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mercoledì 3 novembre 2010

Intercettazioni: stop a chi le pubblica?

La condanna a quindici anni di Pier Paolo Brega Massone, ex primario della Chirurgia toracica della Clinica Santa Rita di Milano, soprannominata la "clinica degli orrori" ci ricorda che il privato non è meglio del pubblico. Che la logica del privato è il profitto e che per o contro la salute solo un mezzo per raggiungere quel fine. Che il rimborso a prestazione induce gli ospedali a operazioni chirurgiche non sempre necessarie. E, banalmente, che esistono persone ciniche, crudeli, che al posto, non dico dell'empatia, ma solo del buon senso, hanno un tariffario. Che quel che è successo al Santa Rita può succedere altrove, e che è bene sempre sentire il parere di più di un medico, è bene sempre essere informati. Che la libertà di informazione è un bene prezioso e le intercettazioni uno strumento investigativo talvolta indispensabile. Brega Massone è stato colto e "incastrato" con le intercettazioni delle sue telefonate. Senza quelle intercettazioni, forse opererebbe ancora.

Quasi contemporaneamente alla conclusione del processo, in tutt'altra situazione, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi viene intercettato nelle incombenze del suo stile di vita, che lo porta di tanto in tanto ai limiti della legalità o oltre i limiti dell'abuso di potere. Due telefonate alla questura di Milano per ottenere la liberazione e l'affidamento ad una persona di sua fiducia di una ragazza marocchina minorenne fermata per furto, facendo credere che si tratti della nipote del presidente egiziano Mubarak, evocando quindi il rischio di una crisi diplomatica. E' lo scandalo di Ruby o del bunga bunga, riedizione peggiorata dello scandalo escort. Colto in fallo, Berlusconi rilancia le sue bellicose intenzioni contro la magistratura e la stampa. 

Intercettazioni: stop a chi le pubblica. Dopo aver invitato a non leggere più i giornali, che "imbrogliano", Berlusconi rilancia la sua crociata contro le intercettazioni: "Presenteremo un provvedimento di iniziativa parlamentare riguardo al fermo dei media da 3 a 30 giorni per chi le pubblica".Nel dettaglio, il Cavaliere preannuncia un provvedimento in tre punti: "L' ultilizzo di questo strumento dovrà essere limitato al terrorismo internazionale, alle organizzazioni criminali, alla pedofilia e agli omicidi; le intercettazioni non potranno essere prodotte come prove nè dalla accusa nè dalla difesa; chi pubblicherà il testo di intercettazioni dovrà subire un fermo del suo media da 3 a 30 giorni". (Repubblica 2 novembre 2010)

Con misure di questo tipo, il primario di cui sopra, potrebbe ancora pescare polmoni nel pavese. Il suo reato è escluso, le sue telefonate non potrebbero essere usate come prova, i giornali non potrebbero pubblicare niente. Il tutto perchè indagati e imputati eccellenti non debbano mai correre il rischio di essere sputtanati. Si, perchè un sospettato, un indagato, un imputato con la coscienza a posto e desideroso di difendersi in modo serio, probabilmente la richiederebbe lui la pubblicazione degli atti che lo riguardano. Il "problema" (per gli intercettati eccellenti) ebbe origine quando furono intercettate le telefonate di Berlusconi sugli scambi politico-affaristici con l'allora presidente della Rai Agostino Saccà.

Relativamente alla stampa, il ddl intercettazioni, poi finita su un binario morto, prevedeva due pasticci giuridici, riassumibili nel "pubblico non pubblicabile" e nel "non pubblicabile riassumibile". I testi delle intercettazioni depositati agli atti, quindi divenuti atti pubblici non potevano essere pubblicati sui giornali. Però potevano essere riassunti. Quest'ultima una ipotesi di compromesso, nell'impossibilità di una censura completa. Il presupposto logico di una simile regolamentazione è l'avversione alla pubblicità e alla trasparenza dell'istruttoria e del processo. L'idea che l'opinione pubblica debba essere adeguatamente informata solo dopo la sentenza di primo grado. Un po' come stabilire che le partite di calcio possono essere seguite solo in differita, dopo che se ne conosce il risultato.

