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mercoledì 3 novembre 2010

Intercettazioni: stop a chi le pubblica?

La condanna a quindici anni di Pier Paolo Brega Massone, ex primario della Chirurgia toracica della Clinica Santa Rita di Milano, soprannominata la "clinica degli orrori" ci ricorda che il privato non è meglio del pubblico. Che la logica del privato è il profitto e che per o contro la salute solo un mezzo per raggiungere quel fine. Che il rimborso a prestazione induce gli ospedali a operazioni chirurgiche non sempre necessarie. E, banalmente, che esistono persone ciniche, crudeli, che al posto, non dico dell'empatia, ma solo del buon senso, hanno un tariffario. Che quel che è successo al Santa Rita può succedere altrove, e che è bene sempre sentire il parere di più di un medico, è bene sempre essere informati. Che la libertà di informazione è un bene prezioso e le intercettazioni uno strumento investigativo talvolta indispensabile. Brega Massone è stato colto e "incastrato" con le intercettazioni delle sue telefonate. Senza quelle intercettazioni, forse opererebbe ancora.

Quasi contemporaneamente alla conclusione del processo, in tutt'altra situazione, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi viene intercettato nelle incombenze del suo stile di vita, che lo porta di tanto in tanto ai limiti della legalità o oltre i limiti dell'abuso di potere. Due telefonate alla questura di Milano per ottenere la liberazione e l'affidamento ad una persona di sua fiducia di una ragazza marocchina minorenne fermata per furto, facendo credere che si tratti della nipote del presidente egiziano Mubarak, evocando quindi il rischio di una crisi diplomatica. E' lo scandalo di Ruby o del bunga bunga, riedizione peggiorata dello scandalo escort. Colto in fallo, Berlusconi rilancia le sue bellicose intenzioni contro la magistratura e la stampa. 

Intercettazioni: stop a chi le pubblica. Dopo aver invitato a non leggere più i giornali, che "imbrogliano", Berlusconi rilancia la sua crociata contro le intercettazioni: "Presenteremo un provvedimento di iniziativa parlamentare riguardo al fermo dei media da 3 a 30 giorni per chi le pubblica".Nel dettaglio, il Cavaliere preannuncia un provvedimento in tre punti: "L' ultilizzo di questo strumento dovrà essere limitato al terrorismo internazionale, alle organizzazioni criminali, alla pedofilia e agli omicidi; le intercettazioni non potranno essere prodotte come prove nè dalla accusa nè dalla difesa; chi pubblicherà il testo di intercettazioni dovrà subire un fermo del suo media da 3 a 30 giorni". (Repubblica 2 novembre 2010)

Con misure di questo tipo, il primario di cui sopra, potrebbe ancora pescare polmoni nel pavese. Il suo reato è escluso, le sue telefonate non potrebbero essere usate come prova, i giornali non potrebbero pubblicare niente. Il tutto perchè indagati e imputati eccellenti non debbano mai correre il rischio di essere sputtanati. Si, perchè un sospettato, un indagato, un imputato con la coscienza a posto e desideroso di difendersi in modo serio, probabilmente la richiederebbe lui la pubblicazione degli atti che lo riguardano. Il "problema" (per gli intercettati eccellenti) ebbe origine quando furono intercettate le telefonate di Berlusconi sugli scambi politico-affaristici con l'allora presidente della Rai Agostino Saccà.

Relativamente alla stampa, il ddl intercettazioni, poi finita su un binario morto, prevedeva due pasticci giuridici, riassumibili nel "pubblico non pubblicabile" e nel "non pubblicabile riassumibile". I testi delle intercettazioni depositati agli atti, quindi divenuti atti pubblici non potevano essere pubblicati sui giornali. Però potevano essere riassunti. Quest'ultima una ipotesi di compromesso, nell'impossibilità di una censura completa. Il presupposto logico di una simile regolamentazione è l'avversione alla pubblicità e alla trasparenza dell'istruttoria e del processo. L'idea che l'opinione pubblica debba essere adeguatamente informata solo dopo la sentenza di primo grado. Un po' come stabilire che le partite di calcio possono essere seguite solo in differita, dopo che se ne conosce il risultato.

Mentre però il calcio in diretta o allo stadio non ha particolari conseguenze sociali, se non di costume, la pubblicità del processo e la libertà di informazione, conseguenze ne hanno e ne avrebbe la loro assenza. Due in generale. 1) L’imputato potrebbe essere una persona sgradita al potere. Come i dissidenti nelle dittature. Se l’opinione pubblica è tenuta all’oscuro delle accuse che gli sono mosse e di come queste sono sostenute, chi controlla che non vi siano abusi? Sottratto a qualsiasi principio di controllo e di trasparenza, quale remora dovrebbe avere il potere giudiziario, magari colluso con il potere politico, nel non commettere abusi? 2) L’imputato potrebbe essere un uomo di potere. Politico o economico. Uno che può esercitare una forte pressione sul potere giudiziario, fino a indurlo a più miti consigli. Anche qui, sottratto a qualsiasi principio di controllo e trasparenza quale remore dovrebbe avere il potere giudiziario, nell’essere pavido e lassista nel giudizio su imputati eccellenti? In sintesi, come fa una giustizia giusta a prescindere da una opinione pubblica informata e consapevole? In quale paese, la giustizia è più giusta senza una cronaca giudiziaria libera e tempestiva?

venerdì 22 ottobre 2010

Maricica, la giusta pena per il suo omicidio

Gli avvocati del Foro di Roma attaccano la decisione del gip e Alemanno che, con la morte dell'infermiera, aveva 'invocato' il carcere per l'aggressore. "La riprovazione sociale - si legge nella nota dei penalisti - meritevole del più rigoroso rispetto, si esprima con la irrogazione della pena, all'esito di un processo giusto ed equo: tutto il resto lo si lasci ai talk show, e a qualche sindaco in cerca di facili consensi". 
 Può darsi che i penalisti abbiano ragione. Che il reato di omicidio preterintenzionale non giustifichi la custodia cautelare, poichè - mi viene detto - questa fattispecie di reato non è gravissimo. Non mi pare però che il caso abbia suscitato particolare riprovazione sociale, mentre l'attenzione mediatica è concentrata piuttosto sul delitto di Avetrana. A parte le esternazioni del sindaco Alemanno, che non so quanto facile consenso potranno portargli.

