi forse scrive per il Giornale, analizzava la sconfitta dell'Ulivo, nel 2001, con la sua incapacità di invertire o quanto meno arginare, la sperequazione dei redditi: Geminello Alvi scese in una inchiesta (Corsera 15.01.2001) che la quota destinata ai salari, pari al 56,4% nel 1980, scende intorno al 2000 al 40,1% del PIL - una picchiata stimata in cifra assoluta di oltre 300.000 miliardi di lire - e di contro, la quota delle rendite e dei profitti salì dal 43,6% al 59,9%. Ora, se nel 2000, gli interessi di imprenditori e dipendenti sono convergenti, come mai, sempre all'inizio di questo nuovo secolo, profitti e salari risultano avere sorti inverse? Una ricerca più recente si può leggere su Liberazione del 23 luglio 2008 (pagg. 6-7): "Aumenti produttivi così spartiti: 87% ai profitti, 13% ai salari".

La trasformazione fittizia dei lavoratori dipendenti in collaboratori, o persino in lavoratori autonomi ha trovato applicazione nella legislazione sulla flessibilità, unendo nella figura del lavoratore gli svantaggi della condizione di dipendente, con quelli della condizione di autonomo, e lasciando nel rapporto, tutti i vantaggi al datore di lavoro. Per fortuna, oltre al PD e alla Confindustria, qualche volta c'è anche un po' di giustizia: Saltuario non è sempre precario. Giudici contro il lavoro a chiamata.

lunedì 11 agosto 2008

Falsi sani al lavoro

Lavoratrice precariaLa campagna anti-fannulloni (non nuova), sta suscitando  consensi e dissensi. Partita aperta, dunque, ma è questa la partita che vogliamo giocare? Davvero lo scandalo oggi in Italia è dato dai tanti o pochi statali che fingono di essere malati per evitare il lavoro o praticarne un secondo (magari per insufficienza retributiva)? Mettere in cima alle attenzioni dell'opinione pubblica il tema dei cosiddetti fannulloni è uno dei tanti rovesciamenti della realtà. Lo scandalo vero, oggi forse anche più di ieri, sono i falsi sani costretti a recarsi al lavoro, per non perderlo o perchè non ce la fanno a guadagnare abbastanza per sopravvivere.

Gli italiani in Europa lavorano di più e guadagnano di meno: È questa la fotografia del Belpaese che emerge dall’Outlook sull’occupazione dell’Ocse. In base ai dati dell’organizzazione di Parigi il salario medio annuo in Italia nel 2006 è stato pari a 31.995 dollari, il 19,5% in meno rispetto ai 39.743 dollari della media Ocse e il 17% in meno della media di Eurolandia (38.759). Eppure gli italiani sono tra quelli che lavorano di più: nel 2007 la media è stata di 1.824 ore contro le 1.814 del 2006, un valore inferiore solo a Repubblica Ceca (1.985), Ungheria (1986), Polonia (1976) e Messico (1.871) - AGI, 2.07.2008

Tra loro, vi sono sempre più persone che si recano al lavoro con la febbre o con la tosse anche quando dovrebbero restare a casa almeno tre o quattro giorni per curarsi: "Non si tratta di isolati stakanovisti ma di milioni di italiani: quelli che appartengono a categorie non protette: precari, stagionali,lavoratori ordinari, ma anche artigiani e liberi professionisti. Tutte persone che non si possono permettere l’assenza dal lavoro e la conseguente decurtazione della busta paga o della parcella, sempre che ce l’abbiano." Vedi l'intervista al sociologo Emilio Reyneri. Per questa situazione non ci sono campagne, nè provvedimenti, nè carote, nè bastoni. Nessun risanatore improvvisato. Non solo, è questa la realtà assunta come normale, alla quale si dovrebbe equiparare il pubblico impiego, secondo un principio di livellamento al ribasso. La malattia non è una colpa. Chi è malato deve poter rimanere a casa, curarsi, terminare la convalescenza, ed essere retribuito. Ai datori di lavoro che non lo permettono, è a questi  - per fare una concessione al linguaggio di Brunetta - che bisogna dare la caccia.

domenica 27 luglio 2008

Norma anti-precari

In origine i contratti flessibili sono stati pensati per le qualifiche medio alte, per quei livelli professionali in cui il singolo lavoratore può far valere un arma contrattuale individuale, ma poi quei contratti sono stati estesi a tutti i mestieri, anche a impiegati e operai generici, il cui potere contrattuale individuale è zero. Il posto sicuro è stato concepito per i lavoratori dipendenti, per metterli al riparo dai periodi di crisi. Non è stata una concessione, ma parte di uno scambio: Il datore garantisce al lavoratore dipedente tendenzialmente la sicurezza del posto anche nei periodi di crisi, in cambio gli paga uno salario sufficiente al proprio mantenimento anche nei periodi di crescita e profitti. Mettere in discussione uno dei due termini dello scambio, implica il mettere in discussione anche l'altro. Se si vuole caricare sui lavoratori dipendenti i rischi di impresa (quando le cose vanno male) allora bisogna anche redistribuire seriamente i profitti quando le cose vanno bene: se il salario, invece di mille euro è di cinquemila allora il lavoratore può far fronte da solo ai periodi di disoccupazione.