Mentre però il calcio in diretta o allo stadio non ha particolari conseguenze sociali, se non di costume, la pubblicità del processo e la libertà di informazione, conseguenze ne hanno e ne avrebbe la loro assenza. Due in generale. 1) L’imputato potrebbe essere una persona sgradita al potere. Come i dissidenti nelle dittature. Se l’opinione pubblica è tenuta all’oscuro delle accuse che gli sono mosse e di come queste sono sostenute, chi controlla che non vi siano abusi? Sottratto a qualsiasi principio di controllo e di trasparenza, quale remora dovrebbe avere il potere giudiziario, magari colluso con il potere politico, nel non commettere abusi? 2) L’imputato potrebbe essere un uomo di potere. Politico o economico. Uno che può esercitare una forte pressione sul potere giudiziario, fino a indurlo a più miti consigli. Anche qui, sottratto a qualsiasi principio di controllo e trasparenza quale remore dovrebbe avere il potere giudiziario, nell’essere pavido e lassista nel giudizio su imputati eccellenti? In sintesi, come fa una giustizia giusta a prescindere da una opinione pubblica informata e consapevole? In quale paese, la giustizia è più giusta senza una cronaca giudiziaria libera e tempestiva?

lunedì 18 ottobre 2010

Annozero, la sospensione di Masi, l'appello di Santoro

Vignetta di Vauro querelata da Mauro Masi
Il direttore generale della Rai, Mauro Masi, ha sospeso Annozero per dieci giorni, per punire Michele Santoro, reo di averlo mandato in diretta a quel paese. Per la precisione, gli ha dedicato un vaffanculo, durante l'anteprima della trasmissione del 23 settembre, puntata con una media di 4.874.000 spettatori (19,63% di share), il secondo programma più visto della serata dopo “I Cesaroni” (19,76% di share).

La punizione decisa da Mauro Masi è stata reputata da parte del Presidente della Rai, Paolo Garimberti, un atto sproporzionato. Secondo la mia modesta e irrilevante opinione, direi anche e soprattutto fuori luogo. Il vaffa di Santoro era con tutta evidenza, non un invettiva a freddo, nè un'offesa personale, quanto l'emulazione del verso esclamativo di Beppe Grillo rivolto alla classe politica. Persino edulcorato dalla sostituzione di "culo" con "bicchiere".

Tuttavia, può capitare che ad una battuta si reagisca in modo pedestre e si facciano valere regole e sanzioni contro il responsabile di una violazione. In questo caso però la sanzione si abbatte non solo sul reo, ma anche sul suo pubblico, che viene privato di due puntate del suo programma preferito, sull'azienda stessa che così rinuncia agli introiti pubblicitari e al successo di share per due settimane, e quei lavoratori precari che sono pagati a puntata, come è stato notato in studio da Pierluigi Bersani, Guglielmo Epifani e dallo stesso Santoro, il quale ha rivolto un appello al suo pubblico. Ed è poi ricorso all'arbitrato, ottenendo una sospensione del provvedimento punitivo. Per cui Annozero continuerà ad andare in onda.

Il costo di Annozero è interamente coperto dalla pubblicità mandata in onda durante il programma, in ogni puntata Annozero porta all’azienda tra gli 80 e i 100 mila euro di utili di raccolta pubblicitaria.

Quella di Masi, dunque, non è proprio una bomba intelligente. D'altra parte, il direttore generale della Rai non si muove secondo criteri manageriali funzionali agli interessi economici, culturali e di successo dell'azienda che dirige. Risponde invece a criteri politici. E' la scoperta dell'acqua calda, ma è sempre opportuno ribadirlo e denunciarlo. Il provvedimento punitivo di Masi, più che dal "vaffanculo" di Santoro, è stato provocato dai tanti "vaffanculo" che il Direttore generale deve aver ricevuto dal Presidente del Consiglio, per non essere mai riuscito ad ottenere la chiusura di Annozero.