All'epoca dell'omicidio Reggiani, quando l'assassino era un romeno, fu convocato d'urgenza un consiglio dei ministri, approvato in fretta e furia un pacchetto sicurezza, accusata la Romania di estradare verso l'Italia tutti i suoi delinquenti. Oggi, l'assassino è un italiano e si discute di pene alternative. Eppure Alessio Burtone è responsabile dell'uccisione di una persona e, mediante videoregistrazione, colto in flagrante. Parte della società ha reagito anche con gli applausi e gli inneggiamenti a lui rivolti mentre veniva portato via dalla polizia. Nulla del genere era immaginabile per la giovane romena che qualche anno fa colpì  e uccise con l'ombrello un'altra giovane donna. Anche quello fu un omicidio preterintenzionale. Ma non vi furono politici e penalisti accorsi a proporre pene alternative.

L'evocazione dei talk-show e dei processi televisivi di piazza è pertinente per altre situazioni. Nei casi di Marta Russo, del delitto di Cogne, di Garlasco, di Avetrana, vi è una incertezza su chi e come abbia commesso il delitto. In questo caso, invece vi può essere incertezza solo sul grado di intenzione offensiva. Voleva ucciderla? Voleva solo tramortirla? Non si è neanche posto il problema? Sta di fatto (ed è certo) che ha ucciso una persona. Intuitivamente, per me è un fatto gravissimo. Non è stata una tegola sfuggita a chi aggiustava un tetto, nè un incidente d'auto (omicidio colposo). Se non è gravissimo, dev'essere comunque molto grave. Roberto Spaccino uccise sua moglie Barbara Cicioni all'ottavo mese di gravidanza prendendola a pugni e provocandone un arresto cardiaco. Non fu un reato gravissimo? Non se n'è mai assunto la responsabilità, perchè ogni tanto uno scappellotto può scappare, e quella volta è solo scappato più forte.

Vi è incertezza se la responsabilità in un omicidio non è dimostrata, se si procede per esclusione di ipotesi, se esistono opinioni controverse. Se la certetezza del giudice è solo la sua e di chi lo sostiene. Nel nostro caso invece nessuno dubita nè sulla identità di chi ha ucciso nè di come lo abbia fatto.La differenza di gravità nei casi di omicidio mi fa pensare ad una diversa gradazione della pena carceraria, fermo restando il fatto che quella pena deve essere inflitta. Si parla di giustizialismo, ma intanto in Italia il tempo medio di reclusione per un responsabile di omicidio è di appena otto anni. La valutazione della gravità di un reato è anche collegata al bene che viene leso. Quanto vale la vita di una donna romena?

Con ciò non penso che le obiezioni all'arresto siano tutte razziste. Ve ne sono anche di sinceramente garantiste, di persone impegnate  sostenere questo principio fino al punto di esserlo controintuitivamente. Io invece mi sento impegnato solo fino al punto prima. Quando percepisco che principio e intuito vanno in contraddizione, avverto che c'è qualcosa che non va. Come pure non andrebbe se fossero le uniche due cose conciliabili. Sono straconvinto che Alberto Stasi sia colpevole. Ma io non l'ho visto e non esiste la prova definitiva. Per quanto mi addolori, riconosco che è giusto che egli non sia condannato.

Riferimenti:
Colpita con un pugno nel metrò
Alessio Burtone viene prelevato dai carabinieri - YouTube
Maricica, shock in Romania per gli applausi a Alessio Burtone

martedì 19 ottobre 2010

Sulla pena di morte

Esistono contro la pena di morte ragioni di ordine filosofico, morale, religioso (non scientifico, dunque) che negano allo stato la legittimità di disporre di una vita umana e considerano la pena capitale inumana, ingiusta e incivile.

E' un principio che ha la sua dignità. E, ci mancherebbe, lo si può esprimere con pieno diritto. Come si può esprimere il principio opposto secondo cui l'eliminazione fisica di coloro che hanno messo gravemente a repentaglio la sicurezza e la convivenza civile sia una giusta punizione, una garanzia per il futuro, un deterrente per altri potenziali criminali, e magari, perchè no, una giusta vendetta.

Tuttavia, il dibattito sulla pena di morte, non è solo dibattito di principi. Dietro le varie opinioni, vi sono anche considerazioni e valutazioni di ordine pratico, diciamo politico.

Vi sono governi, partiti che sostengono la pena di morte unicamente per la sua funzione demagogica: simboleggia, rassicura, fa percepire, la durezza, l'intransigenza dello stato contro il crimine, poi con quali risultati poco importa.

Viceversa, vi sono governi e movimenti che si oppongono alla pena capitale per via della sua inutilità.

  • Non produce una diminuzione dei crimini più gravi. Pare anzi il contrario.
  • Lo stato dispone comunque di mezzi meno cruenti per neutralizzare e rendere inoffensivi i criminali più pericolosi (fino all'ergastolo).
  • Infine, in caso di errore giudiziario, l'eliminazione fisica del condannato è irrimediabile e irrisarcibile in modo totale.

Queste sono le ragioni, prevalentemente di ordine pratico, non solo morale, per cui nelle democrazie (non tutte) la pena di morte è stata progressivamente abolita. Permane invece negli stati totalitari, non solo e non tanto in opposizione al crimine, quanto come arma contro l'opposizione politica e la diserzione militare.

* * *

E' la pena di morte, data la sua gravità, che deve dimostrare la sua utilità ai fini della deterrenza. Questa dimostrazione, al momento, non esiste.

Quello che sappiamo è che nei paesi dove esiste la pena capitale, il tasso del numero degli omicidi è superiore a quello dei paesi abolizionisti. E sappiamo anche che nei paesi che hanno abolito la pena di morte, nel periodo successivo all'abolizione non si è verificato un aumento degli omicidi. Nè tale aumento si è verificato nei periodi di sospensione delle esecuzioni là dove la pena di morte è stata comunque mantenuta. Anzi, talvolta, dopo l'abolizione (o la sospensione) il tasso di omicidi è persino diminuito.

Possiamo inoltre facilmente supporre che gli omicidi premeditati sono progettati nella convinzione, non tanto di scontare una pena più o meno mite, quanto di non essere scoperti e catturati. Se l'identità di una percentuale elevata di autori di omicidi resta sconosciuta, l'entità della pena alla quale dovrebbero essere condannati è irrilevante, dal punto di vista della deterrenza.

* * *

La pena capitale è più misericordiosa dell'ergastolo? Non ho elmenti nè per affermarlo, nè per negarlo. Credo, comunque, siano molti di più i condannati a morte che chiedono la grazia, che non gli ergastolani che richiedono di essere uccisi. Tuttavia, non comprendo la logica secondo cui chi merita di essere giustiziato per avere commesso un delitto odioso dovrebbe con ciò meritare un po' più di misericordia rispetto ad una pena più dura, da infliggere invece a chi abbia commesso un delitto meno grave.

* * *

In generale, penso che al carcere dovrebbero essere destinati solo gli autori di delitti, destinando a pene alternative gli autori di reati minori. Questo risolverebbe il problema della sovrappopolazione, dei costi, e favorirebbe una migliore gestione della popolazione carceraria rimasta.

Naturalmente vi saranno sempre detenuti senza speranza di riabilitazione, così come vi saranno sempre malati incurabili (che nel frattempo però curiamo), senza che questo debba essere vissuto come una sconfitta di sistema.

Ultima questione, riguardo ai costi. Per ottenere risparmi significativi, bisognerebbe far fuori un bel po' di gente, mica qualcuno una volta ogni tanto, come è nella prassi della pena capitale. Ma è proprio vero che la pena di morte costa meno della detenzione? Negli Stati Uniti pare di no.

* * *

E' un fatto che la pena di morte venga applicata soprattutto, se non esclusivamente, dalle dittature, con l'eccezione degli Stati Uniti. E da nessuna parte è dimostrato che essa eserciti un effettivo deterrente verso i criminali ed una effettiva funzione di sicurezza dei cittadini. Dunque, di questo istituto sfugge l'utilità pratica, tant'è che anche coloro che la ripropongono sembrano essere mossi solo da una questione di principio. Ideologica o talvolta psicologica.

Storicamente, l'alternativa al carcere è la punizione corporale. A ben pensarci, così come l'ergastolo è l'estrema punizione carceraria, la pena capitale è l'estrema punizione corporale. Allora, tirando tutte le somme del tuo ragionamento, qui non c'è da ripristinare solo la pena di morte, ma tutto il resto. Se la pena capitale è meglio dell'ergastolo, le cento bastonate, le cento frustate, il taglio delle mani, degli arti, della lingua, delle orecchie, insomma la legge del taglione, sarà meglio delle pene detentive intermedie. Nelle società povere, sul carcere si è sempre risparmiato così.

(Luglio 2007)

Il costo della pena di morte
di Claudio Giusti
(...) La pena di morte americana costa enormemente di più del mantenimento di un condannato per 40 lunghi anni di carcere. E’ opinione comune, e facilmente dimostrabile, che ogni esecuzione costi al contribuente americano molti milioni di dollari in più (dieci?) di quanto costerebbe una condanna a vita.
Lo studio più accreditato sull’argomento è stato compiuto all’Università Duke (N.C.) da Cook e Slawson, secondo i quali la differenza fra casi capitali e casi non capitali è di 2.160.000 dollari, ma la realtà è ben più costosa.
Secondo il Sacramento Bee la California spende per la pena di morte 90 milioni di dollari all’anno, e questo dal 1982. Visto che da allora ci sono state undici esecuzioni, questo significa che ognuna di esse è costata 250 milioni di dollari (Los Angeles Times 6 marzo 2005)
La Florida secondo il Palm Beach Post (04.01.2000), ha speso 24 milioni di dollari per ognuna delle sue esecuzioni, mentre i quotidiani degli stati non abolizionisti sono pieni di articoli che lamentano l’altissimo costo della pena di morte.
La spiegazione di questi costi micidiali sta soprattutto nella maggiore lunghezza e complessità del processo pena di morte rispetto ad un processo normale. La preparazione del processo è lunghissima ed ha costi alti anche se non conosciuti, ad esempio occorrono indagini più lunghe e più accurate (o almeno occorrerebbero). Bisogna selezionare un Grand Jury e le mozioni pre-trial preparate dalla difesa possono essere moltissime. Una percentuale altissima di procedimenti si conclude con un patteggiamento. Se poi si arriva al processo vero e proprio la selezione della giuria può durare settimane. Il processo (che però è a volte di una rapidità sconvolgente) è di norma molto più lungo di un processo normale perché prevede, nel caso di dichiarazione di colpevolezza, una seconda fase (sentencing), a volte lunga, in cui si dibatte se è il caso o meno di uccidere il condannato.
Secondo il Death Penalty Focus of California
http://www.worldpolicy.org/ la differenza dei costi fra un processo normale ed uno capitale è questa;
il costo dell’avvocato della Difesa passa da 160.000 dollari a 386.000,
le investigazioni per la difesa da 5.000 a 48.000 e lo stesso avviene per quelle dell’Accusa,
il Procuratore passa da 320.00 a 772.000 (sempre il doppio della Difesa),
il costo della Corte da 82.00 a 506.000 e quello della prigione da 55.000 a 137.000.
Così abbiamo un processo pena di morte che costa 1.897.000 dollari contro i 627.000 di un processo normale.
La differenza di ben 1.270.000 dollari deve poi essere moltiplicata per quattro-cinque volte, perché solo in un caso su quattro o cinque l’Accusa riesce ad ottenere la condanna a morte.
Così al termine del processo abbiamo un condannato che è già costato almeno cinque milioni di dollari. A questo punto iniziano i costi degli appelli sia statali che federali. Spesso i processi vengono annullati a causa dei gravi errori e delle gravi scorrettezze dell’accusa. Il costo del nuovo processo, che a volte si conclude con l’assoluzione o con una condanna alla prigione, fa ulteriormente lievitare i costi. Bisogna inoltre considerare costi occulti, come l’intasamento che gli Appelli, obbligatori, alle Corti Supreme di ogni Stato creano nei confronti dei casi normali. I casi pena di morte sono il 3%, ma portano via il 50% del tempo di quelle Corti.
Al momento attuale penso sia una stima estremamente moderata parlare del costo medio di dieci milioni di dollari per ogni esecuzione. Ne consegue che le 1.000 esecuzioni sono costate al contribuente americano dieci miliardi di dollari. Dollari che sarebbero serviti per mettere più poliziotti nelle strade, più criminali in prigione, più pazzi al sicuro.
L’aneddotica è particolarmente divertente ed istruttiva.
Per pagarsi la pena di morte gli Stati e le Contee sono costretti a licenziare poliziotti o a non assumerli per mancanza di fondi, a rilasciare anzitempo delinquenti condannati, a non riparare ponti, a non aprire biblioteche pubbliche e ad alzare le tasse. Ci sono stati casi in cui funzionari di contea sono stati incarcerati perché si rifiutavano di pagare le salate parcelle dovute ad un processo pena di morte.
In Mississippi due Contee hanno fatto fare un controllo dei confini per decidere dove fosse avvenuto un delitto e chi dovesse accollarsi le spese del processo
C’è però un costo su cui gli Stati tendono a risparmiare: quello degli avvocati difensori. Questo ha un effetto devastante sulla giustizia americana.
22 settembre 2005