L'appello di Michele Santoro

Cari amici, vi ringrazio per le adesioni al mio appello che sono già migliaia, ma dobbiamo ottenere il massimo del risultato. Quindi vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet inviandole contemporaneamente a questi indirizzi:
annozerodevecontinuare@yahoo.it
segreteriapresidenza@rai.it

Il primo indirizzo è molto importante per avere il quadro completo delle adesioni raccolte. Potete utilizzare la formula seguente o un'altra con le stesse caratteristiche:
"Gentile presidente Paolo Garimberti, i sottoscritti abbonati Rai chiedono di non essere puniti al posto di Santoro e che Annozero continui ad andare in onda regolarmente."
Vi prego di seguire queste semplici raccomandazioni e di far girare la nostra sottoscrizione usando la rete perché è l'unica opportunità che possiamo gestire con le nostre forze.

Un abbraccio
Michele Santoro
Riferimenti:
Annozero - La Libertà - L'introduzione di Michele Santoro 23 Settembre 2010
Annozero - L'Appello - L'introduzione di Michele Santoro 14 Ottobre 2010
Raiperunanotte - Intercettazioni: Berlusconi - AGCOM, G. Innocenzi 1a parte
Raiperunanotte - Intercettazioni: Berlusconi - AGCOM G. Innocenzi, 2a parte
Raiperunanotte - Intercettazioni: Berlusconi - AGCOM G. Innocenzi e Masi, 3a parte
Michele Santoro reintegrato in Rai - Tribunale sentenza 2737/05 del 15/02/2005
Vaf/Dichiarazioni
Masi querela Vauro per una vignetta
Record di ascolti ad Annozero, bloccata la sospensione

mercoledì 13 ottobre 2010

Scandali, la Repubblica non è il Giornale

Il Giornale di Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti rivendica di essere come la Repubblica di Eugenio Scalfari e Ezio Mauro. Il trattamento Boffo equivalente alla campagna delle dieci domande. Equivalenza sostenuta anche da terze parti, a destra come a sinistra, in aree più o meno contigue al Cavaliere: Mario Sechi, Fabrizio Rondolino, Antonio Polito, Piero Sansonetti, Pier Luigi Battista. Lo ha detto esplicitamente Daniela Santanché ad Annozero, a commento delle pressioni di Nicola Porro su Renato Arpisella, adetto stampa di Emma Marcegaglia: "Vogliamo ricordare tutte le porcate che Repubblica ha fatto a Berlusconi?"

Come tutte le equiparazioni, anche questa può sostenersi su alcune somiglianze reali. Entrambi trattano di scandali, comportamenti illegali o immorali che coinvolgono un personaggio pubblico. Entrambi, a partire dalla notizia, costruiscono una campagna, che vuole monopolizzare l'attenzione, mediante enfasi ed insistenza, per settimane e mesi, anche quando non ci sarebbe molto da aggiungere. Entrambe hanno una motivazione politica, ma già qui cominciano le differenze.

Fa un effetto diverso vedere un giornale di opposizione mettere nel mirino esponenti del governo, a partire dal premier, e un giornale di area governativa mettere nel mirino esponenti dell'opposizione o anche soltanto critici nei confronti del governo. L'informazione dovrebbe svolgere una funzione di controllo sul potere politico, ma quando questa è schierata con il potere politico, la sua natura cambia, diventa uno strumento di controllo sull'opposizione al potere politico. Diventa uno strumento del governo.

In parte ciò è inevitabile, specie in Italia, dove tutti i grandi giornali sono proprietà di editori, che sono anche imprenditori e finanzieri, con interessi politici diretti o indiretti. Carlo De Benedetti, proprietario del Gruppo Espresso-Repubblica è la tessera numero uno del Partito democratico. Tuttavia, De Benedetti è rimasto un imprenditore e tra il Pd e Repubblica esiste un rapporto dialettico di reciproco condizionamento. Il gruppo dirigente del Pds/Ds/Pd tante volte è stato accusato di essere eterodiretto da Repubblica, specie Achille Occhetto e Walter Veltroni.

Le cose cambiano un bel po' quando l'imprenditore editore è anche capo di una fazione, capo del governo, datore di lavoro dei giornalisti, proprietario della televisione commerciale, controllore della Rai, un uomo di potere capace di influenzare la nomina (o le dimissioni) dei direttori dei principali quotidiani. Proprietario della principale casa editrice del paese, la Mondadori, da cui dipende la distribuzione di molta carta stampata.