Riferimenti:
A 1562 persone piace questo elemento
La pena di morte è un deterrente? - Claudio Giusti

mercoledì 29 settembre 2010

Teresa Lewis giustiziata da un boia migliore?

Teresa Lewis è stata giustiziata nello stato della Virginia (Usa), condannata otto anni fa con l’accusa di essere stata la mandante dell’omicidio di suo marito e del suo figliastro. Ahmadinejad aveva paragonato il suo caso a quello di Sakineh, per denunciare il doppio standard dell’Occidente. Anche molti abolizionisti convergono nell’equiparare i due casi, come qualsiasi caso di condanna alla pena capitale.

Succede così che qualcuno si preoccupi di ricordare le differenze, come questo articolo di Carmelo Palma, che frase per frase posso condividere, ma il cui senso complessivo non mi persuade. Troppo preoccupato di difendere l’immagine degli Stati Uniti nel confronto con l’Iran, finisce per mettere sullo sfondo l’imperativo di un rifiuto universale della pena di morte. L’equiparazione tra i due casi infatti riguarda, va da sé, non il procedimento che ha portato alla condanna, ma la condanna.

Tra i due sistemi ci sono importanti differenze (ci mancherebbe!), ma non c'è un'abisso. Lo stato di diritto al pari dello stato autoritario non è legittimato a decidere la pena capitale. Semmai, la pena capitale in uno stato di diritto è ancora più grave. La pena di morte è una condanna assoluta, irrimediabile, che risponde ad un principio, non di giustizia, ma di vendetta e che non è neutrale di fronte alle differenze di razza e di censo. Quasi tutti i condannati a morte in Usa sono neri o poveri.

Mettersi a spiegare che il sistema americano è nettamente migliore di quello iraniano, non è sbagliato, anzi è giusto. Così giusto da risultare persino ovvio e banale. A cosa serve questa spiegazione di fronte all'esecuzione della pena di Teresa Lewis? Nel mandare a quel paese Ahmadinejad? D’accordo. O nell’autorassicurarsi di fronte alle critiche degli abolizionisti? Il paragone con Sakineh, dal punto di vista degli abolizionisti, non vuole significare che i due sistemi sono uguali. Il paragone ha senso proprio perchè i due sistemi sono molto diversi. E trovano però una intersezione comune nella pena di morte. Una interszione che non mette il regime degli Ayatollah in contraddizione con se stesso, ma l'America si.

Riferimenti:
Sakineh dalla pietra alla corda - di Lucia Annunziata
La pena di morte ha due facce - di Umberto Eco

mercoledì 18 agosto 2010

Moralità e moralismo

L'accusa di moralismo è usata contro i cattolici bigotti, ma anche contro chi vuole semplicemente il rispetto delle leggi o dei principi universali, quali quelli scritti nella Dichiarazione dei diritti dell'Uomo. Come districarsi? Potremmo metterla così. Esistono tre criteri di giudizio fondamentali, riassumibili in tre domande. 1) E' legittimo? Risponde la legge. 2) E' conveniente? Risponde il proprio senso di opportunità. 3) E' giusto? Risponde la propria regola morale. Solo la prima risposta è oggettiva, poichè la legge è scritta, al limite bisogna interpretarla. La seconda e la terza invece sono soggettive. Ciascuno ha il proprio senso dell'opportunità, la propria regola morale. Esiste un senso comune, ma muta nello spazio e nel tempo, senza che ci sia un atto che formalizza il cambiamento.

Allora, il moralismo può essere questo: posti di fronte ad un fatto, porsi il solo criterio di giudizio della regola morale, domandarsi "E' giusto", senza chiedersi anche se "E' legittimo?" e se "E' opportuno?". D'altra parte, esiste anche un immoralismo, ed è quello che rimuove la domanda della regola morale, ponendosi solo le altre due o solo quella relativa al senso di opportunità. C'è poi il dilemma della precedenza. Posso pormi tutte e tre le domande e darmi risposte in contraddizione tra loro. Qui è moralista, dare sempre la precedenza alla regola morale, ma è immoralista sempre negargliela. In sintesi, è atteggiamento laico, porsi tutti e tre gli interrogati e, di volta in volta, valutare quale risposta debba avere la precedenza sulle altre.

L'uso italiano e inverecondo dell'esecrare il moralismo per liberarsi della moralità è una vecchia trappola, alla quale si può sfuggire solo se si hanno convinzioni forti e non si cede al realismo da quattro soldi, che spinge ad accettare qualsiasi cosa in nome d'una politica senza respiro.
(Stefano Rodotà)

mercoledì 11 agosto 2010

Dei panda e dei diritti

La promozione o la tutela dei diritti viene talvolta confusa con la tutela dei panda e i promotori con i tutori. I panda, per essere salvati dall'estinzione, sono riprodotti in cattività e costretti a vivere in riserve in cui viene preservato il loro habitat naturale. Non gli abbiamo chiesto cosa ne pensano. Lo facciamo noi per loro, per il loro bene. E probabilmente abbiamo ragione. Ma non è sempre e solo questo il modo di tutelare una categoria.

Si può agire per creare tutte le condizioni giuridiche, sociali e culturali, affinchè ogni persona possa autodeterminarsi e tutelarsi, oppure si può agire per imporre limiti, obblighi e divieti a individui o gruppi, indicati come potenziali vittime e ritenuti incapaci di tutelarsi da soli. Come si fa con i bambini e con i minori.

Le quote rosa rientrano nel primo modo: comportano un obbligo e relative sanzioni per le istituzioni, per le liste elettorali, a tutela della rappresentanza femminile, la cui quota fissa un limite al pavimento, non al soffitto. Non comportano invece nessun obbligo e nessuna sanzione per le donne, nel caso decidano di non candidarsi.

Il principio è perciò diverso da quello che vuole ad esempio vietare alle donne di indossare il burqa o il niqab, per tutelarle da un marito o un iman oppressore. E' diverso dare e garantire una opportunità ovvero sospendere la volontà altrui, per proteggere il bene altrui, un bene predeterminato dal tutore.

I due principi, funzionano diversamente: 1) Riconosco un soggetto più debole (nei diritti e nei poteri). Quindi, gli dò più diritti e più poteri (di cui lui/lei ne fa quello che vuole). Es: conferisco il diritto di voto e poi l'elettore decide se andare a votare o astenersi. 2) Riconosco un soggetto più debole (per sua inferiorità strutturale). Quindi, gli dò obblighi e divieti (per cui lui/lei fa quello che dico io, che so qual è il suo bene). Es. non permetto al bambino di fare sesso con l'adulto, neanche se consenziente, poichè lo ritengo inconsapevole.

Nelle discussioni su questi argomenti invece, ricorre continuamente questa confusione, per cui in modo esplicito o implicito, il paternalismo tutore viene indebitamente esteso al primo principio o altrettanto indebitamente non viene riconosciuto nel secondo.

sabato 10 luglio 2010

«Intercettateci tutti»

Uno slogan del popolo viola dice "Intercettateci tutti" e suscita lo spettro dello stato di polizia nelle critiche di alcuni giornali e giornalisti. Ecco una rassegna: Pierluigi Battista, Quando la sinistra era (quasi) libertaria, Corriere della Sera 14 giugno 2010; Giovanni Belardelli, «Intercettateci» Che errore quello slogan, Corriere della Sera 13 giugno 2010; Pierluigi Battista, E' un errore gridare: spiateci tutti, Corriere della Sera 25 maggio 2010; Piero Ostellino, dichiarazione al Tg1; Giuliano Ferrara: «Intercettateci tutti» è uno slogan vergognoso, Panorama 21 giugno 2010; Adolfo Scotto Luzio: Inculateci tutti, Il Foglio 9 luglio 2010.

L'ultimo articolo citato è una "psicoanalisi del popolo viola", che non sono in grado di commentare, perchè dopo aver letto il testo non ricordo cosa c'è scritto. Dev'essere una mia rimozione. Oppure si tratta di un scritto che richiede di essere studiato e non può accontentarsi di una semplice prima lettura. Per adesso, però, sono io a dovermi accontentare di un mio vecchio pregiudizio. Quello secondo il quale, chi analizza le pulsioni altrui, spesso e volentieri, nelle analisi ci mette soprattutto le sue proiezioni.

Gli altri articoli formalmente hanno ragione. Un sistema di intercettazioni esteso a tutta la popolazione sarebbe proprio di uno stato di polizia, di un regime totalitario. Come anche la diseguaglianza di fronte alla legge e l'impunità dei governanti. Tuttavia, penso che lo slogan incriminato abbia soltanto una valenza provocatoria e contingente, anche se non so quanto efficace. E' la risposta ad una affermazione (falsa) più volte ripetuta dal premier e dal suo ministro della giustizia, secondo cui tutti gli italiani sono intercettati. Come a dire: intercettateci pure tutti, noi non abbiamo nulla da nascondere. E non nel fuoco di un conflitto tra due principi astratti contrapposti: la privacy e la trasparenza. Ma nel conflitto su un disegno di legge che trae la sua origine da una situazione molto concreta: quella che ha visto il premier, uomini di governo, loro amici e conoscenti e anche esponenti dell'attuale opposizione essere più volti colti in fallo grazie alle intercettazioni e alla loro pubblicazione.

Poi, ovvio che se preso alla lettera quello slogan ha le sue implicazioni negative. Che magari sono presenti nella cultura di una parte del popolo viola. Una fiducia eccessiva nella correttezza dell'autorità giudiziaria, oggi e sempre. Mentre invece non possiamo avere alcuna garanzia di quale possa essere in tutto lo spazio e in tutto il tempo l'uso di una estrema trasparenza telefonica da parte dell'autorità. La quale oggi è democratica, ma domani potrebbero non esserlo.