Dovrebbe fare un effetto diverso anche il differente peso degli scandali denunciati. Nel caso di Silvio Berlusconi, della P3, dei ministri e degli uomini a lui legati, abbiamo veri e propri capi di imputazione relativi a corruzione, malversazione, associazione mafiosa. Nel caso degli avversari, dei critici, dei dissidenti di Berlusconi abbiamo scandali minori o del tutto inesistenti. La casa di Montecarlo, la cucina Scavolini, l'omossessualità di un direttore, il modo di camminare e i calzini di un giudice che attende il suo turno dal barbiere (quel giudice, Mesiano, che ha emesso la sentenza sul lodo Mondadori). Fatti privati opposti a fatti di rilevanza pubblica.

Da Noemi Letizia a Patrizia D'Addario, anche quello delle escort è uno scandalo minore? Può darsi, anche solo considerando i processi in corso del suo protagonista. C'era molto altro sui cui si può concentrare di più e meglio l'attenzione. E' comunque, uno scandalo di rilevanza pubblica. Non solo perchè mostra il costume e lo stile di vita del capo del governo, la sua concezione della donna, ma anche perchè ha qualcosa a che vedere con l'induzione e il favoreggiamento della prostituzione, la ricompensa di questa con risorse pubbliche: voli su aerei di stato, ospitalità in una sede del governo, quale è per decreto Palazzo Grazioli, candidature istituzionali, posti in Rai. Non solo avventure e scappatelle, ma l'edificazione di un sistema, quello che Paolo Guzzanti chiama "Mignottocrazia", quello che Veronica Lario ha chiamato "ciarpame politico". Infine, non da ultimo, il mettersi, il capo del governo di uno stato libero e sovrano, in una posizione di ricattabilità. Ce n'è abbastanza per giustificare una inchiesta del principale giornale di opposizione, in una democrazia.

Diverso è il metodo di lavoro. Capita una notizia, la pubblico. Sospetto qualcosa, vado a cercare le notizie, se le trovo le pubblico. Magari ne faccio un uso politico, strumentale, parziale, enfatico, ma questo fa parte della natura del giornale politico. Diverso è raccogliere le notizie e metterle da parte per tirarle fuori al momento opportuno. Riattualizzare notizie vecchie solo perchè gettano discredito. O pubblicare vere e proprie bufale a scopo diffamatorio e poi, una volta ottenuto l'effetto, magari chiedere scusa. E fare questo a scopo punitivo, magari facendolo precedere da avvertimenti pubblici e privati, al fine, come dice la Marcegaglia, di coartare la volontà delle persone. Mettere sul piatto la possibile pubblicazione di notizie per ottenere dal malcapitato protagonista qualcosa in cambio, la sua condiscendenza nei confronti del governo, così come, secondo il paragone fatto da Marco Travaglio, il fotografo Fabrizio Corona metteva sul piatto la pubblicazione di foto sconvenienti per ottenere soldi dai personaggi fotografati.

Diversa è anche la filosofia che ispira il modo di lavorare. I giornalisti di Repubblica, come quelli di Annozero, del Fatto quotidiano, sono dei moralizzatori. Essi sono contro Berlusconi proprio per le cose che pubblicano contro di lui. Non per nulla vengono definiti "giustizialisti", "mozzaorecchie" e via dicendo. Epiteti denigratori che però alludono anche alla convinzione del denigrato. I giornalisti del Giornale non vogliono moralizzare un bel nulla, vogliono spuntare le armi ai moralizzatori, dimostrare che sono, siamo tutti uguali, perchè tutti abbiamo una macchia, uno scheletro nell'armadio, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. E' il fantuttismo che emette una generale chiamata di correo per predicare omertà.

Per indurre negli avversari un effetto simile a quello riassunto in una celebre battuta di un politico americano, se non ricordo male Adlai Ewing Stevenson, che diceva ad un candidato rivale: "Le propongo un patto: lei la smette di dire bugie sul mio conto, io la smetto di dire la verità sul suo".


Riferimenti:
Belpietro VS Mauro sul caso Berlusconi - Letizia (Ballarò 26/05/09)
Pubblico-privato: dieci domande a Berlusconi
Giorgio Stracquadanio: ‘Per lui ci vuole il trattamento-Boffo’
Le prime pagine del Giornale su Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo - Antonello Piroso
Il caso Boffo, ovvero delle "informative" per disinformati
Quell’editoriale di Cicchitto sulle pagine di “Repubblica” - Piero Sansonetti
Lo strano caso del giudice Mesiano - Beppe Grillo
Responssabilità e ricatti - Massimo Giannini
Così colpisce la fabbrica dei dossier al servizio del Cavaliere - Giuseppe D'Avanzo
Marcegaglia-il Giornale, l’audio delle intercettazioni

giovedì 7 ottobre 2010

Geert Wilders a processo per odio razziale

Dovrebbe esistere una distinzione tra la censura morale e politica e quella giuridica. Se una data persona pensa molto male di una credenza fino ad equipararla al nazismo, perchè non dovrebbe essere libero di esprimere questa sua opinione? Stati, partiti, ideologie sono stati paragonati al nazismo. Perchè non una religione?

In linea di principio la penso così, pur considerando che quella equiparazione, anche volendo, non è mai puramente speculativa, perchè il nazismo è al bando dappertutto. Equiparare al nazismo equivale a voler mettere al bando. Chi dice, per esempio, che i comunisti sono come i nazisti, fosse per lui, i comunisti li metterebbe fuorilegge. Tuttavia, qualcuno lo dice e nessuno va sotto processo. Così come non vanno sottoprocesso quei comunisti che equiparano al nazismo i loro avversari, quando succede.

Il fatto è che la dimensione del sacro è meno gestibile di quella del politico. Specie se si innesta su un contesto di convivenze comunitarie separate. In un singolo paese, ma ormai persino nel villaggio globale. Ricordo il ministro Calderoli al Tg1 mostrare la maglietta con la vignetta su Maometto. Provocò manifestazioni di protesta in Libia, represse dalla polizia, con undici morti. Il Ministro dovette dimettersi. In una data situazione, certe "libere opinioni" sono come un fiammifero gettato in una Santa Barbara. Difficile teorizzare il principio giuridico che le vieta, ma è anche molto difficile gestire le conseguenze sociali al loro esprimersi. Resta da vedere se la sanzione giudiziaria dell'islamofobia avrà l'effetto di arginarla o di alimentarla ulteriormente, donandole persino la bandiera della libertà di espressione.

Riferimenti:
L'Islam è come il nazismo
Olanda: il deputato Wilders a processo per istigazione all'odio razziale
Olanda, a processo l'islamofobo Geert Wilders: ''Difendo libertà di espressione''

martedì 30 settembre 2008

Colonia, il divieto della manifestazione antislamica

Colonia, contromanifestazione antirazzista
A Colonia, le autorità tedesche hanno vietato una manifestazione anti-islamica, attivamente contrastata dalla mobilitazione delle forze democratiche. In Italia, manifestazioni di questo tipo, sia pure a dimensione locale, si svolgono normalmente. Si pensi alla Lega che invade i terreni adibiti alla costruzione delle moschee, con i maiali. Tali manifestazioni andrebbero vietate? E il divieto entrerebbe in contraddizione con la libertà di espressione? Inibire ai razzisti di manifestare e di manifestarsi è in contraddizione con la democrazia? E' giusto porsi il problema, e porselo ogni volta, ma alla fine la mia risposta è no: le manifestazioni si fanno per i diritti propri, di una parte, di tutti, non contro i diritti di qualcuno. Si possono contestare i privilegi, ma non i diritti. Gli operai scioperano e manifestano per l'aumento dei propri salari. Immaginatevi se scioperassero e manifestassero per chiedere la diminuzione dei redditi o l'aumento delle tasse per i lavoratori autonomi. Se ogni gruppo agisse gli strumenti della partecipazione contro gli altri, sarebbe sempre a rischio la convivenza.