Una sorta di spensieratezza verso la sovraesposizione della propria persona alla rilevazione tecnologica. In molti luoghi, es. le stazioni ferroviarie e quelle del metro, le banche, i centri commerciali e tante strade e abitazioni private. noi siamo tutti videoripresi e non ci facciamo caso. Non abbiamo alcun controllo sull'uso e sull'archiviazione di quei dati, come non l'aveva il giudice Raimondo Mesiano. che dopo la sentenza sul lodo Mondadori, venne ritratto per strada e dal barbiere in video su Canale 5, con un commentatore che gli dava dello stravagante.

Senza contare che la quantità di informazioni che potrebbero essere reperite su tutti noi da un sistema indiscriminato di intercettazioni telefoniche, sarebbe pur sempre una cosa minima rispetto alla mole di dati e informazioni che, tanto volontariamente quanto inconsapevolmente, concediamo a Facebook, a Google, al nostro provider e a Internet in generale. Se dovessi fare della tutela della mia privacy una assoluta priorità, non sono sicuro che la paura di essere intercettato al telefono diventerebbe la mia prima preoccupazione.

Infine, c'è il fatto che la privacy, per essere percepita come una valore necessario, deve assumere un senso in un contesto relazionale. Così, l'essere osservati da una anonima autorità o da un anonimo agente pubblicitario, è vissuto come meno insidioso dell'essere osservati da parenti, amici, vicini di casa e colleghi. L'inferno sono gli altri, se li conosciamo.

martedì 6 luglio 2010

Per la Cassazione, la moglie forte si può maltrattare

La sesta sezione penale della Cassazione ha annullato la pena ad otto mesi di reclusione (con la condizionale), a cui era stato condannato in primo e secondo grado un marito accusato di aver maltrattato la moglie per tre anni. La motivazione della sentenza poggia su due elementi: i maltrattamenti del marito non erano abituali, la condizione psicologica della moglie non era intimorita.

Pur senza dare grande spazio alla notizia, la reazione della Stampa, della Blogosfera e della Politica è stata negativa, indignata e in qualche caso anche divertita: la sentenza comunica un messaggio favorevole ai violenti, maltrattare la moglie forte si può.

Il reato di maltrattamenti in famiglia è sancito dall'art. 572 del Codice penale. Chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorita', o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l'esercizio di una professione o di un'arte, e' punito con la reclusione da uno a cinque anni.  Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.

La definizione del reato è data della stesse sentenze della Cassazione. A maggior ragione la sentenza viene criticata: costuisce un precedente, concorre alla definizione del reato in senso più favorevole al coniuge violento, in un quadro già molto preoccupante di diffusione della violenza domestica.

In rete sono disponibili vari articoli sul reato di maltrattamenti in famiglia. Un articolo di "Genitori Crescono" racconta che il maltrattamento in famiglia era in origine solo il maltrattamento fisico. Poi che ha incluso anche il maltrattamento morale, psicologico. Che i comportamenti di questo tipo (morale, psicologico) integrano il reato (quindi, si aggiungono) quando sono protratti nel tempo, abituali, costanti. Un articolo di Altalex spiega che  "In dottrina si è osservato come la condotta (commissiva o omissiva) del soggetto attivo possa consistere anche in atti di per sé privi di rilevanza penale ma che, nel contesto generale del maltrattamento e reiterati nel tempo, determinano la mortificazione e la lesione dei diritti personalissimi del familiare, nella specie del coniuge [Miedico, 2874 e ss.]. Il legislatore, nella redazione della norma contenuta nell’articolo 572 c.p., ha mostrato di volere fornire una tutela estesa e ad ampio raggio del bene giuridico in essa protetto, prevedendo una fattispecie causale pura o a forma libera che contempla qualsiasi tipo di maltrattamento, sia fisico sia psicologico."

Ne deduco che il concetto di abitualità sia finalizzato a includere nel reato di maltrattamenti in famiglia un insieme di atti il cui effetto sia lesivo della dignità del coniuge, anche se i singoli atti individualmente considerati non abbiano in sè rilievo penale, e non invece ad escludere singoli atti violenti di rilievo penale. Anche un singolo atto violento può avere un effetto "educativo" permanente e determinare così la qualità di una relazione. Da bambino sono stato picchiato solo saltuariamente dai miei genitori, ma è anche vero che con la mia condotta ho sempre cercato di evitare di prendermele.

Leggendo il solo testo della sentenza, non si comprendere come "alcuni limitati (da cosa?) episodi di ingiurie, minacce e percosse nell'arco di circa tre anni" (...) "non rappresentino una abitualità della condotta vessatoria dell'imputato". Forse l'imputato è una sorta di Dottor Jekill e Mister Hide. Nè si comprende come si possa parlare con equanimità di un clima di tensione tra i coniugi in luogo di una sopraffazione esercitata dall'imputato se le violenze erano da una parte sola. Nè si comprende come "la condizione psicologica della moglie, per nulla intimorita dalla condotta del marito, era solo (sic) quella di persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente", non costituisca comunque uno stato di sofferenza, una lesione della personalità della vittima. A meno che i giudici della Cassazione d'accordo con il marito non vogliano semplicemente dire che la moglie è una isterica, secondo un collaudato cliché dell'immaginario maschile.

I giudici della Cassazione - tutti e quattro rigorosamente uomini - sono evidentemente molto influenzati da un modello di donna debole, la mammoletta tremante, senza identificare la quale, non possono disporsi a riconoscerla come vittima di un maltrattamento.