Ci sono diritti che entrano in conflitto con altri diritti. E in quel caso bisogna scegliere, ed è lecito manifestare a favore di una precedenza. In America è un diritto armarsi, tuttavia la pistola può essere uno strumento di difesa, ma anche di minaccia e il diritto a possederne una può violare il diritto alla incolumità e alla vita di altri. Dove circolano più armi, ci sono più omicidi, perciò si manifesta per disarmare. I satanisti non si limitano a pregare. Commettono violenza, uccidono. Perciò, nessuno immagina di fornirgli un luogo dove poterlo fare. Ma la preghiera nelle moschee con tutto questo non c'entra nulla, non fa del male a nessuno, non toglie nulla a nessuno. La laicità non è l'assenza di luoghi di culto, o luoghi di culto per una religione sola. La laicità è libertà religiosa per tutti. Se qualcuno manifesta contro i miei diritti, io voglio poter manifestare contro la sua manifestazione. Se bisogna ammettere ogni manifestazione, allora bisogna ammettere anche le contromanifestazioni ed essere capaci di gestire l'ordine pubblico. Secondo me, ammettere solo le manifestazioni positive, è molto più razionale, salvo diversa valutazione di opportunità.

In fondo, è una contraddizione anche rivendicare la libertà di espressione, per negare la libertà di culto. Eppure la Costituzione riconoscere anche questa libertà, dice che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" (art. 3 Cost.) e dice anche che: "Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività" (art. 20 Cost.). Infatti, se una manifestazione è legittima, allora in linea di principio è anche legittimo soddisfarne la rivendicazione. Se è lecito manifestare contro le moschee, allora è anche lecito chiudere le moschee o inibirne l'edificazione. Ergo: è lecito vietare o limitare per una o più religioni la libertà di culto, la quale è comunque una manifestazione del pensiero, quindi attiene alla libertà di espressione. Se è lecito vietare o limitare la libertà di culto, è lecito vietare o limitare qualsiasi libertà. Anche quella di manifestare. Fissare i limiti della libertà di espressione, è in definitiva una questione politica: dipende dalla scelta di chi si vuole tenere fuori. Io preferisco l'esclusione chi vuole escludere.

giovedì 19 giugno 2008

Tutti hanno diritto di parola?

Tutti, proprio tutti hanno diritto di parola? Chi pensa che gli ebrei debbano essere gasati (anzi, non sono mai stati gasati), che i "negri" puzzano, le donne sono inferiori, gli omossessuali contro natura o malati da curare. Tutti questi possono parlare? I razzisti possono far parte della democrazia?

Il dilemma rischia di essersi già risolto. Il razzismo è presente nel dibattito pubblico, sui giornali, in parlamento e persino al governo, per ora nella forma più blanda della xenofobia che però può essere l'humus di qualcosa di peggio. L'antisemitismo nazista, pseudoscientifico e razzista poteva innestarsi su una lunga tradizione di pregiudizio popolare.

Ora, la mia risposta alla domanda iniziale è che no, non possono, perchè nel momento in cui prendono la parola, i razzisti, i fascisti, minano la convivenza. Che senso ha dare la parola a qualcuno che la prende per dire che altri non possono parlare? Si autoesclude da solo. Ma si autoesclude da cosa? Dalla pubblica assemblea, ma poi resta con noi, nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei nostri uffici, nelle nostre scuole, ovunque. Allora, escluderlo è come nascondere la polvere sotto il tappeto, ma non escluderlo equivale a legittimarlo.

Le due esigenze sono contraddittorie e forse la soluzione sta in una contraddizione. Come dice la nostra Costituzione: "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". Tuttavia, dal Msi a Forza nuova, a tutte le organizzazioni fasciste, per ragioni di opportunità è stato consentito di esistere e di organizzarsi.

Ma come si stabilisce il confine della legittimità? Negare la parola a qualcuno può essere un pericoloso precedente per tutti gli altri. La difficoltà e il rischio ci sono, ma penso valga lo stesso la pena sforzarsi di individuare e stabilire quella linea di confine, oltre la quale c'è l'offesa, la violenza, che ha come fine la discriminazione nei confronti di gruppi umani identificati negativamente come tali sulla base di tratti e caratteri innati. Questo è il razzismo. Poi c'è il fascismo: l'offesa, la violenza, la discriminazione nei confronti di chi la pensa diversamente, che ha come fine il suo silenzio.