Riguardo lo stato psicologico della vittima, una precedente sentenza della Cassazione pareva affermare il principio opposto a quello affermato dalla sentenza più recente. In tema di maltrattamenti familiari (art. 572 c.p.), correttamente il giudice di merito desume dalla ripetitività dei fatti di percosse e di ingiurie l'esistenza di un vero e proprio sistema di vita di relazione abitualmente doloroso ed avvilente, consapevolmente instaurato dall'agente, a seguito di iniziali stati di degenerazione del rapporto familiare. Per la configurabilità del reato non è richiesta una totale soggezione della vittima all'autore del reato, in quanto la norma, nel reprimere l'abituale attentato alla dignità e al decorso della persona, tutela la normale tollerabilità della convivenza (Cass. pen., 4015/96)

Per analogia, prendiamo ad esempio il mobbing. Ad un lavoratore sottraggono le mansioni, negano le informazioni, lo isolano, lo mettono in un ufficio senza telefono e senza computer, gli tolgono il saluto. Ma non va in depressione. Dato il mancato effetto psicologico, si potrebbe sentenziare che non è mobbing?

lunedì 25 agosto 2008

Agli immigrati diamo il buon esempio

Oltre a favorire le regolarizzazioni, potremmo fare ancora molte cose per migliorare la situazione e il rapporto con gli immigrati. Concedere il diritto di voto (almeno nelle elezioni amministrative). Questo ridimensionerebbe le speculazioni elettorali, politiche e governative sul razzismo e la xenofobia e indurrebbe la classe politica a provvedimenti più lungimiranti per l'accoglienza e l'integrazione degli immigrati. Evitare di usare l'allarmismo per vendere i giornali e guadagnare audience nei programmi di informazione televisiva Questo ridurrebbe le fobie dell'opinione pubblica. Migliorare il rispetto indigeno della legalità. Vogliamo integrare gli immigrati, ma siamo sicuri di volere davvero che gli immigrati diventino come noi? Il paese della mafia, della corruzione, dello stragismo impunito, che prende le impronte agli zingarelli? Imprenditori che non rispettano i diritti sindacali, le norme ambientali, le norme sulla sicurezza, che non vogliono pagare i contributi; che non vogliono fare i contratti; commercianti e liberi professionisti che evadono il fisco, non rilasciano la fattura, nè gli scontrini, che fanno la cresta sul prezzo; politici corrotti e operatori privati corruttori. Mettiamoci anche qualche lavoratore fannullone. Abbiamo un governo il cui primo atto è stato approvare una legge per garantire l'impunità del suo presidente e mezzo paese che gli concede consenso, non malgrado questo, ma proprio per questo, perchè si identifica, perchè spera di usufruire di qualche briciola di impunità e illegalità anche per sé. Come diceva il mio fruttivendolo: so che rubano e li voto perchè così posso rubare anch'io. Da chi prende esempio, l'immigrato che arriva? Che ambiente trova? Davvero gli è richiesto rispetto e onestà per potersi inserire? Si straparla di stupri. Facciamo finta che gli immigrati siano tutti stupratori, cosa possiamo dirgli? Di prendere esempio dai mariti italiani? Di comportarsi bene nei vicoli di notte, così come si comportano i nostri uomini in camera da letto? O i nostri datori di lavoro con le loro dipendenti? Forse, sarebbe meglio il contrario.

domenica 24 agosto 2008

Più immigrati e meno reati

Dal 1992 ad oggi, la presenza dei migranti in Italia è aumentata del 600%. L'andamento dei reati invece è diminuito, come si può leggere nella tabella qui di fianco a destra. Perciò, la convinzione secondo cui più immigrati comportino più criminalità, è solo l'indicatore di un notevole aumento del razzismo. Non so dire, in quale percentuale.

Gli omicidi si sono più che dimezzati tra il 1990 e il 2004: da 1773 sono passati a 714. E’ vero che sono diminuiti di più al Sud, dopo che sono finite le guerre di mafia, ma anche nelle regioni del Nord dove si sono concentrati gli immigrati sono molto decresciuti: da 135 in Lombardia nel 1990 a 91 nel 2004. Da 44 a 31 in Emilia Romagna, e così via. Nel Nord sono diminuiti meno perché partivano già da una base più ridotta. Le rapine cruente, quelle più feroci dove si spara e muore qualcuno, hanno provocato 118 morti nell’Italia del 1990, e solo 18 nel 2003. In Lombardia gli omicidi per rapina sono passati da 11 a 3. In Piemonte da 5 a 1. In Emilia Romagna da 6 a zero (cfr. Pino Arlacchi). Si riferisce che gli stranieri sono il 39% dei denunciati per violenza sessuale. Ma solo il 9% delle donne denuncia la violenza sessuale e il 70% delle vittime lo sono dei mariti e sono mogli di nostri connazionali. Dunque, si tratta del 39% di un 9%.

Liberazione 3 novembre 2007
Così come, gli immigrati ci sostituiscono, in parte, nei lavori più umili di ogni attività: nei cantieri, negli ospedali, nelle famiglie, così avviene nelle attività criminose. Tuttavia, con il passare degli anni gli stessi immigrati hanno partecipato alla diminuzione dei reati. Prendiamo il dato del reato più grave, l'omicidio. Dal 1988, le denunce per omicidio a carico di stranieri sono aumentate di 5,3 volte, ma gli stranieri sono aumentati di 6,25 volte. Quindi, in proporzione al numero degli stranieri, nel corso degli anni, le denunce sono diminuite. Nel complesso, allora, anche gli stranieri partecipano alla diminuzione del numero dei reati.

Inoltre, come ammettono le statistiche istat, e i rapporti del ministero dell'interno, gli immigrati regolari delinquono in proporzione nella stessa misura degli italiani. Il problema riguarda gli irregolari, ed è perciò legato alla loro condizione di irregolarità. Soprattutto nei primi sei mesi di permanenza. Da qui, l'esigenza di una politica che favorisca la regolarizzazione. La politica opposta, quella della chiusura, del respingimento, della caccia allo straniero, ha come effetto quello di costringere i migranti nella clandestinità e di farne così massa di reclutamento per la criminalità organizzata.

venerdì 22 agosto 2008

Le colf sono utili almeno quanto le prime quattro cariche dello stato

Badanti spingono le carrozzelle di due anziane signore Alexey Pivovarov/ProspektUna notizia di alcuni giorni fa: "Chiusa in casa e stuprata per giorni Colf ucraina denuncia un italiano". Dice l'articolo "che pur nello stato di clandestinità, ha avuto il coraggio di denunciare il suo aguzzino". Ignoro oggi la sorte della ragazza, vedo che l'articolo di Repubblica è stato aggiornato e aggiunge che il Comune di Milano l'aiuterà attraverso le proprie strutture di protezione. Ne sono felice e spero che ciò significhi pure che provvederà alla sua regolarizzazione e al suo inserimento sociale. Sarebbe una doppia ingiustizia se alla fine, lei fosse espulsa e reimpatriata nel suo paese, nonostante volesse rimanere in Italia. Tuttavia, a norma di legge dovrebbe capitare così, e ciò dice quanto la legge sia irrazionale fino a scoraggiare l'emersione di situazioni analoghe a questa: le vittime sono messe tra l'incudine e il martello, l'incudine di rimanere sottomesse ai loro aguzzini e il martello della minaccia di espulsione, mentre agli aguzzini si presta un'arma di ricatto in più, che vale fino a che lei non supera la soglia della disperazione. Mentre un minimo di buon senso suggerirebbe l'idea di concedere a lei e a tante persone come lei la possibilità di richiedere e ottenere un permesso di soggiorno e di fare la colf con un contratto normale, tanto più che la sua attività di assistenza nel nostro paese è richiestissima da centinaia di migliaia di famiglie disponibili a pagare i contributi. Le colf "clandestine" sono utili e necessarie almeno quanto le prime quattro cariche dello stato, se non di più: perchè non dovrebbero meritare un lodo anche loro? Persino Maroni, in un momento di lucidità, è arrivato a ipotizzare la necessità di regolarizzare le badanti.

martedì 1 luglio 2008

Il razzismo della Cassazione

La Cassazione ha sentenziato che se i nomadi sono ladri è legittima la discriminazione. Vedi articolo. "La discriminazione per l'altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l'altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso. La discriminazione per l'altrui diversità è cosa diversa dalla discriminazione per l'altrui criminosità. In definitiva un soggetto può anche essere legittimamente discriminato per il suo comportamento ma non per la sua qualità di essere diverso".

Però questo "soggetto" è un gruppo, non un individuo.

La differenza è spiegata anche dai dizionari.
Alla voce razzismo, di solito, corrispondono due significati, uno specifico ed uno estensivo.
raz|zì|smo
s.m.
CO insieme degli orientamenti e degli atteggiamenti che distinguono razze superiori da razze inferiori e attuano comportamenti che vanno dalla discriminazione sociale, giuridica e istituzionale alla persecuzione e allo sterminio di massa, volti a tutelare la purezza della razza superiore e la sua egemonia sulle razze inferiori
estens., ogni atteggiamento discriminatorio variamente motivato nei confronti di persone diverse per categoria, estrazione sociale, sesso, opinioni religiose o provenienza geografica

De Mauro Paravia
Sul fatto che le persone, che in genere giustificano, condividono o propongono misure discriminatorie a danno di zingari e stranieri, corrispondano al significato estensivo della voce razzismo e non siano nazisti, non ho mai avuto dubbi. Peraltro, è mai stata mia abitudine intrattenermi a discutere con i nazisti.

Semmai, mi sono limitato ad osservare che anche il razzismo pseudoscientifico del nazismo ha potuto innestarsi sul terreno fertile dei pregiudizi contro i diversi, gli zingari, gli ebrei, gli omosessuali, i disabili, etc. Storicamente, l'avversione verso questi gruppi sociali è sempre stata razionalizzata identificandoli con uno o più comportamenti negativi. Per esempio, l'identificazione degli ebrei con l'usura, la ricchezza parassitaria, etc. Con il senno di poi, sappiamo che quel modo di pensare e di vedere, è stato la pre-condizione di una tragedia.

In ogni caso, è stata una ingiustizia in sé, perchè ha giudicato e inflitto pene e persecuzioni a tante persone, in base, non al loro effettivo comportamento, alle loro effettive colpe, ma ad una appartenenza religiosa, etnica, di popolo, ritenuta sufficiente ad essere indizio e prova di condotte delittuose o negative. Qualcosa che è etraneo al principio di responsabilità individuale, che sta a fondamento della civiltà giuridica dei moderni stati di diritto di cultura liberale.

Certamente i leghisti, gli xenofobi non sono nazisti. Però, non sono neanche liberali.

E il loro limite, il loro errore, non sta nel provare disagio di fronte a persone con colore e odore diverso dal vostro. Ciò riguarda il vostro sentimento intimo e non ci si può far niente. Il vostro errore è predicare o concedere il vostro appoggio a chi predica e pratica punizioni collettive.

Quale sia l'intenzione, è un problema secondario. Quello che conta è la conseguenza: la punizione collettiva che coinvolge, tanti o pochi (non importa) innocenti. E' una ingiustizia in sè, ed è anche un principio che si pone su un piano inclinato. Si sa come si comincia, ma non si sa dove si finisce.

Come per i drogati. Lo fanno, mica perchè vogliono farsi del male o perchè vogliono morire. Lo fanno con una intenzione del tutto diversa, quella di godere, di tirarsi su, di sentirsi meglio, aggiungendo sempre una dose superiore. Ma questa buona intenzione nè li salva, nè li assolve.

Le politiche fondate sulla discriminazione etnica funzionano come la tossicodipendenza. In origine si danno una buona intenzione, aumentano sempre la dose, perchè ogni volta il problema che vogliono risolvere gli si ripresenta davanti, torna ad essere percepito in modo sempre più paranoico, e se non si arrestano o non vengono fermate per tempo, possono procedere verso una tragedia.